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L’antifascismo nel sangue: donne partigiane

donne resistenza

Tratto da “Resistenza Bolognese”, il mensile di DIECI e VENTICINQUE

di Giulia Silvestri

“Le donne nella Resistenza sono ovunque. Ricoprono tutti i ruoli. Sono staffette, portaordini, infermiere, medichesse, vivandiere, sarte. Diffondono la stampa clandestina. Trasportano cartucce ed esplosivi nella borsa della spesa. Sono le animatrici degli scioperi nelle fabbriche. Hanno cura dei morti. Compongono i loro poveri corpi e li preparano alla sepoltura. Un certo numero di donne imbraccia le armi. […] Tuttavia le donne non hanno ottenuto quei riconoscimenti che meritavano”. Angelo del Boca, partigiano, scrittore e storico.

Ogni storia personale è un tassello di quella del mondo. Scavare in essa comporta sempre scoperte inaspettate. Da quando sono piccola so di avere avuto dei partigiani in famiglia, di cui uno morto a Mathausen-Guesen, un altro fucilato a Sabbiuno di Paderno e il mio bisnonno, un sopravvissuto. In realtà i partigiani nella mia famiglia sono stati sette, di cui una donna: Antonietta Panzarini.

Donne partigiane: nonostante i lunghi silenzi e le omissioni sull’importanza del loro apporto, esse furono fondamentali quanto gli uomini nella liberazione, tuttavia le loro storie sono rimaste sconosciute per molto tempo, con l’esclusione di coloro che sono state elette nell’Assemblea Costituente e ad altre cariche importanti.

Le donne bolognesi hanno, come molte altre, ascoltato la propria coscienza e un numero rilevante di esse, compresa Antonietta, aveva una famiglia antifascista a condividere la propria lotta.

Il silenzio caduto su quella parte della storia della resistenza pesa ancora oggi. Chi nella nostra città sa chi era Irma Bandiera, quella donna che ha dato il nome alla via accanto allo Stadio? Chi conosce il nome di quella madre di Crespellano, alla quale hanno squarciato il ventre torturandola e uccidendo lei e il bambino che portava in grembo? Il suo nome era Gabriella Degli Esposti, partigiana medaglia d’oro al valor militare alla memoria, come Irma Bandiera. La loro morte ha portato il distaccamento della brigata di quest’ultima a prendere il suo nome, e per quanto riguarda Gabriella, molte donne abitanti nella sua zona hanno iniziato a lottare contro il nazifascismo creando così il raro fenomeno di una brigata partigiana tutta al femminile.

35.000 combattenti, 70.000 elementi dei Gruppi di Difesa della Donna (unione di donne che organizzavano scioperi contro i nazifascisti, pubblicavano e distribuivano giornali sulla resistenza, aiutavano finanziariamente le famiglie di partigiani uccisi o incarcerati\deportati): tutte accantonate dopo la guerra, come se non fossero esistite e come se quelle 19 medaglie d’oro al valor militare, di cui solo quattro a donne ancora in vita, fossero un misero premio di consolazione piuttosto che un riconoscimento. L’ipocrisia più grande fu quella di dare a queste donne una medaglia alla memoria ed emarginarle ed escluderle già durante i festeggiamenti della liberazione. Questo aspetto fu sottolineato dalle molte partigiane che dopo anni decisero di raccontare la propria storia. Come a dire: uomini e donne si assumano gli stessi rischi e gli stessi doveri morali, seguendo le proprie coscienze, ma ad essi non spettino gli stessi diritti.

Settant’anni dopo donne e uomini, di ieri e di oggi, si sono ritrovati insieme per ricordare un avvenimento caduto nell’oblio: la manifestazione delle donne antifasciste bolognesi del 16 aprile 1945, quando queste percorsero tutta via dell’Indipendenza con il tricolore (per poi lasciarlo ai piedi della statua di Garibaldi), senza curarsi dei militari tedeschi ormai in ritirata.

È questo il legame che infonde speranza: che le nuove generazioni conoscano le storie delle proprie famiglie, della propria città, e delle donne che sono entrate nella storia in punta di piedi ma con l’orgoglio di aver agito (o parteggiato, parafrasando Gramsci) e di non essere restate indifferenti durante la seconda guerra mondiale perché, come diceva Prima Vespignani “Io sono nata con nel sangue l’antifascismo e la voglia di fare qualcosa, non stare lì passiva a guardare dalla finestra, non mi è mai piaciuto guardar dalla finestra”.

 

Storie di resistenza bolognese

BO-21Aprile1945

Tratto da “Resistenza Bolognese”, il mensile di DIECI e VENTICINQUE

Di Antonio Cormaci

 

Bologna è una roccaforte della storia della Resistenza antifascista, un simbolo di un’Italia rinata dopo aver soffocato sotto le macerie dell’occupazione. Non solo la storia è la testimonianza di questo valore della città felsinea nella cronologia della Liberazione, ma anche la topografia della città stessa, con un sacco di vie intitolate ad eroi della Resistenza, nomi indimenticati nella memoria bolognese. Raccontarla tutta, sottrarrebbe non poco tempo.

In questa sede vorrei soffermarmi su l’operato dei partigiani della 7° Gap a Bologna, durante il periodo della resistenza, azioni che forse, al giorno d’oggi, non hanno la giusta risonanza.

Mi riferisco innanzi tutto alla liberazione dei prigionieri politici dalle carceri di S. Giovanni in Monte. Dodici gappisti, divisi in tre gruppi, di cui due in divisa fascista e nazista, giunsero dinnanzi le porte del carcere, intimando chi di guardia di far entrare quattro presunti prigionieri, nonché terzo gruppo dei tre dei partigiani. Entrati nelle prigioni, con fare deciso immobilizzano le guardie, colte di sorpresa, e liberano tutte i prigionieri, più di 50, all’interno del carcere. Nessuno potte fare niente e l’operazione “sotto copertura” fu un vero successo.

Altri eventi di particolare rilevanza nella storia della resistenza bolognese furono i due attacchi all’Hotel Baglioni, oggi una celebre struttura del centro storico della città. Nel 1944 era un ritrovo delle massime autorità naziste ed in quanto tale, la notte del 29 settembre dello stesso anno, fu oggetto di un primo attacco, fallito, ad opera di sei gappisti travestiti da guardie tedesche. Il piano prevedeva aprire il fuoco nella sale e poi piazzare una scatola di tritolo che, inizialmente, non esplose. Il piano venne riprovato il 18 ottobre dello stesso anno, stavolta con successo. Parte dell’edificio crollò e il commando cambiò residenza.

Sono storie dal sapore quasi cinematografico, ma intrise di immensa tragedia, segno comunque di uno sforzo comune collettivo dettato dalla disperazione e dalla voglia di ricacciare l’occupante.

Un evento importante in tal senso fu la Battaglia di Porta Lame, il 7 novembre 1944. Siamo alle soglie dell’autunno 1944, gli alleati hanno già sfondato la linea gotica. Il 13 ottobre giungeva al CUMER (Commando Unici Militare Emilia Romagna) un rapporto in cui si diceva che la 5 armata avesse inviato una direttiva ai partigiani bolognesi di entrare in città e di bloccare tutti gli accessi del nemico. Alle 6.15 del 7 novembre, scoperta la base tedesca di Via del Macello, inizia la battaglia. I fascisti e i nazisti inizialmente, e nel timore dell’arrivare dell’oscurità, dove notoriamente i partigiani agivano meglio, predisposero una massiccia offensiva utilizzando anche mezzi cingolati. Dopo 10 ore di battaglia, verso le 18 del giorno seguente, i fascisti e i nazisti occupavano ancora la base di Via del Macello pur non avendo ancora possibilità di vittoria. Fu così che intervenne la 7° GAP, che era insediata tra le rovine dell’Ospedale Maggiore e che stava occupando il cassero di Porta Lame. La reazione delle forze nemiche non sortì gli esiti sperati, considerata pure la tempestività dei partigiani. Possiamo tranquillamente definire che quella battaglia fu l’inizio delle operazioni che, da lì a poco avrebbero portato alla liberazione della città felsinea.

Queste storie, come tante altre, sono testimonianze del coraggio di una città, di un popolo, che con il sangue, anche con moltissima astuzia e con infinita forza è riuscito a diventare, forse, il simbolo della Resistenza italiana. Queste sono storie di resistenza bolognese. Queste sono storie di resistenza italiana.

Combattere per resistere

Sacrario Resistenza Piazza Netttuno

Tratto da “Resistenza Bolognese”, il mensile di DIECI e VENTICINQUE

 

di Diego Ottaviano

 

Attilio, Floriana, Renato. Nomi di persone, di partigiani bolognesi. Nomi di chi ha sacrificato la vita per una finestra aperta sulla libertà. Un’apertura intensa, voluta, di quelle che illuminano e fanno la storia di un paese, il Nostro, l’Italia. Una fessura chiara, distinta e troppo importante per non essere difesa.

 

E’ questa la Resistenza Partigiana. E’ questo un fenomeno complesso, emozionante e drammatico. Un sentiero nascosto tra le buie battute della Seconda Guerra Mondiale. Un sentimento di passione e d’ideali, di difficoltà. Un filo sottile, fragile, protetto in battaglia da centinaia di donne, di uomini e di vite il cui nome è pezzo portante di democrazia.

 

Battaglie aggressive, piene di violenza e di racconti come quelli di via Piana a Bologna, dove i fascisti trovano la fiera opposizione di coloro che nella ‘Pace, Lavoro e Libertà’ riposerò il proprio credo. Partigiani, antifascisti e gente comune come fu Romolo Veronico, trovato con una rivoltella e ucciso dalla brutale ferocia di un’esecuzione fascista.

 

Opposizione armata e per la libertà. Scontri come quelli nel quartiere Lame, sempre a Bologna, dove la mattina del 7 novembre del 44’ perdono la vita giovani come Daniele, detto il Diavolo, ucciso dal rumore di una mitraglietta, sulla soglia di casa, quando è ancora un ragazzino non maggiorenne.

 

Conosciuta come ‘Battaglia delle Lame’ è questa uno dei teatri di guerra e sangue più drammatico d’Italia; uno scontro incisivo e crudele, tra i più violenti mai combattuti all’interno di un centro urbano della penisola. Un episodio centrale nella lotta verso la liberazione, che vede coinvolti i contingenti dei Gruppi di Azione Patriotica in opposizione alle forze armate tedesche e della Repubblica Sociale Italiana.

 

Un momento di storia indelebile, un apostrofato bellico lungo oltre dodici ore che non ferma partigiani e antifascisti nonostante l’inferiorità in numero. Uno smacco storico alle forze nazifasciste, frutto delle azioni di due distaccamenti della 7ª G.A.P., che costretti a un ripiegamento verso Porta Lame, prima resistevano agli attacchi delle formazioni di cingolati armati delle truppe nazifasciste, e poi con un’azione simultanea, circondavano e attaccavano le forze nemiche, che non ebbero tempo di una reazione ordinata.

 

Nei sotterranei dell’ospedale Maggiore la sede del primo distaccamento. Circa 230 uomini, guidati da Giovanni Martini “un esempio superbo di spirito, sacrificio e di amore per la Patria” che da partigiano è catturato, seviziato e ucciso proprio come Ferruccio Magnani membro tenace del Partito Comunista Italiano riconosciuto e massacrato da gruppi fascisti.In una palazzina di vicolo Macello vi era invece la sede del secondo distaccamento della 7ª G.A.P., composto da circa settanta unità condotte dal coraggio di Lino Michelini, alias William, e dall’audacia di Bruno Gualandi.

 

Storie bolognesi, italiane e di chi ha anteposto la difesa della Libertà a quella della propria vita. Momenti di resistenza, che raccontano una forte parte di noi. Storie di vita e di coraggio italiano che neanche la paura ha fermato e che invece ha nutrito le radici della nostra Italia, della nostra bandiera, della nostra cultura delle nostre speranze.

 

Partigiani d’Italia la voce sul futuro del nostro Paese. Una voce che ha lottato per il bisogno di pace, di democrazia e di giustizia. Una voce davanti al senso unico, combattere per resistere.