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Giornalista chi?

“Esiste un numero naturale: 0”.

“La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro, verso il basso, su un tappeto nuovo, è proporzionale al valore di quel tappeto”.

“E= MC2 “.

Assiomi. Certezze. Significati univoci espressi da numeri, formule, teoremi. La scuola di Palo Alto,  California, negli anni ’70, con il testo “Pragmatica della comunicazione umana del 1967” teorizza i cinque paradigmi della comunicazione sostenendo che tutti i comportamenti hanno valenza comunicativa poiché, come afferma Birdwhistell, “L’individuo partecipa ad un sistema globale di interazione”. Maggiori sono gli impulsi a cui si è sottoposti maggiore sarà lo sviluppo del mezzo comunicativo. Pare estremamente interessante, dunque, quanto esso possa diventare malleabile e influenzabile a seconda dell’habitat in cui si cresce. Si pensi per esempio come la dichiarazione del politico “X” possa essere diversamente interpretata da sostenitori e avversari: eppure lo strumento utilizzato è il medesimo per entrambi, la parola. Prendiamo una notizia base: “Roma, 15 Ottobre, scontri fra manifestanti e poliziotti in Piazza San Giovanni”. L’agenzia Ansa batte la notizia: i giornali la interpretano, modificano, sconvolgono. Vediamo come.

La Repubblica

“I black block devastano Roma. Città a ferro e a fuoco. 5 ore di guerriglia. Gli indignati si ribellano ai violenti. Mentre centinaia di migliaia di giovani tentavano di di sfilare pacificamente nella via della capitale poche centinaia di black block in tenuta da guerriglia hanno compiuto violenza e provocato la polizia tentando di forzarne i cordoni”.

Corriere della Sera

“Violenza e paura. Roma ferita. L’assalto dei black block. Roghi, barricate, 100 persone in ospedale. Napolitano: è inammissibile. Berlusconi: individuare i criminali”.

Il Sole 24 ore

“Guerriglia e terrore a Roma . Assalti negozi banche e caserme. In fiamme un blindato 70 feriti, 12 arresti”.

Il fatto quotidiano

“Bande organizzate distruggono il corteo. Cinquecento teppisti e criminali. La protesta di 200000 indignati contro chi toglie ai giovani il futuro finisce nel panico tre gas lacrimogeni e distruzioni. L’allarme c’era ma nessuno si è mosso”.

Il manifesto

“Lettera alla BCE. Una manifestazione oceanica: centinaia di migliaia di indignati sfilano a Roma contro il governo Berlusconi e i diktat europei che tagliano fondi e diritti e fanno pagare la crisi a giovani e lavoratori e non ai ricchi. 75 feriti, 12 arresti. Sfila la vera opposizione”.

L’osservatorio romano

Non c’è accenno alcuno agli scontri fra polizia e manifestanti. In prima pagina i titoli sono: “Per una nuova sintesi armonica tra famiglia e lavoro”, “L’asse franco tedesco alla prova del G20”  “A tripoli si riprende a combattere”.

Libero

“Gli indignati siamo noi. Cocchi di sinistra. Hanno devastato Roma attaccato e ferito le forze dell’ordine cercato il morto. Per i nostri progressisti il loro disagio va capito. Invece è ora di dire basta”.

Il Giornale

“Altro che indignati sono criminali. Roma a ferro e a fuoco per sei ore. Decine di feriti devastazione e incendi questa è la gente coccolata dalla sinistra per Di Pietro&Co. la seconda cocente sconfitta in due giorni”.

Quale parte delle parole è notizia e quale “licenza poetica”? Dal confronto fra i titoli delle varie testate risulta evidente come la linea politica che i direttori impongono riesca a modificare l’occhio con cui si guarda la realtà. Qual è il compito di un buon giornalista? Chi può definirsi tale e secondo quali parametri di giudizio?

CIFRE OSCILLANTI

 

FERITI

 VIOLENTI

Repubblica

70

500

Corriere della sera

100 +

2000

Il Sole 24 ore

70

4000/5000

Il fatto quotidiano

70

500

Il manifesto

75

500

Libero

N.R.

N.R.

IL Giornale

DECINE

N.R.

LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE

Napolitano afferma: “Violenza inammissibile” riportate solo da La Repubblica, Il Sole 24 ore e Il Manifesto ma non da Corriere della Sera, Il Fatto, Il Giornale e Libero.

CASO TG1

Il Manifesto, Il Fatto, Il Sole 24 ore affermano: “Il Tg1 non ha consentito la diretta della manifestazione”. Corriere e Repubblica non ne fanno riferimento. Il Giornale ribatte, prendendo le parti di Minzolini: “La Rai ha risposto con una nota in serata: tutte le richieste per le dirette e le edizioni speciali sui fatti legati ai disordini di Roma avanzate dai direttori delle maggiori testate sono state immediatamente autorizzate. Anche il Tg1 intorno alle 18.00 è andato in onda come richiesto”. (Gli scontri sono iniziati alle ore 16.50 ma già alle 16.30 cariche e lacrimogeni si svolgevano in piazza San Clemente.)

LI HANNO FERMATI VERAMENTE?

Libero tuona: “Sono stati lasciati liberi di cercare il morto, di devastare il centro di Roma. Qualcuno li ferma e li fa arrestare. È tardi per distinguere buoni da cattivi”. Il Giornale accenna rapidamente ai manifestanti che non hanno riconosciuto come proprie dello spirito della manifestazione le violenze, cacciando i facinorosi. Repubblica dedica una pagina intera alla piazza che afferma: “Provocatori avete rovinato tutto” e i pacifisti prima della resa consegnano tre incappucciati “vergogna, fuori dal corteo, fermatevi, questo è un corteo pacifico” ma a nulla servono la voce, i fischi, le mani alzate e nude. Così un uomo di 60 anni che prova a difendere i vigili del fuoco viene ferito con una bottiglia dai black block.

CHI SONO I VIOLENTI?

“Altro che indignati sono criminali” Il Giornale.

“Quelli che hanno messo a ferro e fuoco Roma non sono giovani, sono solo criminali e teppisti” Libero.

“Bande organizzate; chiamateli black block, anarco-insurrezionalisti, come vi pare. Le sigle contano veramente poco: si tratta di gente abituata agli scontri organizzata e attrezzata” Il Fatto.

“Centri sociali che accolgono frange eversive o quanto meno gente senza timori di scontrarsi. Impropriamente definiti black block (di quelli veri non ce n’era neanche uno)” Il sole 24 ore

“Gli anarchici coinsurrezionalisti ” Corriere della Sera.

“Poche centinaia di black block in tenuta da guerriglia” La Repubblica.

Un buon giornalista è colui che, secondo l’art. 6 del Codice del giornalismo, riporta notizie di rilevante interesse pubblico o sociale che non contrastano con il rispetto della sfera privata. Deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione di tutti i cittadini, per questo ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile. L’obiettività per il giornalista è come la penna per lo scrittore: indispensabile. Egli non deve né può omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. Ciò è confermato dall’imperativo che i titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie. Possiamo, a tutti gli effetti, affermare che queste regole sono state rispettate quando viene scritto “Bestie in guerra hanno cercato di bruciare vivi i carabinieri. Adesso basta la sinistra non si stacca dai criminali” o quando i numeri cambiano da testata a testata o le dichiarazioni non vengono riportate? Quanto di tutto questo può essere giustificato da esigenze di impaginazione, scelte di privilegiare alcune notizie scartandone altre e quanto da specifiche direttive di tipo politico? E’ pur vero che  i commenti e le opinioni del giornalista appartengono alla libertà di informazione, parola e pensiero costituzionalmente garantita ma non si può chiamare opinione  il completo travisamento di un evento da più parti testimoniabile.

La guerra fra le testate giornalistiche e televisive è sempre più evidente. Emerge giorno dopo giorno davanti agli occhi inermi dei telespettatori incapaci di pretendere e ricevere notizie obiettive, fedeli alla realtà, vere, dovendosi accontentare, ormai, solo del verosimile. Il Tg1 si fregia dei suoi servizi di cronaca bianca mentre accusa Repubblica di fare lo stesso. Per ognuno di essi vale il “chi è senza  peccato scagli la prima pietra”. Mi domando se, in questa guerra all’informazione più libera, a rimetterci non siano, come sempre, i fruitori del servizio, chi è dall’altra parte dello schermo, chi sfoglia i giornali la mattina . Il loro diritto all’informazione verrà sempre più compromesso se non si rispetteranno regole e criteri imposti non solo dai codici ma dal senso comune di una coscienziosa società civile. Siano sempre libere e tutelate le mille e mille idee diverse e contrastanti. E’ nello spirito stesso della democrazia la molteplicità di voci e lo scambio di pensiero, così come la possibilità di scegliere da quale fonte informarsi ma, si noti bene, democrazia non vuol dire fare un uso tendenzioso del mezzo comunicativo. Il fine ultimo non dovrebbe essere quello di avvalorare posizioni politiche attraverso l’uso fazioso della parola ma presentare la realtà oggettivamente lasciando liberi i lettori di crearsi un’idea propria. Se così fosse non ci sarebbe stato il potente sviluppo dei social network visto come unico strumento di informazione condivisibile, alternativo, veramente libero.

Novella Rosania

Il calvario della crisi economica mondiale.

Le diverse stazioni della crisi e il dialogo indispensabile per uscirne.

Il nostro è il tempo della crisi generalizzata. Una crisi, i cui segni accomunano Europa e Stati Uniti, che a diversi livelli colpisce l’Europa e in questa parte del globo, l’area mediterranea. Bisogna cercare ragioni plausibili delle sfumature in contesti diversi, legati da  analoghi destini e simili manifestazioni di protesta sociale e culturale.

In un ipotetico viaggio che parte da Roma nel dicembre 2010 e si conclude a Roma nell’ottobre 2011, possiamo tracciare diverse stazioni del calvario della crisi.

1ₐ stazione: Madrid, a maggio nasce il movimento “Indignados” che presto si diffonde in Europa e a fine estate varca l’Oceano fino ad arrivare alle proteste di Wall Street.

2ₐ stazione: Londra, quartiere di Tottenham, l’uccisione di Mark Duggan, durante un inseguimento della Polizia, è il casus belli che vede bruciare le notti di mezza estate inglesi, trasformando l’opera di Shakespere da sogno in incubo.

3ₐ e 4ₐ stazione: nell’area mediterranea scioperi, cortei, e manifestazioni di esasperazione  si sono verificate ad Atene e Roma meno di un mese fa.

In ognuna delle tappe del nostro viaggio, è balzato agli occhi della ragione come il linguaggio del day after, abbia avuto come vocaboli imprescindibili: “violenti”, “facce d’angeli”, “figli di papà”, “criminali”. Vocaboli utilizzati dalla politica e dai mass media per catalogare, incasellare, imbrigliare, le manifestazioni di disagio sociale di una generazione.

Gli scontri tra giovani e forze dell’ordine sono stati descritti senza cercarne le ragioni profonde. Senza pensare che poliziotto e studente vivono la stessa crisi, la stessa incertezza economica di cui sono cavie. Cavie di responsabilità politiche ed economiche, di illegalità e corruzioni, di speculazioni finanziarie incubate nel tempo: un approccio trentennale, tollerato fino al 2001, che gradualmente ha manifestato le falle e innescato un effetto domino devastante.

L’attenzione politico-mediatica a Londra, Roma, Atene, si è focalizzata su vetrine, auto, molotov, transenne, manganelli. Poco  si è parlato delle voci dei manifestanti di Madrid e New York. Farlo avrebbe significato interrogarsi sugli aspetti della crisi: disoccupazione, assenza di progetti di sviluppo, tagli a istruzione e ricerca, tagli a pensioni e sussidi di disoccupazione.

Anche i tagli hanno una spiegazione razionale: nel dopoguerra, gli stati hanno imboccato la strada della spesa pubblica come motore della ripresa, in applicazione delle politiche economiche di stampo keynesiano. Scelta che, nei paesi in cui il ritorno sociale della politica di spesa è stata depotenziata da clientelismo, corruzione, e criminalità organizzata, ha generato la situazione di sperequazione cui si cerca ora di rimediare con una politica economica di rigore, per evitare la bancarotta.

Unica via d’uscita per la politica pare modulata su tagli e applicazione sistematica della “teoria dell’etichettamento sociale”. Le istituzioni, fuori tempo massimo nella legislazione contro le speculazioni finanziarie e la corruzione, hanno necessità di spostare l’attenzione sulla minoranza dei Bleck Bloc per depistare le vere ragioni della crisi economica.

Posto che la violenza va stigmatizzata, il potere legittimo dovrebbe interrogarsi sulle ragioni del disagio dei giovani, pacifici e violenti. Tocca alla politica ascoltare le ragioni dell’indignazione per attuare opportune soluzioni.

Qualche anno fa, lo storico francese Le Goff spiegava così la rivolta violenta nelle banlieu parigine: “L’ostilità dei giovani è rivolta anzitutto contro la polizia, poi contro il governo, infine contro l’insieme della società. È per questo che, sia pure in modo inconsapevole, scatenano il loro odio contro uno dei simboli del successo nella nostra società: l’automobile. L’atto simbolico della rivolta è incendiare le macchine”.

Dunque la violenza come strumento di rivendicazione per portare al vaglio dell’opinione pubblica un disagio celato. Il primo immancabile passo deve essere il dialogo tra cittadini e istituzioni e non il linguaggio della divisione sociale.

Enzo Fragapane