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Ventimiglia, oggi previsti nuovi sgomberi

Di Enrico Campagni

 

A Ventimiglia si respira un’aria di crescente tensione. Il centro di accoglienza “improvvisato”, in piedi dagli inizi di giugno, sarà ufficialmente sgomberato oggi; con le frontiere chiuse si prevede lo sversamento di centinaia di migranti, in prevalenza sudanesi, per le strade del paese.

Come molte soluzioni “all’italiana”, il centro non era assolutamente “regolare” ma risultato di una occupazione semi-tollerata da parte di centinaia di migranti della parrocchia di San Nicola e dello spazio adiacente a essa. Sebbene non avesse avuto il permesso di aprire uno spazio di assistenza, la parrocchia aveva comunque deciso di rimanere a disposizione dei migranti, divenendo di fatto il luogo di erogazione di servizi e di pasti di Ventimiglia.

Da domani aprirà il nuovo centro di accoglienza straordinario della Croce Rossa voluto dal Ministero dell’Interno, tuttavia ancora in fase di allestimento. Nonostante possa solo accogliere per il momento solo un centinaio di migranti, la prefettura ha comunque deciso di chiudere la chiesa, senza tuttavia un progetto di accoglienza per gli altri “shebab” (“ragazzi” in lingua araba), che attualmente sono almeno ottocento.

Ricevuta la notizia dello sgombero, molti migranti hanno preso la via del confine, mai così sorvegliato prima della strage di Nizza.

Il risultato di questa maldestra manovra del Governo determinerà probabilmente solo l’ennesima migrazione di centinaia di profughi in un altro luogo della città, com’era già successo prima del loro arrivo alla chiesa di San Nicola.

Ventimiglia, 15/7/2016

Quale giustizia per il carcere?

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di Giulia Silvestri

  Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

Il 21 marzo non è solo la giornata nazionale antimafia, ma anche la giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale. Per questo motivo parlare di carcere in quel primo giorno di primavera è stato particolarmente significativo: gli immigrati irregolari sono circa il 30% del totale dei detenuti. Questo aiuta a capire, come hanno sottolineato i relatori dell’incontro, in che modo viene visto oggi il carcere: una sorta di discarica in cui vengono rinchiusi coloro che sono considerati diversi dal resto della società, tra i quali vengono annoverati i tossicodipendenti, gli stranieri irregolari, i reietti di ogni genere. Erano presenti l’ex presidente della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick, il parroco del quartiere Dozza don Giovanni Nicolini, il presidente dell’associazione Altro Diritto Emilio Santoro, Ornella Favero di Stretti Orizzonti e Paola Piazzi dell’associazione Il poggeschi per il carcere, nonché Claudia Clementi, la direttrice del carcere di Bologna. L’incontro si è concentrato sull’inumanità degli istituti pentenziari del nostro Paese, partendo dalla sentenza che l’8 gennaio 2013 ha condannato l’Italia per trattamenti inumani e degradanti; la Corte ha affermato che il sovraffollamento degli istituti penintenziari è contrario al rispetto della dignità umana.

Prima di mettere in discussione diversi istituti giuridici in merito al regime carcerario, le parole di don Nicolini sono risuonate forti nella stanza di Palazzo d’Accursio: per i volontari in carcere e per tutti i cittadini il confronto con il detenuto deve avvenire come un incontro di persone “con persone”. Si tratta di una frase che potrebbe essere considerata provocatoria, soprattutto oggi che la televisione ci presenta l’indagato come un colpevole, il condannato come un soggetto lontano dalla nostra vita e il capro espiatorio di una società inumana.

Una volta entrati nel vivo dell’argomento si è parlato della rieducazione del condannato, la finalità a cui la pena dovrebbe tendere, almeno secondo la nostra Costituzione: scopo rimasto perlopiù sulla carta. Si può parlare di rieducazione ai fini del reinserimento sociale quando un soggetto è condannato all’ergastolo o è sottoposto al regime di carcere duro del 41 bis? La rieducazione venne considerata possibile dalla nostra Corte Costituzionale, che si pronunciò sul primo istituto quando non esisteva ancora l’ergastolo ostativo (senza alcuna possibilità da parte del condannato di essere scarcerato). Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo l’istituto va valutato invece sotto il profilo della dignità umana e non in merito alla finalità rieducativa: in questo senso una pena che non lascia la speranza di esere liberati è considerata inumanizzante.

Secondo Ornella Favero oggi si deve avere il coraggio di intraprendere anche un’altra lotta, a favore di quelle persone che sono sottoposte al 41 bis, molto spesso componenti di un’organizzazione criminale. Quello che hanno fatto non giustifica ciò che subiscono questi soggetti sotto il profilo psicologico, sentimentale e anche fisico (l’isolamento continuo può avere ripercussioni sere sulla salute di una persona).

È evidente che si tratta di due istituti che tolgono la dignità agli esseri umani che vi sono sottoposti, resta tuttavia difficile proporre oggi la loro abolizione, almeno finché i detenuti verranno additati come mostri lontani dal nostro mondo e fino a che non si riuscirà a lavorare sulla società cosiddetta civile che, anche a causa di una stampa malata, grida vendetta e non giustizia.

È necessario anche in questo caso, come in quello dell’immigrazione, capire che stiamo parlando di esseri umani che nonostante la nostra riluttanza sono uguali a noi; in carcere non ci sono solo mostri, ma persone che hanno fatto degli errori.

Se togliamo loro la dignità come possiamo pensare di essere migliori? Dobbiamo lavorare su noi stessi e, come auspicava Vittorio Arrigoni, restare umani.

 

Mare Nostrum: volti che non si possono dimenticare

mare nostrum

di Francesca Candioli

Era il 3 ottobre 2013 quando l’Italia per una volta decise di non chiudere gli occhi di fronte all’ennesima strage in mare. Fu allora che si iniziò a parlare di vite da salvare, di emergenza umanitaria d’affrontare e di diritti da garantire. Nacque così Mare Nostrum, l’operazione tutta italiana, voluta dal governo, che in un anno ha salvato più di 100 mila vite, e che in questi giorni ha chiuso i battenti, o quasi, per lasciare posto a Triton. Una missione, più contenuta con meno mezzi a disposizione e azioni più limitate, targata made in Europe, e che all’Italia costerà pochissimo.

“Ma in realtà Mare Nostrum sta ancora continuando, e per fortuna” spiega Alberto, sottotenente di vascello, che però non ha il permesso di parlare. “Per poter rilasciare un’intervista serve il permesso dei miei superiori. Comunque Triton non è ancora iniziata, ma quando succederà dovremo prepararci a più morti in mare. Avremo meno navi e non potremo più spingerci oltre la frontiera italiana, nonostante il grosso dei naufragi avvenga ben oltre questa linea” continua Alberto.

Dietro le quinte di Mare Nostrum ci sono tanti ragazzi come Alberto di Bologna che, freschi, freschi di accademia della marina militare di Livorno, dove passano cinque anni di studio e allenamento, si sono imbarcati durante questi mesi su una delle tanti navi, destinate non a chissà quale missione, ma a salvare vite. E forse Alberto neanche se lo immaginava, quando per la prima volta è salito su una delle tante navi di Mare Nostrum, che da lì a poco avrebbe dovuto imparare a fare delle scelte, le più terribili, quelle che hanno un nome ed un volto, ed ancora oggi non lo fanno dormire la notte.

Dopo la messa in onda rai di “La scelta di Katia”, un programma nato per raccontare Mare Nostrum dal punto di vista della prima donna comandante di una nave della Marina, qualcuno forse ha pensato di aver visto tutto. “Molte immagini sono state censurate, quel programma ha mostrato una minima parte di quello che in realtà avviene” ricorda Alberto che ogni volta durante le operazioni di salvataggio ha il compito di stare su di un gommone per condurre quanto avviene direttamente dalla superficie dell’acqua. “Ognuno – continua il sottotenente – ha un ruolo specifico, io organizzo e do gli ordini alla mia squadra, e non mi posso muovere dal gommone. Se lo facessi andrebbe tutto in tilt, e miei compagni non saprebbero più cosa devono fare. Qualsiasi cosa succeda io non posso spostarmi, devo mantenere la calma, e dire al mio gruppo come comportarsi”. E a volte davvero, di fronte a tante persone che in acqua chiedono aiuto, si rischia di perdere quel sangue freddo indispensabile in mezzo ad un mare di cadaveri.

“Tante volte vorrei buttarmi in acqua per salvare questa gente, ma non posso, devo coordinare la mia squadra ed i rischi sarebbero troppo alti per tutti. Noi e loro. E così tante volte le persone muoiono sotto i miei occhi, e quelli della go pro posizionata sulla mia testa” spiega Alberto che documenta sempre quanto avviene durante le operazioni, e che, tra tutti i migranti che ha salvato, non riesce a dimenticare soprattutto una bambina. “L’avevo vista, quella bambina stava affogando in mezzo a tutti gli altri, non potevo gettarmi a salvarla, così ho dovuto dare l’ordine di farlo, ma purtroppo è passato troppo tempo: non ce l’ha fatta ed è annegata” continua il ragazzo, sicuro dell’importanza del suo ruolo, ma con le lacrime agli occhi perché sicuramente il viso di quella bimba, così vicina a lui, le rimarrà vivo negli occhi. Per sempre. Così come quello dei due uomini che non volevano staccare le loro mani dalla gambetta di una bambina di tre mesi che il sottotenente era riuscito a salvare: “Ragazzi, gli ho detto, se non la mollate, morite tutti e tre, lasciatamela. È una bambina” continua Alberto che quel giorno alla domanda della madre, che ha visto il suo video, non ha saputo rispondere.

“Alberto alla fine quei due uomini si sono salvati?”. “Non lo so – le ha risposto – quella sera abbiamo recuperato decine di cadaveri”.

Sconfinare l’Immigrazione

viaggiare

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

 

Di Diego Ottaviano

 
Migrare. Fuggire con cervello e qualche valigia. Lasciare casa, Terra Nostra. Metabolizzare le speranze. Crescere idee, svilupparle. Individuare il gusto dei venti pieni, diversi. Soffrire nostalgia.

Collezionare informazioni. Leggere percentuali di gente che va, che viene. Voler esser in un dove lontano. Capire e interpretare. Scoprire che gli italiani che han fatto fagotto sono tanti, tantissimi. Una metropoli.

Nel loro parlare metodico i numeri dicono “aumento”. Nella loro retorica, opportunità. E così, mentre già molti italiani vivono tra le terre del ketchup sulla pasta e dell’espresso sempre troppo lungo, un altro pezzo d’Italia se ne va, immigra.

Sempre di più sono, infatti, gli italiani che sostituiscono il ‘buon giorno’ con tentazioni e sinonimi dal suono inglese, tedesco, francese e chissà alle volte asiatico.

In Italia e nel solo 2013, si parla d’incrementi d’immigrazione pari al 19%. Diversamente, è come se l’intero comune di Lecce si fosse trasferito all’estero, seppure gli organi competenti ipotizzino la registrazione all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) solo per un italiano su due. In pratica la totalità del comune di Parma.

E così mentre nuovi portatori di pizza e mandolino onorano le tasse in una lingua diversa e straniera, capita che da est come da sud, immigrati diversamente portatori di diavolo e terrorismo, ripongano nella parola “immigrazione” l’opportunità di una speranza.

L’immigrazione non ha confini. Sono, infatti, i flussi migratori nel mondo a segnare aumenti che preoccupano le politiche internazionali e che creano situazioni di probabile disagio economico e sociale.

Ciò in evidenza, il problema non è delimitato dai soli flussi migratori, ma piuttosto dalla volontà dei governi di sviluppare e investire in un processo d’integrazione stabile, valido ed efficace. A conferma, un recente studio, pubblicato dal British Journal of Social Work e prodotto dalla Boston College, riferisce proprio nella mancanza di politiche d’integrazione uno dei fattori causa di tensioni e malumori tra cittadini e di diffusione di stereotipi e pregiudizi dal valore negativo, antipatico e di scarsa conoscenza culturale.

E’ in questo passaggio che l’immigrazione, legale o illegale che sia, diviene argomento politico per la conquista di una scheda elettorale e per la vendita di un manifesto populista che vende sicurezza producendo incertezza, pregiudizio e ideali razzisti.

Un esempio evidente sono i Paesi Bassi. Negli ultimi quattro anni la politica olandese ha registrato un aumento di sentimenti nazionalisti e anti-immigrazione specie nei confronti delle due più larghe comunità straniere, quella marocchina e quella turca. Tale valutazione è riconducibile a molteplici fattori, tra i quali la politica nazional-populista di Geer Wilders e del suo Partij voor de Vrijheid (PVV, partito delle libertà), già famoso per lo slogan ‘Henk e Ingrid stanno pagando per Alì e Fatima’, e per le alleanze euro-scettiche con il Front National di Marie Le Pen, con la Lega Nord di Matteo Salvini e con i fiamminghi del Vlaams Belang, partito della destra sociale belga.

Note stonate a parte, i Paesi Bassi sono tra le nazioni ai primi posti su scala mondiale, per l’attuazione di un processo d’integrazione solido ed efficiente. In tale direzione, le politiche migratorie adottate dal Binnenhof, sede del parlamento olandese, hanno preferito strategie politiche che trovano nell’intersezione tra immigrazione e integrazione di tipo economico, sociale e politico, la chiave di volta per una società multiculturale e polifunzionale.

I Paesi Bassi focalizzano le politiche d’integrazione sul dialogo, sull’educazione e sull’occupazione. Tra queste si registrano soprattutto l’insegnamento della lingua considerata elemento essenziale per facilitare l’inserimento nella società olandese, l’uguaglianza di trattamento per facilitare il mantenimento e contenimento di sentimenti negativi e di disagio, lo sviluppo di un’educazione multi-culturale con lo scopo di aumentare la capacità di conoscenza, dialogo e integrazione già tra giovanissimi studenti, e molto importante, il coinvolgimento attivo degli immigrati alla vita politica democratica e nazionale attraverso il diritto di voto, concesso per le elezioni comunali dopo un solo anno di residenza nei Paesi Bassi.

Chiara dall’Italia, Mohamed dal Marocco, François dalla Francia e Jelica dalla Serbia, oggi vivono nei Paesi Bassi e come loro ci vivo anch’io. Insieme rientriamo in quel gruppo di persone costrette, per un motivo o per l’altro, in un paese che non riflette la nostra bandiera culturale. E’ questa massa oceanica che muove i confini del mondo. Gli abbatte, gli altera, a prescindere dalla provenienza, dalla cultura e dal crocefisso di devozione.

Da fuori lo Stivale, ho imparato a conoscere e apprezzare il valore della multi-culturalità, delle cose che funzionano prima della politica. Fuori dal Bel Paese ho anche conosciuto un’Italia diversa, spesso ignorante, spesso testarda e purtroppo ancora razzista.

Da immigrato ho scoperto il potere di proporre idee alla gente comune, prima che alle istituzioni. Ad Amsterdam, ho scoperto la bellezza critica e costruttiva di un’opinione ascoltata, che può produrre. Da cittadino italiano mi sono sentito culturalmente inferiore.

In Olanda, lavoro a un progetto, una fondazione culturale. Lo faccio con l’appoggio delle istituzioni e grazie all’interesse e aiuto di giovani olandesi, che del fatto che sia immigrato o no se ne fregano al quanto. Per loro è semplicemente la possibilità di un piatto di pasta senza ketchup, cucinato da chi ‘pizza, mafia e mandolino’ alla fine fa sentire a casa.