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Gli IMI e Adelmo Franceschini: storie di un’altra Resistenza

archivioVittorioVialli

La foto è tratta dall’archivio fotografico di Vittorio Vialli, internato bolognese che riuscì clandestinamente a documentare fotograficamente la realtà dei campi di internamento. In tal caso si tratta di una foto segnaletica di “benvenuto” presso il campo di Sandbostel.

Tratto da “Resistenza Bolognese”, il mensile di DIECI e VENTICINQUE

di Giovanni Modica Scala

 

 

Quando si parla di Resistenza, spesso ci si riferisce esclusivamente alla lotta antifascista dei partigiani. Una consuetudine più che comprensibile, legittimata dalla storiografia e dalla letteratura che ne hanno annualmente celebrato le gesta.

In tal modo si è spesso offuscata la storia parallela, e non meno determinante, di quella che Alessandro Natta (ex internato e segretario del PCI dopo Enrico Berlinguer) definì lAltra Resistenza, i cui protagonisti sono noti con l’acronimo di IMI (Internati Militari Italiani). Costoro furono ufficiali e soldati italiani che, all’indomani dell’8 settembre 1943, scelsero coraggiosamente l’internamento nei lager pur di non proseguire la guerra a fianco dei tedeschi nell’esercito repubblichino. Lo statusdi IMI fu un crudele stratagemma adottato dai nazisti per sottrarre gli italiani alla tutela della Convenzione di Ginevra del 1929 (compresa l’assistenza della Croce Rossa), per costringerli al lavoro manuale e per aggirare la contraddizione formale di considerare prigionieri i militari di uno stato formalmente alleato, la Repubblica Sociale Italiana, visto che Berlino non riconobbe mai il Regno del Sud.

Parliamo di oltre 600000 italiani che combatterono un’altra guerra, senz’armi, fatta di resistenza alla fame, al freddo, alle violenze e al lavoro coatto. Tra questi, spiccano nomi illustri come quello di Giovannino Guareschi, autore del celebre “Don Camillo”; del già citato Alessandro Natta; senza dimenticare personalità meno celebri ma di alta levatura morale e culturale, come Adelmo Franceschini, un “giovane” 91enne che ha fatto tesoro della propria drammatica esperienza per impegnarsi in prima persona dapprima nella vita politica di Anzola (è stato Sindaco e segretario della Camera del Lavoro) e poi, in missione nelle scuole di ogni ordine e grado (cosa che fa ancora oggi alla sua venerabile età), per trasmettere alle nuove generazioni valori oramai smarriti.

Ho avuto l’onore ed il privilegio di conoscerlo personalmente, assetato da una curiosità che va oltre le poche – e difficilmente reperibili – monografie sugli IMI.

Mi dice Adelmo che per quasi 30 anni lui e tanti altri ex internati si sono chiusi nel silenzio: quando siam tornati cera tanta voglia di dimenticare. Poi ci siamo resi conto che invece era importante parlare ai giovani, tramettere loro il valore della memoria con la testimonianza.

Non dimentica i torti subiti – spesso provenienti anche da alcuni “compagni – da parte di chi non ha compreso il sacrificio e il coraggio dei tanti militari italiani che scelsero l’internamento spinti da motivazioni ideologicamente non omogenee, principalmente mossi – come evidenzia un’analisi sociologica di Giuseppe Caforio – dall’antimilitaristico rifiuto di proseguire la guerra di Hitler e Mussolini, dalla fedeltà al re e dalla volontà di non combattere contro altri italiani. In molti casi, dunque, non risposero ad una scelta politica o consapevolmente antifascista.

Fu probabilmente anche per questo motivo che, come ricorda Franceschini, la casa editrice del PCI (Editori Riuniti) si rifiutò di pubblicare il diario di prigionia di Natta, dato poi alle stampe da Einaudi solo nel 1997.

Quando si parla di Resistenza, è opportuno ed auspicabile non semplificare e non cedere al riduzionismo. Bisognerebbe partire dagli anni 20: è allora che è iniziata la prima Resistenza al fascismo con Matteotti, Dozza, Gramsci, Pertini. Poi c’è stata anche la Resistenza degli operai delle grandi fabbriche del Nord che nel 1944 si rifiutavano di lavorare, molti dei quali sono stati portati a Mauthausen.

La vicenda degli Internati Militari rientra a pieno titolo nella guerra di Liberazione e come tale Franceschini la rivendica, con un pizzico di polemica: Se noi 600000 avessimo aderito alla Repubblica di Mussolini per voi diventava dura la vita di partigiani! Ciò non toglie nulla al valore e al rispetto di questa epopea della guerra di liberazione ma è bene ricordare che ci sono stati alcuni partigiani che lo sono diventati il giorno in cui sono arrivati gli americani. Adesso prendi per il culo a me che ho detto subito no e mi son beccato 2 anni di internamento?!.

Dopo questa accesa puntualizzazione, torna ad essere la persona mite che ho conosciuto e sottolinea il valore del rispetto altrui e del ripudio dell’odio: Io non odiavo il popolo tedesco, che peraltro è stato in parte vittima. Lodio è il sentimento peggiore che un essere umano possa coltivare. Subito penso ad una frase con cui mio nonno, preso prigioniero a Rodi e anch’egli internato, chiude la premessa del suo inedito diario di prigionia, auspicando che la propria testimonianza possa servire ad odiare la guerra, che dissolve ogni valore morale, e a concepire l’amore come l’unico splendido dono concesso all’uomo da una entità sconosciuta, a parziale risarcimento di innumeri sventure. Cito a memoria l’estratto e i suoi occhi si illuminano: vedi come coincidono i sentimenti di quella generazione lì?.

Al termine della nostra piacevole conversazione, Adelmo fa riferimento all’attualità. Riporto di seguito integralmente le sue parole cariche di preoccupazione ma anche di speranza e fiducia nel cambiamento.

“Il dramma dell’Italia è che, a differenza della Germania, non ha ancora fatto i conti con la propria Storia. Uno dei mali peggiori è l’indifferenza. Sono convinto che ci sono ingredienti e molte analogie con quello che successe molti anni fa, anche se in un contesto diverso.

I ragazzi devono conoscere la Storia perché gli serva per essere più preparati e meno indifferenti sul presente, altrimenti non serve a niente.  LA MEMORIA E LA STORIA SONO IMPORTANTI PER CAPIRE IL PRESENTE E COSTRUIRE IL FUTURO.Io sono convinto che dobbiamo continuare ad andare nelle scuole ma è necessario che riusciamo a parlare con gli adulti, anche perché i 40enni e 50enni, molti dei quali non sanno nulla di quello che è successo, ci governano eh! Se questi non hanno memoria storica, rischiano anche in buona fede di far delle cavolate. Io credo – ne sono convintissimo – che abbiam bisogno adesso di un grande riscatto civico attraverso una battaglia culturale. Se la legalità non diventa cultura collettiva non ce la facciamo; se la Costituzione non diventa patrimonio culturale di ogni cittadino, come facciamo a combattere chi cerca di modificarla e non attuarla? Io questa battaglia la faccio sempre, perché sento che è lì che siamo carenti… accidenti il diavolo!

Son preoccupatissimo, però non perdo mai la speranza. In campo di concentramento, se perdevi la speranza, dopo pochi giorni morivi. Quindi dovete essere attenti, consapevoli delle difficoltà, ma dovete vivere la speranza e la fiducia che è possibile costruire un mondo diverso, più giusto, un mondo di pace.Dovete essere voi gli artefici principali del vostro futuro, non restate alla finestra a guardare mentre qualcuno progetta il futuro per voi. Bisogna mettersi in gioco.

Io, finché avrò fiato, lo spenderò per questa causa”

La responsabilità di fare la storia

bologna 21 marzo di Valeria Grimaldi

 Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

Lo si ripete più e più volte. Il nostro è un paese la cui storia è segnata dalle stragi, tentativi di golpe (alcuni, a quanto pare, andati a buon fine) che hanno destabilizzato le fondamenta della nostra democrazia e cambiato il corso della storia. Un cambiamento che trascina i suoi effetti fino ad oggi, a 60, 50, 40, 30, 20 anni da quegli eccidi: non esiste una sola decade che non abbia conosciuto esplosioni e sangue di innocenti che scorre, come un fiume in piena. Nella XX giornata della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti di tutte le mafie, insieme all’elenco delle vittime di mafia, Libera e Don Ciotti hanno voluto includere anche altri nomi, quelli delle vittime della Strage del 2 agosto, dei treni Italicus e Rapido 904, della strage di Ustica e della Uno Bianca. Stragi che trovano qui, a Bologna, un comune denominatore che intreccia storia giudiziaria e storia di vita. Nel seminario “Terrorismo e mafie, tra verità storica e verità giudiziarie”, si è cercato di mettere un punto a tante scomode verità; si è seguito un filo rosso che accompagna tutta la storia della nostra repubblica: da Portella della Ginestra, in quel 1 maggio 1947, alle stragi del “continente” nel 1993 tra Firenze, Roma e Milano; passando per Bologna, alla stazione, quello squarcio rivolto al cielo; l’Italicus e il Rapido 904, Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Un Paese unito sotto il (di)segno di un uso politico della storia e delle strutture del nostro ordinamento. E’ questa una prima certezza. Una certezza che viene detta con forza da tutti i relatori presenti: Maurizio Torrealta, giornalista che si è sempre occupato di queste tematiche; Cinzia Venturoli, storica che da anni conduce un lavoro di sensibilizzazione coi giovani e con le scuole; Manlio Milani, presidente dell’Associazione Familiari delle vittimi di Piazza della Loggia; Raimondo Catanzaro, sociologo esperto di mafia e terrorismo; Vincenzo Macrì, procuratore generale di Ancona, già giudice e procuratore generale a Reggio Calabria e sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, vice di Pietro Grasso; e Ilaria Moroni, moderatrice dell’incontro, della Rete degli archivi per non dimenticare (http://www.memoria.san.beniculturali.it/ ). Intervengono, dopo una prima battuta di riflessioni, i magistrati Leonardo Grassi (che si occupò nella sua carriera dei processi Italicus bis e Strage di Bologna bis) e Claudio Nunziata (anche lui si occupò della Strage del 2 agosto, dell’Italicus e del Rapido 904); gli storici Francesco M. Biscione (fu consulente per la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo) e Francesco Di Bartolo (che si è occupato, e continua ad occuparsi, di Portella della Ginestra). Tante voci, diverse, ma che sembrano parlare all’unisono. C’è una certezza, abbiamo detto. E cioè la destabilizzazione che le stragi hanno provocato nella nostra storia e nella nostra democrazia, cambiandone sicuramente la direzione. Viene quasi automatico provare ad immaginare, a questo punto, come sarebbe stato il nostro Paese, come sarebbe oggi. Ma è un pensiero inutile, che scarica facilmente le colpe che ciascuno di noi ha e di cui deve farsi carico. Perché sono tante altre le certezze, una in particolare. Più volte ribadita in tantissime sedi, ma che in questa occasione acquista un significato che pesa sulle spalle. E’ proprio la verità la grande assente della nostra storia. E questo perché “spaventa”, come sostiene Catanzaro, o è addirittura “inconfessabile”, come invece sostiene Nunziata. Questo concetto così reale e fugace al tempo stesso, viene declinato in una moltitudine di sfaccettature che te ne fanno cogliere l’estrema duttilità. Ma anche la necessità che venga gridata a gran voce. Il rapporto tra verità storica e verità giudiziaria, all’interno di un ordinamento giuridico, non dovrebbe nemmeno porsi. Il giudice accerta i reati all’interno di un processo, non la storia. E lo storico, come spiega bene Cinzia Venturoli, proprio lì dove il giudice è costretto a fermarsi per le regole processuali, ha il dovere di andare avanti. Una “responsabilità di fare la storia”. Il fatto che le sentenze, quelle poche che giudizialmente sono arrivate ad un accertamento penale delle responsabilità, arrivino a ricostruire fatti e pezzi della storia del nostro paese, è una anomalia tutta italiana, proprio perché, come già ribadito, le stragi, sia di terrorismo che di mafia (e molto spesso entrambi hanno concorso nella loro realizzazione), hanno avuto un preciso scopo politico. E anche perché, dall’altro lato, come ribadisce anche Manlio Milani, gli storici non stanno facendo la loro parte, salvo rare eccezioni: insieme ai mass media “si rinchiudono nella facilità del mistero e del misterioso”; sul terrorismo brigatista ci sono state una infinità di pubblicazioni, mentre su questo periodo si fa un enorme fatica perché, dice sempre Milani “risulta più facile entrare in collisione con il potere”. Quel potere che ha utilizzato i nostri apparati per una precisa finalità di politica interna. Un cerchio che si chiude, insomma. “Non si può capire il presente e soprattutto costruire il futuro, senza conoscere il passato”, dice il procuratore Macrì. Un passato che a fatica riesce a costruire memoria e conoscenza. Le due chiavi di lettura necessarie affinché tutti possiamo renderci responsabili di fare la storia. Di conoscerla, capirla, e farla nostra. Quel “io so, ma non ho le prove”, di pasoliniana memoria, riecheggia nell’aria costantemente. Ma si arresta ad un certo punto, non può che essere costretto a fermarsi. Da un muro di parole e di commozione dell’unica persona intervenuta che non mi sono sentita di includere insieme a tutti gli altri. Franco Sirotti è fratello di Silver Sirotti, una delle vittime del treno Italicus, che nel 2014 ha compiuto 40 anni da quella bomba deflagrata fuori dalla galleria del Grande Appenino, e che fece 12 morti e 48 feriti. Silver era conduttore per le Ferrovie dello Stato: diplomato, studente di ingegneria. Era lì, ci racconta Franco: non era il suo turno quel giorno, ma fu chiamato lo stesso per essere in servizio su quel treno espresso Roma-Monaco di Baviera, in quella calda estate del ’74. Aveva solo 14 anni Franco, quando seppe che il fratello 24 enne era una delle vittime di quella strage: un giorno che non ha mai dimenticato e che gli ha cambiato la vita per sempre. La cosa sorprendente della storia di Silver, e di Franco, è che Silver era sopravvissuto all’esplosione: non si trovava nella quinta carrozza dove era stata posizionata la bomba. Ma decise, con un estintore in mano, di gettarsi tra le fiamme, per salvare le persone intrappolate in quell’inferno di fuoco. E da quell’inferno non fece più ritorno. “Per la celebrazione dei quarant’anni della strage, lo scorso 9 maggio, mi è successa una cosa straordinaria”: Franco racconta di aver conosciuto per la prima volta, dopo quarant’anni, Mauro Russo, uno dei sopravvissuti alla strage grazie all’intervento di suo fratello Silver, insieme alla sorella Marisa, purtroppo scomparsa qualche anno prima per un male incurabile. E conobbe anche un’altra famiglia, di Castel Franco Emilia, che fu spostata dalla quinta carrozza ad un’altra proprio da Silver, per farli stare più comodi, e salvandogli, casualmente, la vita. «Controllore in servizio, in occasione del criminale attentato al treno Italicus non esitava a lanciarsi, munito di estintore, nel vagone ov’era avvenuta l’esplosione per soccorrere i passeggeri della vettura in fiamme. Nel nobile tentativo, immolava la giovane vita ai più alti ideali di umana solidarietà. Esempio fulgido di eccezionale sprezzo del pericolo e incondizionato attaccamento al dovere, spinti fino all’estremo sacrificio. Alla memoria.» (Medaglia d’oro al valore civile) Non nasconde l’emozione, Franco. E non la nascondo nemmeno io. Per quel ragazzo, poco più grande di me, che ha dato la sua vita per salvarne altre. Forse ad una verità piena non si arriverà mai. Ma questo non ci giustifica dalla nostra responsabilità, la stessa di cui parlavo prima. Una responsabilità che ci chiede, a gran voce, che il coraggio di Silver non venga mai dimenticato.

La verità vi farà liberi. E la verità illumina la giustizia

“La verità illumina la giustizia” recita lo slogan scelto per la XX Giornata delle memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa dall’associazione Libera e che si terrà il prossimo 21 marzo, a Bologna.

Dopo la prima manifestazione del 2003 a Modena, è la seconda volta che Libera organizza la manifestazione nazionale in Emilia Romagna, e caso vuole che non avrebbe potuto scegliere anno migliore. Proprio in queste ultime settimane il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine si è abbattuto su una delle regioni del nord dove le mafie sono più che radicate tanto da essere definita dalla Procura Nazionale Antimafia, “Terra di mafia”.

Undici le mafie presenti ( qui trovate un po’di materiale prodotto negli anni scorsi. Quima anche quioltre che qui e qui se non bastasse) che con forti alleanze si sono spartite soldi e territorio, all’insaputa di molti, dato lo stupore generale all’indomani della maxi operazione di polizia “Aemilia”.

In realtà c’é chi l’ha sempre saputo (chi ha scritto i dossier riportati sopra e I Siciliani giovani per esempio), l’ha scritto e divulgato. Ed ora non canta vittoria ma si dispiace perché non é stato ascoltato e perché tutto ciò si sarebbe potuto evitare. Ed anche la Chiesa ha le sue colpe. Se si fosse affrontato il problema piuttosto che gridare al pericolo di danneggiare il turismo (così come ha fatto il parroco di Brescello, don Evadro), se si fosse posta attenzione veramente (siamo ancora in tempo, eh) al problema delle mafie, magari non saremmo nella situazione in cui ci troviamo oggi.

Ma anche nella Chiesa, così come nella politica, non sono tutti uguali. Per un Sindaco che parla di Francesco Grande Aracri come “uno gentile e molto tranquillo” c’è un altro politico che già alcuni lustri fa (Massimo Mezzetti, oggi assessore regionale alla Cultura con delega alla legalità) non perse tempo a denunciare la presenza del fenomeno mafioso in regione. E per una Chiesa che tentenna sull’argomento, ce n’é un’altra come quella dell’arcidiocesi di Bologna, nella persona del suo vicario, mons. Silvagni, che non si é tirata indietro ad affrontare l’argomento e don Giovanni, la cui voce autorevole è presente nel mio libro “L’eucaristia mafiosa – La voce dei preti”, parlava delle mafie in regione e a Bologna. Ma questo lo sa bene anche don Mario Fini, che abbiamo avuto il piacere di conoscere durante una delle presentazioni nella città felsinea. Ed é a loro che mi rivolgo, sperando poi in un’azione corale, affinché il prossimo 21 marzo siano presenti e vivi all’interno di quel corteo tra i tanti giovani ed i familiari delle vittime di mafia, della stazione di Bologna e della strage di Ustica, che insieme si stringeranno nel primo giorno di primavera.

La Chiesa deve fare sentire la sua voce. E quanto sarebbe bello sentire parole forti e giuste (e magari poi seguite dai fatti) da quel palco in Piazza VIII Agosto.

“Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” dice il Vangelo di Giovanni. E la verità illumina la giustizia.

Due Agosto, la bomba 34 anni fa

“Reti di Memorie” – 2 agosto 1980-2014

Qui il nostro speciale sulla strage della Stazione di Bologna

Oggi l’anniversario della strage alla stazione che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. In Senato un minuto di silenzio. Grasso: “Mantenere vivo il ricordo contro cultura della dimenticanza”. Bolognesi: “Governo mantenga impegni presi”. Contestazione di collettivi e centri sociali pro Gaza

 

BOLOGNA – La celebrazione del trentaquattresimo anniversario della strage alla stazione è iniziata in Consiglio comunale alle 8,30con l’incontro tra gli amministratori e l’Associazione famigliari delle vittime presieduto dal sindacoVirginio Merola, dal presidente dell’associazione stessa Paolo Bolognesi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Alla stessa ora sono confluite in piazza Maggiore anche le staffette podistiche “per non dimenticare” provenienti da tutt’Italia. 

“Il governo italiano non dimentica né questa né nessun altra strage né nessun altro atto di terrorismo compiuto in questi anni nel nostro Paese”. E’ la “rassicurazione” che il ministro Giuliano Poletti ha consegnato oggi ai famigliari delle vittime del 2 agosto, oggi nella sala del consiglio comunale di Bologna. Poletti ha portato i saluti del premier Matteo Renzi. “L’obiettivo del governo è quello di dare piena attuazione alla legge 206 per il risarcimento alle vittime delle stragi. E’ un obiettivo da raggiungere al più presto possibile in maniera equa e piena”. “Ogni risarcimento – ha aggiunto Poletti parlando ai familiari delle vittime – non può cancellare lo strazio e il dolore, ma può dare il senso che lo Stato è vicino a chi ha sofferto. Il lavoro sta andando avanti, abbiamo inserito alcune norme che risolvono una parte significativa dei problemi, ci sono ancora alcuni nodi irrisolti. Ma questo metodo ha dato buoni frutti – ha concluso Poletti – e l’obiettivo del governo è raggiungere un’applicazione piena di questa legge”.

Anche la figlia di Aldo Moro, Agnese, è a Bologna oggi. A lei si è rivolto il presidente dell’associazione dei familiari delle vittime, Paolo Bolognesi, nella sala del consiglio comunale e ringraziandola per la presenza insieme “ai figli di Bachelet e al figlio del giudice Amato”, ai parenti della strage dell’Italicus, di piazza della Loggia e del Rapido 904: tutti “avvenimenti luttuosi” che hanno scandito “la storia criminale e politica del Paese”. Intanto, “ogni anno aumentano” i familiari delle vittime della stazione presenti alle cerimonie (quest’anno, alla vigilia della commemorazione di oggi ne risultavano oltre 140), sottolinea Bolognesi: “Non una riunione di reduci ma di persone che vogliono affrontare il futuro con le riforme che servono per la democrazia e a recuperare la vita civile del Paese”. Non si tratta solo di ricordare il passato, aggiunge il presidente: bisogna “rendersi conto che se viviamo una situazione di questo tipo è anche perché non si sono tratte le conseguenze di quello che sono stati questi anni” scanditi dalle stragi, che non hanno permesso all’Italia di “maturare dal punto di vista democratico”. Ha poi ricordato l’impegno del governo suirisarcimenti alle vittime: “Dopo dieci anni di immobilismo, si
è rimessa in moto la macchina che dovrebbe far funzionare completamente la legge 206 sui risarcimenti per le vittime. L’anno scorso abbiamo ascoltato il ministro Delrio che in quest’aula prese una serie di impegni precisi: non tutto è stato fatto, però molta parte sì”, ha rilevato Bolognesi. Questo, ha aggiunto, “è un buon avvio e mi auguro che gli impegni presi allora si mantengano e che al più presto i punti irrisolti vengano risolti”.

L’Aula del Senato ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime della strage. Il momento di riflessione è stato proposto dalla vicepresidente Valeria Fedeli ai Senatori. Anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, invia un messaggio. “Nonostante il passaggio inesorabile del tempo- scrive Grasso- costituisce un nostro preciso imperativo morale mantenere vivo il ricordo di quel giorno, non solo per rendere omaggio a persone innocenti, che per mano di una violenza cieca e insensata, sono state strappate alla vita e agli affetti, ma, soprattutto, per alimentare la memoria della nostra storia contro la ‘cultura delle dimenticanza’”.

“Al perpetuarsi del ricordo di quei tragici eventi anche da parte delle generazioni che non li hanno vissuti deve infatti accompagnarsi una esauriente risposta all’anelito di verità che accomuna i familiari e l’intero Paese”. Lo scrive ilPresidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel messaggio a Paolo Bolognesi. “A trentaquattro anni dalla strage consumata alla stazione di Bologna – afferma il Capo dello stato – il mio pensiero partecipe e commosso va alle ottantacinque vittime, agli oltre duecento feriti, segnati dall’orrore di quella mattina, e all’incancellabile dolore dei loro famigliari”. Per Napolitano “La strage è stata frutto di una stagione di intolleranza e di violenze che non può essere dimenticata. Merita pertanto gratitudine e apprezzamento l’impegno civile dell’Associazione da lei presieduta, che persegue una riflessione costante su quel barbaro attentato, invocando un compiuto accertamento degli aspetti non ancora chiariti”. “Con questo spirito,  esprimo a lei,  illustre Presidente, ai feriti e a tutti i famigliari delle vittime – conclude – la mia affettuosa vicinanza e i sentimenti di partecipe solidarietà di tutta la Nazione”.

Alle 9,15 è partito da piazza Nettuno il corteo che, attraverso via Indipendenza, è giunto in piazza Medaglie d’Oro.

“‘L’anno scorso ero con Bolognesi e tanti altri, nella piazza della stazione di Bologna, per la cerimonia di commemorazione delle vittime della terribile esplosione che nel 1980 spezzò la vita di 85 persone e ne ferì altre 200. Non era facile per me, appena eletta alla presidenza della Camera, rappresentare quelle istituzioni che non sempre erano state in grado di rispondere alla richieste di verità e giustizia. Ricordo ancora l’emozione di essere su quel palco, così come la calorosa accoglienza”. Lo scrive su Facebook la presidente della Camera,Laura Boldrini. “Quel giorno ho ribadito il mio impegno alla massima trasparenza. Fin dall’inizio della legislatura, la Camera ha deciso di togliere il segreto da molti documenti a cui hanno lavorato le Commissioni di inchiesta presiedute da deputati – conclude la Boldrini -. Mi auguro che, anche attraverso questo contributo, possano essere compiuti quei passi decisivi che ancora ci separano dalla verità sui mandanti e gli ispiratori delle stragi”.


Dopo un minuto di silenzio alle 10,25, ora dell’esplosione, ha parlato il sindaco Virginio Merola: “Noi bolognesi, da 34 anni, ci stringiamo con affetto e solidarietà nel ricordo di una strage terribile, ci ritroviamo e torniamo a sentirci una comunità con la nostra presenza a questa manifestazione. Una comunità che vuole verità e giustizia e che sarà determinata in questa richiesta fino a quando la verità giudiziaria sarà completata dall’accertamento dei mandanti, dei complici, dei responsabili di manovre di depistaggio. In questi 34 anni, insieme alle associazioni dei familiari delle vittime del 2 Agosto, dell’Italicus, del rapido 904, di Brescia, Piazza della Loggia, di Milano Piazza Fontana, della Uno Bianca, ai familiari di Marco Biagi, i Comuni di Milano, di Brescia, di Bologna, di San Benedetto val di Sambro e tanti altri comuni italiani hanno ricordato che il terrorismo vuole distruggere la democrazia e negare i valori alla base della nostra Costituzione”.

LA CONTESTAZIONE. Come promesso, alla fine del minuto di silenzio, centri sociali, movimenti e sindacati di base, che hanno sfilato oggi nel corteo per il 2 agosto hanno fatto retromarcia per abbandonare piazza Medaglie d’oro, ma non del tutto in silenzio. Infatti, non appena è stata data la parola al sindaco, si sono levati dei fischi dal gruppo di persone che oggi è sceso in piazza anche per condannare il bombardamento di Gaza. Oltre ha fischi si sono sentite le urla “vergogna, vergogna”. 

A seguire la deposizione di una corona sul primo binario in memoria del sacrificio di Silver Sirotti, ferroviere morto nella strage dell’Italicus, e alla partenza (11,15) dal piazzale est del treno straordinario per San Benedetto Val di Sambro con deposizione di corone sulle lapidi che ricordano le stragi dell’Italicus e del Rapido 904 con gli interventi del sindaco Alessandro Santoni e di Vincenza Napoletano, presidente dell’associazione vittime della strage del Rapido. 

Alle 11,15 messa nella chiesa di San Benedetto in via Indipendenza celebrata dal Vicario della Diocesi Giovanni Silvagni, mentre un quarto d’ora dopo sarà deposta un’altra corona in via Stalingrado 65, questa volta in memoria deitassisti deceduti

Gli ultimi appuntamenti saranno alle 16,30 al centro sportivo Barca, dove si disputerà un torneo di calcio alla memoria, e alle 21,15 in piazza Maggiore dove sarà allestito il concorso internazionale di composizione.

 

Tratto da Repubblica Bologna