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DALLA “BEAT” ALLA “NEET” GENERATION

Di Gaspare Serra

“Se i giovani non hanno sempre ragione, la società che li ignora e li emargina ha sempre torto…”

(François Mitterand)

 

GIOVANI SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI…

 

Pillole di spending review:

N°4 LA POLITICA? IL “MESTIERE” PIÙ ANTICO DEL MONDO…
N°3 IL COSTO DEGLI “ELETTI…(leggi)
N° 2 – IL COSTO DEL QUIRINALE …(leggi) 
N° 1 – IL COSTO DELLA REPUBBLICA Dove c’è “casta” c’è Italia…(leggi)

 

Di tutto e di più si è detto sui giovani italiani (bamboccioni, sfigati, fannulloni…) ma “choosy”, francamente, nessuno se lo sarebbe aspettato, nemmeno dalla “verve” del miglior Brunetta!
Lo sport nazionale preferito da certi politici -ultimamente praticato con successo anche dai tecnici- sembra il “tiro al bersaglio dei giovani”, una gara senza regole ad offendere, umiliare, bistrattare un’intera generazione (ieri sconsideratamente cresciuta a “pane e televisione”, oggi maldestramente rabbonita con “bastoni e carote”!).
In questo surreale clima mi sono spinto ad analizzare un po’ più a fondo le cause ricorrenti del disagio giovanile, di quella cd. “generazione Y” frettolosamente liquidata dal premier Monti come “perduta”.
Da qui il saggio “Gioventù bruciata” (pubblicato sul blog “Panta Rei” clicca), di cui ti anticipo sotto i principali argomenti:
SOMMARIO:
1. L’ITALIA? NON UN PAESE PER GIOVANI…
2. ITALIA, REPUBBLICA “AFFONDATA” SUL LAVORO: L’ALLARME DISOCCUPAZIONE
3. GENERAZIONE PERDUTA: IL DRAMMA DELLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE
4. GIOVANI IN “STAND-BY”: IL FENOMENO DEI “NEET”
5. ETERNI MAMMONI? IL FENOMENO DEI “BAMBOCCIONI”
6. I “DIVERSAMENTE OCCUPATI”: GLI STAGISTI
7. VITE PRECARIE: “GENERAZIONE 1.000 EURO”
8. L’ULTIMA SPIAGGIA: LA FUGA DEI “CERVELLI”
9. L’“EQUAZIONE PERFETTA” PER USCIRE DALLA CRISI
Per leggere il dossier di Gaspare Serra cliccare il link : DOSSIER

Vita? No grazie. Basta il lavoro

Da “terra tossica” novembre 2012 (scarica)

Il ricatto occupazionale conteso al diritto alla salute.

Di Giovanni Frascella

La salute a Taranto è stata barattata con il lavoro. Sembra questo il patto che i tarantini involontariamente hanno scelto il 10 aprile del 1965, quando l’allora Presidente della Repubblica italiana Giuseppe Saragat inaugurava l’attuale impianto ILVA di Taranto.
Sono passati 47 anni da quel giorno in cui anche Taranto ha avuto il suo miracolo economico, potendo così abbandonare arcaici lavori e spettacolari paesaggi.
Oggi l’Ilva è l’elemento predominante del tessuto economico della provincia di Taranto che, come non mai, sta vivendo la crisi di questi anni. In questi mesi la procura della Repubblica locale è intervenuta pesantemente, come un fulmine a ciel sereno, sulla questione Ilva, agendo in maniera radicale e a detta di molti irresponsabile.
Per gli ambientalisti, come ormai vengono chiamati tutti quelli che non vogliono più morire di tumore ed essere sottoposti al ricatto occupazionale, i responsabili sono le classi politiche e i sindacati che si sono passati il testimone in questi anni e che non sono riusciti a risolvere una situazione che è precaria da fin troppo tempo. Infatti è ridicolo pensare che solo il 26 luglio, giorno in cui sono stati posti sotto sequestro giudiziario gli impianti, ci si è accorti che l’Ilva inquina: l’Ilva che vediamo oggi è esattamente quella di 47 anni fa.
Che a Taranto si muore per l’Ilva i tarantini lo hanno sempre saputo, ma, contemporaneamente, hanno sempre saputo che l’Ilva è sinonimo di lavoro: è di oltre 400 milioni di euro la ricchezza generata dall’indotto Ilva che conta più di 1300 piccole-medie imprese, con al seguito oltre 2000 lavoratori.
Ed i numeri dell’Ilva sono molto più grandi: 11.967 dipendenti solo a Taranto per produrre 11,3 milioni di tonnellate di acciaio (il 40% di tutto l’acciaio italiano), 200 km di rete ferroviaria, 50 km di rete stradale, 190 km di nastri trasportatori e 6 moli portuali su di una superficie di ben 15 milioni di mq.
Sono numeri che fanno impressione e che fanno riflettere, però non sono i soli. Infatti ci sono altri numeri, i numeri dell’indignazione, numeri di cui non ci si può vantare, numeri che raccontano ciò che l’Ilva ha provocato in quasi un cinquantennio di attività: 1.300 sono i capi di bestiame abbattuti per l’elevata quantità di diossina nella loro carne; 20 i km di distanza cui devono essere allevati caprini e ovini per poter consumare le loro carni; inoltre, dal 2011 l’ASL ha vietato la raccolta di “cozze” nel primo seno di mar piccolo colpendo un prodotto tipico del territorio, 637 sono i morti che la perizia della procura ha attribuito al superamento delle soglie massime di Pm10 nei soli quartieri Tamburi e Borgo di Taranto, circa 91 all’anno per i sette anni presi in esame.
Sia i primi che gli ultimi numeri ci devono far riflettere, e la domanda sorge spontanea: è giusto lavorare per morire, o meglio “vivere” senza lavoro?
Oggi, ciò che lo stato ha costruito 47 anni fa non è più un miracolo economico, ma solo un male che non ci si può permettere di estirpare, un eco-mostro che negli anni ha divorato un’intera economia fino ad avere il monopolio del lavoro.
Una riflessione importante, però, riguarda le responsabilità: se si è arrivati a questo punto non è colpa dei lavoratori e dei cittadini, loro hanno avuto un’opportunità, e poiché alla fine del mese devono sfamare la propria famiglia, l’hanno sfruttata, la responsabilità è dei politici che hanno sempre considerato l’Ilva un centro di potere, che gli avrebbe permesso di vincere le elezioni, e quindi non hanno fatto altro che “ingrassarla” ogni anno di più, fin quando non se n’è potuto più farne a meno, ed ora risulta difficile proporre una diversificazione del mondo del lavoro.
Una cosa è certa, a Taranto e provincia questa situazione non può più andare bene; la voglia di cambiamento non manca.

Poniamoci qualche domanda sull’istruzione

Riflessioni di  un insegnante.

Di Agar Barboni

E’ un’assurdità sottoporre l’educazione alle leggi dell’economia, quando invece dovrebbe essere l’economia ad essere sottoposta alle leggi dell’educazione.
Carl William Brown

Ogni bambino, dai 2 anni in avanti, cerca di scoprire il mondo e così apprende e affina nuove abilità (ad es. parlare, costruire immagini, porre domande). Il bambino inizia ad abitare un mondo in cui tutto è nuovo e sconosciuto; cerca di ordinare gli stimoli che gli provengono da esso, costruendosi una mappa di significati stabili. Il bambino ha un bisogno vitale di mappe, che gli permettono di attribuire al lato sensoriale un senso. La lunga fase dei perché (perché si muore, cos’è l’amore, è possibile essere veramente felici, etc?) prosegue più intensa e complessa nell’inquieto e ardente periodo dell’adolescenza. Da insegnante sento spesso gli studenti chiedermi di soddisfare quelle domande, che nascono dentro i loro itinerari d’esplorazione di sé e del mondo.

Oggi mi sento nuovamente adolescente e sono io a porre alcuni ‘’perché’’.

Da molti anni il mondo dell’istruzione-apprendimento è oggetto di dibattiti e di analisi, spesso banali, talvolta seri, scientificamente fondati? Ma forse non tutti sanno che le ‘’mani” messe sull’istruzione hanno danneggiato quest’ultima con l’unico scopo di attuare dei tagli finanziari. Vi racconto questa storia ….

A noi insegnanti, per svolgere la funzione di docenti, è stato chiesto di conseguire l’abilitazione all’insegnamento tramite un corso biennale a numero chiuso, quindi con prove selettive all’ingresso, tirocinio ed esame finale (il numero dei posti disponibili per questi corsi equivaleva alla prevista disponibilità di “cattedre” nelle varie scuole). Siamo giovani che hanno scelto di dedicarsi con piacere ad un’attività culturale dentro un rapporto educativo utile alla formazione umana, cognitiva, comunicativa, creativa delle nuove generazioni. Un giorno, però, qualcuno ha deciso di cambiare la vita a molti di noi. La Riforma Gelmini, nella scuola secondaria, ha portato a numerose modifiche, tra cui il drastico taglio di ore delle singole materie e l’accorpamento delle classi. (Ad esempio la materia ‘’ Disegno e Storia dell’arte’’ è stata eliminata dai primi anni di alcune scuole, proprio in un paese che fonda la propria identità nazionale sul patrimonio storico e artistico!!). Inutile ripetere cosa ciò ha significato per noi giovani insegnanti che eravamo entrati da pochi anni nell’insegnamento. Ho visto alle convocazioni per le supplenze annuali scene che avviliscono la dignità umana. Insegnanti che chiedevano ad altri insegnanti prima di loro in graduatoria di lasciare qualche ora, altrimenti non avrebbero potuto lavorare. E questo perché il governo italiano doveva ridurre la spesa pubblica. Ai danni dell’istruzione e dei lavoratori.

Alla Riforma Gelmini  oggi s’aggiunge la ‘’grande’’ idea di istituire un concorso pubblico per l’immissione in ruolo. (Aperto anche ai laureati entro il 2002 privi di abilitazione). Ecco, torno  adolescente e mi chiedo perché, qual è il senso? Nella mia logica qualcosa non quadra. Il puzzle non si compone. Se ci sono dei posti disponibili per le immissioni in ruolo, perché non stabilizzare gli insegnanti che sono nelle graduatorie in quanto abilitati all’insegnamento, i cui meriti sono già stati ampiamente certificati (avendo seguito il corso biennale abilitante a pagamento e a numero chiuso) e che hanno anche maturato anni di esperienza nelle scuole? Se l’obiettivo del concorso è selezionare insegnanti qualificati, chi è più qualificato di noi che abbiamo i titoli e anche l’esperienza? Perché permettere anche ai laureati entro il 2002 privi di abilitazione di accedervi? E poi, dato che il test preselettivo al concorso è organizzato mediante domande di logica, informatica, inglese, comuni ad ogni materia, mi chiedo, essere ‘’qualificati’’ significa per un insegnante di storia dell’arte dover rispondere correttamente a domande non inerenti al proprio campo professionale? Altra proposta recente è stata quella di aumentare le ore d’insegnamento ad ogni docente di ruolo, non per garantire agli studenti più ore di italiano, matematica o storia dell’arte, ma per aumentare il numero di classi a carico di ogni docente, con la conseguenza di riduzione dei posti di lavoro, senza alcun aumento della qualità del servizio.

Ancora. Perché la mia e la vita di molti cittadini italiani deve essere modificata da altri? Ad una persona improvvisamente viene detto ‘’tu non puoi più andare in pensione’’. La risposta imminente: ‘’scusi, perché?’’. Replica sottintesa: ‘’perché è così’’. Punto. Ad un’altra persona viene detto che, dopo tutti i sacrifici sostenuti, l’impegno profuso e oggettivamente accertato, la motivazione etica al raggiungimento di fini formativi d’interesse comune, “ tu non insegnerai più’’. Punto.

In questo oggi, che è la radice del nostro domani, non c’è spazio per ragionamenti ampi e articolati, tutto è ridotto a banali slogan (es. meritocrazia; che merito ha un rampollo che eredita una patrimonio familiare?) non c’è ascolto. Si sta creando una generazione delusa, emarginata, umiliata, perché sembra che studiare, credere nei propri progetti, impegnarsi per raggiungerli, non serva a nulla. Sono energie sprecate, perché qualcuno può decidere con leggi o decreti di cambiarti la vita, togliendoti il lavoro in cui hai creduto. E’ proprio vero che ieri il futuro era una promessa ed oggi è una minaccia! Permettetemi un’ultima riflessione.

La mia autonomia di persona è inviolabile, garantita dalla Costituzione Italiana, quindi non voglio che il potere politico ed economico s’intromettano nella mia vita, per determinarla secondo interessi che non sono comuni. Pertanto la mia voce così piccola e indifesa a confronto di leggi e decreti, grida ‘’giù le mani dalla nostra vita e giù le mani dall’istruzione che già è stata abbondantemente devastata!’’.

Messico e tantissime nuvole

di Federico Ticchi

Lo scorso primo luglio, oltre la tremenda e bruciante sconfitta dell’Italia agli Europei di Calcio, vi è stato un altro evento degno di nota, che rappresenta l’ennesima vittoria politica dei poteri forti rispetto al tentativo di cambiamento che è sempre presente ma che non riesce mai ad imporsi politicamente. Gli Stati Uniti del Messico hanno consegnato il loro governo a Peña Nieto, candidato del PRI (Partito rivoluzionario istituzionale?!scusate ma faccio fatica a capire come possano andare a braccetto gli aggettivi rivoluzionario e istituzionale), dopo dodici anni di governo del PAN, espressione della destra messicana, che prima con Fox e poi con Calderon ha prodotto solo disastri.

Il PRI, che ha governato il paese ininterrottamente dal 1929 fino al 2000, è quel partito di governo che ha permesso un’espandersi devastante della corruzione. Della povertà, del malaffare, del clientelismo, fautore del principio “vivi e lascia vivere”, che ha permesso ai cartelli di droga di progredire ed arricchirsi senza problemi e spesso con la partecipazione diretta dei vari governi (Nieto è sponsorizzato dall’ex premier Salinas, non certo famoso per aver contrastato i narcotrafficanti).

Chiedo alla mia amica Ana Velazquez di Aguascalientes (piccola regione nel centro del Messico), recentemente laureatasi in Giurisprudenza, che ne pensa di questa situazione, e come sono messi i giovani nel paese.

 

D: Le elezioni presidenziali sono appena state vinte dal candidato del PRI Peña Nieto, la cui percentuale si attesta sul 37%, contro il 32% di Obrador, candidato della coalizione di sinistra. Che cosa significa questo ritorno al potere del PRI per i giovani messicani?Più sicurezza, più possibilità di trovare lavoro? E come si muoverà questo governo nella lotta ai narcos, dopo il terribile disastro provocato da dodici anni di governo della destra?

R: Per gran parte dei giovani messicani, prevalentemente universitari, la vittoria del PRI rappresenta una regressione, un ritorno al passato fatto di corruzione e clientelismo. In queste elezioni si definiva “il nuovo PRI”, ma in realtà era solo una strategia di mercato, perché il “nuovo PRI” continua ad essere il medesimo di sempre, che ha governato ininterrottamente per più di settanta anni. Un partito che rappresenta frodi, oppressioni, abuso di autorità, furti, omissioni, discriminazioni. Nel 2000 il popolo messicano, stanco del PRI, decise di eleggere Vicente Fox, candidato del Partido de Accion Nacional (Pan). Nel 2006, a Fox successe Calderon, dello stesso partito, che vinse con uno scarto minimo nei confronti di Obrador, candidato del  Partido dela Revolucion Democratica (PRD). In quanto su queste elezioni aleggiava il sospetto di brogli, Calderon decise di impostare la sua politica principalmente nella “guerra ai narcos”. Questa decisione risultò essere non solo una disfatta politica a livello nazionale e mondiale, ma anche un disastro umano che costò la vita a più di 60.000 persone.  Oggi il Messico aveva tre opzioni: riprovare con il PAN nonostante la comprovata incapacità politica, riconsegnarsi al PRI nonostante la provata corruzione, oppure affidarsi alla novità, che ha fatto tanto bene per quanto riguarda l’amministrazione locale di Città del Messico (la capitale), che governa dal 1998. Sfortunatamente, i messicani hanno preferito ritornare al PRI. Per quanto riguarda la mia persona in quanto giovane, il panorama è estremamente incerto, sia dal punto di vista del lavoro, poiché Peña Nieto non ha definito la sua direzione sul tema, neppure per quanto riguarda la piaga del narcotraffico.

 

D: Peña Nieto viene definito come il candidato delle televisioni. Che mi puoi dire? I media sono imparziali, o c’è un sistema corrotto, in grado di imporre un proprio candidato dimostrando la propria influenza a livello politico? E che importanza hanno nella vita politica e sociale del Messico le reti sociali?

R: La nostra emittente televisiva più importante è Televisa, creatrice di numerose telenovelas che hanno tenuto incollati allo schermo milioni di messicani. E’ un’emittente gratuita, e si può vedere in tutto il paese senza pagare, quindi arrivando anche ai ceti più poveri. Fin da quando Peña Nieto fu governatore dello Stato di Messico (regione che comprende la capitale), Televisa lo ha pubblicizzato senza sosta, menzionando, nei propri notiziari, le cose buone che faceva nel suo governo, e omettendo invece la cattiva amministrazione (durante il suo mandato di governatore, ci fu il più alto numero di donne assassinate, casi di corruzione, debito alle stelle e frodi).  Inoltre, nel 2010 Peña Nieto si è sposato con Angelica Rivera,una delle attrici più popolari di Televisa e protagonista di molte telenovelas. In questa maniera ha aumentato notevolmente la propria popolarità, perché in Messico c’è molta gente che orienta il proprio voto in base alle telenovelas rispetto che ai notiziari. E poi è anche “guapo”, quindi è il candidato perfetto per la televisione!

Le reti sociali sono state molto utili, perchè hanno permesso che abitanti alle estremità del Paese potessero tenersi in contatto e contrastare il monopolio informativo di Televisa. Inoltre, grazie ai social networks è nato #yosoy132  un movimento di giovani studenti che desiderano un Messico più democrático, più partecipativo, esigendo che i media siano imparziali. Ovviamente questo movimento contrasta il PRI e ciò che rappresenta.
D: In termini generali, come si pone la questione lavoro di fronte ai giovani messicani? Qui in Europa la situazione è pessima, non riusciamo a scorgere nè a pianificare minimamente il nostro futuro. Voi avete la possibilità di realizzare i vostri sogni?

R: Secondo cifre ufficiali la disoccupazione in Messico si attesta al 9,6%. Tuttavia c’è da considerare la frequente esistenza di sottoimpiego, come laureati che per portare a casa il pane devono condurre taxi. Inoltre, una grandissima quantità di giovani varca il confine per approdare negli Stati Uniti, alla ricerca di un futuro migliore. In conclusione, trovare un lavoro all’altezza delle proprie aspettative e ben retribuito è ogni giorno più difficile. Sfortunatamente molti giovani hanno visto nel narcotraffico una possibilità per fare soldi. Da piccolissimi cominciano a vendere droga ed a infiltrarsi nei “cartelli” messicani. Ovviamente questo è la conseguenza di una mancanza di opportunità lavorativa e la necessità di ottenere denaro in tempi rapidi per sopravvivere. Ci sono molti lavoratori a nero, senza diritti ma anche senza doveri, che non pagano tasse, quindi si crea una situazione di evasione fiscale che produce delle disuguaglianze. Certo che c’è la possibilità di ottenere il lavoro desiderato medianti studio e sforzi, ma al tempo stesso è frequente che gli impieghi vengano assegnati grazie a contatti politici, sindacati, corruzione. Un’altra opzione lavorativa che sta prendendo piede da noi vede come protagonisti giovani messicani che creano “micro imprese” per darsi lavoro, oppure lavorando come freelance. Questa però è evidentemente una situazione di precarietà. Un grosso problema del mio paese è che l’offerta formativa è molto ridotta. Secondo dati della Segreteria dell’Educazione Pubblica, solo 32 messicano su 100 hanno accesso all’università (secondo me sono molti meno). Le borse di studio sono pochissime e quindi la maggior parte degli studenti universitari deve lavorarsi per pagarsi gli studi, il che evidentemente conduce ad uno studio minore e soprattutto peggiore. I giovani messicani possono realizzare i propri sogni. E’ difficile ma non impossibile, bisogna considerare diverse opzioni, bussare molte porte, cadere e rialzarsi più e più volte senza perdere mai la speranza.

 

D: Tu lavori in un centro che si occupa di diritti umani. Come si comporta il Messico a proposito di questo tema?

R: Ancora non lavoro, ma il primo di agosto comincerò a lavorare presso la Comision Estatal de Derechos Humanos, che è un organismo che controlla che le istituzioni statali rispettino i diritti umani. Io lavorerò nella commissione di Aguascalientes, che è la città dove vivo. Diciamo che in Messico la situazione del rispetto dei diritti umani non è buona. Ogni giorno veniamo a conoscenza di violazioni dei diritti umani da parte sia delle autorità che dei privati. Sicuramente c’è stato un netto miglioramento negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la libertà di espressione. Nell’agosto del 2011 la nostra Costituzione ha subito una riforma, che prevede un’equiparazione dei trattati internazionale in tema di diritti umani alla Costituzione. Nella medesima riforma si obbligano le autorità a rispettare i diritti umani ed anche il sistema penitenziario dovrà rispettare i diritti umani dei detenuti.

 

D: Hai vissuto per sei mesi in Europa: che differenze hai osservato tra la vita dei giovani europei e quella dei giovani messicani?

R: Questa è una domanda difficile, perché il Messico è uno Stato nel quale convivono molti popoli differenti, quindi non si può parlare dei “giovani messicani”. Un giovane indio zapatista che vive nel Chiapas, un universitario di Città del Messico, una ragazza che lavora a Ciudad Juarez, una ragazza come me che vive in una piccola regione nel centro del Paese, non hanno ne possono avere lo stesso stile di vita. Io ti posso parlare dalla mia prospettiva. In primo luogo, voglio analizzare le similitudini. Come in Europa, i giovani messicani hanno sogni, voglia di trionfare, di scalare i gradini della società, di fare in modo che il nostro Paese e il mondo divengano un luogo più giusto, degno, pacifico, senza guerra, dove si rispettino la vita e l’ambiente. Quando in Europa ti presenti ad un’altra persona, e dici che sei messicano, subito voi vi immaginate un ragazzo che vive nel diserto solo insieme a un cactus, che porta il sombrero e beve tutto il giorno tequila senza mai lavorare. Pensate a gente corrotta e ladrona. Ovviamente, ci sono messicani cosi! Ma la maggioranza di noi giovani lotta ogni giorno per poter andare avanti, per conoscere di più ed insegnare le nostre conoscenze.

Le differenze, fra noi e voi, sono varie. Tra queste, ho notato che in Europa esistono molti sostegni economici allo studio. Qui da noi le borse di studio sono pochissime e soprattutto è difficilissimo ottenerle, cosicché ci sono situazioni in cui un giovane, anche se talentuoso e con voglia di studiare, se non ha soldi ed il governo non lo aiuta, dovrà per forza abbandonare gli studi.

In Europa la gente usa moltissimo i mezzi pubblici di trasporto, oppure alternativi alla macchina come la bicicletta. In Messico il trasporto pubblico è di pessima qualità, e non ci sono spazi che permettano un uso della bici. Nonostante questo, noi giovani ogni giorno prendiamo più coscienza dell’impatto ambientale che provoca un uso spropositato e continuo di automobili, e stiamo iniziando a usare altri mezzi di trasporto. Ma è molto complicato. Un’altra differenza è che noi messicani siamo estremamente influenzati dagli Stati uniti (moda, música, film). Siamo destinatari e consumatori di una cultura “chatarra” (letteralmente:catarro) mentre in Europa si cerca di creare cinema, música, arte differente da quella prodotta negli Stati Uniti. In Messico è molto difficile imparare un’altra lingua, e se questo avviene è ovviamente l’inglese. Io credo che in Europa,. Grazie alla varietà linguistica che avete, sia molto più semplice conoscere altre lingue che non siano per forza l’inglese.

Qui da noi non esiste una grande cultura per lo sport e la buona salute. Il Messico è il primo Paese per l’obesità infantile (niños gordos).
D: Come è la situazione económica in Messico? E le relazione con gli USA?

R: Economicamente siamo stabili, anche se le previsioni dicono che la crisi europea toccherà anche noi fra poco. La nostra economia dipende in gran parte dell’economia degli USA, in quanto esportiamo molti prodotti negli USA, e molte multinazionali statunitensi hanno fabbriche (maquilas) nei nostri confini in quanto la mano d’opera è molto più economica. Le relazione con gli USA sono migliorate. Sono stati firmati diversi accordi, soprattutto nella battaglia contro il narcotraffico che è il problema principale fra i due stati. La droga che gli USA consumano si produce in Messico e passa dai nostri confini.