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Numero 22 Marzo 2014

Storia di uno studente

Vi ricordate il nostro numero “I want you bamboccione” ? (lo trovate qui)

 

Una vita scomoda: Pio La Torre

Di Giulia Silvestri

Da “Cosa Pubblica” (il mensile di aprile sui beni confiscati) clicca

“Omicidi come quello di Pio la Torre sono fondamentalmente da ritenere di natura mafiosa, ma al contempo sono delitti che trascendono le finalità tipiche di un’organizzazione criminale, anche se del calibro di Cosa Nostra. Qui si parla di omicidi politici, di omicidi, cioè, in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica: fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti”. Così Giovanni Falcone vedeva l’omicidio di La Torre.

Ma Pio La Torre chi era? Spesso di lui si conosce solo la proposta, poi legge, che lo ha condannato a morte.

Tra gli anni ’40 e gli anni ’50 lottò per l’applicazione dei decreti Gullo, che garantivano ai braccianti più diritti e più terre da coltivare, e che non venivano riconosciuti dai proprietari terrieri siciliani. Fu, prima, funzionario della Federterra, poi responsabile giovanile della Cgil e in seguito responsabile della commissione giovanile del Pci.

Erano gli anni di Placido Rizzotto, rapito e ucciso, e di Epifanio Li Puma, anch’egli assassinato: gli anni in cui i soprusi dei latifondisti non erano più accettati in silenzio. Poco dopo anche Salvatore Carnevale, che si batteva per gli stessi diritti, fu ammazzato.

Erano gli anni delle reazioni dei contadini, che guidati dai sindacalisti occupavano le terre non coltivate. Pio La Torre, nel frattempo, era diventato membro del Consiglio federale del Pci, che diede il via all’occupazione delle terre stesse.

Durante una di queste operazioni, a Bisacquino, i contadini, e con loro La Torre, furono arrestati: ci fu uno scontro tra le forze dell’ordine che spararono sui braccianti, e i contadini che in risposta lanciarono sassi sui poliziotti; La Torre fu accusato di aver colpito un tenente con un bastone. Era innocente, ma rimase in carcere per un anno e mezzo, prima che la verità venisse a galla.

Uscito dal carcere ricoprì vari ruoli tra la camera confederale del lavoro e la regione siciliana, poi arrivò il periodo da parlamentare a Roma.

Qui, Pio La Torre, continuò la sua lotta per i contadini siciliani, con la partecipazione alla Commissione bilancio e programmazione agricoltura e foreste, e a quella per l’esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno.

In seguito fece parte della Commissione antimafia, luogo in cui combatté la sua più grande battaglia. Collaborando con Cesare Terranova redasse la relazione di minoranza della Commissione, che spiegava i legami tra Cosa Nostra e uomini politici.

Grazie alla sua esperienza, accresciutasi tra sindacati e politica, La Torre propose, insieme a Virginio Rognoni, la punibilità del fenomeno mafioso e la confisca dei beni per i condannati a quello stesso reato.

L’innovazione che questa proposta di legge avrebbe portato, colpì il cuore della criminalità organizzata di quegli anni, tanto che il 30 Aprile del 1982, dei killer uccisero Pio La Torre e Rosario Di Salvo, col quale stava andando alla sede del Pci.

Fu solo dopo l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro, avvenuta i primi giorni di settembre, che il Parlamento, spinto dalle proteste e dall’indignazione dei cittadini, adottò questa scomoda legge.

La legge Rognoni-La Torre entrò in vigore il 13 settembre di quello stesso anno.

Nasce l’art. 416 bis.

Nasce giuridicamente per la prima volta l’associazione di tipo mafioso, ne sono descritte le caratteristiche comuni agli ambienti in cui tutte le mafie operano: la forza di intimidazione, e la condizione di assoggettamento e di omertà che da questa derivano.

Chi viene condannato, quindi riconosciuto come mafioso, subisce la confisca dei beni che sono serviti per commettere il reato e di quei beni che ne sono il risultato o che sono il reimpiego degli introiti illeciti.

La legge prevede anche il divieto di subappalto o di cottimo di opere riguardanti la pubblica amministrazione, senza autorizzazione della stessa: divieto voluto a causa delle infiltrazioni mafiose negli appalti, una delle attività più redditizie delle mafie.

Pio La Torre aveva avuto una grande intuizione, perché aveva vissuto il cambiamento della mafia siciliana di quegli anni, aveva imparato a conoscerla combattendola prima dal basso, faccia a faccia, e solo dopo all’interno delle istituzioni.

Un’intuizione, la sua, il cui testimone è stato raccolto da Libera, che con la raccolta di un milione di firme ha portato in Parlamento, nel 1995, una proposta di legge in cui si chiedeva il passo successivo alla confisca dei beni ai mafiosi: il loro riutilizzo sociale, la loro restituzione alla società.

Io riattivo il lavoro

Di Valeria Grimaldi

 

Da “Cosa Pubblica” (il mensile di aprile sui beni confiscati) clicca

La parola chiave è una: lavoro.

Questa la proposta lanciata dalla Cigl e sostenuta da Libera, Arci, Avviso Pubblico, Sos Impresa e altre associazioni: la legge di iniziativa popolare “Io riattivo il lavoro: misure per favorire l’emersione alla legalità delle aziende sequestrate e confiscate dalla criminalità organizzata”.

La mafia, si sa, in periodi di crisi economica e occupazionale è la prima a rafforzarsi. Dalla disoccupazione giovanile, alle imprese che non riescono ad andare avanti: punti a sfavore dello stato sociale, e tacche sempre più numerose per l’economia criminale (la più grande holding del nostro paese, con un fatturato di 170 miliardi all’anno).

Abbiamo un bacino di ricchezza sottoutilizzato e mal gestito: i beni confiscati. Secondo dati aggiornati a novembre 2012 (dati ANBSC), le aziende confiscate in via definitiva nel nostro Paese sono 1636: quelle sequestrate potrebbero essere dieci volte di più. Aumentate le confisce del 65% negli ultimi 5 anni, le regioni maggiormente colpite sono la Sicilia (37%), la Campania (20%), la Lombardia (12%), a dimostrazione del fatto che la criminalità organizzata si è insediata, ormai da decenni, anche nel settentrione del nostro paese. Il 90% delle aziende confiscate fallisce per l’inadeguatezza dell’attuale legislazione vigente.

Il punto di partenza era stato avviato, nel lontano 1996, con la legge, sempre di iniziativa popolare, portata avanti da Don Luigi Ciotti, la n.109 (Disposizioni in materia di gestione e destinazione di beni sequestrati o confiscati). Ma da quel momento in poi, nonostante le numerose sollecitazioni e proposte dal basso, non si è riusciti a creare un sistema efficiente, anzi molti passi sono stati fatti nella direzione opposta.

Le proposte inserite nel progetto vanno: dall’istituzione, presso l’Agenzia Nazionale, di un ufficio per le attività produttive e relazioni sindacali con l’obiettivo di sostegno alle aziende sequestrate e confiscate, soprattutto per quanto riguarda il livello occupazionale; alla costituzione della banca dati nazionale delle aziende confiscate e sequestrate per un miglior monitoraggio e tutela della posizione sul mercato; la tutela dei lavoratori vittime del sistema mafiosi, con un reddito garantito e il reinserimento nel mondo del lavoro; convenzioni con le pubbliche amministrazioni e sgravi fiscali (tutto il materiale formativo può essere trovate sul sito ufficiale dell’iniziativa www.ioriattivoillavoro.it).

E’ necessario, affinchè lo strumento democratico sia pienamente efficace, come stabilito dall’art.71 della nostra Carta Costituzionale, che siano raggiunte 50.000 firme di sottoscrizione: il passo successivo, spiegano i promotori, sarà la presentazione e sollecitazione in Parlamento alle attuali forze politiche affinchè questa domanda trovi risposte concrete, e non sia abbandonata in un qualche cassetto polveroso, come troppo spesso siamo stati abituati in questi anni.

“Alla prepotenza mafiosa, bisogna contrapporre un’alternativa fatta di dignità, lavoro e sviluppo. Le aziende sequestrate e confiscate possono diventare un modello per la lotta alla mafia, divenendo presidi di lavoro legale e dignitoso attraverso un impegno concreto di tutti gli attori coinvolti, istituzionali e non.

Le aziende confiscate alle mafie sono un bene di tutti”.

La silenziosa strage della fibra-killer…e la rinascita sotto le polveri!

Di Mario D’Apice

 

Ad un anno dalla storica sentenza “Eternit”, è cominciato pochi giorni fa il processo d’appello.

Il 13 Febbraio 2012 venivano condannati dal Tribunale di Torino gli amministratori De Cartier e Schmidheiny a 16 anni di reclusione per i reati di “disastro ambientale doloso” e “omissione di cautele antinfortunistiche”, negli stabilimenti Eternit di Rubiera (RE) e Casale Monferrato (AL). E’ stata così riconosciuta la più grave responsabilità per danni da asbesto (amianto).

Casale Monferrato è la città simbolo in Italia nella lotta giuridica,sociale e culturale contro l’insalubrità dell’amianto, un minerale molto comune e adoperato per le sue decantate proprietà ignifughe e capacità di resistenza, ma la cui nocività era già nota sin dagli inizi del Novecento. Infatti proprio la città piemontese è quella che a più caro prezzo ne ha pagato l’esposizione essendo una delle sedi della holding Eternit, che per diversi decenni ha prodotto e lavorato il minerale impiegando nella sua attività migliaia di lavoratori.

Le motivazioni della sentenza hanno evidenziato una condotta dolosa dei due amministratori durante le diverse gestioni degli stabilimenti. I giudici di Torino hanno ritenuto il fatto di una dimensione catastrofica perché Casale Monferrato risulta essere, dagli atti, una città in cui le polveri da asbesto venivano disperse nell’ambiente della città grazie a potenti aereatori; il trasporto su autocarri avveniva senza copertura;le tute dei lavoratori erano lavate dalle mogli o familiari che venivano a contatto con le polveri; cessione alla popolazione, a prezzi modici o gratuitamente, del << polverino>> tagliato con amianto e adoperato nella costruzione di immobili; stato di abbandono dello stabilimento in seguito alla decisione della chiusura (1986).

L’amianto si presenta sotto forma di polvere al cui interno vi sono fibre che se respirate possono causare grave patologie (asbestosi) oppure tumori (mesotelioma pleurico o peritoneale,carcinoma polmonare) andando ad intaccare le funzioni dello stesso organo-bersaglio. La dose di <<fibra-killer>> che va a sedimentarsi nel polmone innesca una patologia manifestabile a distanza anche di 30-40 anni.

Il tema dell’amianto e i danni asbesto correlati hanno avuto una scarsa attenzione dalla società civile che ne ha sottovalutato il rischio nella produzione e nella lavorazione. La fatalità o il caso fortuito allo sviluppo delle malattie professionali o degli eventi mortali causati da mesotelioma pleurico, complice un lungo periodo di latenza della malattia (dall’innesco alla manifestazione) che ne distorce la percezione del rischio.

E’ compito delle istituzioni, dei media, della comunità scientifico-medica, delle scuole e università, delle associazioni di categoria e in generale del mondo del lavoro accrescere la sensibilizzazione nei confronti del tema dell’amianto e dei suoi danni.

Questo minerale ci insegna che c’è l’urgenza di aumentare la consapevolezza del rischio nei luoghi di lavoro ed essere sempre vigili dinanzi al rischio da ignoto-tecnologico. Infatti la rabbiosa storia dell’amianto è il veicolo verso quel principio di precauzione nell’impiego e utilizzo di sostanze o tecnologie, i cui rischi per salute sono ignoti.

Basta pensare all’impiego di sostanze chimiche,apparecchi elettromagnetici,lavorazioni atomiche per far gravare sugli individui, ma sempre più spesso su intere collettività,quei rischi la cui dannosità non è ancora accertata dalla scienza.

Un esempio in tal senso,ma forse un’ emergenza reale è la futura installazione presso la comunità di Niscemi (CL) di un’antenna per il sistema di comunicazione satellitare (MUOS). Gli studi sulla nocività per la salute sono contrastanti perché non sono ancora conosciuti i rischi e per questi motivi la comunità siciliana ha dichiarato “guerra”agli U.S.A. che sta gestendo il progetto.

Pertanto, nell’utilizzo si sostanze e tecnologie che comportino rischi ignoti occorre attuare il principio della precauzione con le relative normative,soprattutto quando la prevenzione entra in crisi perché si può prevenire solo ciò che conosciamo.

 

 

Intervista a Marta Saccoletto,studentessa presso l’Università di Bologna,nata e cresciuta a Casale Monferrato. La sua famiglia è una delle oltre settecento parti civili costituite nel processo Eternit.

Marta,cosa ha significato crescere a Casale Monferrato?

Crescere a Casale ora penso significhi consapevolezza, perché adesso si parla di Eternit fin da bambini, si va nelle scuole, si raccontano fiabe sul tema. Quand’ero piccola io non era proprio così. Sapevo quali fossero le zone di Casale più pericolose, sapevo di non poter giocare in alcuni capannoni vicino alla scuola, ma non avevo percezione di quanto grande fosse questo problema, né che riguardasse così tanto la mia città. Quindi vivi la vita accanto all’amiantoe solo dopo tanto tempo comprendi cosa significhi davvero.”

Come racconteresti oggi la tua città e quale futuro prospetti?

Per raccontare la mia città dovrei toccare molti aspetti: l’Eternit, con la sua storia, le sue vittime e il suo processo è di sicuro uno di quelli fondamentali, ma non è certo l’unico, e anzi è un peccato che troppo spesso venga associata esclusivamente a questo. Casale adesso è una città vigile, si è scossa dopo che il comune aveva cominciato a trattare con Schmidheiny e ancora non si arrende. Questa battaglia l’ha unita.”

A breve inizierà l’appello alla sentenza Eternit,quali aspettative di giustizia?

Sicuramente mi aspetto che vengano riconfermate le responsabilità di chi si è arricchito su vite altrui. Ma soprattutto vorrei che i fondi promessi arrivassero. Perché a Casale si possa cominciare a parlare davvero di ricerca e di riutilizzo del territorio.”

 

Dal 1992 nel nostro Paese è stata vietata la lavorazione e la produzione dell’amianto.

In Italia. ogni anno muoiono circa 3.000 persone per malattie asbesto correlate di cui 1.200 per mesotelioma pleurico ed è stato previsto il picco di mortalità intorno al 2018-2020, visto il lungo periodo di latenza della malattia.”

A Casale Monferrato in oltre cinquanta anni sono morte circa 1.700 persone a causa dell’esposizione all’amianto e purtroppo continueranno a morirne così come in altri siti dove massiccia è la presenza della fibra killer.”