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Siamo tutti un popolo di migranti

 

Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
La relazione così prosegue: “Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione“.

 

Il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912

Lampedusa, la “vergogna”, il Nobel che abbaglia.

di Laura Pergolizzi

 

È il 3 Ottobre 2013 quando un gruppo di persone di nazionalità eritrea e somala perde la vita al largo delle acque dell’isola di Lampedusa. Il tentativo di segnalare la posizione della propria imbarcazione, incendiando una coperta, rappresenta, per le oltre cento persone che hanno perso la vita, un errore dalle conseguenze irreversibili.

Lampedusa ancora una volta è la protagonista di un dibattito decennale e, ancora una volta, le televisioni e i giornali riportano dettagliatamente i fatti. Il Papa riempie i silenzi lasciati dalle vittime pronunciando una parola d’ordine che, già da tempo e senza risultato, era scaturita dalle voci dei cittadini di Lampedusa e del sindaco Giusi Nicolini. Vergogna: adesso lo ripetono tutti.

A distanza di poche ore, una testata nazionale riporta le parole di un lettore: “non si può restare fermi, indifferenti davanti alle grida disperate di uomini e donne scaricati in un pozzo di disumanità. Non basta piangere, indignarsi, continuare a chiedere che cosa si può fare per fermare l’orrore dei barconi che ci sprofonda nella vergogna (…) ci penso da stamattina: diamo il Nobel per la pace a Lampedusa”.

Questo pensiero, definito “di sentimento collettivo”, ha fatto immediatamente il giro del web riscontrando un numero assai alto di consensi.

Nel 2011 un’operazione simile era stata compiuta nei confronti delle donne del continente africano.  La campagna, che promuoveva lo stesso ideale, invase la rete trovando l’appoggio, oltre che dell’opinione pubblica, di figure politiche di spicco: il risultato portò Ellen Johnson, Sirleaf Leymah Gbowee e Tawakkul Karman ad essere premiate a Oslo “per la loro lotta non violenta, per la sicurezza delle donne e per i diritti di partecipazione delle donne in un processo di pace”. La questione africana raggiungeva allora la massima visibilità a livello internazionale: non vi era giornale che non commentasse in modo positivo l’evento. Quel giorno di festa sembrava cancellare secoli di tragedie per far posto sul calendario a una data che prometteva un inizio colmo di speranze. Il mondo occidentale riconosceva all’anello più debole il merito di essere sopravvissuto con le forze inaspettate: ecco che scattava l’applauso, ecco che il gioiello africano veniva premiato con un gioiello europeo. Sono bastati pochi mesi perché l’entusiasmo si affievolisse.

Alle donne africane resta un cospicuo premio in denaro e un numero infinito di fotografie, risalenti al 2011. Il panorama degli interventi esterni tanto promessi risulta, al contrario, invariato tra il 2010 ed il 2012.

La proposta di assegnare un premio del genere a Lampedusa è carica degli stessi sentimenti positivi e genuini che avevano mosso i promotori del premio per l’Africa, ed è già a rischio di subire la stessa strumentalizzazione politica. Premiare chi opera bene è logicamente corretto. Se le donne africane e Lampedusa oggi sono esempi massimi di coraggio bisogna ancor prima chiedersi perché e da chi queste persone siano state costrette ad avere coraggio al posto degli altri. Condannare moralmente chi opera male sarebbe a quel punto altrettanto corretto.                                                                                                                                                                                                                                                                                 Una preziosissima stretta di mano e un milione di euro potrebbero essere un ottimo punto di partenza, un faro di speranza, purché ciò non si riveli un semplice abbaglio.

Desaparecidos in Italia

di Associazione Antimafie “Rita Atria”
l articolo di Rabih Bouallegue sui ragazzi tunisini scomparsi

 

Palermo, 03/07/2012

Gent. Ministro Andrea Riccardi,

in Italia sono scomparsi più di 250 ragazzi tunisini. Questi ragazzi sono arrivati in Italia e a testimoniarlo ci sono video, immagini… ma poi sono scomparsi nel nulla lasciando nello sconforto le famiglie.

Lo Stato italiano e il parlamento italiano non stanno facendo niente affinché le famiglie di questi ragazzi possano ritrovare i loro figli, fratelli, mariti. La Sua storia, Ministro Riccardi, le permette di conoscere cosa significa dolore e sofferenza e cosa significa ingiustizia. Quei ragazzi sono anche figli nostri. Non esiste un essere umano che vale più degli altri. Questo Lei, sig. Ministro, lo sa molto bene.

Le chiediamo di attivarsi sia per l’accoglienza di queste famiglie che con grandi disagi passano da una città all’altra alla ricerca dei propri congiunti, sia per il ritrovamento di questi ragazzi.

Proviamo ad attivare VERE missioni di pace e a spendere i soldi dei contribuenti per ridare speranza e non per addestrare alla guerra.

Per decenni abbiamo chiuso gli occhi di fronte alle violazioni della democrazia in Tunisia preferendo seguire solo le indicazioni imposte dagli USA. Per una volta, proviamo a seguire le indicazioni della giustizia. L’Italia tutta sta perdendo. Sta perdendo la dignità di popolo civile. Nessun popolo si può definire civile se rimane indifferente al dramma di più di 250 famiglie che hanno perso i loro congiunti nel nostro Paese.

Certi di un suo pronto intervento

Cordiali Saluti

Associazione Antimafie “Rita Atria”

l articolo di Rabih Bouallegue sui ragazzi tunisini scomparsi

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Di Marialaura Amoruso

   Al Presidente della Repubblica  Giorgio Napolitano

Signor Presidente,

Come noto, il neo Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, ha provveduto  all’abrogazione della circolare 1305, consentendo pertanto ai giornalisti iscritti all’ordine, di visitare i centri di identificazione e espulsione (Cie), i centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) e i centri di prima accoglienza (Cpa).

 Si legge che i Cie sono da considerare “i terminali delle politiche migratorie italiane ed europee”.
 Essi sono stati istituiti in ottemperanza a quanto disposto all’articolo 12 della legge Turco-Napolitano (L. 40/1998)[1] per ospitare gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Hanno la funzione di consentire accertamenti sull’identità di persone trattenute in vista di una possibile espulsione, ovvero di trattenere persone in attesa di un’espulsione certa.
Nell’ordinamento italiano i CIE costituiscono una grande novità: prima non era mai stata prevista la detenzione di individui se non a seguito della violazioni di norme penali. A tutt’oggi i soggetti prigionieri nei CIE non sono considerati detenuti, e di norma vengono eufemisticamente definiti ospiti della struttura..
 Si tratta di politiche immigratorie. Le nostre politiche di ospitalità e di accoglienza.
Laddove accoglienza non è sinonimo di “spalancare le porte del nostro bel Paese a tutti indistintamente”, perché una politica delle migrazioni ci deve essere.
Ma da giovane giurista ho sempre rilevato una sorta di collisione tra la nostra legge che regola i flussi migratori, in particolare l’attuale L. Bossi-Fini, con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, quel testo redatto nel 1948 e pertanto antecedente alle nostre leggi varate per regolare i flussi di popoli stranieri sul nostro territorio.
L’articolo 1 cita testualmente: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.”
Quello spirito di fratellanza che ci induce ad accogliere i nostri fratelli in ex caserme, costretti a vivere in condizioni precarie, mettendone a rischio la salute psico-fisica.
Riporto anche l’articolo 2, comma 1:
“1. Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.”
 Noi siamo il Paese che ha vissuto i campi di concentramento.
Siamo gli Italiani che sanno cosa sono le foibe.
Siamo tutti quelli che il 27 Gennaio, giornata della memoria, ci ritroviamo a commemorare la Shoah, lo sterminio del popolo ebraico,  e sempre parliamo di quel periodo, come fase storica pregna di brutture compiute per mano dell’uomo. Azioni denunciate come brutali, indi irripetibili.
 Signor Presidente in qualità di giurista in erba, ho seri dubbi sul come svolgere la professione legale in Italia, perché mi vergogno di appartenere ad un Paese e ad un popolo che ha una simile legge, che fa della clandestinità un reato, che si permette di rinchiudere gli “autori” di tale reato in piccoli campi di concentramento.
Sono uomini, corpi e spiriti, paragonabili a quelle anime relegate nel limbo di dantesca memoria. Erano anime, quelle dantesche, che avevano accettato la loro triste condizione di un destino sfortunato: pur non avendo colpe particolari, e avendo anzi spesso condotto una vita virtuosa, gli abitanti del Limbo erano costretti a trascorrere l’eternità lontani dal Paradiso perché non battezzati.
 I nostri fratelli stranieri sono forse relegati nei Cie perché non appartenenti all’area Schengen?
 Forse non ci resta che aspettare l’istituzione di una giornata di commemorazione delle “vittime” dei centri di espulsione. Forse. Personalmente non ci sto…

 

Marialaura