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Dati e statistiche sull’accoglienza in Europa e in Francia

Di Tommaso Pieri

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L’Europa negli ultimi anni è stata fortemente interessata dal fenomeno migratorio. Secondo UNHCR nel nostro continente sono presenti 65,3 milioni di migranti, di cui 21,3 milioni sono rifugiati. Solo nel 2016 sono arrivati dal mare 355.361 migranti.
Secondo i dati di Eurostat, il sito ufficiale di statistiche dell’Unione Europea, i richiedenti asilo per lo più entrano in Europa da quattro stati precisi.
La Finlandia per poi poter cercare fortuna ed una sistemazione nei ricchi paesi scandinavi. La Bielorussia avendo come obiettivo quello di raggiungere principalmente la Germania o la stessa Scandinavia. Gli altri due stati frontalieri maggiormente colpiti sono: la Grecia, per poi attraversare la penisola Balcanica con la speranza di poter raggiungere la Germania, e l’Italia per poi raggiungere ancora una volta la Germania, attraverso il Brennero,  o la Francia, attraverso la città di confine Ventimiglia. Una volta arrivati in Francia non tutti i migranti scelgono poi di rimanerci, alcuni di loro ,per motivi di ricongiungimento parentale, proseguono il loro viaggio con l’obiettivo di oltrepassare la manica ed insediarsi poi nel Regno Unito.
Sempre a livello di statistiche Eurostat, ecco a voi quali sono gli stati i paesi con più richieste d’asilo nel 2015:
1) Germania: 1.544.848 

2) Regno Unito: 631.452

3) Francia: 363.869    

4) Spagna: 342.114

5) Italia: 280.078      

Ma qual è lo Stato veramente responsabile dell’accoglienza dei migranti?

La risposta a questa domanda è data dal regolamento di Dublino, un regolamento che vale per tutti i paesi dell’Unione Europea con l’aggiunta di Islanda, Svizzera , Norvegia e Danimarca.
Secondo il suddetto regolamento di Dublino, lo Stato incaricato di trattare la richiesta d’asilo è quello che ha avuto maggior importanza durante il viaggio del richiedente asilo. Questa importanza è stabilità attraverso 3 indici: paese d’ingresso in Europa, dove al migrante è richiesto di lasciare le impronte digitali; paese dove eventualmente abitano i propri prossimi, in tal caso vi sarà più possibilità di ottenere  il ricongiungimento familiare; ed infine il paese che gli ha rilasciato il visto. Il sistema di rilascio delle impronte è gestito grazie ad una banca dati chiamata Eurodac, in cui è riportato dove il richiedente ha rilasciato le sue impronte digitali.
I migranti, molto frequentemente, preferiscono evitare che stati colpiti molto duramente dalla crisi economica come Italia e Grecia, trattino la loro richiesta d’asilo. In questi stati rischierebbero, a causa dei pochi fondi disponibili per gestire l’accoglienza, di subire trattamenti inumani e degradanti. In quest’ottica vi è presente un’eccezione alla suddetta regola. Eccezione che ha come obiettivo quello di tutelare gli stati aderenti al trattato, che in quel momento si trovano, a causa di difficoltà varie, nell’impossibilità di accogliere nuove persone. Se  lo stato che, in diritto, dovrebbe occuparsi della richiesta di asilo, si trova nell’impossibilità di trattarla, allora sarà il paese dove il migrante ha fatto la richiesta d’asilo a dover trattare questa domanda, anche se non si tratta dello stato dove il profugo avrebbe dovuto rilasciare le proprie impronte digitali.
Il regolamento di  Dublino è stato oggetto di varie critiche, in primis quella di non predisporre un’equa ridistribuzione dei migranti negli stati membri, dando troppa pressione agli stati d’ingresso.  

Al momento è in discussione al Parlamento Europeo una revisione del suddetto regolamento. In questa revisione vengono mantenute le precedenti disposizioni riguardanti la scelta dello stato incaricato del trattamento della domanda, ma in aggiunta vi è un supporto di un algoritmo. Questo algoritmo calcola il numero di richieste che ogni stato aderente al trattato può studiare. Il suddetto numero è calcolato basandosi per il 50% sulla taglia del paese, dunque popolazione e dimensioni, e per l’altro 50% sul P.I.L. Il 150% del risultato ottenuto seguendo questo algoritmo corrisponde alla quantità massima di domande che ogni paese è in grado di trattare.

– FRANCIA

Come abbiamo visto la Francia è il terzo paese in Europa per richieste d’asilo nel 2016.
Ma come funziona l’accoglienza in Francia?
Nello studio della gestione dell’immigrazione in Francia il testo di riferimento è il C.E.D.E.S.A., “le code de l’entré et du sejour  des étrangères et du droit d’asile”.
Secondo il suddetto codice la Francia assegna lo status di rifugiato seguendo i  canoni  della Convenzione di Ginevra. Secondo la convenzione è da considerarsi rifugiato chiunque nel suo paese d’origine venga perseguitato per motivi di religione, sesso, razza o convinzioni politiche e che si trovi al di fuori del proprio paese perché non possa domandargli protezione per impossibilità o per paura.  Le persecuzioni consistono o in degli atti di particolare gravità oppure in atti che anche se non hanno un’estrema gravità sono comunque ripetuti varie volte nel tempo. Queste persecuzioni devono comportare una violenza che può essere sia fisica che morale, cosi come provenire da atti giurisprudenziali o amministrativi.

Secondo l’articolo 712-1 CESEDA l’asilo può essere assegnato anche tramite la protezione sussidiaria. E’ titolare del diritto alla suddetta protezione chiunque si  trovi in un un paese dove sia in atto un conflitto interno o abbia preso parte ad un conflitto internazionale, chiunque rischi di subire torture o atti inumani o di essere vittima della pena di morte. Come si noterà né questa protezione né lo status di rifugiato sono attribuiti a coloro che lasciano il loro paese a causa dell’estrema povertà o dell’impossibilità di trovare un lavoro stabile.
Ma come funziona esattamente la procedura di accoglienza in Francia? Ecco due linee guida:

Il  richiedente asilo lascia la sua domanda alla prima autorità amministrativa disponibile.
Questa autorità ha l’essenziale compito di stabilire se, secondo Dublino, è la Francia lo stato competente al trattamento della domanda. Se l’ “exagon” non risulterà competente il migrante avrà la possibilità di restare in Francia, per un massimo di sei mesi, fino all’individuazione del paese responsabile. Se invece lo stato competente risulta la Francia egli potrà risiedervi fino alla conclusione dell’esame.

L’ organo incaricato di studiare la domanda di asilo è l’ “Ufficio francese della protezione dei rifugiati ed apolidi”. L’ufficio ha varie possibilità:
1) La procedura accelerata:  Questa procedura è caratterizza da un immediato rifiuto dell’asilo. L’ufficio non studierà nemmeno la domanda. Infatti il richiedente asilo potrebbe costituire una grave minaccia all’ordine pubblico, aver dichiarato il falso o rilasciato falsi documenti d’identità oppure potrebbe palesemente venire da un paese sicuro, nel quale non rischia di subire persecuzioni o violenze derivanti da un conflitto.
2) L’irricevibilità: L’articolo 723-11 sottolinea come sia irricevibile, e quindi non considerata sotto il profilo contenutistico e sostanziale, la domanda di asilo di un migrante che ha già fatto la stessa richiesta ad un altro stato dell’Unione Europea.
3) Lo studio della richiesta: In questo caso l’ufficio per la protezione dei rifugiati e degli apolidi studierà in concreto e nel dettaglio la domanda d’asilo. Per fare ciò deve ottenere tutte le informazioni necessarie ad uno studio completo ed è per questo si svolgerà un colloquio personale tra il funzionario delegato ed il richiedente asilo. Dopo questo colloquio l’ufficio farà la sua decisione basandosi sulla situazione del paese d’origine del migrante e sulla sua storia personale.
4)Chiusura: La chiusura è quando l’ufficio interrompe lo studio della richiesta d’asilo. Per l’articolo 723-14 del C.E.D.E.S.A. vi sono 3 possibili casi: la volontà espressa del richiedente di rinunciare alla domanda, che lo stesso non sia andato al colloquio o che non abbia dato le sue generalità e residenza. Entro 9 mesi la domanda può essere riaperta, passato quel termine la chiusura diventerà  definitiva.


Durante l’individuazione dello stato competente o l’esame della domanda i migranti alloggeranno nelle strutture adibite all’accoglienza, che possono essere sia alberghi che strutture di persone morali incaricate dallo stato. Il richiedente asilo non può rifiutare o abbandonare l’alloggio a lui assegnato perché in questo caso perderà completamente il diritto ad una sistemazione.  L’allocazione dei profughi è stabilità seguendo gli schemi nazionali e regionali. Questi schemi sono delle disposizioni regolamentari che stabiliscono le modalità di accoglienza e quanti migranti possono essere accolti per zona della Francia. Chi si occupa dell’accoglienza riceverà un finanziamento statale. Quando un richiedente asilo ottiene lo status di rifugiato o la protezione sussidiaria egli deve lasciare l’alloggio immediatamente, a meno di eccezionali prolungamenti.

Gli stranieri possono, per varie motivazioni, essere obbligati a lasciare la Francia. Ad esempio se sono entrati clandestinamente, se il loro visto è ormai scaduto o se gli sono stati rifiutati la protezione internazionale  o lo status di richiedente asilo.
La prima opzione è quella dell’allontanamento.
La prima soluzione è che sia concesso un termine di 30 giorni allo straniero affinché lui possa autonomamente prepararsi per lasciare il paese.
Questo termine non  sarà concesso nel caso che questi sia una minaccia di ordine pubblico o che si comprenda la sua volontà di non lasciare il paese, come nel caso del clandestino che non abbia richiesto il rilascio di un titolo di soggiorno o di colui che si è già sottratto ad una precedente misura di allontanamento. Questa misura  sarà  applicabile anche d’ufficio. Determinate categorie di stranieri non possono essere colpite da queste pratiche, come ad esempio chi è genitore di un minore francese residente in Francia, chi è sposato da almeno 3 anni con un coniuge francese o che viva stabilmente nel paese da 20 anni. Lo straniero di norma è allontanato verso il suo paese di origine, verso paesi che gli abbiano già rilasciato permessi di soggiorno o paesi dove è legalmente accettato. Ovviamente non può essere indirizzato in nessuno stato dove la sua libertà o la sua vita risulterebbero in pericolo.
Ancora più pregnante invece è l’espulsione. Questa misura è adottata in casi estremi come un gravissima minaccia alla sicurezza sociale, come ad esempio  quelle provocate da attacchi con finalità terroristiche o da atti fortemente discriminatori. In questi casi saranno colpiti dall’espulsione anche gli stranieri che sono tutelati dall’allontanamento.

Coloro ai quali, nonostante, sia stata offerta la possibilità di preparare la loro partenza rifiutano di andarsene saranno dislocati nei  Centre de Retention administrative (CRA).  I migranti resteranno in questi locali per un tempo di 5 giorni per poi essere accompagnati o al paese d’origine o negli altri stati che si sono dati disponibili ad accogliere lo straniero. Il periodo di ritenzione può essere prolungato di 20 giorni su decisione del giudice della libertà e della detenzione. Questo stesso giudice può prolungare il soggiorno di altri 20 giorni in casi eccezionali, come l’impossibilità di scoprire l’identità dello straniero.  La durata della permanenza nei CRA non può essere superiore ai 45 giorni.
Gli stranieri durante questo periodo hanno 3 diritti fondamentali: quelli di essere informati, quello di essere difesi e quello alla salute. Il primo consiste nel spiegare in una lingua comprensibile a loro
il perché sono in ritenzione amministrativa ed il fatto che possono in ogni momento fare domanda di asilo. Per poter informare lo straniero dei suoi diritti eventualmente vi sarà un interprete a sua disposizione. Il diritto alla difesa consiste che in ogni CRA vi sono delle sale riservate ad associazioni e ad avvocati. Queste associazioni, tra cui la Cimade, che lavora nelle zone di Nantes e Bordeaux, sono finanziate dallo stato ed hanno il compito di seguire nelle pratiche amministrative e legali gli stranieri. Avvocati ed associazioni hanno il compito di ricordare a coloro che si trovano nei CRA che possono fare ricorso  verso ogni decisione giudiziale che li riguarda ed eventualmente di seguirli nel ricorso . Infine chi è in ritenzione ha il diritto ad essere curato ed a ricevere una visita medica durante la propria permanenza.
Ecco le condizioni di vita nei Centre de retention administrative. Ogni centro non deve contenere più di 140 persone, le quali dispongono di 10 metri quadrati a testa, uno in più dei carcerati. Ogni 52 persone vi è a disposizione un telefono, ed ogni 10 un bagno. Le camerate sono di 6 persone ciascuna e sono stabilite in base al sesso. Vi sono delle stanze per passare il tempo libero, delle medicine che sono accessibili a tutti e si può tranquillamente girare all’interno della struttura. La ritenzione nel CRA non è considerata detenzione, in quanto la detenzione è una misura di repressione verso chi commette un reato e nella maggior parte dei casi segue la decisione di un giudice che in questo caso non  è presente. La permanenza nei suddetti locali è quindi una misura esclusivamente amministrativa.
Il sistema dei centri di ritenzione amministrativa ha avuto numerose critiche, in particolar modo da parte delle associazioni che si occupano di sostegno ai migranti. La critica più frequente è quella che non è rispettato il limite delle 140 persone per struttura. La seconda riguarda le condizioni di vita all’interno delle strutture stesse, molte associazioni e la stessa Corte dei conti affermano che le condizioni di vita nei CRA sono totalmente disumanizzate.

Ultimamente due fatti di cronaca hanno coinvolto fortemente l’opinione pubblica e la società civile francese.  Gli avvenimenti di Calais e Ventimiglia.
Calais è una città portuale nel nord della Francia. La caratteristica che la contraddistingue rispetto alle altre città marittime è che dista solo 60 kilometri dal Regno Unito. Quindi molti migranti vi si dirigono con la speranza di abbandonare la Francia e di raggiungere  i loro cari che vivono oltre Manica. Il Regno unito però non vuole l’ingresso di extra comunitari nel suo territorio, respingendo  quindi chiunque cerca di arrivarci. A Calais quindi si è formata una tendopoli che ha ospitato addirittura fino a 6500 stranieri speranzosi di raggiungere il paese dei tre leoni.
In accordo con Uk la Francia ha sgomberato il campo profughi caricando le persone su pullman con il fine di portarli in 160 diversi centri di accoglienza presenti nel territorio francese. I migranti hanno fatto partire una protesta, a cui sono seguiti scontri con le forze dell’ordine che hanno fatto uso anche di gas lacrimogeno. L’obiettivo  dei profughi è quello di raggiungere la loro famiglia in Inghilterra e non di restare in Francia. A causa di questi scontri vi è stato un incendio nella tendopoli, dovuto all’ esplosione di una bombola di propano. Al momento vige un accordo bilaterale tra Francia e U.K., che prevede la possibilità di ricongiungimento parentale da parte dei minori che hanno parenti oltre manica.
Ventimiglia, invece, è la città di frontiera tra Italia e Francia. Da lì transitano i profughi che vogliono lasciare il Bel Paese per raggiungere il territorio francese, profughi che la Francia respinge. La Francia secondo diritto può legittimamente respingerli in quanto, in base ai criteri del regolamento di Dublino, molto spesso è il paese d’ingresso ad essere competente dello studio della richiesta d’asilo. La problematica è che i migranti non  vogliono rimanere in Italia, quindi tentano in ogni modo di superare il confine, anche a costo di attraversare rotaie e passaggi  a livello. Sempre più spesso accade che di notte, a causa della scarsa luminosità, i macchinisti della Societé National Chemin du Fer non riescano a frenare in tempo il treno, provocando cosi la morte di numerosi stranieri. Al momento vi sono numerosi scioperi da parte del personale ferroviario francese.
Ventimiglia ci porta a ragionare anche sui cosidetti crimini di solidarietà. Il crimine di solidarietà in questione è il favoreggiamento all’immigrazione clandestina. La pena per il delitto in questione è quella di 5 anni di carcere et 30’000 euro di ammenda. L’articolo 622 del nostro C.E.D.S.A sottolinea come siano colpevoli di questo reato tutte le persone che donino, in cambio di una retribuzione, trasporto, alloggio o  vitto ai migranti extracomunitari desiderosi di entrare in Francia. Su questa linea è di vitale importanza il caso Cedric Errou. Cedric Errou è un agricoltore che si è preso carico di aiutare dei migranti dando loro, vitto e alloggio. Non avendo agito con fine di lucro egli non è stato giudicato colpevole di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, ma ha comunque subito un’ammenda amministrativa di 3’000 euro. Una cifra che pesa in modo abbastanza ingente sulle economie di un agricoltore.

Como, ferragosto di festa nella città dei respingimenti

Di Enrico Campagni

Como

Concerto, danze, canti e performance spontanee si sono susseguite ieri sera all’accampamento dei migranti presso la stazione San Giovanni di Como. La rete di associazioni Como Senza Frontiere ha infatti coinvolto due band cittadine che hanno allietato il ferragosto dei rifugiati, dei volontari e degli altri gruppi di solidali presenti. La serata si è conclusa con una piccola parata del gruppo di percussionisti nigeriani, seguiti da migranti e italiani, verso il piazzale della stazione, simbolo della fuga verso il confine.

Molti africani tentano infatti ogni giorno di arrivare in svizzera con un regionale o un intercity che da Como arriva a Chiasso o Bellinzona. Tutti vengono fermati dalla polizia di frontiera e riaccompagnati in Italia. In caso di ingressi massicci, avvengono deportazioni, contro ogni regolamento internazionale, con l’utilizzo di bus privati verso Milano e poi sud Italia. Molti migranti raccontano di essere stati respinti anche quattro o cinque volte nell’ultimo mese. Tuttavia, nessuno di loro vuole arrendersi e tutti ritornano qui, al confine, perché il loro unico obiettivo è quello di raggiungere amici e parenti già accolti in Nord Europa. Ci sarebbe da chiedersi perché, una volta rifiutato l’asilo in Italia, vengano comunque deportati, a spese pubbliche, nei centri del nostro Mezzogiorno.

Aspetto positivo è invece la relativa cooperazione tra le più diverse e disparate realtà del panorama politico e associazionistico di sinistra italiano: Caritas, Arci, Sel, UDS, Asgi, Rifondazione Comunista, Missionari Comboniani. Da circa una settimana è attivo anche un presidio di solidali appartenenti a differenti realtà antifasciste italiane,  che hanno allestito un infopoint per fornire informazioni basilari sull’asilo e sulla situazione di frontiera. Hanno scelto di non dotarsi di una appartenenza politica precisa, in quanto desiderano “rimanere indipendenti da soggetti esterni alla realtà locale” – dichiara L., uno dei solidali che preferisce restare anonimo. “Vogliamo che si avvii un processo dal basso, senza fagocitazioni e senza programmi dall’alto. Ad esempio, il concerto di ieri. Hanno chiesto ai migranti se lo volevano? Loro voglio passare, e subito, non vogliono la musica!”. In effetti, se è pure vero che i servizi offerti dalle reti associative siano indispensabili, il rischio è che non ci si concentri sulla ragione di fondo che genera questa situazione di disagio: la chiusura del confine. Il problema è il confine, non il cibo, il letto, la mancanza di servizi” ci dice S., un’altra solidale.

Intanto si attende con trepidazione l’esito dell’interrogazione parlamentare che alcuni deputati socialisti del governo svizzero hanno richiesto e ottenuto per venerdì prossimo 19 agosto, con l’obiettivo di offrire una soluzione di transito ai migranti che si ammassano ogni giorno più numerosi  di fronte alla stazione di Como.

Ventimiglia, oggi previsti nuovi sgomberi

Di Enrico Campagni

 

A Ventimiglia si respira un’aria di crescente tensione. Il centro di accoglienza “improvvisato”, in piedi dagli inizi di giugno, sarà ufficialmente sgomberato oggi; con le frontiere chiuse si prevede lo sversamento di centinaia di migranti, in prevalenza sudanesi, per le strade del paese.

Come molte soluzioni “all’italiana”, il centro non era assolutamente “regolare” ma risultato di una occupazione semi-tollerata da parte di centinaia di migranti della parrocchia di San Nicola e dello spazio adiacente a essa. Sebbene non avesse avuto il permesso di aprire uno spazio di assistenza, la parrocchia aveva comunque deciso di rimanere a disposizione dei migranti, divenendo di fatto il luogo di erogazione di servizi e di pasti di Ventimiglia.

Da domani aprirà il nuovo centro di accoglienza straordinario della Croce Rossa voluto dal Ministero dell’Interno, tuttavia ancora in fase di allestimento. Nonostante possa solo accogliere per il momento solo un centinaio di migranti, la prefettura ha comunque deciso di chiudere la chiesa, senza tuttavia un progetto di accoglienza per gli altri “shebab” (“ragazzi” in lingua araba), che attualmente sono almeno ottocento.

Ricevuta la notizia dello sgombero, molti migranti hanno preso la via del confine, mai così sorvegliato prima della strage di Nizza.

Il risultato di questa maldestra manovra del Governo determinerà probabilmente solo l’ennesima migrazione di centinaia di profughi in un altro luogo della città, com’era già successo prima del loro arrivo alla chiesa di San Nicola.

Ventimiglia, 15/7/2016

Idomeni dopo gli sgomberi. Testimonianze dal fronte greco-macedone

 

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Di Chiara Cosentino

 

Sono partita per la Grecia a inizio giugno, subito dopo che il grande campo di Idomeni era stato sgomberato. Esaurita l’attenzione mediatica, quello che si è presentato ai miei occhi è stato al di fuori di ogni aspettativa.

A Salonicco, appena arrivata, noto che alla stazione dei bus ci sono una ventina di bambini che dormono insieme alle loro madri, in sacchi a pelo sparsi per terra. Giocano tra un autobus e un altro. Una madre mi dice che il marito è in Belgio è che un giorno lei lo raggiungerà. Gioco un po’ con loro, in quello spazio surreale, mentre le persone partono e vengono.

Prendo l’autobus per Polycastro, a 20 minuti di macchina dal confine Macedone. Il paese è immerso nelle campagne e il turismo è praticamente nullo: al momento l’economia si sta muovendo grazie al continuo viavai di volontari. Appena arrivo una macchina di altre volontarie mi porta ad Hara camp, un campo profughi all’interno di una stazione di servizio sull’autostrada. Circa 900 tende sono sull’asfalto ed altrettante sui terreni. Ci sono siriani, afghani, iraqueni, pakistani, congolesi. I bambini sono tantissimi, per questo c’è urgente bisogno di volontari al “baby hammam”.

In quanto a servizi, ci sono una ventina di bagni chimici posizionati e il bar dell’autoservizio, aperto h24, al cui interno è stato allestito un mini-supermercato e un ristorante che si è adeguato alla cucina araba. Non ci sono docce gratuite nel campo: le uniche docce sono all’interno dell’area di servizio e costano 7 euro; c’è un fiume vicino, dove si lavano gli uomini. Le donne non hanno uno spazio, un “hammam” per loro. I bambini sono quelli che maggiormente necessitano di cure, sono i primi che si possono prendere le infezioni. Al mattino vengono consegnati dei biglietti per farsi il bagnetto.

Trascorro il mio primo giorno intrattenendo i bambini che sono in fila, giocando. Il sole è caldo, non c’è ombra, loro continuano a sorridere e non vedono l’ora di entrare nelle vaschette e lavarsi. Le madri arrivano, ci ringraziano, ci guardano con occhi colmi di gioia.

Li laviamo, li riempiamo di crema solare, antipuntura e in certi casi facciamo dei piccoli bendaggi su alcune ferite, li vestiamo e doniamo loro una borsa con del latte, frutta e verdura e qualche cambio. Come volontari cerchiamo di rispettare il fatto che le bambine di una certa età non possono indossare le canottiere e i maschi non devono avere dei pantaloni troppo corti. Cerchiamo, ma a volte non ci riusciamo, perché i vestiti che abbiamo sono quelli che ci hanno donato. I bambini escono profumati e sorridenti, mi abbracciano e io sono felice di ricevere quegli abbracci.

Alla sera mi portano a Eko camp, altra stazione di servizio. Lì le persone sono circa 2000 (principalmente siriani, ma ci sono alcune minoranze). A differenza di Hara, Eko è molto strutturato, i volontari di Indomeni sono tutti lì.

Ci sono tantissimi bagni e lavandini. Le tende sono di UNHCR e c’è anche Medici Senza Frontiere all’interno del campo. È un campo informale molto grande con tutti i servizi necessari, c’è la scuola per i bambini, il punto legale, diversi negozi, la cucina, l’area animazione, la radio gestita da volontari italiani.

Grazie al lavoro dei volontari, la vita in questo campo è scandita da una serie di attività ludiche: dall’animazione ai balli, persino al cinema serale.

Questo campo si trova a 40 minuti a piedi dal campo governativo e quello che mi ha lasciato senza parole sono state le centinaia di persone che si muovono dal campo governativo a quello non formale, passando dalla campagna. Il motivo è semplice: nei campi governativi il cibo è totalmente lontano dalla cucina araba a cui loro sono abituati, mentre nel campo di Eko ci sono persone che cucinano il pane arabo e i bambini possono divertirsi. Le persone mi dicono che i bagni sono pessimi nei campi governativi, Eko invece è più pulito. E così ogni giorno alcune famiglie si fanno una passeggiata, per poter usufruire di servizi che sono attivi grazie all’aiuto costante di volontari e di collette di crowfunding. I volontari vengono da ogni parte di Europa: tantissimi spagnoli, italiani e tedeschi.

Molti alla sera partono, provano a superare il confine. Alcuni li vedo il giorno dopo, altri no.

Ogni sera davanti ai campi sia di Hara che di Eko c’è la presenza dei taxi, per chi vuole provare a superare il confine, pagando tantissimi soldi e con il dubbio di non riuscire a superarlo.

Il penultimo giorno sono nel baby hammam di Hara. Mi arriva un ragazzo di 13 anni. Il suo piede è malconcio ed è pieno di graffi sulle braccia, mi dice che è rimasto attaccato ad un tir per superare il confine e non c’è riuscito; le braccia gli erano crollate, mi ha chiesto se il piede si sarebbe sistemato, perché lui in quel campo non ci voleva rimanere altro tempo, voleva arrivare in Germania il prima possibile. Io non so se ci sia riuscito, spero tanto di sì.

Il mattino seguente, arriva la polizia con gli autobus: fanno salire le prime 100 famiglie per portarle nei campi governativi. È iniziato lo sgombero del campo. Intanto, nella notte, alcune famiglie si mettono in moto, verso Eko, verso altri campi non formali, perché non vogliono rimanere in attesa nei campi governativi; altri salgono sui taxi; altri attraversano i boschi per superare l’ostacolo frontiera e altri ancora arrivano via mare perché in Siria non possono più stare.

Ho sentito tante storie diverse, tutte con un filo conduttore: il coraggio di opporsi a una vita in cui sangue, dolore e violenza facevano parte della quotidianità. Sono ripartita con il sorriso dei bimbi nel cuore, con gli occhi di quelle madri impressi nella mia mente e con l’inizio del ramadam nel campo di Eko, dove alle 23.00, invece di iniziare la preghiera, abbiamo ballato sotto la pioggia.

Anche se Indomeni non c’è più, in Grecia rimangono tantissimi campi non formali e l’aiuto dei volontari è fondamentale. Non servono particolari capacità, serve cuore e spirito di adattabilità. Ogni persona è preziosa per rendere più vivibile la vita di questi esseri umani, dimenticati dagli stati e vittime dell’indifferenza delle istituzioni europee.