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Non chiamatelo ribaltonista

di Danilo Palmeri

Oscar Luigi Scalfaro è morto la scorsa notte all’età di 93 anni. Dal 1992 al 1999 è stato Presidente della Repubblica Italiana. Nel ricordarlo, non si può fare a meno di rievocare il discusso “Io non ci sto” dichiarato in occasione delle inchieste sullo “scandalo SISDE”. Di questo e di altre vicende (presunti schiaffi, tripli stipendi, rapporti con il centrosinistra) si parla e si continuerà a farlo fin quando nuovi Schettino diventeranno facile preda dei “Porta a Porta” di turno. Sulla questione del “presidente del ribaltone”, invece, ci si limita a schierarsi a favore o contro, senza spiegare il perché. La parola ribaltone è usata, e abusata, soprattutto a destra, per indicare la possibilità di formare maggioranze parlamentari alternative a quelle uscite dalle urne. In particolare, con essa ci si riferisce al primo governo Berlusconi che, in seguito alla ritirata della Lega – dopo un memorabile discorso di Bossi alla Camera che denunciava in maniera inequivocabile che “si e’ trattato non solo di un governo non intenzionato ai cambiamenti, ma di un governo dei conflitti con la magistratura e con il sindacato, un governo del controllo dell’informazione!” – vide conclusa la prima esperienza del Cavaliere alla guida del Paese. Scalfaro, invece di ridare la parola agli elettori, affida a Dini l’incarico di verificare se ci fosse una nuova maggioranza. Maggioranza che poi si forma grazie all’appoggio del Pds. Stessa cosa avviene nel 1998 ma, questa volta, a farne le spese è Prodi e a beneficiarne D’alema. In questo caso il tutto viene considerato meno grave e definito con un più sobrio ribaltino. Di sicuro il cosiddetto ribaltone inaugura una questione tuttora non chiarita che, puntualmente, si ripropone ad ogni crisi parlamentare: andare alle urne o verificare se esiste una nuova maggioranza? La Costituzione indica chiaramente la seconda strada. Quello che non va giù ai difensori de “la parola agli elettori” è il tradimento (presunto) del volere del popolo che, attraverso il voto, sceglie chi sarà alla guida del Governo e i suoi alleati. Peccato che gli epigoni del “popolo sovrano” dimenticano di dire che l’errore di fondo risiede nell’aver reso, attraverso la scelta del candidato premier, il sistema elettorale (sottospecie di presidenzialismo) incompatibile con la forma istituzionale. Perché questo non viene detto? Forse fa comodo accusare di “sospensione della democrazia” ogni nuovo governo Monti, o etichettare come ribaltonista un Presidente che non ha fatto altro che rispettare il dettato costituzionale. Di una cosa siamo sicuri: in questa maniera si infarcisce e inasprisce lo scontro politico attraverso una questione di forma che andrebbe risolta. E alla svelta.

 

Il Paese del suffragio immobile

Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

Articolo 48 della Costituzione Italiana

 E’ incredibile anche solo pensarlo, ma per i fuori sede italiani c’è un problema ancor peggiore che rifarsi il letto ogni giorno, prepararsi pranzo e cena o fare la fila in banca per pagare le tasse universitarie. Questa inceppo è dato dalla legge italiana e non dalla pigrizia di uno studente universitario o dall’incapacità organizzativa nel gestire il proprio tempo di un lavoratore costretto ad allontanarsi dalla propria famiglia. Tale limite è l’impossibilità di voto ai fuori sede.

 La Costituzione italiana per mezzo dell’articolo 48 garantisce un diritto inalienabile per il cittadino del Bel Paese. Esso è il suffragio universale : “ Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età“.

Nonostante le grandi lotte per garantire tale diritto, ancora il meccanismo non sembra totalmente oleato. Infatti, la legge italiana nonostante tutto fa delle differenze tra cittadini. E mentre si parla di concedere o meno il voto agli stranieri residenti in Italia, ci si dimentica di chi è forestiero nel proprio Paese. Tenendo conto solo degli studenti fuori sede ( non dimentichiamoci dei lavoratori) secondo una ricerca, in Italia sono 286.353 gli studenti attualmente iscritti in Università di regioni diverse dalla loro; in totale: il 19,28% di tutti gli studenti universitari studia fuori dalla propria regione. (Fonte Miur)

Sempre per l’articolo 48 della Costituzione,  il diritto di voto non deve essere limitato e anzi deve essere favorito. Questo in Italia non viene fatto. Gli studenti e i lavoratori fuori sede sono costretti a ogni elezione a spostarsi dalla città in cui svolgono la propria funzione di utilità sociale quale può essere lo studio o il lavoro per esigere il proprio diritto ( e dovere ) sociale, cioè il voto.

Inoltre, le agevolazioni previste per rientrare a casa per votare, come lo sconto sui biglietti ferroviari regionali, sono inadeguate ai tempi moderni e solo parzialmente utilizzabili, perché di fatto applicabili solo ai viaggi di breve raggio. Tra l’altro, questa riduzione non viene garantita per i voli aerei.

Una soluzione a questo enorme problema che sfiora l’incostituzionalità però esiste. In moltissimi Paesi dell’Unione Europea (Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Svezia, Irlanda, Lituania, Slovacchia, Danimarca, Belgio, Finlandia) è garantito il voto dei fuori sede per mezzo, per esempio, del voto per delega, per corrispondenza o in un diverso seggio.

Una soluzione è già pronta in Parlamento e porta la firma del Senatore dell’Italia dei Valori Francesco Pardi. Il disegno di legge 3054 è stato elaborato dal comitato IOVOTOFUORISEDE e prevede la forma del voto anticipato come soluzione a un problema durato sin troppo tempo.

E’ sensato dunque chiedere al governo italiano di mettersi al passo con i tempi e con i Paesi europei prendendo in seria considerazione il DLL 3054 che garantisce a tutti i cittadini italiani la possibilità di votare senza rocamboleschi movimenti al limite della logica umana.

Antonino Savalli