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Dis-occupazione giovanile: diamoci dei numeri

Di Marialaura Amoruso

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

 “Andare camminare lavorare” cantava Piero Ciampi negli anni Settanta.
Ma a  quanto pare  oggi ci sono circa un milione di giovani che vanno, camminano ma non lavorano. Non più.
Sono i dati Istat che ce lo confermano.
I giovani occupati, tra i 15 e i 34 anni, sono diminuiti di oltre un milione di unità rispetto al 2008, passando da 7,1 milioni a 6 milioni e 56.000 nel 2011 (-14,8%). Se si considerano gli occupati italiani 15-34enni, in un solo anno, tra il 2011 e il 2010, la riduzione è stata di 233 mila unità. Se poi si guarda alla fascia d’eta tra i 15 e i 24 anni, in proporzione la discesa degli occupati tra il 2011 e il 2008 è stata ancora più forte, ed è pari al -20,5% (303 mila unità in meno).
Ad aumentare è invece la cassa integrazione: solo  a marzo è salita del 21,6%.
Il dato negativo sulla disoccupazione giovanile contrasta con la crescita degli occupati tra i 55 e i 64 anni. Negli ultimi 3 anni sono aumentati del 15%.
Ad aumentare sono principalmente le donne over 55 su cui l’innalzamento dell’età pensionabile ha inciso di più. Soprattutto dopo la sentenza della Corte di Giustizia Europea relativa alla parificazione dei criteri pensionistici tra uomini e donne.
Le occupate sono salite in tre anni di circa il 23% (+202 mila unità), mentre gli uomini sono aumentati di quasi l’11% (+174 mila).
I giovani ritrovatisi quindi senza lavoro, cadono nel cerchio dantesco dei neet, categoria non ancora individuata dal Sommo Poeta, ma che attualmente esiste: sono i giovani che non stanno studiando, non stanno lavorando né cercano un’occupazione. I neet in Italia sono il 23,24%, in Europa il 16,4%1.
Ma uno dei nodi critici dell’occupazione giovanile oggi in Italia è costituito dalla flessibilità/precarietà. Secondo l’Istat, gli occupati atipici pesano per l’11,3% sul totale degli occupati che diventano il 33,1% nella fascia 15-29 anni. Occorrono in media 5 anni perché la metà dei giovani transiti verso un’occupazione stabile.
In tutto questo è stato rafforzato il ruolo della famiglia divenuta istituto di protezione dei giovani italiani, e l’unico vero ammortizzatore sociale.  Infatti se nel 2003 i giovani (18-34 anni)  che risiedevano con la propria famiglia per motivi economici erano il 34%, nel 2009 sono passati ad un 40,2%.

Pertanto se la crisi economica ha colpito maggiormente una delle fasce più deboli quale quella dei giovani,  sarà forse vero che siamo un Paese in cui ciò che fa la differenza è soltanto scegliersi bene la famiglia nella quale nascere o tenersi buoni i genitori più a lungo possibile?.2

 

1 I dati forniti sono di “Giovani e mercato del lavoro in Italia: dinamiche e persistenze”  studio di Nicola De Luigi, docente dell’Università di Bologna, presentato in occasione del seminario “Il lavoro” del ciclo “Giovani bene comune” organizzato dalla Provincia di Bologna.

2 cit.Rosina, 2008. Perché non scoppia la rivoluzione giovanile?, Il Mulino.

 

Europa e Lavoro

Di Federico Ticchi

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Ah il lavoro, il lavoro!  Problemone che affligge quasi tutta la comunità globale, salvo il famoso 1% che si nutre dello sfruttamento altrui. Sfortunatamente credo che chi leggerà questo articolo si trovi nell’altrettanto famoso 99%, ossia quelli che come me, una volta conclusosi il proprio percorso di studi, si troverà simpaticamente gambe all’aria. Ma cerchiamo di capire, in un’ottica europea, se questo seccante ed antipatico nemico della nostra tranquillità mentale risieda solo in Italia o sia comune ai 27 Stati membri dell’UE.

Come afferma il sito statistiche della Commissione Europea pubblicato il 2 aprile 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro raggiunge il 10,8% nel febbraio di quest’anno. Nel febbraio 2011 invece il tasso di disoccupazione degli stati della zona euro era il 10%. Quindi, in 12 mesi la disoccupazione all’interno di Eurolandia è aumentata dello 0,8%. Non sono briciole di pancarrè. Ampliando il raggio d’azione della nostra ricerca possiamo vedere che anche nel resto dell’UE, in quei paesi che non hanno adottato l’euro, la situazione sia particolarmente migliore. Infatti qui la disoccupazione nel febbraio 2012 raggiunge il 10,2%, mentre nello stesso mese del 2011 era al 9,5%. Questo significa che all’incirca 24,550 milioni di abitanti dell’UE, di cui 17,134 milioni appartenenti alla zona euro, sono disoccupati. E l’UE ha una popolazione di 502,489,1 milioni di abitanti (dato del 2010). Nel 2011 i disoccupati dei 27 erano 1,874 milioni in meno, mentre tra i 17 della zona euro erano 1,476 in meno.

I dati più interessanti li notiamo osservando le tabelle che comparano disoccupazione femminile, maschile e giovanile (sotto i venticinque anni) dei diversi stati membri.

Il Belpaese presenta succosi dati. La disoccupazione maschile e femminile è al di sotto della media europea, mentre invece desta preoccupazione la disoccupazione giovanile: nell’UE dei 27 si attesta al 22,4%, mentre in Italia giunge al 31,9%. I nostri cugini iberici stanno senz’altro peggio di noi. Con una disoccupazione giovanile che supera il 50%, la disoccupazione maschile e femminile supera di 10 punti percentuali la media europea.  I lusitani sono messi meglio della Spagna, ma peggio di noi. Vedendo questi dati ho pensato alla classica Europa mediterranea, nullafacente e pigra e quindi sono andato a controllare le realtà dei cosiddetti paesi virtuosi. Lasciando perdere la Germania, che ovviamente presenta percentuali al di sotto della media UE, ho voluto controllare i numeri del Regno Unito, per il quale nutro una certa antipatia a causa del loro forte anti-europeismo, della loro lingua imposta al mondo e della guida sul lato sbagliato della strada. Cercavo, cercavo ma non trovavo dati. Infatti, nello spazio dedicato all’UK, invece dei numeri vi si trovano due asterischi che rinviano alla scritta: “Data not available”. Ergo i britannici si sono ben visti dal rendere pubblici i propri dati. Forse perché si scoprirebbe che, nonostante la sterlina, la loro situazione non sia poi tanto migliore.

Mentre invece i nostri cugini transalpini sono messi meglio di noi ma, nonostante l’asse Merkozy, sono ben lontani dai numeri tedeschi.

Riassumendo: la minor percentuale di disoccupazione la presentano Austria, Olanda, Germania e Lussemburgo. La maggiore vede come vincitrice la Grecia, seguita a ruota dalla Spagna e Cipro. Fortunatamente non saliamo sul podio.

Dati: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home