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Bologna, viaggio nell’ex clinica Beretta occupata

Articolo e servizio di Alice Facchini e Giovanni Modica Scala

“L’esperimento di integrazione all’interno dell’ex clinica Beretta è fallito”. Così Rossella Lama, consigliere comunale del PD, ha scritto in una lettera inviata al suo stesso partito e ripresa da Repubblica Bologna. Negli ultimi tempi, l’occupazione dell’edificio che prima ospitava una clinica odontoiatrica è stata oggetto di diversi attacchi: dalla mancata integrazione degli occupanti con gli abitanti del quartiere all’allarme scabbia.

L’edificio, situato in via XXI aprile, in zona Saragozza, è di proprietà dell’ASL. Vuoto dal 2007, è stato occupato il primo marzo del 2014, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato e del richiedente asilo. L’occupazione ha preso quindi il nome di Centro di accoglienza autogestito Lampedusa. Oggi ci vivono circa 85 persone, tra cui molti rifugiati e richiedenti asilo: per la maggior parte si tratta di famiglie, con in totale 20 minori. 

Fin dall’inizio, gli occupanti hanno inviato alla proprietà e al Comune un protocollo di garanzia per chiedere il permesso di installare una nuova impiantistica, a norma rispetto al nuovo uso abitativo dello stabile, e di poter usufruire regolarmente delle utenze pagando le bollette. La risposta è stata negativa. Con l’approvazione, nel maggio 2014, del cosiddetto Piano Casa Renzi Lupi, è stato poi sancito all’articolo 5 il divieto di utilizzo delle utenze da parte di chi non dispone di un regolare contratto o di affitto o di proprietà rispetto allo spazio nel quale abita. 

Questo ha portato, nell’estate 2015, a staccare la corrente elettrica e il gas all’interno dell’edificio, con conseguenti grossi disagi: le persone sono costrette a vivere al freddo, senza riscaldamento, e non hanno neanche la possibilità di accendere la luce la mattina presto, quando devono prepararsi per accompagnare a scuola i bambini. Per sopperire a queste mancanze, alcune famiglie si sono attrezzate con generatori e stufe a legna.

Nonostante queste difficoltà, tutti i bambini vanno regolarmente a scuola, “prova questa del fatto che l’integrazione all’interno dell’ex clinica Beretta non è affatto fallita”, afferma Giorgio Simbola, delegato sindacale USB Asia. “I nostri cancelli sono sempre spalancati e chiunque può entrare e parlare con gli occupanti. A riprova di questo, a dicembre un grande evento culturale ha animato l’edificio, con musiche, balli, giocoleria e pezzi di teatro eseguiti dai gruppi Arte Migrante, Cantieri Meticci e Fucine Vulcaniche. Il nostro non è uno spazio chiuso, ma un luogo pubblico dove tutti sono i benvenuti. Purtroppo, il quartiere sta risentendo molto del clima che si è creato in città intorno alle occupazioni: ci sono sempre più luoghi comuni, dal fatto che i bambini non vanno a scuola al fatto che nella casa si sia diffusa la scabbia”.

Qualche mese fa, infatti, l’ex clinica Beretta ha ospitato alcuni transitanti, ovvero migranti che non hanno voluto dare le impronte alle autorità italiane per poter proseguire il loro viaggio verso i Paesi del nord Europa. E’ stato allora che è iniziata a girare la voce che all’interno dell’edificio si fosse diffusa un’epidemia di scabbia. “Prima sembrava che ci fosse la scabbia, poi ci sono state smentite – racconta Franco Guernelli, proprietario dell’edicola situata proprio davanti all’ex clinica -. Inizialmente sembrava che i medici non potessero entrare, poi pare che li abbiano fatti andare dentro… Comunque, la scabbia c’era”. 

A rispondere è Mimma Barbarello, avvocato e attivista all’interno dell’occupazione, che spiega: “L’allarme scabbia non è stato altro che un ulteriore attacco nei nostri confronti. La scabbia non c’è mai stata, tutti gli occupanti sono regolarmente monitorati dai medici dell’associazione Sokos e non hanno mai presentato malattie. Il problema è che, quando nel quartiere iniziano a girare nuovi ragazzi, magari di colore, molti abitanti si spaventano e in un attimo si spargono dicerie e menzogne”.

Gli occupanti comunque non si sono scoraggiati e negli ultimi mesi hanno scritto una petizione, a cui è seguita una raccolta firme, per regolarizzare l’occupazione e far sì che si possa usufruire di luce e gas. “Vorremmo solo avere una vita normale – afferma Livio Raducan, occupante -. Non chiediamo assistenzialismo, chiediamo diritti: casa e lavoro”.

Arte Migrante, la ricchezza nella diversità

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

Di Giovanni Modica Scala

Carlos

Migranti, senza dimora, studenti, lavoratori, pensionati: questa è la ricca ed eterogenea composizione sociale di Arte Migrante, comunità di persone il cui scopo è condividere, ogni settimana, una serata allinsegna dell’arte. Si contano quasi venti nazionalità diverse: c’è, a titolo esemplificativo, una ragazza marocchina nata in Italia, quattro rifugiati politici eritrei scappati dalla dittatura, un musicista di Istanbul qui in Erasmus, molti rumeni in cerca di lavoro, un cinese che ridacchia mentre dice il suo nome. Anche dall’Italia, si toccano quasi tutte le regioni. Tutti con una provenienza diversa, ma tutti cittadini del mondo.

Si spazia dalla musica al teatro, dalla danza alla giocoleria, dalle riflessioni filosofiche alle letture di poesie. Un filippino che balla una canzone pop asiatica, un egiziano che legge poesie in arabo, un argentino che recita un monologo e un siriano che canta una inno della minoranza curda…ogni esibizione diventa un mezzo per creare ponti tra persone di diversa estrazione sociale, geografica, anagrafica.  “Vogliamo dimostrare che l’arte non ha confini – afferma Tommaso Carturan, fondatore del gruppo – e che essa può diventare uno strumento di condivisione importante. Non importa quanti soldi hai in tasca o il colore della tua pelle, qui ognuno vale come gli altri. Siamo allo stesso tempo uguali e diversi

Così, ogni mercoledì alle 20:30, ci si ritrova in una sala messa a disposizione dalla parrocchia di SantAntonio, a pochi kilometri da porta S. Vitale: in un contesto molto orizzontale ed informale, ci si presenta velocemente; segue il momento della cena in cui, chi può, offre del cibo tipico della propria terra. Colmato il vuoto nello stomaco si dà finalmente avvio alla fase clou della serata.

Oltre al rituale appuntamento del mercoledì, l’attività artistica del gruppo si esprime in feste migranti, collaborazioni con realtà dell’associazionismo bolognese ed interventi di animazione presso i dormitori o centri di accoglienza.

Il progetto nasce nel 2012 grazie a un gruppo di amici che ha ideato questa formula, con l’obiettivo di accogliere nel modo più autentico possibile i senza dimora di Bologna e i migranti che vivono o passano dal capoluogo emiliano. “Il mio sogno – confida Tommaso – è quello di portare questa esperienza in altre città dItalia, magari in altre città del mondo. Un desiderio che parzialmente è già stato esaudito, essendo sorti nuovi presidia Modena, Torino e Modica

Dallo scorso febbraio sono stati avviati in collaborazione con lAntoniano ONLUS dei laboratori gratuiti e aperti a tutti, talvolta tenuti dagli stessi migranti o senza fissa dimora: informatica, musica, teatro, danza, curriculum vitae, e lingua italiana sono solo alcuni degli svariati ambiti in cui si articola lofferta formativa dei laboratori migranti

I propositi della comunità, il carattere aconfessionale e rispettoso delle sfaccettature di ogni cultura, lasciano spazio ad unutopia quale naturale conseguenza del desiderio di Tommaso: “In unipotetica diffusione planetaria, persone di culture differenti imparerebbero a rispettarsi reciprocamente, sperimentando la ricca diversità del patrimonio umano. Sarà allora che la calda luce sprigionata dall’incontro tra i popoli scioglierà i muri di ghiaccio del prestigio nazionale, veicolo di innumerevoli guerre.”