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Servizi sociali:c’era una volta una legge…

di Laura Pergolizzi

C’era una volta una legge. Nata nel 2000, il suo nome era Legge – quadro per la realizzazione del  sistema integrato di interventi e servizi sociali”, ma tutti preferivano chiamarla “la328”. Di simili  non se ne vedevano  in giro da 110 anni, da quella lontana legge Crispi del 1890.
 Già dalle prime righe faceva ben sperare, ponendosi come attuativa di quegli  articoli della Costituzione tanto centrali quanto delicati. Si ispirava al principio solidaristico, sollevava il problema dell’  uguaglianza sostanziale,  forniva gli strumenti perché quell’articolo 38 secondo cui “ Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale” non restasse nell’ombra.
 IL suo avvento segnò un grande momento per la storia dei servizi sociali, ovvero per la storia di “ tutte le attività relative alla predisposizione ed erogazione di servizi, gratuiti ed a pagamento, o di prestazioni economiche destinate a rimuovere e superare le situazioni di bisogno e di difficoltà che la persona umana incontra nel corso della sua vita, escluse soltanto quelle assicurate dal sistema previdenziale e da quello sanitario, nonché quelle assicurate in sede di amministrazione della giustizia”.
 L’assistenza non era più vista come un’attività destinata ad affiancare il disagio, ma ad eliminarlo all’origine attraverso l’utilizzo di fondi economici, strutture idonee,  soggetti aventi competenze professionali riconosciute. Cambiò la prospettiva. Dall’imposizione delle decisioni dall’alto si passò alla condivisione della questione a tutti i livelli: a livello dello Stato, delle regioni, degli enti locali, in nome del principio di sussidiarietà; al livello dei cittadini, parte necessariamente attiva per la rimozione dei disagi sociali. Tutti coinvolti.

Tante belle parole?Non solo. Erano persino previsti Fondi per le politiche sociali, fondi per la non autosufficienza, fondo per le politiche della famiglia, fondo affitti, fondo per le politiche giovanili. Fondi, finalmente soldi “veri”.

Quando arrivarono i primi finanziamenti per il Fondo nazionale per le politiche sociali, tutti ne furono lieti. Quanti mattoni per le nuove strutture, quanti progetti, quante tasse universitarie versate da chi aveva visto nell’assistenza sociale come il porto sicuro illuminato dalla 328, quella bellissima legge.

Tutto bene, fino al 2006.
I riflettori accesi fino a quel momento sulla legge dalle meraviglie iniziavano ad illuminare altre questioni.
In quell’anno erano stati destinati   circa 16.000.000.000 euro al fondo nazionale per le politiche sociali, l’anno dopo un po’ meno, e l’anno dopo anche. In modo impercettibile, così che nessuno potesse lamentarsi per quella manciata di euro in meno. Così la legge festeggiò l’undicesimo anno di età, e allora si pensò che circa 913.500.000 euro fossero sufficienti per fare tutto.
 E mentre i ministeri pensavano a fare i conti con la crisi, i fondi per i progetti di affido familiare, l’area della tutela dei minori, l’assistenza domiciliare alle persone disabili vacillavano insieme agli operatori, stanchi di lavorare gratis, e ai neolaureati, che trovano uno spazio esclusivamente nell’area del volontariato. Lasciati soli da tutti perché ci sono problemi più importanti di questi, perché “dispiace per i più deboli ma bisogna stare dentro i numeri”, perché c’era “ la crisi”.E la 328 non era più un porto tanto sicuro. Non era poi tanto forte da farsi rispettare fino in fondo. Era tanto “bella”, però.