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Iovine: la collaborazione di un vero pentito?

++ CAMORRA: ARRESTATO BOSS ANTONIO IOVINE ++

di Emanuele Vicinelli e Giulia Silvestri

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

A distanza di quasi quattro anni dal suo arresto, Antonio Iovine ha deciso di collaborare con la giustizia. C’è chi ha utilizzato il termine “pentito”, ma è quantomeno dubitabile che nel caso di ‘O Ninno questo termine sia completamente corretto. Ciò che risalta dalle sue dichiarazioni è il crudo ritratto dei meccanismi che fanno funzionare l’azienda camorra.

Il soprannome deriva, secondo alcuni, dalla sua partecipazione quando non era ancora ventenne, all’assalto della residenza dei Nuvoletta. Nonostante l’età, sin da subito ricoprì un ruolo di spicco all’interno del clan: era considerato il ministro dell’economia dei Casalesi. Diventò sempre più importante, contribuendo all’infiltrazione prima e al radicamento poi del clan di Casal di Principe, che si è scrollato di dosso la sua dimensione regionale per arrivare prima nel Lazio, poi in Toscana e in tutta Italia. Latitante dal 1996, riuscì a non farsi trovare per circa 14 anni, fino al 17 novembre 2010, giorno in cui venne arrestato mentre cercava di fuggire, disarmato, dal terrazzo della casa di Mario Borrata. Il 21 maggio 2014 ha deciso di diventare collaboratore di giustizia, trasformandosi in un fiume di informazioni per i magistrati.

Dal giorno in cui comunicano la loro decisione ai magistrati, i collaboratori hanno 180 giorni per raccontare tutto ciò di cui sono a conoscenza riguardo determinati delitti. Una volta trascorso questo periodo si potrà tornare sulle dichiarazioni fatte e definire i dettagli. Questo per impedire ai pentiti di centellinare le informazioni e avere così “il coltello dalla parte del manico”, come accadeva prima del 2001.

Iovine, giorno dopo giorno, sta fornendo elementi importanti. Elementi che dovranno essere provati, e a questo proposito ci sono numerose indagini. Come in ogni azienda, anche nelle organizzazioni criminali  tutto parte dai soldi. Soldi  provenienti dal narcotraffico, dalle truffe, dagli appalti statali e dalle estorsioni, reinvestiti  in varie attività commerciali: dai ristoranti alle imprese nel settore edilizio, fino ad arrivare al gioco d’azzardo.

Il boss dei Casalesi ha parlato delle interazioni tra la sua organizzazione criminale e diversi apparati dello Stato e delle istituzioni.

Iovine ha raccontato che per aggiustare un processo servivano 250.000 euro. Lui stesso pagò in alcune occasioni per ottenere assoluzioni. Questa “struttura organizzata” coinvolge giudici e avvocati. I nomi fatti dal collaboratore sono quelli di Michele Santonastaso, un tempo avvocato di Iovine, Sergio Cola, un altro avvocato assunto dal boss per difenderlo in appello nel processo Griffo, e Pietro Lignola, l’ex presidente della corte d’Assise d’Appello di Napoli avente rapporti stretti con Cola . Le dichiarazioni in questione sono state depositate in un verbale attinente al processo per le minacce a Saviano e alla Capacchione.

Le stesse sono state anche trasmesse a Roma, dove è stata aperta un’inchiesta. Lignola ha, in seguito, denunciato Iovine per calunnia e l’avvocato Cola ha smentito le affermazioni del boss.

Un altro punto fondamentale delle esternazioni del collaboratore riguarda i comuni. A Casapesenna, l’ex sindaco Fortunato Zagaria “era espressione” secondo Iovine, “del gruppo capeggiato dal boss omonimo Michele Zagaria”. Èstato anche accusato di tentata violenza privata aggravata dal metodo mafioso insieme al boss stesso, in relazione alle minacce e alle circostanze che hanno portato alla dimissione del predecessore, Giovanni Zara. ‘O ninno parla di un generale sistema in cui i sindaci, per accaparrarsi voti e finanziamenti ai fini della campagna elettorale, favorivano gli imprenditori in rapporto con i clan camorristici.

Rispetto a questi ultimi i Casalesi aspettavano che fossero gli imprenditori stessi a rivolgersi a loro, creando così un rapporto che doveva essere lungo, duraturo e stabile nel tempo. Esempio di tutto questo era il sistema di gestione dei rifiuti: tutti gli imprenditori che volevano entrare a far parte di questo business dovevano fare i conti con Michele Zagaria, l’altra faccia dei Casalesi insieme a Iovine.

Gli imprenditori vicini al clan, per essere sicuri di vincere le gare nei comuni, le truccavano riaprendo le buste in anticipo e modificando le offerte con il ribasso giusto.

Infine, per il momento, Iovine ha sottolineato che le casse del clan, nei primi anni duemila, sono state riempite con la sottrazioni di finanziamenti del Ministero dell’Agricoltura per il rimboschimento nell’alto casertano. Il Ministero, nel periodo in cui secondo Iovine era ministro Gianni Alemanno, aveva appaltato i suddetti lavori e colui che si aggiudicò gli appalti, gestiti poi per conto del clan, fu Vincenzo della Volpe.

“So benissimo di quali delitti mi sono macchiato. Sto spiegando un sistema di cui la camorra non è l’unica responsabile”. Sono queste le parole del boss, condannato in contumacia all’ergastolo nel processo Spartacus, nel processo Iovine ad un ulteriore anno di isolamento in aggiunta all’ergastolo precedentemente comminato e infine a 21 anni e sei mesi nel processo Normandia.

Quello che sta svelando uno dei criminali più pericolosi della nazione, è un “sistema completamente corrotto” del quale la camorra ha approfittato anche e soprattuto per l’assenza dello Stato a partire da quei luoghi dove, parafrasando il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la mafia dava ai cittadini come favori ciò che lo Stato avrebbe dovuto garantire loro come diritti.