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Insegnare diritto a scuola? Sogno più che realtà

diritto

 

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it

 

 

Insegnare “diritto” alle superiori più che una realtà è diventato un miraggio, o un sogno. Da qualunque punto d’osservazione ci si pone, purtroppo il risultato non cambia. Ma cerchiamo di capirne i motivi e le difficoltà che si frappongono tra un neolaureato in Giurisprudenza e l’insegnamento stesso.
Il primo elemento è dato dal sovraffollamento della stessa cattedra (ora accorpata ad economia, per la quale occorre comunque abilitarsi). Infatti è la più ricercata tra le varie classi d’insegnamento: sia per l’elevato numero di domande, sia per i pochi posti disponibili. E la diminuzione della cattedre da riempire, rientra in quel piano di tagli e riforma della scuola che al posto di incrementare le ore di diritto nelle scuole, le ha diminuite.
Ora si potrebbe fare un commento politico sul tema in oggetto, ma si potrebbe anche analizzare il dato in relazione al grado di cultura e di responsabilità civile di questo paese.
Da sempre il Diritto e l’Educazione Civica costituiscono la spina dorsale per qualsiasi cittadino responsabile che abbia voglia di migliorare il proprio paese ( e questa dovrebbe essere la missione della scuola se ci pensiamo bene), ma ai governanti italiani pare non interessi molto avere dei cittadini educati civicamente. Con buona pace di Aldo Moro che nel lontano, ma non troppo, 1958 portò l’educazione civica nelle scuole.
Ma torniamo al neolaureato che sogna d’insegnare Diritto nelle scuole superiori.
Ad oggi, dopo aver sostenuto 26 esami di Diritto (per esperienza e conoscenza personale riporto la carriera base di un fresco laureato in Giurisprudenza all’Alma Mater Studiorum di Bologna), e uno di Economia Politica, il MIUR richiede, come requisito principale per produrre la domanda d’insegnamento e per il TFA, la certificazione di 48 crediti ottenuti per la classe di diritto e altrettanti per la classe di economia. Tolti i 9 già sostenuti obbligatoriamente (da sottolineare che non é insegnamento obbligatorio in tutte le altre facoltà di Giurisprudenza d’Italia) ne rimangono 39 da sostenere per il completamento dei crediti necessari all’abilitazione per l’insegnamento delle discipline economiche. Vanno conseguiti, in linea di massima, con l’iscrizione ai singoli corsi . A pagamento, ovviamente. E per la cronaca, ogni credito da sostenere costa in media 30 euro. Ma non è finita qui. Se consideriamo i 5 anni della laurea magistrale (con il vecchio 3 + 2 questa logica avrebbe avuto più senso), l’idea di sostenere l’ennesimo esame di Diritto, Pubblico in questo caso (classe d’insegnamento 019), metterebbe in dubbio la laurea stessa. In sostanza, o meglio, in forma, il MIUR richiede 12 crediti sostenuti in Diritto Pubblico senza riconoscere minimamente il valore di Diritto Costituzionale (classe d’insegnamento 018). Per i non addetti ai lavori si tratta sostanzialmente della stessa materia (formalmente diversa e non compatibile per via della denominazione non uguale) ma che a Giurisprudenza non viene insegnata a giusta differenza delle scuole di Scienze Politiche ed Economia, per fare un esempio. Ora é indiscusso che sia impensabile, nonché  indignante, il fatto di sostenere un esame, a pagamento tra l’altro, di Diritto Pubblico, per l’appunto. Un esame che un laureato in Giurisprudenza potrebbe/dovrebbe sostenere senza difficoltà e particolare studio date le nozioni base indicate nel programma d’esame.
Da notare, che al momento, nessuno aveva posto il problema. L’ha fatto il sottoscritto sollecitando la Scuola di Giurisprudenza di Bologna a fare il possibile per risolvere l’incompatibilità tra gli insegnamenti di Diritto Pubblico e Diritto Costituzionale ai fini del riconoscimento dei crediti finalizzati all’insegnamento del diritti nelle scuole superiori. In tutta risposta, nel giro di un mese, il Consiglio della Scuola, su proposta della sua Direttrice, la Prof.ssa Sarti, e dietro all’encomiabile lavoro della dott.ssa Gaia Fanelli, ha deliberato (lo scorso 3 luglio) in merito all’equivalenza dei crediti.
Adesso la palla passa all’Ufficio Scolastico Regionale, che valuterà circa l’ammissibilità della richiesta. Speriamo bene.

Abolizione del valore legale del titolo di studio: da quale ateneo provieni?

Di Marialaura Amoruso

 “La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti.”                                                                                                                                                        Don Milani

 Un tema sottaciuto in questi giorni è l’abolizione del valore legale della laurea. Qualcuno ne parla, ma con poca veemenza.
Il Presidente del Consiglio Monti, lo scorso Gennaio aveva dichiarato di voler affidarsi ad una consultazione pubblica per decidere le sorti di questo che sembra essere un tema spinoso per i tecnici. Così prontamente il Ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo ha lanciato una consultazione online sul sito del Ministero.
 La consultazione è composta da 4 aree tematiche per un totale di 15 domande:
  • Accesso alle professioni regolamentate (4 quesiti);
  • Pubblico impiego (6 quesiti);
  • Valutazione dei titoli di studio (4 quesiti);
  • Questioni ulteriori (1 quesito).

In una fase storica in cui si conducono ricerche sulla povertà, perché è la povertà che vediamo e tocchiamo ogni giorno, in un periodo in cui gli studenti si vedono privati delle borse di studio, unica forza su cui basavano la loro sopravvivenza, in anni in cui più di sempre i giovani che decidono di studiare fuori casa, si dividono tra lezioni, studio, lavori, qualsiasi lavoro, in nero o con contratto che sia, in questo periodo ci arriva come un meteorite, la notizia che si sta discutendo dell’abolizione del valore legale di quello che al momento rappresenta la tua meta: la laurea.

Allora ti siedi per una sosta in piazza Verdi e ti verrebbe da fermare tutti i tuoi coetanei che ti sfilano davanti con libri in mano e un fare affannato per correre da una lezione all’altra. Sì, vorresti fermarli  e dir loro “non ti affannare perché probabilmente ciò che stai inseguendo si sta volatilizzando nell’etere”.

Però poi ritorni in te e decidi di rimboccarti le maniche, e dato che Mr. Monti ha chiesto il tuo parere, vai sul sito http://www.istruzione.it/web/ministero/consultazione-pubblica e dopo aver analizzato cosa accadrebbe se si procedesse verso tale abolizione, ti accingi a compilare il questionario in modo da aver assolto anche un tuo dovere civico.

 Le 15 domande, per quanto formulate in una forma non semplice, sembrano banali, scontate.  Ma ci tocca rispondere perché siamo il Paese in cui nella  fascia 18-35 anni, sì proprio la nostra, i dati sull’occupazione e sull’autonomia giovanile sono preoccupanti: in provincia di Bologna una
ricerca svolta dalla CISL segnala che dal 2008 ad oggi, in questa fascia di età, si registra un aumento, della disoccupazione pari al 40%. Allo stesso tempo il rapporto Caritas – Fondazione Zancan, per l’Italia, indicava che il numero dei giovani tra i 25 e i 34 anni che nel 2009 vivevano con un genitore era pari al 42.4% del totale (nel 1995 era pari al 35.5%).1

Il mancato riconoscimento legale della laurea, ci appare come la strada che si sta percorrendo per dividere le poche risorse destinate all’istruzione, tra quelle poche e potenti università che formano tecnici. L’abolizione del valore legale del titolo di studio infatti, aumenterebbe la competizione tra gli atenei, creando atenei di serie A, riservate a pochi visti i costi proibitivi, e atenei di serie B, con costi molto più limitati, creando una dualità nel sistema formativo del nostro paese assolutamente dannosa per tutti quegli studenti che, non avendo la possibilità di frequentare  queste “prestigiose università”, sarebbero costretti a non poter accedere ad una formazione di qualità.

Così facendo, le persone e i candidati verranno valutati in base all’Ateneo di provenienza e non alla preparazione individuale.

Ma lo scriveva anche Don Milani in quella “Lettera a una professoressa” : “Anche al tempo del fascismo le leggi erano chiare: «Le scuole dei centri urbani e dei maggiori centri rurali sono costituite normalmente nel corso inferiore e superiore (5 anni di studio). Quelle dei minori centri rurali hanno, di regola, solo il corso inferiore (3 anni di studio)».

E quindi nulla importa se abbiamo un articolo 34 nella nostra Carta Costituzionale che recita:

“La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

 

1 Dati forniti dalla ricerca Vedere la povertà, condotta dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.