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Un caffè con Tommaso Bianco: viaggio in cinquant’anni di commedia italiana

Di Beniamino Piscopo

Tommaso Bianco non è solo un attore, un grande attore, e in mezzo secolo le testimonianze del suo talento lasciate tra cinema, teatro e televisione, non sono mancate. Ma no, non è solo questo. Tommaso Bianco è un erede. Tra gli ultimi depositari della tradizione teatrale napoletana, si formò alla scuola di Eduardo De Filippo, di cui ne divenne presto una sorta di pupillo. Dopo una carriera che l’ha visto al fianco dei più grandi protagonisti della commedia italiana, oggi, quello dell’erede, è il ruolo che Tommaso sente come il più importante. Sarà per questo che portare avanti quella scuola sembra essere per Tommaso una sorta di missione. Lo incontriamo qui a Bologna, dove da anni vive con sua moglie Cristina, compagna nella vita come sul palcoscenico. La storia che ascoltiamo è una di quelle che meritano la patente di eccezionalità, così come è eccezionale la semplicità dell’uomo che ce la racconta.

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Se da grande non fosse diventato un attore, cosa le sarebbe piaciuto essere?

Non ho mai pensato a un lavoro in particolare, ma credo avrei trovato stimolante qualsiasi attività che avrebbe assecondato la mia passione per l’umanità. Comunque in vita mia non ho fatto solo l’attore. Per un periodo ho lavorato come sottoufficiale alla base militare di Grazzanise ed, effettivamente, per un pacifista convinto come me, non era l’ambiente più congeniale.

Quando ha capito di avere oltre alla passione per il teatro anche il talento?

Il talento devono certificartelo gli altri, la passione è essenziale per farti scegliere. Anzi quella dell’attore è una di quelle professioni che possono fare tutti, come in effetti avviene, con risultati spesso modesti. La mia scelta di recitare fu dettata da un’esigenza: quella di trovare una valvola di sfogo al carattere chiuso che avevo da ragazzino.

In che zona di Napoli è cresciuto?

Sono nato ad Arzano ma sono cresciuto a Secondigliano, nella periferia nord di Napoli, e, come altri nati in quel contesto sociale difficile, avevo questa spinta verso il centro di Napoli, verso la sua storia, la sua cultura, la sua vitalità. Noi della periferia riconoscevamo queste mancanze e io la città sono andato a conquistarmela. In seguito mi sono trasferito, prendendo casa alle spalle del Duomo, quasi a voler certificare questa conquista con uno spazio fisico. 

Vuole raccontarci i suoi inizi?

Tutto è cominciato nel 1968, quando conobbi Eduardo De Filippo ed ebbi l’opportunità di lavorare con lui. Quello fu il treno che ha segnato la mia vita. All’epoca Eduardo lavorava per mettere in scena la commedia “Filumena Marturano” con Pupella Maggio e suo figlio Luca. Non ci fu da parte mia una sorta di provino; con Eduardo fu tutto molto informale, sentì parlar bene di me dal critico Paolo Ricci e credo mi volle in compagnia proprio per il mio modo di essere spontaneo, oltre che per la mia passione. Con Eduardo finii per lavorarci sei anni. Insieme facemmo tutto il suo repertorio. A ripensarci oggi sembra incredibile, eppure all’epoca non provavo alcun tipo di soggezione nei suoi confronti, tra noi c’era intesa, complicità. È ovvio, da lui c’era solo da imparare, ma, come lui stesso ripeteva, era recitando che si imparava. A teatro funziona così, servono a poco le lezioni cattedratiche. 

La leggenda descrive Eduardo come un genio dal brutto carattere.

Non aveva un brutto carattere, anzi, la sua sensibilità era acutissima. E poi non poteva non essere severo nel pretendere quei sentimenti che andavano interpretati nella maniera più fedele a quanto uscito dalla sua penna.

Il ruolo più difficile della sua carriera?

Nessuno in particolare, anche perché i ruoli si scelgono in base alle attitudini caratteriali dell’attore. Ma il provino che ho fatto un mese fa per la terza stagione di Gomorra mi ha messo in difficoltà. Non nego di aver provato un certo disagio a confrontarmi con quel tipo di scrittura e di personaggi, anche se è una realtà che ho sempre osservato, per le mie origini secondiglianesi. 

Il ruolo a cui è più affezionato?

Il Pulcinella che ho interpretato accanto a Eduardo ne “Lu curaggio de nu pumpiere napulitano” di Eduardo Scarpetta.

La domanda che di solito si fa agli attori è come si entra nel personaggio. Io le voglio chiedere invece come si esce dal personaggio? Quando si convive al lungo con una maschera non si rischia poi di faticare a liberarsene?

Sì, si rischia di finire posseduti dal proprio personaggio, specialmente se gli si da vita spesso e a lungo. In un’occasione credo anche di aver manifestato sintomi di schizofrenia. All’epoca interpretavo il personaggio di Ciampa, il presunto cornuto della commedia “Berretto a sonagli”. L’ironia della vita volle che in quel periodo stessi attraversando una crisi con la mia prima moglie. In casi del genere è quasi impossibile non immedesimarsi completamente con la maschera, non foss’altro perché stai vivendo quello che stai recitando. In fondo il gioco del teatro è proprio questo, far continuare la vita sul palcoscenico.

Com’è finito a Bologna?

Non credo di esserci finito! Ho scelto questa città seguendo le orme della mia seconda moglie, Cristina, che aveva vinto, dieci anni fa, un concorso all’ospedale Maggiore. Oltre ad essere la mia compagna di vita, è da ventidue anni la mia compagna in teatro e in televisione. Con la nostra compagnia ogni anno mettiamo in scena due eventi teatrali al teatro Duse qui a Bologna, anche se mi piacerebbe riuscissimo ad esibirci in tutta la regione.

Quando vede qualcuno recitare, da cosa intuisce se si tratta di un bravo attore?

Se mi fa capire quello che sta dicendo. Insomma, se l’emozione che vuol far arrivare mi arriva. Non sono un oltranzista della tecnica, preferisco l’attore che si affida all’istinto, al vissuto, più che alle basi scolastiche. Detto questo, oggi vengono spesso ignorate anche le nozioni tecniche più elementari. Basta accendere la tv per ascoltare come comprensione e pronuncia vengano massacrate.

Un film che se potesse tornare indietro non rifarebbe mai?

Non rinnego niente di quello che ho fatto. Ogni mio lavoro è stata un’esperienza tutto preziosa, senza tralasciare poi che sono queste esperienze che mi hanno dato da vivere. Sarebbe come sputare nel piatto dove ho mangiato.

Qualche ruolo che in passato ha rifiutato e che oggi rimpiange?

Mi dispiace di avere, una volta, detto no a Nanni Moretti, soprattutto perché quel mio rifiuto fu dettato dalla pigrizia. Lui è una bella testa, sempre recettivo e disponibile ai confronti stimolanti.

Sordi, Troisi, Benigni… in cinquant’anni ha recitato con molti dei protagonisti assoluti della commedia italiana. C’è qualche regista o attore con cui non ha lavorato ma le sarebbe piaciuto farlo?

Francesco Rosi: oltre che essere un maestro era un mito ideologico per la mia generazione. Ci siamo più volte sfiorati senza mai riuscire a lavorare insieme. Con Fellini, invece, ebbi una volta un confronto. A lui non interessavano gli attori né li apprezzava particolarmente; era semplicemente alla ricerca delle facce giuste per i personaggi dei suoi sogni. Gli piaceva Mastroianni e basta. Ecco, se c’è una cosa che non ho mai amato di Fellini, era questo atteggiamento prevenuto nei confronti degli attori in generale.

Con Monicelli invece il rapporto è stato prolifico: cinque film insieme.

Mario era una persona di una vivacità creativa straordinaria e, al contempo, di una semplicità che lasciava sbalorditi. Credo perché in fondo venisse dalla scrittura. Mario nasce come sceneggiatore, non come regista, e del regista non ha mai fatto propri i vezzi da prima donna o il narcisismo cosmico. Poi era una forza della natura: Le rose del deserto, ambientato in Nord Africa durante la seconda guerra mondiale, lo ha girato interamente nel deserto libico all’età di 91 anni. Avrei dovuto recitarvi anch’io ma per alcuni miei impegni non se n’è fatto nulla. Ci demmo appuntamento al prossimo film ma il prossimo non c’è mai stato.

Secondo lei perché di Dino Risi, Monicelli, non c’è ne sono più? Perché non si fa più la commedia all’italiana? È cambiato il pubblico o è cambiato il cinema?

Tutto cambia, ma non è vero che non si fa più la commedia. Gli ultimi due film che ho fatto sono due commedie di Alessandro Siani. Certo, lavorare con lui è stato diverso dal lavorare con Luciano De Crescenzo, ma non significa che Alessandro non sia un personaggio interessante. Nella sua spontaneità ha saputo cogliere la leggerezza del momento, intercettare gli umori del pubblico. Lo stesso Troisi fu scaltro a inventarsi una maschera fatta su misura per i gusti del pubblico di allora. In fondo faceva l’imbranato giocando con il suo modo di essere. Ha fatto della sua timidezza la sua carta vincente.

Secondo lei è cambiata Napoli in tutti questi anni?

È cambiata, ma le cose spesso ci sembrano diverse perché a cambiare in fondo siamo noi. 

Cosa le manca di Napoli?

Non mi manca niente, perché la porto dentro di me. Anzi recitandola la trasfiguro in un concetto onirico, e nel sognarla la sogno come la voglio io.

Se fosse stato a Napoli avrebbe votato Lettieri o De Magistris?

Sono di sinistra perciò non potrei non votare De Magistris. Certo ne riconosco gli atteggiamenti guasconi ma in fondo mi piace per questo. Non capisco perché non mi domandi se ho votato Merola qui a Bologna: sono un cittadino bolognese oramai.

Che senso ha il teatro oggi?

La funzione del teatro, così come quella del cinema, è di stimolare l’animo delle persone attraverso le emozioni: una specie di educazione sentimentale. Oggi il teatro non se la passa bene, eppure, mai come ora, c’è un bisogno disperato di “stimolatori dell’anima”. Il nostro tempo sta distruggendo il bisogno di umanità che c’è in noi. Tutti i rapporti umani vengono oggi filtrati dai nuovi mezzi di comunicazione, per cui diviene il mezzo, e non più la persona, ciò con cui ci rapportiamo. Il teatro è anzitutto aggregazione, laddove l’alienazione è il grande male della nostra epoca. Fortunatamente siamo essere umani, e ci portiamo in dote un istinto all’aggregazione. Lo vedo da mio figlio, un bambino di otto anni: dopo qualche giorno senza stare con gli amici non c’è videogame che tenga.

Ultima domanda: dopo tanti anni, a Tommaso piace ancora il presepe a Natale?

Ma io un presepe a casa ce l’ho fisso. Ho proprio un debole per le feste, di qualsiasi tipo. Pure l’albero di Natale mi piace: si putesse, nunn’o levasse maje!      

Zanotelli: le armi? Solo un mezzo per difendere i privilegi

Alex Zanotelli

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE, “Guerra e pace” (scarica)

a cura di Alice Facchini

 “Siamo rimasti prigionieri del ‘complesso militare industriale’, per usare un’espressione di Eisenhower. L’industria degli armamenti ci obbliga a produrre sempre più armi, spendendo miliardi di euro: ecco allora che la guerra diventa inevitabile”. A parlare è uno dei più noti sostenitori del pacifismo italiano, il missionario comboniano Alex Zanotelli, tra i fondatori del movimento Beati costruttori di pace. Dopo aver vissuto in svariati angoli del mondo, ora abita a Napoli nel difficile rione Sanità, dove continua a sostenere molte campagne, da quella per l’acqua pubblica a quella sul disarmo. “A cosa serve la guerra? A difendere questo sistema malato in cui viviamo, che permette al 20% della popolazione mondiale di consumare il 90% delle risorse. Le armi ci servono per difendere i nostri privilegi”.

Nei primi anni 2000 il movimento pacifista aveva un grande fervore: il G8 di Genova, il social forum, il movimento contro la guerra in Iraq… Dopo cos’è successo?

“Non è facile dare spiegazioni del crollo del movimento pacifista, le ragioni sono molto complicate. La prima, fondamentale, è che in questo tipo di società consumistica i problemi veri valgono pochissimo, perché l’uomo è preso da un sacco di cose futili. Oltre a questo, le colpe sono anche interne al movimento, che si è frantumato. In Italia, nonostante i tentativi di unirsi, non si è arrivati a nulla, e anche oggi la disgregazione sta aumentando, invece di diminuire. C’è poi da considerare un fattore poco sottolineato ma importante: in quegli anni, i partiti si sono intrufolati e hanno usato il movimento per i loro scopi, in particolare attraverso i forum. Questo ha generato sospetto sul movimento stesso”.

Come si può rilanciare il movimento pacifista oggi?

“Le varie realtà dovrebbero mettersi insieme e non guardarsi in cagnesco perché ognuno si sente più puro dell’altro. E poi, bisognerebbe fare uno sforzo per coinvolgere anche i credenti, le parrocchie, le diocesi… Più saremo uniti, più la nostra voce sarà forte. Oggi la situazione è gravissima, non si può più temporeggiare”.

Come si può comunicare alle nuove generazioni il pacifismo?

“Questo è un grosso scoglio, perché oggi i giovani usano un linguaggio diverso e non è facile catturare la loro attenzione su temi come questo. Ma il vero problema è che ormai i giovani sono stati risucchiati dentro al sistema capitalista. Non vedono la guerra come un problema, ma come una difesa: difesa dai terroristi, dai musulmani, difesa dal diverso. Bisogna aiutare i giovani a capire che la guerra non è mai la risposta”.

Come possiamo sostenere la pace nella nostra vita quotidiana?

“La cosa che manca è una presa di coscienza: dobbiamo renderci conto che la nostra società è essenzialmente violenta. Ormai non abbiamo più rapporti umani, sfruttiamo le persone solo quando ci servono e poi non le consideriamo più. Quindi, per portare la pace nelle nostre vite, dovremmo innanzitutto recuperare le relazioni umane, imparare ad accogliere tutti, anche il diverso. Come ricordava Vittorio Arrigoni, ‘restiamo umani’. Poi esistono anche una serie di azioni più concrete: per esempio, togliamo i soldi dalle banche armate, quelle che investono il denaro in armamenti”.

Cosa c’è dietro alle guerre mascherate da conflitti culturali, il cosiddetto scontro di civiltà?

“Non esiste nessuno scontro di civiltà, i nostri fratelli musulmani sono uguali a noi. La verità è che l’Isis l’abbiamo creata noi e la madre dell’Isis è la guerra in Iraq. Creiamo mostri continuamente, senza neanche accorgercene, e poi li fomentiamo con le nostre bombe e i nostri carri armati. Le religioni dovrebbero diventare un baluardo di pace invece che un motivo di guerra. La chiesa cattolica, per esempio, potrebbe giocare un ruolo enorme nel processo di pace, se affermasse con fermezza che ogni guerra è profondamente ingiusta e che l’unica via è quella della non violenza attiva, che ci ha insegnato Gesù”.

Quali sono le vere minacce del nostro tempo?

“La vera minaccia è il nostro sistema, non solo economico ma anche militare. Si tratta di un sistema fallato, che consuma moltissime risorse, al punto che la terra non lo regge più. Inoltre, è profondamente ingiusto: se ci fosse più giustizia sociale, non esisterebbero neanche i terroristi, che non sono altro che povera gente che non ha niente da perdere. Se vogliamo davvero raggiungere la pace, dobbiamo mettere in atto una rivoluzione culturale e spirituale, vivendo in maniera diversa. Se no finiremo per sbranarci tutti”.

Paolo Borsellino: l’intervista nascosta

Il 21 maggio 1992 Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal Plus Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi.

L’intervista fu mandata in onda da Rai News 24 per la prima volta nel 2000 ma si trattava solo di una parte di 30 minuti, quella originale è invece di cinquantacinque minuti.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parla anche dei legami tra la mafia e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

ArchivioAntimafia vi propone il video integrale, la trascrizione completa

 

Trascrizione integrale:
Fabrizio Calvì (FC): “Dunque incominciamo. Lei si è occupato di questo maxiprocesso di Palermo, cos’ha fatto signor Giudice in questo maxiprocesso di Palermo?”
Paolo Borsellino (PB): “Mah, io ero uno dei giudici istruttori. Inizialmente eravamo quattro che abbiamo raccolto le dichiarazioni di tutti i collaboratori che sono stati utilizzati in questo processo. Buscetta principalmente, ma anche tanti altri collaboratori minori che hanno dato un apporto dal punto di vista giudiziario, strettamente giudiziario, non meno consistente di quello di Buscetta. E poi ho redatto nell’estate dell’85, ho redatto il provvedimento conclusivo del processo che va come ordinanza, maxi ordinanza, sulla base della quale si è svolto poi il giudizio di primo grado”.

FC: “Conosce bene gli imputati?”
PB: “Beh, pressoché tutti gli imputati”.

FC: “Quanti sono?”
PB: “Beh, gli imputati del maxiprocesso erano circa 800. Ne furono rinviati a giudizio 475”.

FC: “Tra questi 475 ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei lo conosce? Ha avuto a che fare con lui?”

PB “Si, Vittorio Mangano l’ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxiprocesso, precisamente negli anni tra il ’75 e l’80, ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava una delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane”.

{PB al telefono: “Ah pronto, pronto, pronto… se possiamo sospendere un istante. Pronto Nino, senti volevo sapere com’è andata stamattina… si… si…”}

FC: “Tra queste centinaia d’imputati ce n’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano. Lei l’ha conosciuto?”
PB: “Sì, Vittorio Mangano l’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxiprocesso perché fra il ’74 e il ’75 Vittorio Mangano restò coinvolto in un’altra indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private che presentavano una caratteristica particolare: ai titolari di queste erano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata. L’indagine fu particolarmente fortunata perché attraverso la marca dei cartoni e attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice, si poté rapidamente individuare chi li aveva acquistati e attraverso un’ispezione fatta in un giardino di una salumeria, un negozio di vendita di salumi, che risultava avere acquistato questi cartoni si scoprirono all’interno sepolti in questo giardino i cani con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere… Ora i miei ricordi sono un po’ affievoliti, di questa famiglia, credo che si chiamasse Guddo che era stata l’autrice materiale delle estorsioni. Fu processato, non ricordo quale sia stato l’esito del procedimento, però fu questo il primo incontro processuale che io ebbi con Vittorio Mangano, che poi ho ritrovato nel maxiprocesso perché Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore appartenente a Cosa Nostra”.

FC: “Uomo d’onore di che famiglia?”

PB: “Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano (ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento, cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxiprocesso), che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane”.

FC: “E questo Mangano Vittorio faceva il traffico di droga a Milano?”
PB: “Il Mangano… Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui conversando con un altro personaggio delle famiglie mafiose palermitane preannuncia, o tratta, l’arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli. Mangano è stato poi sottoposto al processo dibattimentale ed è stato condannato proprio per questo traffico di droga. Credo che non venne condannato per associazione mafiosa, bensì per associazione semplice. Riportò in primo grado una pena di tredici anni e quattro mesi di reclusione”.

FC: “In che anno era?”
PB: “In che anno riportò questa condanna? Riportò questa condanna in primo grado nel millenovecento… all’inizio del 1988. Ne aveva già scontato un buon numero di questa condanna e in appello, per le notizie che io ho, la pena è stata sensibilmente ridotta”.

FC: “Dunque quando Mangano al telefono parlava di droga diceva cavalli?”

PB: “Diceva cavalli e diceva magliette talvolta”.

FC: “Perché se ricordo bene nell’inchiesta della San Valentino un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli…”
PB: “Si, e comunque non è la prima volta che viene utilizzata. Probabilmente non so se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare… No, questa intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene tra lui e uno della famiglia degli Inzerillo”.

FC: “Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri”.
PB: “Si, il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono incompetenti e lo trasmisero a Palermo. Io mi limitai a sollevare a mia volta un conflitto di competenza davanti alla Cassazione. Conflitto di competenza che fu accolto, quindi il processo ritornò a Roma o a Milano, in questo momento non ricordo. Conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli perché appunto non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente”.

FC: “Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono vuol dire droga?”

PB: “Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento. Tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxiprocesso per traffico di droga… Fu condannato esattamente a 13 anni e 4 mesi di reclusione più 70 mila lire… 70 milioni di multa. E la sentenza di corte d’appello confermò questa decisione del primo grado sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile riduzione della pena”.

FC: “E Dell’Utri non c’entra in queste schede?”

PB: “Dell’Utri non è stato imputato del maxiprocesso per quanto io ne ricordi. So che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano”.

FC: “A Palermo?”

PB: “Si, credo che ci sia un’ indagine che attualmente è a Palermo, con il vecchio rito processuale, nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari”.

FC: “Dell’Utri, Marcello Dell’Utri o Alberto Dell’Utri?”
PB: “Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto… cioè si parla di Dell’Utri Marcello e Alberto, entrambi”.

FC: “Quelli della Publitalia insomma?”
PB: “Si”.

FC: “E tornando a Mangano… la connessione tra Mangano e Dell’Utri?”
PB: “Si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei riferire nulla con cognizione di causa. Posso ulteriormente riferire che successivamente al maxiprocesso, o almeno all’istruzione del maxiprocesso, di questo Vittorio Mangano parlò pure Calderone che ribadì la sua posizione di uomo d’onore e parlò pure di un incontro con Mangano avuto da Calderone, credo nella villa di… nella tenuta agricola di Michele Greco. Insieme dove lo conobbe mentre si era ivi recato dopo aver compiuto un omicidio, almeno questo lo dice Calderone, assieme a Rosario Riccobono. Dello stesso Mangano ha parlato anche a lungo un pentito minore che è recentemente deceduto, un certo Calzetta, il quale ha parlato dei rapporti fra quel suddetto Mangano e una famiglia del Corso dei Mille, la famiglia Zancla i cui esponenti furono sottoposti a processo… erano tutti imputati nel maxiprocesso”.

FC: “La prima volta che l’ha visto quando era?”

PB: “La prima volta che l’ho visto…l’ho visto, anche se fisicamente non lo ricordo, l’ho visto fra il ’70 ed il ’75”.

FC: “Per l’interrogatorio?”
PB: “Per l’interrogatorio, si”.

FC: “E dopo è stato arrestato?”

PB: “Fu arrestato fra il ’70 ed il ’75. Fisicamente non ricordo il momento in cui lo vidi nel corso del maxiprocesso perché non ricordo neanche di averlo interrogato personalmente io. Comunque si tratta di ricordi che cominciano ad essere un po’ sbiaditi in considerazione del fatto che sono passati abbondantemente dieci anni, quasi dieci anni”.

FC: “A Palermo?”
PB: “Si. Si, a Palermo. La prima volta sicuramente a Palermo”.

FC: “Quando?”

PB: “Fra il ’70 ed il ’75 e dopo… cioè fra il ’75 e l’80. Probabilmente sarà stato a metà strada fra il ’75 e l’80”.

FC: “Ma lui viveva già a Milano?”
PB: “Beh, lui sicuramente era dimorante a Milano anche se risultò… lui stesso affermava di avere…di spostarsi frequentemente fra Milano e Palermo”.

FC: “E si sa cosa faceva… lei sa cosa faceva a Milano?”

PB: “A Milano credo che lui dichiarò di gestire un’agenzia ippica o qualcosa del genere. E comunque che avesse questa passione di cavalli risulta effettivamente la verità perché anche nel processo questo delle estorsioni di cui ho parlato, non ricordo a che proposito, venivano fuori dei cavalli effettivamente cavalli, non cavalli come parola che mascherava il traffico di stupefacenti”.

FC: “Si, ma quella conversazione con Dell’Utri poteva anche trattarsi di cavalli?”
PB: “Beh, nella conversazione inserita nel maxiprocesso, se non piglio errore, si parla di cavalli che devono essere mandati in un albergo… Quindi non credo che potesse trattarsi effettivamente di cavalli. Se qualcuno mi deve recapitare due cavalli me li recapita all’ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l’albergo”.

FC: “In un albergo dove?”

PB: “Ho vaghi ricordi, ma probabilmente si tratta del Plaza o di qualcosa del genere, si”.

FC: “Di che città?”
PB: “Di Milano”.

FC: “Ah, per di più!”
PB: “Si”.

FC: “E a Milano non ha altre precisioni sulla sua vita, su che cosa faceva?”
PB: “Guardi se avessi possibilità di consultare gli atti del procedimento molti ricordi mi riaffiorerebbero, ma ripeto si tratta di ricordi ormai un po’ sbiaditi dal tempo”.

FC: “Si è detto che ha lavorato per Berlusconi…”
PB: “Non le saprei dire in proposito anche se dico… debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo poiché ci sono addirittura… so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito, per le quali non conosco addirittura quali degli atti siano ormai conosciuti ed ostensibili e quali debbono rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi è una vicenda, che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene. Non sono io il magistrato che se ne occupa, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla”.

FC: “Ma c’è un’inchiesta ancora aperta?”
PB: “So che c’è un’inchiesta ancora aperta”.

FC: “Su Mangano e Berlusconi? A Palermo?”
PB: “Su Mangano credo proprio di si, o comunque ci sono delle indagini istruttorie che riguardano rapporti di polizia concernenti anche il Mangano. Questa parte dovrebbe essere richiesta a Guarnotta che ne ha la disponibilità, quindi non so io se sono cose che possono dirsi in questo momento”.

FC: “Ma lui comunque era uomo d’onore negli anni 70, no?”
PB: “Beh, secondo le dichiarazioni di Buscetta, Buscetta lo conobbe già come uomo d’onore in un periodo in cui furono detenuti assieme a Palermo, periodo antecedente agli anni ’80. Ritengo che Buscetta si riferisca proprio al periodo in cui Mangano fu detenuto a Palermo a causa di quelle estorsioni del processo dei cani con le teste mozzate di cui ho parlato prima”.

FC: “Ma Buscetta come fa a dire che Mangano era un uomo d’onore?”
PB: “Evidentemente Buscetta precisa ogni qualvolta indica una persona come uomo d’onore, precisa quali siano state le modalità di presentazione di cui lui ha parlato in generale nelle sue dichiarazioni e poi specificamente ne parla con riferimento a ogni singola persona accusata. Cioè la presenza di un terzo uomo d’onore che garantendo della qualità di entrambe le persone che si presentano, presenta l’uno all’altro e l’altro all’uno”.

FC: “E’ un rito?”

PB: “Secondo il rituale, si tratta proprio di un rituale, descritto non soltanto da Buscetta, ma descritto anche da Contorno e descritto da tutti i pentiti, descritto da Calderone e descritto da altri pentiti minori. Gli uomini d’onore non possono scambievolmente presentarsi se non vi è la presenza di un terzo uomo d’onore che già è stato presentato ad entrambi e quindi sia in grado di rivelare all’uno la qualità di uomo d’onore dell’altro. E’ un rito di Cosa Nostra del quale abbiamo trovato decine e decine di conferme”.

FC: “Lei nelle sue carte non ha la data esatta dell’arresto di Mangano negli anni ’70?”
PB: “Guardi le posso dire che non ho la data esatta dell’arresto di Mangano perché mi manca il documento. Però Buscetta parla di un incontro avvenuto nel carcere… con Mangano nel carcere di Palermo, un incontro avvenuto nel 1977. Mangano negò in un primo momento che vi fosse stata questa possibilità di incontro tra lui e Buscetta. Gli accertamenti espletati permisero di accettare che sia il Mangano che il Buscetta erano stati detenuti assieme all’Ucciardone proprio nel 1977 e probabilmente forse in qualche anno prima o dopo il ‘77”.

FC: “‘77… vuol dire che era dopo che Mangano aveva cominciato a lavorare per Berlusconi?”
(Paolo Borsellino fa cenno di non sapere o non potere rispondere)

FC: “Da quanto sappiamo lui ha cominciato a lavorare nel ’75”.
PB: “Le posso dire che sia Mangano che Buscetta… ehm sia Buscetta che Contorno non forniscono altri particolari circa il momento in cui Mangano sarebbe stato fatto uomo d’onore”.

FC: “Lei sa come Mangano e dell’Utri si sono conosciuti?”

PB: “No. Non lo so perché questa parte dei rapporti di Mangano, ripeto, non fa parte delle indagini che ho svolto io personalmente, conseguentemente quello che ne so io è quello che può risultare dai giornali o da qualsiasi altra fonte di conoscenza. Non è comunque mai una conoscenza professionale mia e sul punto peraltro non ho ricordi”.

FC: “Sono di Palermo tutti e due?”
PB: “Non è una considerazione che induce ad alcuna conclusione perché Palermo è una città, diversamente come ad esempio Catania dove le famiglie mafiose erano composte di non più di una trentina di persone, almeno originariamente, in cui gli uomini d’onore sfioravano, ufficiali, sfioravano duemila persone secondo quanto ci racconta ad esempio Calderone. Quindi il fatto che fossero di Palermo tutti e due non è detto che si conoscessero”.

FC: “Un socio di Dell’Utri, un tale Filippo Rapisarda che dice che ha conosciuto Dell’Utri tramite qualcuno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Guardi Mangano era della famiglia di Porta Nuova, cioè la famiglia di Calò. Comunque considerando che Cosa nostra è…” – (interruzione della Signora Borsellino per un’auto da spostare)-

FC: “Rifaccio la domanda: c’è un socio di Marcello Dell’Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell’Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade”.
PB: “Beh considerato che Mangano ricordo appartenesse alla famiglia di Pippo Calò, evidentemente non sarà stato Mangano…non sarà stato qualcuno del… cioè non saprei individuare chi potesse averglielo presentato. Comunque tenga presente che nonostante Palermo sia la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose… si è parlato addirittura in certi periodi almeno di duemila uomini d’onore con famiglie numerosissime. La famiglia di Stefano Bontade sembra che in certi periodi ne contasse almeno duecento e si trattava comunque di famiglie appartenenti ad un’unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, e quindi i cui membri in gran parte si conoscevano tutti e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera”.

FC: “Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?”
PB: “Rapisarda, so dell’esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato personalmente”.

FC: “A Palermo c’è un giudice che se n’è occupato?”
PB: “Credo che attualmente se ne occupi, se vi è una inchiesta aperta anche nei suoi confronti, se ne occupi il giudice istruttore. Cioè l’ultimo degli appartenenti, cioè il collega Guarnotta, cioè l’ultimo degli appartenenti al pool antimafia che è rimasto in quell’ufficio a trattare i processi che ancora si svolgono col rito… col vecchio codice di procedura penale”.

FC: “Perché a quanto pare Rapisarda e Dell’Utri erano in affari con Ciancimino tramite un tale Alamia”.

PB: “Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Dell’Utri e Rapisarda non so fornirle particolari indicazioni trattandosi, ripeto, sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente”.

FC: “Ma questo Ciancimino, ex sindaco di Palermo, è un mafioso?”

PB: “Ciancimino è stato colpito da mandato di cattura, nel periodo in cui io lavoravo ancora a Palermo presso l’ufficio istruzione, proprio per la sua supposta appartenenza a Cosa Nostra. Procedimento che si è svolto a dibattimento in epoca estremamente recente e nel corso del quale è stato condannato, conseguentemente è stato accertato giudizialmente almeno in primo grado la sua appartenenza a Cosa Nostra”.

FC: “A cosa è stato condannato?”
PB: “Non ricordo esattamente. Si tratta di una sentenza di qualche mese fa della quale comunque non ricordo… Ricordo la condanna ma non ricordo gli anni relativi alla condanna. E’ chiaro che quando si fa riferimento a Cosa Nostra dal punto di vista dell’organo giudiziario penale italiano, non viene considerato sempre necessario che la persona sia uomo d’onore all’interno di Cosa Nostra perché queste sono regole dell’ordinamento giuridico mafioso. In Italia, secondo l’ordinamento giuridico statuale si può essere condannati per 416 bis, cioè per associazione mafiosa, anche se (ndr) non appartenenti ritualmente, a seguito di una regolare e rituale iniziazione, a Cosa Nostra. Faccio l’esempio, peraltro molto diffuso nelle indagini che sono state fatte, di una famiglia che si avvale di Cosa Nostra, che si avvale per la consumazione, abitualmente, per la consumazione di taluni delitti di sangue di giovani non ancora inseriti in Cosa Nostra.. diciamo in periodi di tirocinio. Questo secondo l’ordinamento giuridico statuale, questi giovani killer che vengono reclutati da Cosa Nostra, ma non ancora ritualmente inseriti secondo la rituale cerimonia nell’organizzazione, fanno comunque parte dell’organizzazione criminosa secondo l’ordinamento giuridico statuale”.

FC: “Lei in quanto uomo, non più in quanto giudice, come giudica la fusione che si opera, che abbiamo visto operarsi, tra industriali al di sopra di ogni sospetto come Berlusconi o Dell’Utri e uomini di onore di Cosa Nostra. Cioè Cosa Nostra si interessa all’industria?”
PB: “Beh, a prescindere da ogni riferimento personale perché ripeto con riferimento a questi nominativi che lei ha fatto, io non ho personali elementi tali da poter esprimere opinioni. Ma considerando la faccenda nel suo atteggiarsi generale allorché l’organizzazione mafiosa, la quale sino agli anni ’70, sino all’inizio degli anni ’70 aveva avuto una caratterizzazione di interessi prevalentemente agricoli o al più di sfruttamento di aree edificabili, all’inizio degli anni ’70 in poi Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa.. un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole che a un certo punto diventò addirittura monopolistico nel traffico di sostanze stupefacenti… Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali naturalmente cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero. E allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nosta cominciò a porsi il problema e ad effettuare degli investimenti leciti o para leciti, come noi li chiamiamo, di capitali. Naturalmente per questa ragione cominciò a seguire vie parallele e talvolta tangenziali alla industria operante anche nel nord, della quale in un certo qual modo… alla quale in un certo qual modo si avvicinò per potere utilizzare le capacità… quelle capacità imprenditoriali al fine di far fruttare questi capitali dei quali si era trovata in possesso”.

FC: “Dunque lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessa a Berlusconi?”

PB: “E’ normale il fatto che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerca gli strumenti per potere questo denaro impiegare, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro. Naturalmente queste esigenze, queste necessità per le quali l’organizzazione criminosa a un certo punto della sua vita storica si è trovata di fronte, hanno portato ad una naturale ricerca degli strumenti industriali e degli strumenti commerciali per dover far trovare uno sbocco a questi capitali. E quindi non mi meraviglia affatto che a un certo punto della sua storia Cosa Nostra si è trovata in contatto con questi ambienti industriali”.

FC: “E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi due mondi?”
PB: “Beh guardi Mangano è una persona che già in epoca, oramai diciamo databile abbondantemente di due decenni almeno, era una persona che già operava a Milano. Era inserita in un qualche modo in una attività commerciale. E’ chiaro che era una delle persone, vorrei dire anche una delle poche persone, di Cosa Nostra che erano in grado di gestire questi rapporti”.

FC: “Però lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto, ma anche di sequestro di persona”.

PB: “Mah, tutti quei mafiosi che in quegli anni (siamo probabilmente alla fine degli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70), che approdarono a Milano e fra questi non dimentichiamo che c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali che poi investirono nel traffico delle sostanze stupefacenti, anche con i sequestri di persona. Lo stesso Luciano Liggio fu coinvolto in alcuni clamorosi processi che riguardavano sequestri di persona. Ora non ricordo se si trattasse ad esempio di quelli di Rossi di Montelera, ma probabilmente fu proprio uno di questi e diversi personaggi che ancora troviamo come protagonisti di vicende mafiose, a Milano si dedicarono a questo tipo di attività che invece, salvo alcuni fatti clamorosi che costituiscono comunque l’eccezione, sequestri di persona che invece ad un certo punto Cosa Nostra si diede come regola di non gestire mai in Sicilia”.

FC: “Un investigatore ci ha detto che al momento in cui Mangano lavorava per Berlusconi, c’è stato un sequestro, non a casa di Berlusconi però, di un invitato che usciva dalla casa di Berlusconi”.
PB: “Non sono a conoscenza di questo episodio”.

FC: “E questo sequestro fu opera insomma, fu implicato dentro un tale Pietro Vernengo”.
PB: “Ritengo possa trattarsi, anche perché non ne conosco altri con questo nome, del mafioso che è stato protagonista di alcune vicende che hanno avuto estremo risalto in stampa in questi ultimi tempi… cioè Pietro Vernengo, appartenente alla famiglia mafiosa credo di Santa Maria di Gesù che fu condannato all’ergastolo nel maxiprocesso con sentenza confermata in appello per aver…era imputato addirittura di 99 omicidi e per qualcuno di essi è stato condannato. Pietro Vernengo, personaggio che fu sicuramente uno dei più importanti del maxiprocesso fra quelli coinvolti, sia nel traffico dei tabacchi lavorati esteri all’inizio che nel traffico delle sostanze stupefacenti poi. Anzi credo che un congiunto di Pietro Vernengo sia quel Di Salvo che risultò titolare di una delle raffinerie di droga scoperte a Palermo, proprio nella città di Palermo e precisamente nella zona di Romagnolo acqua dei corsari, una raffineria che fu scoperta mentre era ancora in funzione”.

FC: “Avete detto maxiprocesso… Vernengo è stato giudicato con Mangano?”
PB: “Vernengo è stato giudicato nel maxiprocesso con Mangano”.

FC: “Loro due si conoscevano?”
PB: “Non lo ricordo se sono state fatte domande del genere o accertamenti del genere”.

FC: “Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un’avanguardia”.
PB: “Si, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che, ecco erano i ponti, le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia. Ce n’erano parecchi ma non moltissimi, almeno fra quelli individuati. Altro personaggio che risiedeva stabilmente a Milano era uno dei Bono. Credo che Alfredo Bono, che nonostante fosse capo della famiglia di Bolognetta, che è un paese vicino Palermo, risiedeva abitualmente a Milano. Nel maxiprocesso, in realtà debbo dire Mangano non appare come uno degli imputati principali. Non c’è dubbio comunque che, almeno con riferimento al maxiprocesso, è un personaggio che suscitò parecchio interesse anche per questo suo ruolo un po’ diverso da quello attinente specificatamente alla mafia militare, anche se le dichiarazioni di Calderone lo indicano anche come uno che non disdegnava neanche questo ruolo militare all’interno dell’organizzazione mafiosa. Se mal non ricordo, Calderone parla di un incontro con Mangano avvenuto in un fondo di Stefano Bontade, dove il Mangano e Rosario Riccobono sopravvenuti nel frangente, si dicevano reduci da un’operazione di sangue, o qualcosa del genere. Debbo dire che l’esito processuale però delle dichiarazioni di Calderone è stato un esito deludente poiché dal punto di vista strettamente giudiziario, cioè delle condanne con riferimento agli accusati, delle dichiarazioni di Calderone è rimasto ben poco. E’ rimasto ben poco probabilmente perchè in concomitanza con le dichiarazioni di Calderone è sopravvenuta quella dirompente sentenza, o decisione, della Suprema Corte di Cassazione, la quale ha disconosciuto l’unitarietà della organizzazione criminosa Cosa Nostra, sostenendo che trattavasi invece di tante famiglie, o tante organizzazioni, aventi ognuna una propria collocazione territoriale cosicché il procedimento derivante dalla dichiarazione di Calderone è stato spezzettato, credo in dieci o dodici tronconi, pochi dei quali restano ancora in piede e nessuno dei quali credo abbia avuto sino ad ora un esito dibattimentale definitivo e soddisfacente dal punto di vista dell’accusa”.

FC: “Dunque Mangano era uno capace di partecipare ad azioni militari?”
PB: “Secondo le dichiarazioni di Calderone si”.

FC: “Quali azioni militari non si sa?”
PB: “Mah, ripeto… Calderone parla di un incontro con questo Mangano avvenuto nel fondo di Bontade, nel quale Mangano e Rosario Riccobono si dicevano reduci di un’azione di sangue”.

FC: “Quando?”
PB: “Il periodo credo che sia un periodo di poco precedente all’omicidio di Di Cristina, quindi dovremmo essere prima del 1978”.

FC: “Subito dopo la sua scarcerazione?”
PB: “Non saprei essere più preciso perché dovrei consultare gli atti. E’ citato in questo libro di Arlacchi questo episodio. Ne parla una sola volta in questo libro… Ah, dice nel 1976. Un giorno del ’76 quindi, io ricordavo nel ’77. [PB legge: Mi trovavo nella tenuta favarella insieme a Pippo, eravamo seduti a discutere con Michele Greco]. Ecco non è Bontade, è Michele Greco, ora che…. Io ricordavo la tenuta di Bontade, mentre si tratta della tenuta di Michele Greco. […a discutere con Michele Greco quando arrivarono Rosario Riccobono e Vittorio Mangano, uomo d’onore di Pippo Calò, che avevo già incontrato a Milano. Erano venuti per informare Greco dell’avvenuta esecuzione di un ordine, avevano appena eliminato il responsabile di un sequestro di una donna e avevano pure liberato l’ostaggio]. Penso di ricordare anche a quale delitto si riferisce il Calderone. Perché in quell’epoca credo che venne sequestrata a Monreale una certa Gabriella o Graziella Mandalà, la quale qualche giorno dopo, appena otto giorni dopo ricomparve, fu liberata. E subito dopo si verificarono tutta una serie di delitti estremamente raccapriccianti, un tizio che probabilmente era sospettato di aver partecipato al sequestro fu ritrovato addirittura nella circonvallazione dentro un sacco di [interruzione] …con riferimento al suo incontro con Mangano”.

FC: “Fatto da Mangano?”

PB: “Calderone lascia capire in questo modo. Almeno da queste dichiarazioni che vedo riportate nel libro di Arlacchi. Anzi credo che Calderone cita proprio questo fatto che mi ha fatto ricordare…(interruzione)…
Dell’uccisione fatta da Liggio di due donne della quale una viene stuprata e uccisa, una ragazza di 14 anni o 15 anni, che viene stuprata e uccisa subito dopo. Si tratterebbe di un delitto analogo a quello per cui un tizio stamattina è…(interruzione).”

PB: “Ci sono tutta una serie di appunti, di schede e di computer attraverso le quali occorre però risalire alla documentazione, delle quali alcuni sono sicuramente ostensibili perché fanno parte del maxiprocesso e ormai il maxiprocesso è conosciuto, è pubblico. Alcuni non lo sono perché riguardano indagini in corso, li dovrei fare esaminare da Guarnotta per…”

FC: “No dicevo solo quei fogli di computer”.

PB: “Eh si però qualcuno di questi fogli di computer riguarda, per esempio, sta faccenda di Dell’Utri, Berlusconi, e non so sino a che punto sono ostensibili… Io glieli do, l’importante che lei non dica che glieli ho dati io… Sono soltanto…ecco questo computer è organizzato in questo modo, questo è un indice sostanzialmente perché attraverso queste indicazioni noi cerchiamo “Vittorio Mangano” ed il computer ci tira fuori tutti gli indici degli atti dove sappiamo che c’è il nome Vittorio Mangano. Però non sono gli atti, è l’indicazione di come si possono andare a trovare perché poi il processo è microfilmato, c’è lì una cosa, si cerca il microfilm e si tirano fuori. Cosa non sempre facile perché ormai ‘ste bobine microfilm sono diventate numerosissime”.

Tratto da Archivio Antimafia