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Quando una parte dello Stato crea giustificazioni per gli stupri

Di Giulia Silvestri

“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali: 1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto; 2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona. Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi” (art. 609 bis)

La notizia è del 25 settembre. È trascorso qualche giorno dal polverone che ha suscitato la sentenza numero 39445\2014 della terza sezione della Cassazione Penale. Giorni necessari per lasciare che la rabbia non desse una visione della storia poco lucida.

I fatti. Una donna, moglie in questo caso, ma prima di tutto essere umano, è stata ripetutamente sottoposta a rapporti sessuali completi non consensuali dal marito. Stupro, dunque. L’articolo 609 bis del codice penale non lascia dubbi.

In effetti, il marito in questione non contesta il fatto di aver violentato ripetutamente la moglie, ma le situazioni nelle quali ciò è avvenuto. L’uomo, ogni volta, era ubriaco.

Per questo motivo ha portato la sentenza della Corte d’Appello di Venezia davanti alla Cassazione: secondo lui, i giudici di secondo grado non avevano preso in considerazione il suo stato di ubriachezza durante le ripetute violenze carnali, e per questo motivo non gli avevano concesso le attenuanti di aver compiuto un reato di minore gravità.

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dello stupratore annullando la sentenza precedente e rinviando ad un’altra sezione del tribunale veneziano il riesame delle eventuali circostanze attenuanti.

In primo luogo ha accettato la tesi dell’uomo in questione, secondo cui in materia di violenza sessuale assume “rilevanza la qualità dell’atto compiuto (e segnatamente il grado di coartazione, il danno arrecato e l’entità della compressione) più che la quantità di violenza fisica esercitata”. In secondo luogo nella sentenza viene esplicitato che la tipologia dell’atto “è solo uno degli elementi indicativi dei parametri” rispetto ai quali si deve valutare la gravità di uno stupro e che “così come l’assenza di un rapporto sessuale completo non può, per ciò solo, consentire di ritenere sussitente l’attenuante, simmetricamente la presenza dello stesso rapporto completo non può, per ciò solo, escludere che l’attenuante sia concedibile, dovendo effettuarsi una valutazione del fatto nella sua complessità”.

Con questa sentenza la Suprema Corte ha aperto uno squarcio di gigantesche dimensioni.

Innanzitutto mi chiedo come sia possibile anche solo pensare di poter fare dei distinguo riguardo agli stupri. Qui si parla di violenza completa, quindi con penetrazione. La questione, in uno Stato ideale, a questo punto non dovrebbe neanche porsi. Eppure in questo stato, lo stato in cui ogni cosa accade al contrario e ogni valore viene ribaltato, qualcuno è convinto che esista uno stupro diverso a seconda delle situazioni in cui ci si trova.

La verità è che uno stupro resta tale e va punito per quello che è: la sottomissione e la degradazione di una persona ridotta ad un oggetto, che non può e non deve avere una sua volontà, perché tanto non conta niente e non ha importanza; la violenza come risposta al rifiuto; la negazione di quel rifiuto perché i no non hanno valore e non possono esistere. 

Quella donna, quell’essere umano prima, donna poi, e infine moglie, è stata nuovamente violentata; ma questa volta il carnefice è quello stato che dovrebbe innanzitutto proteggere le vittime, oltre che garantire un giusto processo agli imputati.

Il 25 settembre 2014 è una data di rottuta. La rottura dell’ultimo esile filo che legava quelle persone che cercano giustizia attraverso l’applicazione della legge, allo stato che le ha nuovamente tradite.

È la data che indica la violenza dello stato nei confronti di tutte le donne che di esso fanno parte.

Siamo in presenza di una pronta giustificazione per i violentatori del presente e del futuro. Le donne, già restie a denunciare la violenza, e gli uomini, ancora più refrattari nel farlo, non si rivolgeranno più a qualcuno che difende strenuamente e ossessivamente più i carnefici che le vittime. 

E mentre l’Italia arretra, negli Stati Uniti dove è fortissimo il problema delle violenze carnali all’interno dei College, sempre pronti a insabbiare questi casi, la California ha emanato una legge anti-stupro denominata “Yes means Yes”. Finalmente si riconosce che il silenzio o la mancanza di resistenza non significano consensualità. L’auspicio è che si adeguino tutti gli altri Stati della federazione; in ogni caso, considerando la diffusione del fenomeno, questo è un piccolo passo avanti. Il desiderio è che diventi un cammino verso la strada giusta.