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Il nuovo mensile de “I Siciliani giovani”

I Siciliani giovani settembre 2014

Nei giornali italiani non si fanno più contratti da professionisti. La maggioranza dei contenuti è fatta da precari pagati (sui quotidiani!) 20.80 euri. Si chiama “equo compenso” e non prevede alcun diritto redazionale. Il giovane giornalista non può sperare più in un inserimento ma al massimo in un tesserino di “pubblicista”, pagato caro e soggetto di fatto a un costoso esame che ormai sostituisce, nella generalità dei casi, il vecchio esame di praticantato che dava pienamente accesso alla professione. Questo “equo compenso” è stato accettato dalla Federazione della Stampa (il sindacato) e contestato dall’Ordine dei Giornalisti. Su entrambi sono frequenti le polemiche, più o meno demagogiche (Grillo, ad esempio,non ha mai aiutato la stampa libera né contestato, in Sicilia, quella collusa) e completamente inutili. Nè sindacato né Ordine infatti contano più di tanto, nella totale deregulation in cui l’unico soggetto rimasto è il non-ufficiale ma potentissimo Ordine dei Padroni: contro il quale nessuno invece osa protestare. Noi, con la nostra storia, abbiamo idee chiarissime su tutto que- sto. Non c’è da fidarsi da nessuno dei grandi editori né “di sinistra” né di destra. Bisogna fare da sè, non isolatamente ma tutti insieme, il più possibile uniti, possibilmente in rete. I Siciliani giovani, da questo punto di vista, sono un buon modello.

 

 

Il cammino dell’altra Italia

Di Riccardo Orioles

 

Medioevo sociale: re inutili, saccheggi e orde di feudatari imperversanti. E il popolo, gli ex cittadini?

La politica, veramente, non conta più tanto in Italia, non almeno nel senso “occidentale” del termine: ormai è la finanza a sostituirla e lei sopravvive appena in qualche personaggio-macchietta e in qualche raffazzonato proclama. L’economia, a sua volta, è ridotta ai termini più elementari e si divide in econo-nostra, cioè la sopravvivenza quotidiana in un mondo sempre più asociale, e econo-loro, cioé la massimizzazione del profitto pura.

Il panorama nel complesso è abbastanza medievale (gran stemmi a ogni angolo, re inutili, potere ai feudatari, folle di disperati affamati appena fuori le mura. Non c’entra niente col Novecento, e figuriamoci col Duemila. Qualcuno pensa agli anni simili dell’Ottocento, a illuminismo sconfitto e rivoluzione industriale imperversante.

I nomi da libro di storia, in ogni caso, non sono gli occasionali Grilli e Renzi né Napolitano (che pure, cui suoi tre governi-del-Presidente in fila un suo contributo l’ha dato) ma gli ex tecnici e attuali re di fatto; in Italia Marchionne. Il golpe sociale di due anni fa è sato infatti l’unica vera svolta politica del Belpaese. Fiat militarizzata, statuti e leggi aboliti d’autorità, fabbriche portate via nel silenzio di tuttti. L’ultima scrivania è finita a Londra: e perché proprio lì? “Per non pagare le tasse – risponde lui candidamente – Perché io so’ io e voi non siete un c…”.

Il continuum sociale, in questo stato, è rappresentato soltanto dalle più svariate aggregazioni di ex cittadini: volontariato, gruppi di quartiere, pezzi sopravvissuti di sindacato, edifici occupati, parrocchie “irregolari” e chi più ne ha più ne metta.

In questa strana situazione di questo strano regno, noialtri dei Siciliani siamo fra i pochissimi a non turbarci più di tanto. Nella nostra città d’origine, infatti, tutte queste faccende si sono presentate con parecchi anni d’anticipo sul resto del reame. A Catania già negli anni ’80 i politici, meramente parassitari, contavano ben poco: decidevano tutto quanto i Cavalieri (in linguaggio moderno “imprenditori”), a piacer loro; non c’erano giornali e tv ma un solo bollettino di corte. La plebe non aveva ovviamente alcun diritto, salvo festeggiare ogni tanto la sua squadra di calcio e i suoi santi. L’ordine pubblico consisteva in qualche arresto di ragazzini e in numerosissime uccisioni.

Di là, e dalla vicina Palermo, il modello s’estese a tutta Italia. Un mafioso palermitano, Dell’Utri, fondò il partito che governò per vent’anni (e co-governa ancora) l’Italia intera. Il “Faccio quello che voglio” di un Graci o un Rendo anticipò di molti anni la strategia dei colleghi “imprenditori” Berlusconi o Marchionne.

Noi, a questo modello, non ci siamo mai rassegnati. Non per merito nostro, ma per l’esempio vissuto di un grandissimo ribelle, Giuseppe Fava. Scrivere, raccontare, far giornali; far sorridere, fare indignarsi, far pensare. Non rassegnarsi mai. Questo, senza tanti discorsi, ci ha insegnato. E questo, instintivamente, noi abbiamo cercato di portare in giro per il mondo.

Piccoli, insufficienti: forse proprio per questo non siamo rimasti soli. Piccoli ci fanno tutti, questi grandi e feroci feudatari. Nessuno di noi “piccoli” – appena comincia a riflettere – ha forze sufficienti contro di loro. Bisogna unirsi, per vincerli. Noi lo chiamiamo “fare rete”, dappertutto.

Non è un lavoro facile. Lo sarebbe se fossimo tanti eroi e tanti geni, aiutati possibilmente da tutti i signori che dicono “facciamo opposizione”. Se fossimo in un film, insomma. Ma purtroppo non siamo in un film, nè purtroppo siamo geni o eroi.

Siamo persone normali, perlopiù giovani o molto giovani (del resto la testata lo dice) con tutte le insufficienze e i problemi delle persone normali.

Ester, a ventidue anni, riuscirà a vincere la causa (150mila euri!) che le ha intentato il dottore amico dei politici collusi? Daniela e Giorgio riusciranno mai a riaprire il giornale “clandestino” che hanno dovuto chiudere, giù in fondo alla Sicilia? E riusciranno a restare liberi Claudia e Leandro, che il loro l’han dovuto vendere a un padrone? Fabio e Luciano, giornalisti e poeti, per quanto tempo ancora riusciranno a sopravvivere distribuendo i volantini dei supermercati? E Giulio, e Norma, e Luca, con tutti i loro dolori?

Ecco, questi sono i nostri problemi, quelli che a volte intralciano il cammino. Sono i problemi vostri, quelli degl’italiani di bassa plebe. Siamo bravissimi giornalisti, e attivisti civili come quio se ne vedono ogni cent’anni. Ma siamo precari, poveri, come più di metà degl’italiani. Questa è la nostra sola debolezza. E’ anche la nostra forza, povera e immensa.

Questa è la nostra vita. Passano, sullo sfondo, le vite “grandi” degli altri. Il nobile Ciancio, riverito e ossequiato da tutti i visitatori, dall’ex valoroso giudice al ministro di polizia. Il vicerè Crocetta, colla sua corte di cavalieri onorati e di scherani. I granduchi e i baroni, accapigliati (“Populista!”, “Meno Elle!”) a conquistare o a difendere un potere che in realtà passa tranquillamente molto sopra a loro. Noi, da lontano e dal basso, a volte distrattamente li guardiamo.

“E’ andata bene, l’assemblea di Ragusa con Gzero?”. “Una ventina di ragazzi. E il seminario a Torino?”. “Hanno già mandato le loro pagine. Sembra che i Siciliani giovani ora siano natì anche lì”.

Ecco, sono tutte qui le nostre vittorie. Esili, provvisorie, senza pretese. Eppure si susseguono da trent’anni. I dinosauri sono estinti ma le formichine sono ancora qui.

Ed è l’unica strada? Non crediamo. Le vie sono sempre molte, e in ogni caso noi non siamo in grado in grado di giudicare.

Fra quelli che si oppongono, le idee sono varie e tante e noi – purché si oppongano – le rispettiamo tutte quante. I problemi sono grandissimi, e la politica “alta” non li affronta: “Fate tutto quel che volete – dice in sostanza il potere – purché non sia politica, cioè potere”. Ma forse il principale problema è la solitudine indotta – cioé la non-politica, il non-potere.

Fare nuovi partiti? Mah. Ce ne vorrebbe (ma sarebbe ancora un partito o una cosa del tutto nuova, una rete?) uno solo, ma grosso. Un po’ sul modello di quello che hanno fatto i greci, che qui in Italia però (fra partitini invadenti e sindaci-capipopolo alla finestra) forse non è stato compreso troppo.

L’antimafia sociale, per quel che capiamo noi, finora è la “politica” più reale. Unisce, e lotta davvero; il suo modello è la Resistenza. Non a caso la destra l’avversa e ne ha paura.

I governativi la sfuggono, gli antigovernativi la sfuggono parimente. La sinistra, impegnata su mille fronti, non la ritiene importante (neanche Peppino Impastato, quand’era vivo, era molto di moda).

* * *

Intanto, da qualche parte in Europa, un arciduca prepara un viaggio. Primavera ’14…

Premio Gruppo Dello Zuccherificio per il giornalismo d’inchiesta 2014

Gruppo dello Zuccherificio

 

Il “Gruppo Dello Zuccherificio”, in collaborazione con il Comune di Ravenna, LiberaInformazione, AltrEconomia, I Siciliani Giovani e Articolo 21, indice il 3° Premio “Gruppo dello Zuccherificio” per il Giornalismo D’Inchiestadedicato alle inchieste realizzate sul territorio nazionale nell’anno 2013-2014, inedite o diffuse tramite carta stampata, internet e nuovi media.

Il bando è aperto per le seguenti categorie:

  • Premio Giovani: riservato alle inchieste realizzate da giovani di età inferiore ai 30 anni, su tutto il territorio nazionale. Questa sezione vuole valorizzare la figura dei giovani che si sono distinti nell’ambito del giornalismo d’inchiesta.
  • Premio Nazionale: riservato alle inchieste riguardanti l’intero territorio nazionale realizzate da autori che abbiano superato il trentesimo anno d’età.

E’ previsto inoltre un Premio “Honoris Causa” per chi, nel corso degli anni, abbia dimostrato impegno e dedizione alla realizzazione e/o diffusione dell’attività giornalistica d’inchiesta in Italia.

Per modalità di partecipazione vi rimandiamo all’apposita sezione del sito del Gruppo dello Zuccherificio