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A Riccardo Orioles il premio Nesi 2012

Di Liberainformazione

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Il premio in memoria di Don Alfredo Nesi è stato assegnato al giornalista siciliano per il suo impegno nella formazione di giovani cronisti

 

«C’è un ragazzo bravo, uno serio. Uno con la faccia perbene, ho segnato qui il suo numero. E’ calabrese, viene da un piccolo paese ma studia a Roma. Ha deciso di fare un po’ di cose in estate in Calabria. Magari mettiamo su un ciclostilato, un dibattito. Una cosa così, insomma, una cosa antimafia. Segnati il suo numero, così vi mettete in contatto con lui. Si chiama Paolo».  Riccardo Orioles, molto più e molto meglio di un giornalista, ti coinvolge così, con semplicità, rigore e serietà, nella sua formazione al giornalismo e all’antimafia rivolta  ai ragazzi e alle ragazze che ha incontrato in questi anni, da quel suo ingresso al “Giornale del Sud”sotto la direzione di Pippo Fava, giornalista catanese ucciso dalla mafia nel 1984. Quarant’anni di antimafia sociale racchiusi in alcuni fogli A 4, rigorosamente piegati in orizzontale, con numeri, indirizzi mail, indicazioni, scritte fitte fitte. Lui che ha scelto come redazione la strada e come “colleghi” i giovani di oltre due generazioni “perchè – com’è solito dire –  loro  sono seri, quando li cerchi  ci sono”. Il giornalista antimafia è vincitore del Premio Nesi 2012, il riconoscimento istituito dalla Fondazione Nesi di Livorno volto a valorizzare persone ed associazioni che si sono distinte per il loro impegno socio-educativo in ambito civile e sociale.

Al giornalista siciliano, noto per la sua più che trentennale opera di denuncia del fenomeno politico-mafioso, il premio è stato assegnato «in virtù – dichiara Rocco Pompeo, presidente della Fondazione Nesi – del suo lungo e generoso lavoro di formazione, oltre che delle coscienze dei suoi lettori, anche dei tanti giornalisti che negli ultimi venticinque anni sono cresciuti professionalmente grazie alla sua gratuita e incondizionata dedizione».

Chi è Riccardo Orioles. Riccardo Orioles, nato a Milazzo (Me) nel 1949, ha mosso i primi passi nella professione sotto la guida di Giuseppe Fava, il giornalista assassinato dalla mafia a Catania nel 1984. Cronista di nera e giudiziaria al “Giornale del Sud”, nei primi anni Ottanta, sempre con Fava, affina le sue doti di giornalista d’inchiesta nel mensileI Siciliani”. Dopo la morte del direttore, nonostante le numerose minacce di morte, assieme ai colleghi rilancia il suo impegno nella denuncia dei rapporti tra politica, impresa, massoneria e mafia. Dalla metà degli anni Ottanta, ha associato al suo lavoro di giornalista, che lo ha portato nel ’94 a fondare il settimanale “Avvenimenti”, ad un costante lavoro di formazione di nuove generazioni di giornalisti dando vita a veri e propri laboratori giornalistici come  “I Siciliani Giovani” negli anni Ottanta, “La Catena di San Libero”“Casablanca” e “U Cuntu” nei decenni successivi, e ultimamente curando un nuovo ciclo editoriale de  “I Siciliani giovani”.

 Il Premio. Nella sua prima edizione, quella dello scorso anno, è stato assegnato a Suor Carolina Iavazzo, tenace educatrice a fianco di don Pino Puglisi nella Palermo delle stragi. E’ istituito dalla Fondazione Nesi in memoria di Alfredo Nesi, il sacerdote toscano morto nel 2003 che ha dedicato la sua vita alla cura e alla formazione dei giovani, fondando nel 1962 il Villaggio scolastico di Corea nell’omonimo quartiere popolare di Livorno e, dal 1982, fornendo assistenza educativa e sanitaria nella periferia di Fortaleza in Brasile.

Quando. La consegna del Premio Nesi 2012, con un assegno di 3000 euro, avverrà a Livorno in una data da definire nella prossima primavera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Storia di un uomo onesto: Serafino Famà.

Intervista a Flavia Famà sui recenti avvenimenti di Borgo Sabotino e su suo padre.

“Nella notte tra il 21 ed il 22 ottobre qualcuno è entrato ed ha distrutto tutto, tavoli,  sedie, vetrate, bagni, un vero delirio… significa che stiamo dando fastidio in quel territorio, molto fastidio, e questo vuol dire che ci stiamo muovendo nella giusta direzione”.  Con queste parole Flavia Famà racconta il raid vandalico ai danni del “villaggio della  legalità” di Borgo Sabotino (LT) intitolato a suo padre, l’avvocato Serafino Famà. Il Villaggio, che “vuole essere – continua – un luogo di formazione, informazione, un luogo di incontro  per giovani e meno giovani”, sorge su un terreno di quattro ettari affidato a Libera dopo la confisca avvenuta nell’aprile del 2011 per abusivismo edilizio. I danni alla struttura e alle cose ammontano a migliaia di euro.

“E’ stato colpito un bene confiscato e restituito alla collettività – ha commentato il fondatore di Libera, Don Luigi Ciotti – dove Libera si era resa disponibile, su richiesta del Commissario Prefettizio di Latina, ad accompagnare il percorso di recupero e di valorizzazione del bene con il protagonismo delle realtà associative locali. Nessuno può pensare di vandalizzare e di fermare questo impegno”. Un impegno che da 15 anni passa anche attraverso l’utilizzo dei beni confiscati alle mafie, beni che diventano simbolo di una rinascita e di una volontà di ricostruzione della legalità e del senso civico del paese. “I beni confiscati – continua Flavia Famà – sono la risposta concreta dello Stato, il riutilizzo sociale di questi beni permette di colpire la criminalità su quello che gli è più caro, i soldi e al tempo stesso da a noi la speranza. Pensare che su quei terreni di sangue, di morte possa tornare la vita, il lavoro onesto ci motiva nella nostra lotta”.

Risale al 1996 la consegna alla presidenza della Camera della petizione popolare “La mafia restituisce il maltolto” corredata da un milione di firme di cittadini a sostegno della proposta di legge che si sarebbe poi concretizzata il 7 marzo 1996 nella legge Rognoni-La Torre, 109/96 e trova la sua forza nel colpire proprio il punto debole delle mafie, i capitali economici e immobiliari accumulati nell’illegalità.

“L’avvocato Famà deve essere ricordato per la sua onestà intellettuale, per il coraggio con cui difendeva ogni giorno le sue idee, per la forza e la passione che metteva nell’indossare la toga. Con la sua uccisione, si volle dare un segnale forte a tutta l’avvocatura catanese. Si colpì un uomo corretto in modo così eclatante per mostrare quale fosse il rischio nel non assecondare le richieste dei boss”. È Flavia Famà, a raccontare e ricordare a 16 anni da quel 9 novembre del 1995 in cui venne ucciso per mano mafiosa a Catania, suo padre, l’avvocato Serafino Famà. Avvocato penalista, che “credeva nel diritto alla difesa, credeva che chiunque dovesse ricevere un giusto processo e che la legge dovesse essere rispettata sempre e comunque, da chiunque”.

“Mio padre era nato a Misterbianco il 3 aprile 1938, da una famiglia molto unita. Si laureò alla Facoltà di Giurisprudenza, riuscendo a conciliare lo studio ed il lavoro. La sua famiglia aveva una fornace, per cui ogni contributo era indispensabile e lui non si tirava mai indietro, lavorando di giorno e studiando di notte. Dopo la laurea fece pratica legale presso lo studio di un avvocato di Misterbianco per poi approdare allo studio dell’avvocato Enzo Trantino e dopo qualche anno aprì un suo studio in viale Raffaello Sanzio 60 nel quale avviò un’attività forense di grande successo, diventando uno dei più affermati avvocati penalisti del Foro di Catania”.

Il 9 novembre del 1995, l’avvocato Famà pagò con la vita proprio la dedizione con cui svolgeva il suo lavoro. Come si legge dalla memoria dei PM Ignazio Fonzo e Agata Santonocito del 18 ottobre 1999 e dalle sentenze di condanna nei confronti degli assassini, infatti, “il 9 novembre del 1995, alle ore 21:00, nella città di Catania, nell’area adibita a parcheggio, nell’angolo fra via Raffaello Sanzio e via Oliveto Scammacca un individuo, a viso scoperto, con una pistola Beretta calibro 7,65 serie 80, munita di silenziatore uccideva, con sei pallottole, Serafino Famà, stimato professionista del Foro di Catania, un uomo intransigente quanto generoso per quanto riferiscono coloro che lo hanno conosciuto e che hanno testimoniato nel corso di questo dibattimento”.

Le piste seguite inizialmente dagli inquirenti sono le più disparate. Saranno le dichiarazioni fornite da alcuni collaboratori di giustizia, che hanno direttamente partecipato alla commissione dell’omicidio e che hanno confessato la loro responsabilità pur non esistendo alcun indizio a loro carico, a fare luce finalmente sull’omicidio: “l’avvocato Serafino Famà è stato ucciso per aver deciso di non far testimoniare Stella Corrado, in un processo che vedeva come imputato Giuseppe Maria Di Giacomo, reggente del clan Laudani, affiliato al clan Santapaola”.

Di Giacomo, arrestato mentre si trovava in compagnia di Stella Corrado, moglie di suo cognato Matteo Di Mauro, è convinto che una testimonianza a suo favore di Stella Corrado, possa scagionarlo. La donna, però, chiamata a deporre si avvalse della facoltà, riservata dal codice ai congiunti degli imputati nel dibattimento, di non deporre. Fu subito chiaro che era stata consigliata in tal senso dal suo difensore, l’avvocato Famà. L’ira di Di Giacomo per la mancata deposizione crebbe ulteriormente dopo la condanna. Indipendenza e libertà non potevano essere tollerate. Dal carcere viene dato l’ordine: bisogna vendicarsi e uccidere quell’avvocato. Nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza a carico degli imputati, tutti condannati all’ergastolo, pronunciata il 4 novembre 1999, si legge: “Le risultanze processuali pertanto, per come sopra evidenziato, hanno dimostrato che il movente dell’omicidio in esame va individuato esclusivamente nel corretto esercizio dell’attività professionale espletata dall’avvocato Famà”.

“Onestà e coraggio: se ti comporti con onestà e coraggio non devi avere paura di nulla”. Questo l’insegnamento che Serafino Famà ripeteva a Flavia e suo fratello Fabrizio. Questo l’insegnamento che ognuno di noi dovrebbe far proprio giorno dopo giorno.

Valentina Ersilia Matrascia

I tentacoli della piovra nel Lazio: la quinta mafia.


È un decreto di sequestro di beni, per un valore complessivo di oltre 110 milioni di euro, emesso dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Roma nei confronti di Federico Marcaccini, imprenditore romano 34enne noto negli ambienti della  ‘ndrangheta con il soprannome di Pupone e altre 76 persone, ad aprire un nuovo capitolo dell’operazione “Overloading” condotta dalla Dia di Reggio Calabria.

L’imprenditore, già arrestato a dicembre 2010 poi scarcerato da un’ordinanza del Tribunale del Riesame, stando a quanto emerso dalle indagini, investiva larga parte dei suoi capitali nel narcotraffico e intratteneva fitti rapporti con noti esponenti malavitosi di San Luca e Locri tra i vertici della ‘ndrina calabrese Pelle.

Tra i beni di proprietà di Marcaccini – nonostante una dichiarazione dei redditi modesta – oltre a diversi immobili, palazzine e mega ville al centro di Roma e in diverse province laziali, un albergo a Fabrica di Roma in provincia di Viterbo e uno a Taormina in Sicilia, vi sono diverse attività nel settore immobiliare, ambientale e del commercio di autovetture e il noto Teatro Ghione di via delle Fornaci. Il teatro, concesso in locazione da Marcaccini ad una società risultata estranea ai fatti, non è comunque sottoposto a sigilli ne “chiuso al pubblico, ma aperto e operativo” – assicura il Comitato di gestione del teatro – “i lavoratori e gli artisti in cartellone assicurano il regolare svolgimento degli spettacoli e degli eventi previsti”.

L’operazione della Dia calabrese dimostra, ancora una volta, la forte infiltrazione delle mafie e della criminalità organizzata in regioni un tempo insospettabili nelle quali invece da anni stanno emergendo chiaramente i segnali della presenza di quella che è stata definita “quinta mafia” o “mafia da contaminazione”. La piovra mafiosa, infatti, non coinvolge più solo le zone ‘storicamente mafiose’ ma ha allungato i suoi tentacoli anche nel resto del paese trovando nelle economie e nell’imprenditoria di regioni come il Lazio e la Lombardia terreno fertile per ripulire i propri capitali (l’Ufficio d’Informazione Finanziaria della Banca d’Italia, parla di circa 2473 operazioni nella Capitale sospette di riciclaggio nei primi sei mesi di quest’anno). E’ quindi indispensabile non abbassare la guardia.

“Le mafie – afferma da anni Antonio Turri, referente per il Lazio di Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie  –  come il cancro tendono ad invadere tessuti sani, sviluppando metastasi. Roma e il Lazio, in particolare il sud della regione,  non dovevano avere come fronte contro la penetrazione dei ‘clan’ il solo confine rappresentato dal fiume Garigliano: parte consistente di questi territori restano presidiati da poche decine di carabinieri e poliziotti e sono amministrati da ‘pezzi’ della politica che negano tuttora l’emergenza mafie”.

Valentina Ersilia Matrascia