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Numero 22 Marzo 2014

Storia di uno studente

Vi ricordate il nostro numero “I want you bamboccione” ? (lo trovate qui)

 

Abolizione del valore legale del titolo di studio: da quale ateneo provieni?

Di Marialaura Amoruso

 “La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti.”                                                                                                                                                        Don Milani

 Un tema sottaciuto in questi giorni è l’abolizione del valore legale della laurea. Qualcuno ne parla, ma con poca veemenza.
Il Presidente del Consiglio Monti, lo scorso Gennaio aveva dichiarato di voler affidarsi ad una consultazione pubblica per decidere le sorti di questo che sembra essere un tema spinoso per i tecnici. Così prontamente il Ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo ha lanciato una consultazione online sul sito del Ministero.
 La consultazione è composta da 4 aree tematiche per un totale di 15 domande:
  • Accesso alle professioni regolamentate (4 quesiti);
  • Pubblico impiego (6 quesiti);
  • Valutazione dei titoli di studio (4 quesiti);
  • Questioni ulteriori (1 quesito).

In una fase storica in cui si conducono ricerche sulla povertà, perché è la povertà che vediamo e tocchiamo ogni giorno, in un periodo in cui gli studenti si vedono privati delle borse di studio, unica forza su cui basavano la loro sopravvivenza, in anni in cui più di sempre i giovani che decidono di studiare fuori casa, si dividono tra lezioni, studio, lavori, qualsiasi lavoro, in nero o con contratto che sia, in questo periodo ci arriva come un meteorite, la notizia che si sta discutendo dell’abolizione del valore legale di quello che al momento rappresenta la tua meta: la laurea.

Allora ti siedi per una sosta in piazza Verdi e ti verrebbe da fermare tutti i tuoi coetanei che ti sfilano davanti con libri in mano e un fare affannato per correre da una lezione all’altra. Sì, vorresti fermarli  e dir loro “non ti affannare perché probabilmente ciò che stai inseguendo si sta volatilizzando nell’etere”.

Però poi ritorni in te e decidi di rimboccarti le maniche, e dato che Mr. Monti ha chiesto il tuo parere, vai sul sito http://www.istruzione.it/web/ministero/consultazione-pubblica e dopo aver analizzato cosa accadrebbe se si procedesse verso tale abolizione, ti accingi a compilare il questionario in modo da aver assolto anche un tuo dovere civico.

 Le 15 domande, per quanto formulate in una forma non semplice, sembrano banali, scontate.  Ma ci tocca rispondere perché siamo il Paese in cui nella  fascia 18-35 anni, sì proprio la nostra, i dati sull’occupazione e sull’autonomia giovanile sono preoccupanti: in provincia di Bologna una
ricerca svolta dalla CISL segnala che dal 2008 ad oggi, in questa fascia di età, si registra un aumento, della disoccupazione pari al 40%. Allo stesso tempo il rapporto Caritas – Fondazione Zancan, per l’Italia, indicava che il numero dei giovani tra i 25 e i 34 anni che nel 2009 vivevano con un genitore era pari al 42.4% del totale (nel 1995 era pari al 35.5%).1

Il mancato riconoscimento legale della laurea, ci appare come la strada che si sta percorrendo per dividere le poche risorse destinate all’istruzione, tra quelle poche e potenti università che formano tecnici. L’abolizione del valore legale del titolo di studio infatti, aumenterebbe la competizione tra gli atenei, creando atenei di serie A, riservate a pochi visti i costi proibitivi, e atenei di serie B, con costi molto più limitati, creando una dualità nel sistema formativo del nostro paese assolutamente dannosa per tutti quegli studenti che, non avendo la possibilità di frequentare  queste “prestigiose università”, sarebbero costretti a non poter accedere ad una formazione di qualità.

Così facendo, le persone e i candidati verranno valutati in base all’Ateneo di provenienza e non alla preparazione individuale.

Ma lo scriveva anche Don Milani in quella “Lettera a una professoressa” : “Anche al tempo del fascismo le leggi erano chiare: «Le scuole dei centri urbani e dei maggiori centri rurali sono costituite normalmente nel corso inferiore e superiore (5 anni di studio). Quelle dei minori centri rurali hanno, di regola, solo il corso inferiore (3 anni di studio)».

E quindi nulla importa se abbiamo un articolo 34 nella nostra Carta Costituzionale che recita:

“La scuola è aperta a tutti.
L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.
I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.
La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.”

 

1 Dati forniti dalla ricerca Vedere la povertà, condotta dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna.

Servizi sociali:c’era una volta una legge…

di Laura Pergolizzi

C’era una volta una legge. Nata nel 2000, il suo nome era Legge – quadro per la realizzazione del  sistema integrato di interventi e servizi sociali”, ma tutti preferivano chiamarla “la328”. Di simili  non se ne vedevano  in giro da 110 anni, da quella lontana legge Crispi del 1890.
 Già dalle prime righe faceva ben sperare, ponendosi come attuativa di quegli  articoli della Costituzione tanto centrali quanto delicati. Si ispirava al principio solidaristico, sollevava il problema dell’  uguaglianza sostanziale,  forniva gli strumenti perché quell’articolo 38 secondo cui “ Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale” non restasse nell’ombra.
 IL suo avvento segnò un grande momento per la storia dei servizi sociali, ovvero per la storia di “ tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia”.
 L’assistenza non era più vista come un’attività destinata ad affiancare il disagio, ma ad eliminarlo all’origine attraverso l’utilizzo di fondi economici, strutture idonee,  soggetti aventi competenze professionali riconosciute. Cambiò la prospettiva. Dall’imposizione delle decisioni dall’alto si passò alla condivisione della questione a tutti i livelli: a livello dello Stato, delle regioni, degli enti locali, in nome del principio di sussidiarietà; al livello dei cittadini, parte necessariamente attiva per la rimozione dei disagi sociali. Tutti coinvolti.

Tante belle parole?Non solo. Erano persino previsti Fondi per le politiche sociali, fondi per la non autosufficienza, fondo per le politiche della famiglia, fondo affitti, fondo per le politiche giovanili. Fondi, finalmente soldi “veri”.

Quando arrivarono i primi finanziamenti per il Fondo nazionale per le politiche sociali, tutti ne furono lieti. Quanti mattoni per le nuove strutture, quanti progetti, quante tasse universitarie versate da chi aveva visto nell’assistenza sociale come il porto sicuro illuminato dalla 328, quella bellissima legge.

Tutto bene, fino al 2006.
I riflettori accesi fino a quel momento sulla legge dalle meraviglie iniziavano ad illuminare altre questioni.
In quell’anno erano stati destinati   circa 16.000.000.000 euro al fondo nazionale per le politiche sociali, l’anno dopo un po’ meno, e l’anno dopo anche. In modo impercettibile, così che nessuno potesse lamentarsi per quella manciata di euro in meno. Così la legge festeggiò l’undicesimo anno di età, e allora si pensò che circa 913.500.000 euro fossero sufficienti per fare tutto.
 E mentre i ministeri pensavano a fare i conti con la crisi, i fondi per i progetti di affido familiare, l’area della tutela dei minori, l’assistenza domiciliare alle persone disabili vacillavano insieme agli operatori, stanchi di lavorare gratis, e ai neolaureati, che trovano uno spazio esclusivamente nell’area del volontariato. Lasciati soli da tutti perché ci sono problemi più importanti di questi, perché “dispiace per i più deboli ma bisogna stare dentro i numeri”, perché c’era “ la crisi”.E la 328 non era più un porto tanto sicuro. Non era poi tanto forte da farsi rispettare fino in fondo. Era tanto “bella”, però.