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Un uomo perbene. Vita di Alberto Giacomelli, giudice ucciso dalla mafia

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Nell’estate inquieta del 1988, la mattina del 14 settembre, viene ucciso a Trapani il giudice Alberto Giacomelli, che da più di un anno ha lasciato la toga per andare in pensione. È, a tutti gli effetti, un delitto «senza»: senza clamore, senza assassini (mai trovati), senza movente per lungo tempo, senza lapidi e celebrazioni. Un delitto senza memoria, inghiottito da depistaggi, omertà, ignoranza e, sullo sfondo, l’ombra cupa di Totò Riina. Giacomelli era presidente delle misure di prevenzione del Tribunale, un uomo defilato, silenzioso, sobrio. Uno che dietro il sipario decideva i destini economici di quei «galantuomini» e che aveva messo la firma su un patrimonio che, per volontà e in nome del popolo italiano, non doveva più appartenere alla mafia.

Lontana dalle attenzioni dei cronisti e dalle luci degli studi televisivi, la storia di Giacomelli viene ora riconsegnata alla memoria grazie ai ricordi di chi lo ha conosciuto.

 

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I ponti di cui l’Italia ha bisogno

Di Davide Tumminelli

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Il caso vuole che la discussione pubblica di una Nazione scelga, come argomento preferito per anni e anni, un ponte. Chi legge starà pensando che questo articolo arriva tardi. Nettamente in ritardo perché dall’ultima volta che qualcuno ha tirato fuori “il Ponte”, sono già passati un paio di mesi. Quel “qualcuno” nel frattempo ha anche abbandonato Palazzo Chigi. A me invece, piace pensare che questo articolo sia in anticipo. In anticipo sulla prossima ed ennesima volta, in cui #pontedimessina sarà l’hashtag trending topic su twitter per un paio di settimane.

Premessa essenziale: non è un articolo per demonizzare le grandi opere. È un articolo legato alle grandi opere. I ponti costruiti nel deserto sono inutili e in questo Paese abbiamo estremo bisogno di ponti utili. Che poi, sinceramente, dovremmo iniziare a costruire bene e a mantenere integri, i ponti piccoli ed essenziali. Inutile fare l’elenco di quelli diroccati, da nord a sud, negli ultimi tempi. Anche quello è un argomento che torna puntualmente alla ribalta ogni volta che si verifica l’evento. Se ne discute molto per giorni, poi silenzio, poi risuccede e si ricomincia, “altro giro, altra corsa”. Ma anche di questo non voglio parlare; che se ne occupino esperti, grandi giornali e rinomati giornalisti.

I ponti che realmente servono in questo paese sono astratti. Astratti non vuol dire gratis. Anche per i ponti astratti servono urgentemente un bel po’ di soldi e per questo c’è bisogno di coraggio da parte di chi quei soldi li gestisce. Di chi può realmente toglierli dallo Stretto e dirottarli altrove. Queste idee che si compongono pian piano su Word, sono apparse nella mia testa leggendo due pagine del “Venerdì di Repubblica”. Si parlava di un paesino siciliano che conosco bene. Pietraperzia, settemila abitanti, una cosca mafiosa che si fa sempre più forte (come dimostrano le ultime indagini) e il fenomeno della microcriminalità che cresce. Un paese che è raccontabile solo così secondo Repubblica. Questa è cronaca, evidente e da raccontare, per carità. Ma alla cronaca semplice è impossibile non affiancare una riflessione. Se il giornalista che ha scritto quel pezzo avesse fatto un giro più approfondito in questo piccolo paese del centro Sicilia, non avrebbe potuto che avere una sensazione di paura e impotenza; la stessa che io – cittadino di Pietraperzia – vivo perennemente. Cosa stiamo perdendo sotto gli occhi, mentre guardiamo lontano? Pietraperzia è un paese meraviglioso che conserva mille anni di storia. Ha un castello maestoso e sgretolante in cima alla collina su cui sorge. Il centro storio è un gioiello grezzo che pian piano, con l’abbandono dei residenti, si sta sfaldando. Si respira aria pulita tra i campi di grano che lo circondano. Ha tanti anziani abitanti che dentro hanno un grande museo di storie di vita. Ci sono infinite tradizioni e c’è un’umanità rara. C’è un patrimonio enorme, insomma. Un patrimonio maltrattato e ignorato dallo stesso Stato che dovrebbe salvaguardarlo. Un patrimonio che senza investimenti concreti, senza politiche lungimiranti e coraggiose di ampio raggio, perderemo a breve.

Non è un fenomeno relegato alla Sicilia. Che qualcuno andasse a Gergei, nel centro della Sardegna. Anche quello è un luogo magico. Un contenitore di bellezza unico. Qui gli abitanti sono molti meno perfino di Pietraperzia e calano ogni anno. I pochi giovani partono per studiare e non tornano. Non tornano perché Gergei offre poco o nulla. Non hanno scelta. Tra poco Gergei potrebbe diventare un paese fantasma. Lo rimpiangeremo in tanti però, forse inconsapevolmente, quando ci ritroveremo tra lo smog e il traffico di una grande città e chiudendo gli occhi immagineremo di essere in un posto simile.

Non è un fenomeno nemmeno limitato al centro-sud. Civitella di Romagna è un paesino della provincia di Forlì-Cesena. Altro luogo meraviglioso. È mediamente vicino a tante grandi città del centro-nord e lì intorno dovrebbero conoscerlo tutti. Un’ora passata tra le sue stradine strette, tra i suoi vicoli in cui ho trovato anche un mercatino dell’usato improvvisato, tra la simpatia immensa dei suoi abitanti e tra il verde che lo circonda, è un’esperienza rigenerante.

È un’esperienza che potrebbe benissimo essere allargata alle periferie. Se a Scampia, che in questi giorni fa litigare Saviano e De Magistris, ci fosse stato un piano di riqualificazione concreta e di investimenti una decina di anni fa, oggi potrebbe essere uno dei luoghi più belli d’Italia. Un luogo dove poter toccare con mano la napoletanità; altro bene da salvaguardare. Simpatia, accento, modo d’essere, allegria, che sono inevitabilmente sbiaditi e recitati nel centro turistico, lì sono veri e puri. Scampia come le periferie di Torino, Roma, Bologna, Palermo, Catania. Come quelle di Milano, che dovrebbero smettere di essere dormitori e iniziare a essere centri di vita. Perché lavorare è inutile se non si ha tempo da dedicare a una dose di bellezza giornaliera.

Sono passati anni da quando Renzo Piano rilanciava un piano di intervento nelle periferie, esaltandole. Ricordo di averci fatto un tema in prima o seconda superiore. E nel frattempo cos’è successo? Nulla! Negli anni, tra centro e periferie si è continuato a costruire muri e non ponti. In Italia come nel resto d’Europa, e il fenomeno del terrorismo ne è un esempio lampante. Non si integra, ma ci si guarda da lontano. Sono tutti enormi errori di valutazione.

Apriamo gli occhi e iniziamo a investire nei ponti astratti. Quelli che scambiano lavoro, servizi e sicurezza, con umanità, storia e bellezza. Investiamo qui. Facciamolo il prima possibile, perché stiamo perdendo un qualcosa di inestimabile. Lo stiamo perdendo per sempre. E poi, dopo aver fatto questo e averlo fatto bene, potremo pensare a dei ponti concreti. Si dovrebbe iniziare da quei ponti e quelle opere che limiterebbero le difficoltà enormi di spostamento, che si incontrano soprattutto da Roma in giù. Il caso delle 14 ore che occorrono oggi, per spostarsi in treno da Trapani a Siracusa (360 km) è emblematico. Occorre prima garantire l’anima e l’essenza dell’Italia, poi dar coerenza e dignità ai suoi servizi e alla fine, solo dopo aver fatto ciò, si potrebbe pensare a un’opera accessoria e dispendiosa come il ponte sullo Stretto di Messina. Solo allora lo si potrà percorrere a cuor leggero per andare a vedere, sentire e odorare, senza odissee assurde, Pietraperzia, la Vucciria, Scampia e tanti altri piccoli tesori insensatamente sconosciuti.

 

*Foto di Sebastiano Filippo Salerno

 

Il primo martire di mafia. Il nuovo libro del nostro Salvo Ognibene

Copertina small- Il primo martire di mafia

E’ stato pubblicato in questi giorni il nuovo libro di Salvo Ognibene, già autore del saggio “L’eucaristia mafiosa – La voce dei preti”“Il primo martire di mafia – L’eredità di Padre Pino Puglisi”, è stato scritto a quattro mani con Rosaria Cascio, che con il beato palermitano ha instaurato un rapporto di amicizia terminato solo con l’uccisione del sacerdote per mano mafiosa e di cui ricorrerá l’anniversario della nascita e della morte proprio il prossimo il 15 settembre.

Il libro, già nella top ten dei 10 libri più venduti nelle librerie cattoliche secondo Toscana Oggi, è stato pubblicato per le Edizioni Dehoniane, casa editrice cattolica che, nata subito dopo il Concilio Vaticano II, conta oggi più di 3.000 pubblicazioni e tante firme illustri trova nella prefazione di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, una sorta di spinta ad essere coerenti perché ciò che viene ereditato va meritato e custodito. Anche e soprattutto in questo caso.

Il libro si interroga su cos’è cambiato dopo la morte di padre Pino Puglisi, ucciso a Palermo da Cosa nostra il 15 settembre 1993 per il suo impegno evangelico e sociale? Il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia, proclamato beato nel 2013, ha lasciato una sfida da raccogliere: l’elaborazione di una pastorale più vicina agli ultimi e capace di fronteggiare i fenomeni mafiosi, soprattutto quelli di natura culturale. Dalle parole di condanna di Giovanni Paolo II a quelle di scomunica di Papa Francesco si è realmente passati, nella Chiesa, «dalle parole ai fatti»? I sacerdoti e le comunità cristiane sanno come comportarsi in modo evangelico di fronte alla prepotenza mafiosa? Esistono esempi di buone pratiche cristiane, che potrebbero essere riprodotte in contesti simili?

In occasione dell’uscita del libro viene lanciato il sitowww.chiesaemafia.it

Referendum NoTriv – numero 30 | Aprile 2016

In questo numero:

- IL QUORUM DELL’INFORMAZIONE | Giulia Di Martino & Giovanni Modica Scala

- REFERENDUM 17 APRILE: ISTRUZIONI PER L’USO | Giulia Silvestri

- ALLA RICERCA DEI QUESITI PERDUTI | Ilaria Bianco

- IL REGIME DELLE ROYALTIES | Pietro Dommarco

- UNA POSSIBILE SVOLTA PER IL MODELLO ENERGETICO ITALIANO | Intervista a Nicola Armaroli | a cura di Milena Rettondini

- AMBIENTE E BIODIVERSITÀ: QUALI RISCHI CORRIAMO? | Rossella Baldacconi

- C’È CHI DICE NO | Intervista a Giannantonio Mingozzi | a cura di Stefano Fornito

- NOT IN MY BACKYARD. Voci dai territori

Basilicata | Pietro Dommarco

Abruzzo | Alessio di Florio

Puglia | Francesco Caroli

Sicilia | Olga Nassis

- IO VOTO FUORI SEDE

Impaginazione: Giulia Di Martino  |  Copertina: Flavio Romualdo Garofano  | Vignette: Guglielmo Manenti