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Tratta di esseri umani: dalla parte delle vittime

mare nostrum

di Antonella Frasca Caccia

  Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

 

Era questo il nome di uno dei seminari organizzati a Bologna in occasione della Giornata dell’impegno e della memoria per le vittime innocenti di mafia. Tra i relatori Mirta Da Pra del Gruppo Abele, l’avvocato Alessandra Ballerini, il presidente onorario di Libera Nando dalla Chiesa, e l’avvocato e coordinatore della Carovana Antimafie, Alessandro Cobianchi.

 

Ad aprire il seminario è stata Mirta Da Pra, con un quadro generale sul tema della tratta, spiegando che il termine “tratta” si può riferire a fenomeni diversi: la tratta a scopo di sfruttamento nel lavoro, nell’accattonaggio, nelle economie illegali, nella prostituzione e la tratta volta all’espianto degli organi (reni e cornea). È importante porre l’accento sul rapporto che si crea tra la vittima della tratta e il suo trafficante. Il forte legame che si crea è dovuto al fatto che nella maggior parte dei casi il trafficante è un amico se non un familiare della vittima, e dal fatto che c’è sempre un debito dietro al quale si cela un ricatto. Spesso questo rapporto raggiunge la gratitudine. Quel trafficante è l’unica possibilità per cambiare vita, per tentare di emanciparsi lontano dal proprio paese, per scappare dalla povertà, dalla guerra, per cercare un lavoro, per avere, chissà, addirittura la possibilità di studiare.

Nando dalla Chiesa, sfatando uno dei più gradi luoghi comuni spiega che dietro la tratta di esseri umani non ci sono le organizzazioni criminali. C’è chi resta un po’ stupito da questa affermazione fino a quando non capiamo che lo zampino delle organizzazioni criminali c’è, ma il loro maggiore profitto non deriva dallo sfruttamento delle vittime di tratta nel settore agricolo o industriale, ma soprattutto nella gestione del sistema di accoglienza.

Alessandra Ballerini, avvocato e autrice del libro “La vita ti sia lieve”, con una semplicità disarmante spiega che se è vero che la mafia concede come favore ciò che spetta a ognuno come diritto, la cosa principale da fare per combatterla è tutelare quei diritti. In breve, come specificato dalla relatrice, se fossimo noi a far attraversare le nostre frontiere ai migranti, questi non avrebbero bisogno di trafficanti. Se per esempio gli stati europei decidessero di rilasciare dei visti per motivi umanitari, tanta gente eviterebbe di attraversare il mare, e i più preoccupati dall’idea che dal mare possano arrivare dei terroristi potrebbero trovare serenità nella consapevolezza che un visto umanitario comporta un’identificazione certa della persona. E poi, quale organizzazione spenderebbe tanti soldi per addestrare un terrorista per poi lasciarlo in balia delle onde? Mente gli stati europei sembrano preferire continuare a far affollare il cimitero Mediterraneo pur di non aprire vie legali per i profughi – ad esempio, siriani ed eritrei – un’appello, al limite della provocazione, è stato rivolto allo Stato Vaticano. Si richiede a quest’ultimo di rilasciare, tramite le nunziature apostoliche (le missioni diplomatiche della Santa Sede presso altri Stati), dei visti temporanei ai migranti in modo da farli arrivare fisicamente in Vaticano, dove sono presenti le ambasciate di numerosi paesi presso cui poter richiedere protezione internazionale. Tutto questo sarebbe possibile poiché, non essendo lo Stato Vaticano firmatario del regolamento comunitario Dublino III, i migranti giunti lì non sarebbero obbligati a richiedere protezione proprio in quello Stato, e potrebbero quindi richiedere protezione altrove.

Non c’è l’illusione che un unico stato possa risolvere il problema delle morti in mare.

Il pericolo mar Mediterraneo è solo la prima questione da risolvere. Come facciamo a evitare tutte queste morti? Come facciamo tutelare il diritto d’asilo e protezione internazionale? Come facciamo a evitare che le nostre mafie speculino nella gestione del sistema d’accoglienza attualmente in funzione e nello sfruttamento delle vittime di tratta? Cosa possiamo fare per non contribuire a realizzare la maggior parte delle cause che stanno all’origine della tratta di esseri umani? Gli spunti forniti dal seminario possono essere dei punti di partenza per una riflessione sul tema. Come ricordato da Nando dalla Chiesa sarebbe auspicabile una maggiore cooperazione a livello europeo nella lotta alla criminalità organizzata, anche se, ad esempio, la commissone antimafia europea non è più stata ricostituita. La costruizione di un’Europa più giusta passa dalla attivazione di cordoni umanitari e dalla possibilità di rilasciare dei visti per raggiungere l’Europa su mezzi sicuri. L’unica via è quella dei diritti umani.

 

Intervista a Nando Dalla Chiesa

dalla chiesa

a cura di Giulia Silvestri

Nando Dalla Chiesa è uno studioso del fenomeno mafioso. Sociologo e insegnante di Sociologia della Criminalità Organizzata a Milano, è anche presidente della Commissione antimafia che nel capoluogo lombardo è stata creata dal sindaco Pisapia, per cercare di evitare le inflitrazioni mafiose all’interno dei lavori per l’Expo 2015.

Cosa pensa dell’approvazione del 416ter alla Camera con la contestuale riduzione della pena?

Dalla Chiesa: Non lo capisco. Sono contento che sia stato approvato il 416ter. Perché le pene minime vengano ridotte è una cosa che mi sfugge. Non capisco le ragioni che devono portare a immaginare responsabilità piccole in chi prende dei voti dalla mafia. Questi soggetti non sono quasi mai inconsapevoli: quando una persona va a chiedere i voti alla mafia, va a chiederglieli perché sa chi ha di fronte, sa che glieli può dare. Non è una singola persona quella con cui va a dialogare.

Qual è o quale dovrebbe essere il ruolo delle amministrazioni nel contrasto alla criminalità organizzata e, qual è il danno nei confronti del cittadini non consapevoli che queste provocano negando la presenza delle mafie e delle infiltrazioni mafiose nei propri comuni?

Dalla Chiesa: La negazione è una iattura per una popolazione perché induce tutti a guardare da un’altra parte, a sottovalutare e a non vedere finché ci si trova un’organizzazione mafiosa che ti ha mangiato pezzi di territorio, che ti ha mangiato pezzi di economia e che ti cambia anche la vita pubblica. Per questo li chiamo traditori della patria quelli che hanno rassicurato sempre che la mafia non esisteva nella loro città quando invece c’era e la si vedeva.

Quanto è fondamentale il ruolo dei cittadini nello spronare le amministrazioni e nel far conoscere la situazione dei propri territori? Altopascio, in provincia di Lucca, ne è un esempio. (qui sul blog di Nando Dalla Chiesa).

Dalla Chiesa: Quello di Altopascio è un bell’esempio, perché un piccolo gruppo di cittadini progressivamente riesce a ottenere l’attenzione della città sfidando anche una situazione di isolamento: chi, infatti, a Roma o Milano parla di Altopascio? È l’inconveniente dei piccoli paesi, però è anche la dimostrazione di come ci si possa organizzare, di come trovare delle sponde e delle persone che aiutano, di come mettere in difficoltà degli amministratori che pensavano di non dovere rendere conto di certi comportamenti.

Qual è l’importanza del giornalismo indipendente e, dall’altro lato, qual è il danno del giornalismo disinformante?

Dalla Chiesa: Il giornalismo indipendente è una condizione di democrazia, e siccome la mafia è contro la democrazia, il giornalismo indipendente è contro la mafia per definizione. Il giornalismo servo e opportunista è un giornalismo funzionale alla mafia.

Quanto ha influito sulle indagini e sull’ostacolo alla criminalità organizzata al Nord, la mancata conoscenza del fenomeno e di conseguenza il non saperne riconoscere i segnali?

Dalla Chiesa: Questo conta, perché noi abbiamo pezzi di magistratura che hanno la conoscenza della mafia uguale a quella che ne hanno mediamente le classi dirigenti del Nord, cioè poca. La differenza è che essi sono chiamati anche a giudicare della presenza o meno dell’associazione mafiosa, e a volte non la vedono. Questo è grave, è uno dei problemi maggiori che abbiamo in questo momento al Nord.

Sono questo: donna e ribelle. Contro la mafia

 

Dal nostro mensile: “parliamo di Donne”

di Valeria Grimaldi

 

L’orecchio è il centro non solo dell’udito, ma anche dell’equilibrio. Non tutti ci pensano o lo sanno: saper ascoltare, e dunque, saper stare in equilibrio.

E un grido? Che equilibrio potrà mai dare un grido?

Al massimo lo rompe, l’equilibrio.

Sono donna, e sono ribelle: per questo urlo, grido, batto i pugni sul tavolo e i piedi per terra.

E poi, dopo l’urlo, il silenzio.

Nella mia ribellione, non è più il grido a rompere il silenzio: è il silenzio che nasconde l’urlo, lo soffoca, lo cancella.

Un pensiero filosofico zen recita così: “Se un albero cade nella foresta, senza che ci sia nessuno ad ascoltare…fa rumore?

Se una donna, in terra di Sicilia, in terra di mafia, grida e non c’è nessuno ad ascoltarla: quel grido fa rumore?

 

Siamo donne, e siamo ribelli.

Felicia Impastato, madre di Peppino; Saveria Antiochia, madre di Roberto; Michela Buscemi, sorella di Giuseppe e Rodolfo.

Siamo madri e sorelle: ci hanno ammazzato figli e fratelli.

Siamo figlie di giustizia: ci hanno ammazzato anche lei.

 

Questo è il grido che si percepisce al primo impatto, quando vedi lo spettacolo “Le ribelli” interpretato da Lella Costa, e tratto dall’omonimo saggio di Nando Dalla Chiesa.

Un urlo che grida giustizia: non la giustizia del tribunale, non la giustizia di parte civile, di parte offesa.

La giustizia di essere madre, o sorella. La giustizia di essere donna in terra di mafia, che ha dovuto urlare per anni prima che qualcuno decidesse di ascoltarla.

Ad ogni grido una grande quercia cadeva, ed erano molti lì, nella foresta, a vederla andare giù. Tutti potevano sentire il tonfo, il dolore: ma non hanno voluto ascoltarlo. Nello stare in bilico su di un sottilissimo filo, hanno preferito chinarsi e guardare giù nello strapiombo omertoso, piuttosto che alzarsi in piedi, spalancare gli occhi al cielo…e urlare. Urlare per farla cadere la grande edera velenosa che è la mafia, in modo che tutti potessero sentire. Urlare e rischiare di cadere tu stessa.

 

Sulla scena Lella Costa, affiancata solo da Fabrizio Matteini, cui è affidata la regia, e dalla pianista Gloria Clemente. La luce, solo quella che basta per segnalare chi c’è sul palco: ma è la voce protagonista. La parola, il dolore, il pianto, la memoria.

 

Con la morte è diventato un eroe Peppino..prima no. Bisogna morire. Ora, è un eroe

Lella Costa, alla fine dello spettacolo, ha gli occhi lucidi. Forse perché si sente mamma, sorella, figlia, donna anche lei…si sente una ribelle. Come dice lo stesso Nando Dalla Chiesa, parlando del suo libro dal quale è stato tratto lo spettacolo, “Donne ribelli per amore che irrompono nella vita collettiva con il loro grido, che è insieme dolore, speranza e domanda di giustizia“.

 

Le donne, fino a qualche tempo fa, non potevano ribellarsi al loro stato di moglie e madre: impensabile dunque che proprio delle donne potessero ribellarsi alla mafia. Eppure l’hanno fatto, e in qualche modo hanno anche vinto. Hanno dato battaglia (che è donna), hanno fatto una ribellione (che è donna): nonostante si siano trovate di fronte alla morte (che è donna anch’essa), hanno portato, anche solo per un minuscolo pezzo, ciò che forse più di tutto è donna: la libertà.

Sono questo: donna…madre, sorella, figlia. Libera e ribelle. Contro la mafia.