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4° Festival del Giornalismo di Modica

4° Festival del Giornalismo di Modica, al via le campagne per sostenere la manifestazione Qui il programma (vedi)

Il mensile “Il Clandestino – con permesso di soggiorno” organizza con “I Siciliani giovani” e “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie – Sicilia” la quarta edizione del “Festival del Giornalismo”. Dal 30 al 2 Settembre, nella splendida cornice del Centro Storico di Modica, si riaccenderanno i riflettori sulla kermesse dedicata al giornalismo, quello vero. Seminari, conferenze, workshop, presentazioni. Sul palco del “Festival”, negli scorsi tre anni, si sono alternati alcuni dei grandi nomi del giornalismo di casa nostra: Bolzoni, Roccuzzo,Tinti, Spampinato, Fava, Maniaci, Fracassi, Orioles, Sciacca, Lo Bianco, Viviano, Ziniti (solo per citarne alcuni).

Prende il via anche la “Produzione dal basso” per sostenere, tramite l’omonimo sito, il progetto del “Festival del Giornalismo”.
Dal link http://produzionidalbasso.com/pdb_1232.html  sarà possibile acquistare una o più quote per dare l’appoggio alla kermesse dedicata all’informazione.

Attraverso il sito ufficiale del Festival, http://www.festival-del-giornalismo.it , prende il via invece la campagna “Compra un po’ di Festival al prezzo di un caffè” con microquote a partire da 2 euro per sostenere la manifestazione.

l gruppo de “Il Clandestino”, ben descritto in questo articolo de “Il Fatto Quotidiano” da Nando Dalla chiesa (link : http://bit.ly/qU8rUU ) e I Siciliani Giovani (www.isiciliani.it) hano rimesso in moto la macchina organizzativa della quarta edizione che si preannuncia ricca di grandi ospiti ed eventi di spicco.

“Il Clandestino”  e “I Siciliani Giovani” per i rispettivi giornali, così come per il “Festival del Giornalismo”, non ricevono alcun finanziamento. I componenti delle redazioni (in questo caso anche organizzatori dell’evento) svolgono questo lavoro a titolo gratuito, cercando di regalare al comprensorio un pizzico di sana informazione con inchieste, politica e cultura. E attraverso iniziative di questo tipo.

Ci saremo anche noi di DIECIeVENTICINQUE.

Domenica 2 settembre ore 18.00 Atrio Comunale, palazzo S. Domenico interverrà la nostra Valeria Grimaldi. “Giornalisti e giovani. C’è un futuro?”

 

Gli organizzatori del “Festival del Giornalismo” di Modica

 

Il Clandestino
L’Associazione culturale “Il Clandestino” nasce a Modica nel Gennaio del 2009, con lo scopo di pro- muovere iniziative ed eventi di carattere culturale nel territorio modicano.

E’ editrice dell’omonimo mensile, Il Clandestino – Con permesso di soggiorno.

Il giornale è nato dalla voglia di impegnarsi, dall’esigenza di non stare a guardare, dal bisogno di far sentire la propria voce; ha avuto un’impronta fortemente locale, non tralasciando di parlare dei potenti forti presenti sul territorio.

“Un gruppo di giovani e giovanissimi giornalisti – come affermato da Nando Dalla Chiesa – tutti di Modica, provincia di Ragusa, tiene in piedi un mensile frizzante e coraggioso, rinnovando una tradizione siciliana che resiste alla forza di Internet e alla proverbiale carestia di soldi”.

Numerose le inchieste curate dal mensile, dalla vicenda relativa all’Ospedale Maggiore di Modica, alla nascita del centro commerciale “La Fortezza”, dalle infiltrazioni mafiose in provincia, alla pri- vatizzazione del cimitero, fino alla diretta della protesta dei Forconi in Sicilia.

Grazie a questi lavori, è stata assegnata alla redazione de “Il Clandestino” il riconoscimento ai gio- vani cronisti “Roberto Morrione”, dedicato al direttore di Libera Informazione e conferito nell’am- bito della quarta edizione del Premio Rostagno. Si è trattato di un momento fortemente simbolico, nato dalla volontà di attenzionare le realtà dei giovani cronisti, alle quali il giornalista scomparso ha sempre dato grande importanza.

 

I Siciliani giovani

I Siciliani giovani è un mensile che prende forma dal contributo di diverse testate sparse per l’Italia (www.isiciliani.it) e dalla forza dei Siciliani di Pippo Fava. I Siciliani è la voglia di cambiamento ma anche la voglia di raccontare la Sicilia e l’Italia più becere. I Siciliani, contrariamente al nome, è un ponte tra Nord e Sud, tra Est e Ovest. Tra vecchio e nuovo.

I Siciliani perché

Ogni volta che frenava  non riuscivi a tenere l’equilibrio. Così, ogni fermata era un livido. E guardando fuori dal  finestrino, invece, erano solo sorrisi, cartelloni, musica, persone.  Era l’aprile del 2006, eravamo quelli del “Ritaexpress” e viaggiavamo di notte, in mille, sullo stesso treno, attraversando l’Italia per cambiare la Sicilia. Tornavamo per votare Rita Borsellino alla presidenza della Regione Siciliana. Non eravamo organizzati da nessuno ma ci sostennero in tanti.  A Perugia fu Libera, a Trento l’Arci, a Firenze i sindacati.
Non troverete articoli della stampa ufficiale che raccontino il momento in cui abbiamo rischiato di cambiare la Sicilia, i siciliani, il nostro futuro. Ma noi li abbiamo visti lì, l’ultima volta, una buona parte de “I Siciliani”. In quel viaggio senza precedenti, scanzonato e libero. Utopico quanto bastava per dire al potente di turno, che non c’erano intoccabili. Concreto quanto bastava per infastidire tutti gli altri Vicerè di Sicilia e infine solare perché la lotta di liberazione non è affare per musi lunghi ma per sorrisi larghi. Anche se si finisce per perdere, come accadde per noi in quella primavera anticipata.
E li abbiamo incontrati ancora, in piazza a Bari, alcuni anni dopo “I Siciliani” (giovani) mentre agitavano bandiere colorate contro le mafie. Li abbiamo visti nei quartieri di Catania, lavorare ogni giorno a  San Cristoforo come a  Librino. Ma li abbiamo sentiti parlare di mafia, anche a Milano, nelle strade che portano al tribunale dove si sta svolgendo il primo processo alla ‘ndrangheta in Lombardia. A Termini Imerese, dove accanto al comunicato degli operai, in questi giorni, c’è quello degli studenti siciliani e a Barcellona Pozzo Di Gotto a spalare il fango dentro la città.
Nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso se continuiamo ad esserci, con rispetto e memoria. Ma siamo ciclici. Siamo anche “giovani”, con le spalle  posizionate davanti alla rete ma intenzionati a consumare le scarpe per raccontare questo Paese.
E abbiamo ancora qualcuno che continua a credere in questa storia: che è un movimento,  un ricordo privato per molti, un patrimonio di storia per tanti altri.

 

Libera

“Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” è nata il 25 marzo 1995 con l’intento di sollecitare la società civile nella lotta alle mafie e promuovere legalità e giustizia. Attualmente Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità. La legge sull’uso sociale dei beni confiscati alle mafie, l’educazione alla legalità democratica, l’impegno contro la corruzione, i campi di formazione antimafia, i progetti sul lavoro e lo sviluppo, le attività antiusura, sono alcuni dei concreti impegni di Libera. Libera è riconosciuta come associazione di promozione sociale dal Ministero della Solidarietà Sociale. Nel 2008 è stata inserita dall’Eurispes tra le eccellenze italiane.  Nel 2012 è stata inserita dalla rivista The Global Journal nella classifica delle cento migliori Ong del mondo: è l’unica organizzazione italiana di “community empowerment” che figuri in questa lista, la prima dedicata all’universo del no-profit.

Quella tomba non più anonima

Di Giulia Silvestri

Sette giorni. Sette giorni sono passati dall’assassinio di Paolo Borsellino al suicidio di Rita Atria. È nata a Partanna, è sepolta a Partanna, è morta a Roma. È morta a Roma perché era sotto protezione, perché era diventata testimone di giustizia, sulla scia della scelta presa da Piera Aiello, sua cognata.

Piera era la moglie di Nicola, fratello di Rita: suo marito è stato ucciso nel 1991 sotto i suoi occhi e lei, invece di farsi sopraffare dalla paura, l’ha presa con sé, insieme al suo coraggio, e non ha taciuto. Non ha accettato di alimentare l’omertà, non ha accettato il silenzio imposto dalla società in cui viveva, non ha accettato il ruolo della donna sempre obbediente e silenziosa. Prima di Nicola Atria era stato ucciso il padre Vito, quando Rita aveva 11 anni.
Anche Rita, come Piera, ha capito che non era giusto stare in silenzio, voleva che gli assassini di suo fratello e di suo padre venissero puniti.

 È così che ha incontrato Paolo Borsellino, è a lui che ha raccontato tutto ciò che sapeva, perché lei sapeva; è a lui che ha fatto nomi e cognomi; è a lui che ha affidato se stessa nel momento stesso in cui ha deciso di parlare.

Il coraggio di Rita, come quello di Piera, sta nell’aver perso tutto ciò che prima avevano costruito, per avere giustizia. Devi averne molta forza di volontà, quando la tua famiglia non ti appoggia, quando la tua famiglia non crede in te e in ciò che hai deciso di fare.
Rita e Piera: loro hanno fatto una scelta diversa da quella di Giovanna. Giovanna Cannova Atria è la madre Rita, è colei che ha ripudiato la figlia, è colei che ha distrutto la tomba della figlia a martellate.
Quella tomba, distrutta poco dopo la sepoltura nel 1992, è rimasta così per 20 anni: senza nome e senza volto. Ci sono voluti 20 anni perché la lapide venisse sostituita. Una tomba con il volto di un ragazzo o di una ragazza giovane, è una delle cose più amareggianti che si possano vedere; una tomba con un volto giovane fa venire rabbia. Quando poi sai che quel giovane è stato ucciso, che sia stato ucciso da un pirata della strada, da una pallottola o da un coltello, allora rabbia e amarezza si fondono e l’unico nome che puoi dare a quella sensazione è ingiustizia.

Non so se sia stato questo uno dei sentimenti che ha attraversato Rita Atria dopo la morte di Paolo Borsellino, uno dei sentimenti che l’ha portata allo sconforto più completo, al pensare che tutto era finito, ma nulla cambia il fatto che in realtà Rita Atria è stata uccisa. Uccisa da un insieme di circostanze e di comportamenti, di collusioni, di mancanze e di silenzi, che portano tutti noi ad essere colpevoli della sua morte.

Attendere chi. O cosa?

Forse una speranza
l’illusione di cambiare ciò che ti circonda
talmente complicato perché sai che mai
ciò che è stato rubato ti potrà essere restituito
puoi gridare, piangere, soffrire,
ma nessuno ascolterà, nessuno ti capirà
anzi ti giudicherà.

Rita Atria

Gioco d’azzardo: tra monopoli di stato e mafie

di Giulia Silvestri

30 milioni d’italiani giocano d’azzardo, 2 milioni di questi sono a rischio patologia, 800˙000 persone in Italia soffrono di gioco d’azzardo patologico. I proventi del gioco d’azzardo nel 2011 sono stati di 80 miliardi di euro, l’Italia da questo punto di vista è al primo posto in Europa e al terzo posto nel Mondo; di questi 80 miliardi solo 9 tornano nelle casse dello Stato perché le tasse, in questo campo, sono state diminuite negli anni.

Questi sono i numeri che sono “saltati fuori” all’incontro che mercoledì 18 Aprile si è svolto con Matteo Iori, presidente dell’associazione “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII” e, Daniele Poto, autore del Dossier “Azzardopoli” ed anche del libro “Le mafie nel pallone”. Hanno raccontato, ad un pubblico troppo ridotto rispetto al tema trattato, il problema del gioco, la moltiplicazione esponenziale negli anni dei vari giochi permessi dallo Stato stesso, dalle lotterie al Win for Life passando per le videolottery ed il gioco on-line e, dell’infiltrazione delle mafie che trovano gioco facile negli interessi che si intrecciano attorno al fenomeno.

Sono 41 i clan malavitosi con interessi nel gioco d’azzardo, riescono a riciclare grandi quantità di denaro sporco tramite queste attività:

  • Acquistano grandi punti gioco
  • Disconnettono le videolottery dal controllo dei Monopoli di Stato, quindi l’impressione è che in quella videolottery vengano giocati pochi soldi mentre in realtà il giro di denaro è molto più grande
  • Chiedendo il pizzo ai gestori dei punti gioco
  • Acquistando dei biglietti vincenti dando alle persone un surplus rispetto alla vincita stessa

In Emilia Romagna è il clan dei Bidognetti che ha il monopolio su sale bingo, videopoker e slot machine. Uno dei maggiori introiti delle mafie arriva proprio dal gioco d’azzardo.

Per quanto riguarda la prevenzione del gioco d’azzardo patologico, il sostegno c’è, da parte del “Centro Sociale Papa Giovanni XXIII”, ma non ancora da parte delle ASL. Da Marzo in commissioni congiunte Giustizia e Finanze del Senato è finalmente iniziato l’esame dei disegni di legge sul gioco d’azzardo che hanno la finalità di mettere il settore sotto controllo e di proteggere anche i giovani sottoposti alla “pressione” continua delle pubblicità dei monopoli di Stato. Speriamo che in questo modo le persone che vengono risucchiate in questo circolo vizioso, che sono soprattutto le fasce più deboli della popolazione, che giocano nella speranza di una vincita che cambi loro la vita, vengano aiutate per davvero.

Voce alle parole

Alla scoperta del giornalismo d’inchiesta che “minaccia” le mafie

Domenica 22 aprile, ore 17.00 PRIMA NAZIONALE

Anche quest’anno ci sarà spazio all’interno di Onde Corte 2012 per un appuntamento d’eccellenza dedicato al mondo dell’informazione libera ed indipendenteVoce alle parole. Alla scoperta del giornalismo d’inchiesta che “minaccia le mafie, è lo spettacolo, in prima nazionale, che andrà in scena a Coriano domenica 22 aprile, alle ore 17.00Patrocinato dall’Ordine dei Giornalisti della Regione Emilia-Romagna, organizzato in collaborazione con l’Associazione Ilaria Alpi ed il Coordinamento antimafie riminesi, questo evento rappresenta il momento più intenso e profondo per il pubblico.

L’osservatorio della Fnsi e dell’Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati nel corso del 2011 ha segnalato 95 episodi di esplicite minacce, in cui sono stati coinvolti 324 giornalisti. L’osservatorio ne ha già segnalati cinque nel 2012, con 19 giornalisti coinvolti. Perché questi cronisti sono stati minacciati? Cosa hanno scritto? Quali interessi hanno colpito per essere finiti nel mirino di organizzazioni di vario tipo, e in particolare delle mafie? Dare voce alle parole scritte. Raccontare, interpretare davanti al pubblico quel che al lettore non sempre arriva, è l’obiettivo di questo progetto che crea un collegamento tra teatro di narrazione e giornalismo di inchiesta. Perché gli articoli che hanno scatenato la reazione della criminalità organizzata nei confronti di cronisti quali per esempio Giovanni Tizian in Emilia Romagna, Arnaldo Capezzuto in Campania, Michele Albanese in Calabria e Nino Amadore in Sicilia, colpevoli soltanto di aver fatto fino in fondo il proprio dovere, costituiscono un patrimonio civile che deve essere alimentato e diffuso in piazze, biblioteche e altri luoghi di aggregazione. Perché questi testimoni dell’informazione non devono essere lasciati soli.

Voce alle parole” nasce da un’idea di Tiziana Di Masi, interprete dello spettacolo “Mafie in pentola. Libera Terra, il sapore di una sfida” (65 date nel 2011). È una struttura aperta: inizia con la lettura/interpretazione, da parte dell’attrice, di quell’articolo o di quel filone d’inchiesta che hanno causato la reazione delle mafie nei confronti dell’autore, per poi lasciare la parola all’autore stesso, il giornalista presente.

“Il progetto – dice Tiziana Di Masi – prevede la scelta di giornalisti che ho avuto modo di conoscere nel corso della circuitazione di Mafie in pentola, lo spettacolo che ho realizzato con Libera Terra e che mi ha dato la possibilità di conoscere ed entrare in contatto con realtà e territori “caldi” di questo Paese, da nord a sud, e ovunque ne ho tratto la certezza che lì dove ci si imbatte nel peggio, cioè nel radicamento della criminalità organizzata, proprio lì c’è un movimento autentico, straordinario di antimafia sociale e fra i primi partigiani di questa nuova resistenza ci sono i giornalisti in prima linea. Michele Albanese (Il Quotidiano della Calabria), Arnaldo Capezzuto (NapoliPiù), Nino Amadore (Il Sole 24 Ore, Sicilia), Giovanni Tizian (Gazzetta di Modena), Giuseppe Catozzella (Milanomafia.com), Roberto Rossi (coautore di “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami”) sono alcuni dei giornalisti che propongo. La mia idea è di estendere comunque l’invito ad altri cronisti che operano spesso nella precarietà e che per pochi euro al pezzo, lontano dai riflettori della celebrità, raccontano a un lettore sempre più distratto ciò che accade spesso sotto la porta di casa sua. Credo che la forza della voce possa arrivare là dove la scrittura talvolta non riesce. Questi sono autentici “attori civili”, costituiscono il baluardo e il presidio di resistenza più forte che la nostra civiltà è chiamata a difendere”.

Ingresso libero.