Tag: lavoro

Primi Passi per una Globalizzazione Intelligente

Di Federico Ticchi

La globalizzazione consiste nel vendere prodotti fatti da degli schiavi a dei disoccupati.”

No, mi dispiace, queste parole non appartengono ad alcun leader progressista, filosofo neo-anarchista. Non sono neppure frutto di ragionamenti di quelli di Occupy, che adesso si sono ridotti a vendere i libri con le loro considerazioni (invece di pubblicarli online in maniera che tutti, gratuitamente, possano scaricare e leggere le importantissime e fondamentali ragioni della rivolta pacifica). Nessun nuovo guru del terzomondismo. Queste parole sono state pronunciate da Marine Le Pen, candidata alle presidenziali francesi del maggio scorso per il Front National, partito social razzista xenofobo, intervista da “Servizio Pubblico”.

4,39 minuti di intervista. Ovviamente, la maggior parte delle sue dichiarazioni sono solo spot elettorali farciti di asserzioni ridicole. Ma in questi pochi minuti riesce a dire qualcosa di molto sensato, sollevando un problema attuale, ossia l’incapacità dell’UE di difendere i propri cittadini, di garantire a questi lo stato sociale, di preservarli da situazioni di incertezza e disperazione. E’ evidente che la Le Pen offre una soluzione completamente sbagliata a questo problema, inneggiando ad un “protezionismo intelligente” che ha l’unico scopo di emarginare gli “altri” per salvare gli autoctoni, nel caso specifico i francesi. Ma il problema resta,e finché qualche progressista non fornirà la sua soluzione, questi movimenti che fondano la loro forza sulla paura della gente comune riusciranno ad avere la meglio sulla ragione e lo studio.

Molto spesso le affermazioni di entrambi gli estremismi si somigliano, anche se sottendono obiettivi diversi. Ascoltando le parole della fascista francese, non ho potuto fare a meno di pensare alla nazionalizzazione delle imprese che i governi del latinoamerica, Argentina e Bolivia in testa, stanno operando. E il colore di questi esecutivi è rosso, non nero. Scartando chiaramente le soluzioni offerte da Le Pen, ho voluto riflettere sul reale problema dell’”assedio al lavoro”, che ha come conseguenza un enorme arricchimento per i grandi proprietari che possono muoversi come meglio credono, spostando le loro imprese laddove la manodopera costa meno, oppure la pressione fiscale è minore rispetto che a casa loro, oppure c’è semplicemente meno rispetto del lavoro e i lavoratori sono visti come schiavi. L’altra conseguenza è una progressiva e invasiva povertà del lavoratore comune, che si trova spaesato e non sa come affrontare questo “futuro privo di avvenire”.

E quindi mi sono chiesto: ma perché, anche all’interno dei confini dell’UE, ci sono imprese che delocalizzano le proprie strutture, togliendo lavoro ai dipendenti che da una vita prestavano il loro servizio nei confronti di quell’impresa? E perché il diritto comunitario pone tra i suoi principali obiettivi quello del profitto delle imprese (mediante il principio di non discriminazione negli appalti pubblici), senza considerare un paritario livello europeo di welfare e retribuzione?

Queste grafico, preso dal sito http://epp.eurostat.ec.europa.eu,parla da solo. Rappresenta il costo del lavoro orario per ogni singolo paese UE. E le differenze sono enormi.

Come ho scritto prima, la soluzione non deve essere quella indicata dai reazionari come la Le Pen, ossia chiudere i confini determinando l’autarchia degli Stati, che farebbe arretrare l’intero globo di secoli. Non un “protezionismo intelligente”, bensì una “globalizzazione intelligente”. Forse adesso a livello mondiale è impossibile, Cina e India preferiscono arricchirsi e schiavizzare i propri lavoratori.  Almeno all’interno dell’UE dovrebbero costruirsi le basi per un futuro mercato del lavoro comunitario, che preveda lo stesso livello di retribuzione, un contratto europeo che regoli il rapporto di lavoro. In questa maniera le imprese non potranno più basare le loro offerte sul basso costo del lavoro, ma dovranno adeguarsi operando risparmi in altri settori. Ovviamente, il colore politico che deve prevalere in Europa per far si che queste misure siano davvero a favore di tutti i lavoratori, deve essere rosso, e non nero. Perché i neri spesso utilizzano termini e parole rivoluzionarie, prese dal vocabolario della sinistra, con l’unico scopo di avere più presa politica. Ma poi lo sappiamo con loro come va a finire.

Caro Papà…

 di Novella Rosania

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

19.04.2012

 E’ notte. Fuori dal finestrino vedo solo le luci della campagna romagnola. Il treno mi sta portando a casa. È un po’ in ritardo, ma tu me l’hai sempre detto di lasciare perdere questi fatiscenti e arrugginiti elefanti su ruote. Stamattina ho sostenuto il colloquio per il posto da ricercatore di cui ti ho parlato, prima che te ne andassi. I tempi di attesa per le selezioni sono tanto lunghi che ti ho visto finire. Ho presentato la domanda alla commissione, il mio curriculum, le pubblicazioni che ho scritto con il Prof. Garlandi. Ho aspettato quattro ore in un’aula dell’università. C’erano almeno 100 candidati con me, per lo meno quelli che avevano passato la prima selezione. Si parlava di 300 che avevano presentato domanda. Papà non credo, onestamente, di essere fra i tre scelti. Dicono che il bando viene pubblicato solo perché la legge così impone ma in realtà già sanno chi sarà a vincerlo. Non so se crederci, sarebbe molto triste. Parlano tutti di merito, alla Tv, i politici, i giornalisti. Vorrei chieder loro quale tipo di merito richiedono: il merito di essere figli di un professore universitario, o ricco di famiglia, o magari di avere un bel fisico da poter vendere al momento giusto. Ognuno ha i suoi meriti, bisogna vedere qual è quello meglio spendibile. Ogni giorno faccio i conti con una realtà sempre più avversa, ma anche di questo mi avevi avvertita.

In tutta Europa mi chiamano scienziata, in Italia mi chiamano precaria. Per questo sto pensando di partire. Con le mie esperienze e il dottorato potrei trovare un posto a Boston o a Berlino, ti piaceva tanto quella città: ma c’è la mamma e non me la sento di lasciare la mia città. Perché dobbiamo sempre scappare per poter trovare un lavoro dignitoso? Certe volte penso che sia l’Italia a non volere gli italiani. Non vogliono investire su noi giovani, sul nostro cervello, sulle capacità che possiamo mettere a frutto, su quanto di più prezioso ha una nazione: i talenti. La disoccupazione è al 9.6%, al 31% quella giovanile: questo vuol dire che io rientro fra i 2.429.000 persone che non hanno un lavoro. Quasi ci dobbiamo ritenere fortunati, perché la Grecia è al 21% e in Spagna  sono 4 milioni i disoccupati. La situazione non è incoraggiante e la crisi non ci da tregua. Abbiamo rinunciato alle paste da Mario la Domenica. La mamma quando può fa una torta, per farci contenti. Non so perché ma sento di stare sprecando tempo prezioso, i miei anni migliori come dicevi tu. Ho passato gli ultimi a studiare 10 ore al giorno e l’impegno e i sacrifici che ho fatto per mantenermi fuori non capisco perché, o per chi, li ho fatti. Non sono tragica, solo un po’ realista. Sento i miei colleghi che vagano di ufficio in ufficio per il così detto collocamento. Ma dove vorrebbero collocarci se non si creano nuovi posti? Si fanno leggi per tenere incollati a sedie logorate, vecchi e stanchi adulti. Capisco che possano avere molta più esperienza di noi ma pensa a quanto entusiasmo, quanta capacità innovativa, quanta inventiva una mente fresca e ambiziosa può fruttare a un’azienda. Si parla tanto di crescita per il nostro paese: perché non ci permettono di farlo crescere con le nostre idee? Siamo forza lavoro inutilizzata. Siamo menti in pensione ancor prima di essere utilizzate, dietro una cassa a battere scontrini, a mendicare tirocini gratuiti, ad essere sfruttati e mai ricompensati. Ci criticano perché non abbiamo ambizione, a me sembra che l’unica cosa che non abbiamo sono i mezzi per farla concretizzare. Steven Jobs aveva 21 anni quando nel garage dei suoi genitori costruì il primo computer Apple, ma perché la sua idea potesse diventare impresa dovette ricevere un finanziamento di 250.000 dollari da un ricco industriale. Questo vuol dire che noi giovani siamo il seme del cambiamento ma per renderci frutto abbiamo solo bisogno di qualcuno che creda in noi. Se così non è, perché stiamo correndo tanto? Cosa dovrebbe spingermi a restare in questo sentiero spoglio, sempre più disprezzata e mai incoraggiata, senza nessuno che investi su di me? Ho tutta la forza per correre ma mi manca l’entusiasmo e senza di quello, beh, non si cresce. So che ti ho fatto tante domande, perdonami, ho molti dubbi. Vorrei non associare più il “Futuro” alla parola “Minaccia.” Voglio credere ancora di potermi permettere un giorno una famiglia, una casa, magari dare alla mamma dei nipoti e anche farli crescere sereni, in campagna, dove ci hai fatto nascere tu. Voglio che non sentano il peso di una modernità sfribrante, sfruttatrice e opprimente. Voglio che guardino il cielo e pensino “Sarà sempre più blu.” Per adesso, Caro Papà, io continuo a camminare, lotto, cerco, ma presto fuggirò. Forse in Africa, Papà, dove ancora si vede il sole sorgere, i bambini ridere e le speranze mai scivolare via…

Europa e Lavoro

Di Federico Ticchi

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Ah il lavoro, il lavoro!  Problemone che affligge quasi tutta la comunità globale, salvo il famoso 1% che si nutre dello sfruttamento altrui. Sfortunatamente credo che chi leggerà questo articolo si trovi nell’altrettanto famoso 99%, ossia quelli che come me, una volta conclusosi il proprio percorso di studi, si troverà simpaticamente gambe all’aria. Ma cerchiamo di capire, in un’ottica europea, se questo seccante ed antipatico nemico della nostra tranquillità mentale risieda solo in Italia o sia comune ai 27 Stati membri dell’UE.

Come afferma il sito statistiche della Commissione Europea pubblicato il 2 aprile 2012, il tasso di disoccupazione della zona euro raggiunge il 10,8% nel febbraio di quest’anno. Nel febbraio 2011 invece il tasso di disoccupazione degli stati della zona euro era il 10%. Quindi, in 12 mesi la disoccupazione all’interno di Eurolandia è aumentata dello 0,8%. Non sono briciole di pancarrè. Ampliando il raggio d’azione della nostra ricerca possiamo vedere che anche nel resto dell’UE, in quei paesi che non hanno adottato l’euro, la situazione sia particolarmente migliore. Infatti qui la disoccupazione nel febbraio 2012 raggiunge il 10,2%, mentre nello stesso mese del 2011 era al 9,5%. Questo significa che all’incirca 24,550 milioni di abitanti dell’UE, di cui 17,134 milioni appartenenti alla zona euro, sono disoccupati. E l’UE ha una popolazione di 502,489,1 milioni di abitanti (dato del 2010). Nel 2011 i disoccupati dei 27 erano 1,874 milioni in meno, mentre tra i 17 della zona euro erano 1,476 in meno.

I dati più interessanti li notiamo osservando le tabelle che comparano disoccupazione femminile, maschile e giovanile (sotto i venticinque anni) dei diversi stati membri.

Il Belpaese presenta succosi dati. La disoccupazione maschile e femminile è al di sotto della media europea, mentre invece desta preoccupazione la disoccupazione giovanile: nell’UE dei 27 si attesta al 22,4%, mentre in Italia giunge al 31,9%. I nostri cugini iberici stanno senz’altro peggio di noi. Con una disoccupazione giovanile che supera il 50%, la disoccupazione maschile e femminile supera di 10 punti percentuali la media europea.  I lusitani sono messi meglio della Spagna, ma peggio di noi. Vedendo questi dati ho pensato alla classica Europa mediterranea, nullafacente e pigra e quindi sono andato a controllare le realtà dei cosiddetti paesi virtuosi. Lasciando perdere la Germania, che ovviamente presenta percentuali al di sotto della media UE, ho voluto controllare i numeri del Regno Unito, per il quale nutro una certa antipatia a causa del loro forte anti-europeismo, della loro lingua imposta al mondo e della guida sul lato sbagliato della strada. Cercavo, cercavo ma non trovavo dati. Infatti, nello spazio dedicato all’UK, invece dei numeri vi si trovano due asterischi che rinviano alla scritta: “Data not available”. Ergo i britannici si sono ben visti dal rendere pubblici i propri dati. Forse perché si scoprirebbe che, nonostante la sterlina, la loro situazione non sia poi tanto migliore.

Mentre invece i nostri cugini transalpini sono messi meglio di noi ma, nonostante l’asse Merkozy, sono ben lontani dai numeri tedeschi.

Riassumendo: la minor percentuale di disoccupazione la presentano Austria, Olanda, Germania e Lussemburgo. La maggiore vede come vincitrice la Grecia, seguita a ruota dalla Spagna e Cipro. Fortunatamente non saliamo sul podio.

Dati: http://epp.eurostat.ec.europa.eu/portal/page/portal/eurostat/home

Giovani, niente futuro. Ma quale presente?

Di Valentina Ersilia Matrascia

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Dodici ragazze e un ragazzo. Età media decisamente al di sotto dei 30. Altri nove che si erano candidati hanno preferito non presentarsi. Prova scritta, a seguire – se si sopravvive – colloquio attitudinale di gruppo in italiano e colloquio in inglese per concludere. Attese, ansie e speranze. Scene da un colloquio in un centro per l’impiego alle otto del mattino. Facce assonnate. Speranzose alcune, disincantate altre. “Sono laureata con il massimo dei voti in interpretariato da quasi un anno, faccio lavoretti saltuari. Tra poco meno di due ore ho un altro colloquio, sempre qui in zona”, “Ci spero davvero tanto in questo lavoro, ho bisogno di uno stipendio per pagarmi l’affitto altrimenti devo tornare dai miei”. Racconti, vite, percorsi e storie diverse che sembrano però trovare un minimo comune denominatore nella ricerca. La ricerca di un posto, di un’occupazione e in un certo senso di un’identità, sia pure precaria e a tempo determinato. Il lavoro nobilità l’uomo dice il detto e in questa Italia in crisi sembra essere in crisi anche la nobilità.

L’Italia è una repubblica sprofondata sul lavoro, mi disse una volta un amico. Scorrendo le ultime novità legislative sul tema del lavoro e le pagine di cronaca è sempre più difficile dargli torto. I drammatici effetti della crisi uniti alle politiche a dir poco suicide sui temi del Welfare e del lavoro, ce li raccontano quotidianamente i media. L’Eures, European Employment Services, nel secondo rapporto “Il suicidio in Italia al tempo della crisi” fotografa una realtà pericolosa. Stando ai dati raccolti, sono 362 i disoccupati che nel 2010 – nel triennio che va dal 2006 al 2008 i dati parlano, invece, in media di 270 suicidi accertati – si sono tolti la vita, con una media, quindi, di quasi un suicidio al giorno. Dati agghiaccianti – riguardanti sia chi ha perso il lavoro sia chi è in cerca di prima occupazione – che “confermando la correlazione tra rischio suicidario e integrazione del tessuto sociale”.

E anche scorrendogli annunci e le inserzioni su giornali e siti web la situazione non migliora. Età minima ed età massima rimbalzano di inserzione in inserzione pegggio di una roulette russa. La costante, qualora si tratti di lavoro retribuito, è “esperienza nel settore”. Richiesta che taglia fuori la fetta di inoccupati, i giovanissimi e le giovanissime alla ricerca cioè della prima occupazione. Al sud dello stivale, una ragazza su quattro è senza lavoro e quando lavora, a parità di mansioni, percepisce uno stipendio di oltre il 30% inferiore ad un omologo maschio del Centro e del Nord. Gli stage e i lavori non retribuiti, però abbondano a nord come a sud. Quando poi si incappa nel miracolo di un lavoro retribuito, è facile che sia un lavoro in nero. Senza alcuna tutela sindacale o di altro genere.

In questo caos, negli ultimi tempi è esplosa una bomba. L’articolo 18 e la riforma del lavoro. Pianse lacrime amare il ministro Fornero nell’ormai celeberrima conferenza stampa. Lacrime e sangue piangono ogni giorno i lavoratori italiani e gli aspiranti tali. Mettere ordine nella giungla delle tipologie contrattuali questa la priorità del governo tecnico in materia di lavoro. In che modo? Si parte dall’apprendistato, che dovrebbe diventare, almeno nelle intenzioni del ministro, il canale privilegiato di ingresso al mondo del lavoro e che riguarda la fascia di età tra i 15 e i 29 anni per una durata non superiore ai 5 anni con obbligo di assunzione da parte dell’azienda e l’abolizione delle partite IVA farlocche. E si arriva alla flessibilità come rimedio alla monotonia della vita moderna e di un lavoro fisso. Precarietà, minori tutele durante il processo per i lavoratori licenziati. Ingredienti esplosivi di un cocktail difficile da digerire. Ingredienti di una riforma migliorabile ma necessaria secondo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che si dice fiduciosa sui tempi rapidi di approvazione del ddl sulle “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, approvato dal Governo il 23 marzo scorso e attualmente all’esame del Senato. Fino ad arrivare alle dolenti note: l’articolo 18 della legge n. 300/1970, il noto Statuto dei lavoratori. La discrezionalità e l’arbitrarietà in materia di licenziamento tornano in discussione così come le tutele che l’articolo stesso forniva al lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Mentre Confindustria da una parte, la Cgil dall’altra chiedono a gran voce modifiche e l’Europa richiama l’Italia al rispetto degli impegni presi, il ddl Fornero procede spedito verso l’approvazione in una strana vicinanza temporale con il primo maggio, la festa dei lavoratori.