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Processo alla Nazione

Processo alla Nazione

 

Omaggio collettivo e itinerante tra cinema, giornalismo, teatro, cultura a Giuseppe Fava.

A cura di Nomadica, Caracò, I Siciliani giovani

 

 

Durante gli ultimi anni di vita Giuseppe Fava giunge ad un’analisi lucida: la mafia è un potere multinazionale che siede nelle poltrone del parlamento. E’ un potere che riguarda e tocca tutti noi sin da bambini, anche se non ce ne accorgiamo, e che fa di noi, in partenza, dei mafiosi. Solo attraverso una consapevolezza profonda del fenomeno come delle sue innumerevoli manifestazioni è possibile prendere coscienza di questo rapporto e cercare di superarlo. Fava parla di un’isola che è l’Italia, di un’Italia che è il mondo occidentale.

Da questo il “Processo alla Nazione” – parafrasando il titolo del suo primo libro-inchiesta “Processo alla Sicilia” (1967) – ma fatto a colpi di cultura: di cinema, di televisione, di romanzi, di opere teatrali, di vero giornalismo; fatto con la convinzione che solo attraverso la dignità di questi mezzi è possibile costruire una società altrettanto degna.

Un “processo”, di cui conosciamo già la sentenza, diventa così l’omaggio stesso a Giuseppe Fava,30 anni dopo il suo assassinio (Catania, 5 gennaio 1984). Questa manifestazione toccherà decine di spazi differenti della città di Bologna e verrà riproposta in altre città d’Italia.

A CURA DI: Nomadica, Caracò, I Siciliani giovani

Un uomo

 

“Il giornalismo è morto!”. Ah, sì? E allora perché non provate a vedere il nostro giornalismo, quello dei giovani, quello che viene da Giuseppe Fava? Ma forse siete troppo pigri per farlo…”

Ester Castano, premio Fava giovani 2014

 

 

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Di Salvo Vitale 

Da I Siciliani giovani

Cosa vuol dire fare an­timafia senza esserne dei “professionisti”?

 

Anni fa, a Barcellona Pozzo di Gotto, Marco Travaglio ebbe a dire: “Magari ce ne fossero tanti professionisti dell’antima­fia!” Ma si rivolgeva a chi dell’antimafia ha fatto una professione di vita, una scelta ideologica e non un mestiere. Le categorie dell’antimafia nate in questi ultimi anni sono tantissi­me: proviamo a individuarne qualcuna:

– L’antimafia di mestiere. C’è chi con la sigla dell’antimafia ci lavora, dà lavoro e vuole anche esprimere il principio che un’imprenditoria libera dalle catene della mafia è possibile. E’ il caso di prendersela con questi? Il riferimentoriguarda le due maggiori associazioni antimafia, Addio Pizzo e Libera. Nel sito di Addio Pizzo troviamo vera e propria agenzia di viaggi per realizzare una forma di turismo civile o impegnato, con visite guidate nei “luo­ghi” dell’antimafia, pullman, soste per i pasti e per gli acquisti, alberghi. Una parte minima della quota è offerta, come contri­buto, ai titolari delle strutture visitate (per esempio il museo della Legalità di Cor­leone o la Casa Memoria di Cinisi).

Turi­sti a parte, esiste anche un progetto di Ad­dio Pizzo sulle visite guidate delle scola­resche a Palermo: i prezzi variano da sette a dieci euro a testa, a seconda del numero e dell’itinerario. Per esempio, cento alun­ni che pagano sette euro a testa (pullman esclusi), frutteranno 700 euro che, solo per pagare le prestazioni di una guida, sembrano troppi. Su Libera si possono fare infinite altre illa­zioni, giustificabili nel momento che or­mai si tratta di una struttura che coinvolge circa duemila associazioni che non è faci­le tenere sotto controllo.

Il bilancio 2010 (sul sito) a pareggio è di 3.047.710: la maggior parte delle entrate è alla voce “Istituzioni”, riferendosi certa­mente a progetti finanziati di educazione alla lega­lità nelle scuole. Il costo dei pro­dotti bio­logici (che sembrerebbe a prima vista incompatibile col mercato) media­mente risulta molto alto per­ché compren­de il sostegno alle coop che agiscono in territorio difficile per portare avanti il pro­getto rivoluzionario di un’economia che può fare a meno della protezione mafiosa.

Una sottovoce a questo tipo di antima­fia è quella che Telejato ha chiamato “l’anti­mafia in pizzeria”, suscitando le ire di Giovanni Impastato che ogni anno or­ganizza, in uno spazio continuo alla sua piz­zeria, alcune iniziative fatte di relazio­ni su temi specifici. Come poi ha precisa­to lo stesso Pino Maniaci, “Il problema econo­mico, ci rendiamo conto, vuole an­che il suo spazio: anche se con i compa­gni di Peppino non è mai successo, nessu­no si scandalizza se qualcuno dà un con­tributo per la gestione o per le iniziative. Ma se tutto questo diventa un “tour di tu­rismo civile e responsabile”, con apposito pac­chetto di viaggio, pullman, luoghi da visi­tare e contributo da versare, si va un po’ oltre il fare antimafia e basta”.

– L’antimafia religiosa. E’ praticata in gran parte da scout che trovano una strut­tura, spesso religiosa, dove poter dormire, mangiare, pregare, e girano varie situazio­ni per apprendere qualcosa su realtà che spesso non conoscono se non per sentito dire. I riferimenti obbligati sono le figure di don Puglisi o di don Diana, martiri: va bene se si ha l’accortezza di distin­guere tra una Chiesa che non ha mai preso le di­stanze dalla mafia, o si è lasciata inquinar­e,e una chiesa militante dove singo­li preti (don Ciotti, don Gallo ecc.) hanno preso forti posizioni di condanna e di di­stanza. Qualche difficoltà nasce dall’attri­buzione, fatta dall’Espresso di “Papa anti­mafia” a Ratzinger, per il solo fatto di avere espresso parere favorevole alla ri­chiesta di beatificazione di padre Puglisi. E’ davvero troppo poco e non pare che fi­nora papa Benedetto si sia distinto per avere espresso un chiaro anatema come quello gridato dal suo predecessore Wojti­la nella Valle dei templi, nel 1993.

– L’antimafia di parata. E’ la più prati­cata: ormai è d’obbligo come minimo par­tecipare, per l’anniversario della morte della vittima, a una messa in memoria, cui sono invitati gli uomini in divisa, i paren­ti, qualche giornalista con telecamera, le au­torità, compreso il sindaco, e altri rap­presentanti istituzionali. Per i rappresen­tanti delle forze dell’ordine la parata può anche essere esteriorizzata con il trombet­tiere che suona il “silenzio”, mentre tutti tac­ciono, assumono una faccia triste, e i mili­tari presenti si schierano con la mano de­stra aperta a taglio sulla fronte per il sa­luto militare. Ultimamente, prima con Rita Atria e poi con Rostagno, sta venen­do in uso una pic­cola cerimonia laica al cimite­ro, davanti alla tomba del caduto. In altri casi si dà luogo a un capannello per sco­prire una la­pide o una targa di intesta­zione di una strada, oppure a un corteo: quello che ha avuto continuità e partecipa­zione numero­sa, e contenuti, è quello che ogni 9 mag­gio si snoda da Terrasini a Ci­nisi per ri­cordare Peppino Impastato.

Strettamente collegata è “l’antimafia dei convegni”, con relatori più o meno im­portanti latori di testimonianze personali, op­pure esperti che si dilungano in dotte rela­zioni bla-bla, con linguaggio incom­prensibile e certamente non rapportato ai livelli di preparazione di chi ascolta; il tutto con biglietto, albergo e pranzo pre­pagati, preceduto da un manifesto, da una locandina e dall’indispensabile presenza dell’operatore televisivo, con relativa in­tervista. Difficile constatare che, chi esca dopo avere ascoltato, possa anche avere interiorizzato qualcosa che lo porti ad operare con più coscienza su questo diffi­cile terreno. Per non parlare delle mega­parate organizzate in occasione del 23 maggio, per ricordare Falcone, con nolo di navi, distribuzione di magliette, borset­te, berrettini ed altri gadget e allegri schia­mazzi, il tutto con spese alte.

– L’antimafia scolastica. Da alcuni anni i piani dell’offerta formativa prevedono progetti di “educazione alla legalità”, ap­provati dal Collegio dei docenti e finan­ziati, in parte con le magre risorse delle scuole, in parte con i fondi regionali (POR), nazionali (PON) o europei (FER­ST). Si tratta di presentare articolati pro­getti con formulari precisi, dettagliato uti­lizzo delle somme, da giustificare al cen­tesimo, e che in parte vengono distribuite tra ore da pagare ai docenti e non docenti,, spese per l’intervento di eventuali relatori e formatori, spese per pubblicizzare l’evento, spese per la costruzione di un “prodotto”, da allegare alle note giustifi­cative.

Negli interventi finali la scuola as­sicura un pubblico, quello degli studenti, felici di uscire per qualche ora dalla loro aula e curiosi di ascoltare qualcosa di di­verso: sui docenti ci sarebbe da fare un di­scorso a parte, considerato che alcuni ap­profittano di questi momenti per “evade­re”, magari andare a fare la spesa o siste­mare il registro, altri, ma solo per far cre­dere che lavorano, sporgono forti lamen­tele al preside, perché vengono sottratte loro “ore di lezione”, altri ancora sparano giudizi feroci, come: ”I ragazzi sono stan­chi di sentir parlare di mafia”, oppure: “E’ stato tutto un momento di indottrina­zione politica di sinistra”. Oppure, ma questo l’ha detto anche il sindaco di Tra­pani, che “a scuola non bisogna parlare di mafia, per non mettere paura agli studenti, ma meglio parlare di altro, di gastronomia per esempio”.

Non ci occuperemo di costoro, ma del fat­to che non basta e non può bastare una conferenza a formare sensibilità e co­scienze antimafia. Anche l’articolazione dei singoli progetti, rivolti per lo più a un’utenza di una ventina di ragazzi, non serve, se produce qualche cartellone, qualche coretto con l’immancabile “I cen­to passi” dei Modena o “Pensa” di Fabri­zio Moro, o ancora qualche filmato con immagini prese da Internet. Tali progetti hanno qualche possibilità di risultato se diventano patrimonio e obiettivo di tutti i docenti, momento centrale dei loro piani di lavoro, da coordinare con i contenuti della disciplina che si insegna, in linea con quanto portato avanti dagli altri do­centi. E, a parte la buona volontà di po­chissimi, moltissimi preferiscono non oc­cuparsi della questione. In ogni caso, an­che queste forme spesso improvvisate del “fare antimafia” vanno incoraggiate e messe in atto, perché, diceva Sciascia, “Per sconfiggere la mafia ci vorrebbe un esercito di maestri”.

– L’antimafia sociale. La definizione è nata a Cinisi, con il Forum Sociale Anti­mafia, nel 2001, e si riferisce alla scelta militante di essere costantemente presenti in tutti i momenti di lotta che nascono sul territorio, di appoggiarli, di considerarli come momenti di costruzione di una “re­sistenza” al sistema mafioso, sull’esempio di quella che era la lotta di resistenza al nazifascismo. E’ una scelta d’impegno e di sacrifici, perchè implica dedizione, convinzione e lavoro sociale, oltre che po­litico. Si tratta di dare una precisa direzio­ne, alla propria vita e a quella delle persone con cui lavori, attraverso la de­nuncia, la manifestazione, se è necessario l’occupazione: come con la partecipazio­ne alle lotte degli operai della Fiat di Ter­mini, ai No-Tav in Val d’Aosta, al neonato movimento No Muos contro le antenne Usa a Niscemi, ecc. Anche la costante presenza nelle scuole o nelle associazioni che organizzano momenti d’impegno civi­le è un passaggio di questa antimafia mili­tante.

– L’antimafia informativa. Come al solito c’è un’informazione di massa, “ufficiale”, di ciò che è consentito dire, e un’informa­zione periferica, ristretta, difficile da dif­fondere, priva di mezzi, ma ricca d’impe­gno, che stenta a farsi spazio. La prima ha a disposizione i grandi mezzi e le grandi testate: è quella che costruisce eroi, che nasconde criminali politici o ne addita solo alcuni al pubblico ludibrio, in rappor­to alle indagini dei magistrati e delle forze dell’ordine o in relazione alle scelte dello schieramento politico per cui lavora il giornalista. In questo contesto tutto sem­bra in ordine, pare che i principali mafiosi siano stati arrestati e che la mafia stia fi­nendo; non si parla, se non di straforo dei fili che legano onorevoli e camorristi, im­presari e forze istituzionali corrotte. In­somma, il solito mondo dorato dove basta individuare qualche responsabile alla Cuf­faro, cui far pagare tutto, affinchè tutto re­sti per com’è sempre stato.

L’altra antimafia mediatica è quella che si serve dei volantini, del retro bianco dei manifesti per scrivere un messaggio, di qualche scalcagnata radio, come lo era Radio Aut, e di qualche altra scalcagnata emittente televisiva com’è Telejato. Il me­todo è quello di Danilo Dolci: abituare la gente ad acquistare un modo di pensare autonomo, a rendersi conto che si trova in un insieme di situazioni che li usa come vittime, come consumatori, come elettori, come destinatari finali di progetti costruiti non per essere al servizio della comunità ma per autoaffermazione e arricchimento. Vent’anni di berlusconismo hanno fatto il deserto e creato generazioni di giornalisti leccaculo, mentre si studiano nuovi meccanismi di controllo, soprattutto sulla pubblicazione delle intercettazioni.

C’è voluto il caso del ventilato carcere per Sallusti per porre all’attenzione un problema vecchio, la diffamazione a mezzo stampa e le sue conseguenze penali. Il tutto con l’avvertenza che spesso si tratta di persone insospettabili e che sbattere i loro visi in prima pagina può provocare imprevedibili reazioni.

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Nota: questo articolo rimane aperto ad eventuali contributi di quanti credono all’esistenza di un’antimafia “militante” e di quanti sono rimasti delusi da altre anti­mafie.

Giuseppe Fava

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Il Direttore viene freddato davanti al teatro Stabile, in via dello stadio a Catania, dai sicari del boss Nitto Santapaola il 5 gennaio 1984 .

 

Giuseppe Fava

di Riccardo Orioles

Cinque gennaio. Perché la Sicilia è “vecchia”? Socialmente, voglio dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta con la forza, per duemila anni è stata regolarmente “invasa” e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o “uomini di rispetto”. Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano. Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e – quando richiesto – appoggio al governo “alto”. Perciò classi dirigenti obsolete (serbate artificialmente al potere) e società duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca, fra l’altro, i suoi intellettuali.
In nessun’altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi, Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia – la lingua italiana, già elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in nessun’altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano così fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari e di destra. Pirandello s’iscrisse al fascio. Sciascia combattè l’antimafia. Verga elogiò Bava Beccaris. Come mai? È che nessun altro uomo al mondo come il siciliano è costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si può barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente diviso ti gridano ogni momento “da che parte stai?”. Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia. Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori “minori”; messi da parte cioè; quelli che muoiono all’alba, da giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura “ufficiale”: lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti; quelli “minori” e rimossi, anche stavolta. Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati, sono l’anima dura della nostra Isola, ciò che ci fa dire con forza “sono siciliano”.

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Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini, giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo atto d’accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu così. Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti, politici miserabili, e quanto più laido e osceno si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos’è Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava dell’Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente, perché sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la Catania a cui s’era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia in sè qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania – per “fare il giornalista” e dunque, a modo mio, per “sistemarmi” – da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento. Un “rivoluzionario professionale”, insomma: corretto, sofisticato e presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un’opinione molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani “comuni”. Noialtri redattori – ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi – decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c’era un piccolo capannello di ragazzi. “Chi siete?”. “Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale”. Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo.

 

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 Quei tre anni durissimi, l’ottantaquattro, l’ottantacinque e l’ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l’entusiasmo delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più grandi mai viste a Catania) ma l’impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per – almeno – trentasei mesi. I Siciliani – con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava – e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più, l’elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra vita. E mi è difficile scriverne di più; non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò, per non offendere quelli di noi che erano di altre idee (c’era persino un fascista), come mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse sì: ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una bella sinistra; la sinistra, quella davvero espressa profondamente dal Paese. “La meglio gioventù” per me fu questa.

 

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Vent’anni sono una vita; t’insegnano, fra le altre cose, una difensiva autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò dei nomi – non posso farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresentanza di tutti. Il più giovane, e la più anziana; il primo è Fabio D’Urso, “Fabiolino”; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo portò, il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D’Urso era stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno era andato avanti, e l’altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l’avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto. “Aspetta – disse lei – se c’è da rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui”.

* * *

Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo riconoscimento – da partigiani quali erano, da garibaldini – per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi in quel tempo di guerra. C’è la signora, amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad amministrare il giornale – lo fece per dieci anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone finchè possibile l’uscita. C’è il compagno che per quattro anni fornì notizie dall’interno del nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole internet in Italia e un’altra è volontaria a Città del Messico. C’è il vecchio giudice, il prete, l’ingegnere – il nostro Cln, i capi del movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un’altra società sarebbero stati i “normali”, far capannello attorno a lui, aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C’erano loro, e altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora più in là, a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi – man mano che quella pianta germogliò, con altri nomi – a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto.
C’ero anch’io, e credo che a quest’ora sappiate che il mio tratto peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo più nobile della mia vita, non ne provo affatto. “Uno dei Siciliani”. Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di più? Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può dirlo, e ognuno ne risponde – a se stesso – a modo suo. Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent’anni di bavaglio “nemico”, cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio “politicamente corretto”. A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c’è pure una Catania che può vincere, una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare. E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c’è anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l’abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.

 

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“Non si può chiedere a tutti di fare il lupo solitario”, disse una volta Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. Magari in quel momento distratto, ma però vivo, con le sue storie “ordinarie” di lupi e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte. Questo è tutto ciò che può fare per loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto, se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se no non funziona. Così è sempre stato nei branchi, da che mondo è mondo.

 

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Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature ufficiali – come fu per Stendhal – fra qualche cinquantina di anni. Non è facile, per l’accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiché la critica è astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova, giù col “sicilianismo” e con la “civile tensione”, che è un modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e già conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità del resistere (La Ragazza di Luglio), dell’atrocità del potere (L’Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e forte, dove la maestria dell’artista ottiene il premio più difficile – la semplicità. I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa, in una letteratura misogina come la nostra, è anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna è monolitica, nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso conserva – persino lui – una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure Fava non “parla d’altro” mai, non è mai arcadico; tutti i suoi personaggi stanno in una loro precisa metà di mondo, o quella dei potenti o quella degli oppressi. Perché – giornalista, scrittore, fondatore dei Siciliani e quant’altro – egli era prima di tutto un rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola. Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai più.

 

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Così è stato per me. Vent’anni. Eppure non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva come lui. È morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato. Non credo che gli sia stato difficile. È molto più difficile vivere, nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le persone care e gli amici, da uno all’altro, da un cerchio all’altro, da una generazione all’altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone lontanissime, che non l’hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata e anarchica non più per un partito o una patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. “Ma insomma, si può sapere che cos’è lei, politicamente?” gli chiesi una volta, da quel fighetto “di sinistra” che ero. “Io? Io sono tolstoiano…” sorrise lui, e ci ho messo vent’anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.