Tag: n’drangheta

Il primo martire di mafia. Il nuovo libro del nostro Salvo Ognibene

Copertina small- Il primo martire di mafia

E’ stato pubblicato in questi giorni il nuovo libro di Salvo Ognibene, già autore del saggio “L’eucaristia mafiosa – La voce dei preti”“Il primo martire di mafia – L’eredità di Padre Pino Puglisi”, è stato scritto a quattro mani con Rosaria Cascio, che con il beato palermitano ha instaurato un rapporto di amicizia terminato solo con l’uccisione del sacerdote per mano mafiosa e di cui ricorrerá l’anniversario della nascita e della morte proprio il prossimo il 15 settembre.

Il libro, già nella top ten dei 10 libri più venduti nelle librerie cattoliche secondo Toscana Oggi, è stato pubblicato per le Edizioni Dehoniane, casa editrice cattolica che, nata subito dopo il Concilio Vaticano II, conta oggi più di 3.000 pubblicazioni e tante firme illustri trova nella prefazione di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, una sorta di spinta ad essere coerenti perché ciò che viene ereditato va meritato e custodito. Anche e soprattutto in questo caso.

Il libro si interroga su cos’è cambiato dopo la morte di padre Pino Puglisi, ucciso a Palermo da Cosa nostra il 15 settembre 1993 per il suo impegno evangelico e sociale? Il primo martire della Chiesa ucciso dalla mafia, proclamato beato nel 2013, ha lasciato una sfida da raccogliere: l’elaborazione di una pastorale più vicina agli ultimi e capace di fronteggiare i fenomeni mafiosi, soprattutto quelli di natura culturale. Dalle parole di condanna di Giovanni Paolo II a quelle di scomunica di Papa Francesco si è realmente passati, nella Chiesa, «dalle parole ai fatti»? I sacerdoti e le comunità cristiane sanno come comportarsi in modo evangelico di fronte alla prepotenza mafiosa? Esistono esempi di buone pratiche cristiane, che potrebbero essere riprodotte in contesti simili?

In occasione dell’uscita del libro viene lanciato il sitowww.chiesaemafia.it

Aemilia: prima udienza in fiera Bologna 28/10

(ANSA) – BOLOGNA, 23 SET – L’udienza preliminare del processo Aemilia contro la ‘Ndrangheta inizierà il 28 ottobre alle 8.30 e si terrà a Bologna nell’aula speciale, allestita nel padiglione 19 della Fiera, in piazza della Costituzione. L’avviso di fissazione del Gup Francesca Zavaglia è in notifica ai 219 imputati; sono un centinaio le persone offese individuate. Il giudice ha fissato un calendario con 29 giorni di udienza tra ottobre, novembre e dicembre. Allegata al decreto una piantina per raggiungere il luogo.

 

Alfonso

La verità vi farà liberi. E la verità illumina la giustizia

“La verità illumina la giustizia” recita lo slogan scelto per la XX Giornata delle memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, promossa dall’associazione Libera e che si terrà il prossimo 21 marzo, a Bologna.

Dopo la prima manifestazione del 2003 a Modena, è la seconda volta che Libera organizza la manifestazione nazionale in Emilia Romagna, e caso vuole che non avrebbe potuto scegliere anno migliore. Proprio in queste ultime settimane il lavoro della magistratura e delle forze dell’ordine si è abbattuto su una delle regioni del nord dove le mafie sono più che radicate tanto da essere definita dalla Procura Nazionale Antimafia, “Terra di mafia”.

Undici le mafie presenti ( qui trovate un po’di materiale prodotto negli anni scorsi. Quima anche quioltre che qui e qui se non bastasse) che con forti alleanze si sono spartite soldi e territorio, all’insaputa di molti, dato lo stupore generale all’indomani della maxi operazione di polizia “Aemilia”.

In realtà c’é chi l’ha sempre saputo (chi ha scritto i dossier riportati sopra e I Siciliani giovani per esempio), l’ha scritto e divulgato. Ed ora non canta vittoria ma si dispiace perché non é stato ascoltato e perché tutto ciò si sarebbe potuto evitare. Ed anche la Chiesa ha le sue colpe. Se si fosse affrontato il problema piuttosto che gridare al pericolo di danneggiare il turismo (così come ha fatto il parroco di Brescello, don Evadro), se si fosse posta attenzione veramente (siamo ancora in tempo, eh) al problema delle mafie, magari non saremmo nella situazione in cui ci troviamo oggi.

Ma anche nella Chiesa, così come nella politica, non sono tutti uguali. Per un Sindaco che parla di Francesco Grande Aracri come “uno gentile e molto tranquillo” c’è un altro politico che già alcuni lustri fa (Massimo Mezzetti, oggi assessore regionale alla Cultura con delega alla legalità) non perse tempo a denunciare la presenza del fenomeno mafioso in regione. E per una Chiesa che tentenna sull’argomento, ce n’é un’altra come quella dell’arcidiocesi di Bologna, nella persona del suo vicario, mons. Silvagni, che non si é tirata indietro ad affrontare l’argomento e don Giovanni, la cui voce autorevole è presente nel mio libro “L’eucaristia mafiosa – La voce dei preti”, parlava delle mafie in regione e a Bologna. Ma questo lo sa bene anche don Mario Fini, che abbiamo avuto il piacere di conoscere durante una delle presentazioni nella città felsinea. Ed é a loro che mi rivolgo, sperando poi in un’azione corale, affinché il prossimo 21 marzo siano presenti e vivi all’interno di quel corteo tra i tanti giovani ed i familiari delle vittime di mafia, della stazione di Bologna e della strage di Ustica, che insieme si stringeranno nel primo giorno di primavera.

La Chiesa deve fare sentire la sua voce. E quanto sarebbe bello sentire parole forti e giuste (e magari poi seguite dai fatti) da quel palco in Piazza VIII Agosto.

“Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi” dice il Vangelo di Giovanni. E la verità illumina la giustizia.

L’audizione di Nicola Gratteri in Commissione Antimafia

nicola gratteri

 

PRESIDENTE (Rosy Bindi): Di quanto tempo pensa di aver bisogno ?

  NICOLA GRATTERI (Procuratore aggiunto della Repubblica presso il tribunale di Reggio Calabria): Io potrei parlare un’ora, una settimana o un mese.

PRESIDENTE:  Ha un’ora.

 

Inizia così l’audizione di Nicola Gratteri dinanzi alla Commissione Nazionale Antimafia (potete leggere il testo integrale qui)

 

Riportiamo qualche breve e interessante stralcio della sua deposizione:

Oggi, invece, sono i politici che vanno a casa dei capimafia, a chiedere pacchetti di voti in cambio di appalti. Mediamente in Calabria i paesi hanno 5.000 abitanti. Tutti ci conosciamo e nessuno può dire di non sapere chi è il mafioso. È impossibile, perché siamo nati nello stesso paese di 5.000 o 15.000 abitanti. Non puoi dire che non sai chi è il mafioso, chi è il faccendiere, chi è il politico, chi è la persona onesta. Lo sappiamo tutti. Eppure anche la Chiesa, anche i preti, anche i vescovi hanno detto che non possono chiedere il certificato penale. Se sei vescovo da dieci anni in quel paese, non mi puoi dire questo. Questa risposta non mi appaga. È una foglia di fico. Oggi se è il politico che va a casa del capomafia a chiedere i voti, vuol dire che nel comune pensare e sentire si ritiene che il modello vincente è il capomafia. Perché il capomafia interviene anche sulla ristrutturazione di un marciapiede da 20.000 euro? Con tutti quei soldi si interessa pure di un marciapiede? Sì, perché lui farà lavorare per venti giorni cinque padri di famiglia per quel lavoro, e quando sarà ora di votare quei cinque padri di famiglia si ricorderanno di votare per il candidato prescelto dal capomafia

 

Quando si fanno le liste, non si può dire che in un Paese di 5.000 abitanti non si conoscono le persone. Si inserisce nella lista scientificamente un rappresentante della famiglia di ’ndrangheta.
Gli ’ndranghetisti sono molto prolifici. Ognuno di loro fa sei figli, che a loro volta fanno altri sei figli. Un locale di ’ndrangheta è composto da due o tre famiglie patriarcali, cioè da 500-600 persone. In un posto in cui ci sono 5.000 abitanti ci sono 2.500 elettori. Quando io ti presento, ti metto in una lista un rappresentante, un cugino alla lontana. Lì siamo tutti i cugini. Ci sono paesi in cui ci sono quattro cognomi. Nel Novecento c’erano due famiglie che si sono sposate tra di loro quattro volte. Basta mettere un elemento: la lista è fatta e le elezioni sono vinte. Noi lo mettiamo, poi, se ci scoprono, va bene, ma intanto abbiamo governato due o tre anni. Poi cadiamo dalle nuvole e diciamo che non sapevamo chi fosse questa persona. Non è possibile. Questo è un problema di etica, di morale e di deontologia dei politici e di chi fa le liste, perché non può dire che non sa. Non siamo a Pordenone, anche se questo è vero anche a Pordenone. L’altro giorno io ero in Friuli Venezia Giulia. Sono sempre paesi piccoli, dove ci si conosce tutti. Il politico non può dire che non sapeva chi fosse questa famiglia mafiosa o che non sapeva che quell’altra fosse mafiosa. Stiamo scherzando? Scientificamente, si opera così. Le liste vengono fatte con questi criteri, non in base alla competenza o all’amore per la politica, ma al numero di voti che uno porta. Questo è un problema che riguarda tutta Italia, dalla Valle d’Aosta alla Sicilia. Quanto al discorso della lista, normativamente come faccio io a un incensurato a dire che non si può candidare, solo perché è cugino del capomafia? Non posso creare una norma su questo punto.
Il problema è la politica. Non vi lamentate poi che sono i magistrati che si sostituiscono alla politica. Su queste cose non può intervenire la magistratura. Ricordate sempre che la magistratura interviene sempre dopo, non fa prevenzione. Interviene dopo che c’è il reato

 

l capo crimine non fa business, non fa affari. È il custode delle regole. Qual è l’importanza del custode delle regole? La differenza è che, se si arresta un camorrista, ci vogliono uno schiaffo per farlo parlare e due per farlo stare zitto. Se si arresta un calabrese, uno ’ndranghetista, si fa vent’anni di carcere e sta zitto, perché sa che dovrebbe parlare prima di 200 parenti, poi degli amici e poi degli amici degli amici. Per questo motivo non ci sono collaboratori nella ’ndrangheta

 

Oggi noi abbiamo gente incensurata che gestisce la cosa pubblica in modo mafioso. Il mafioso non va a chiedere la mazzetta, ma è lì; è una persona pubblica, un medico o un ingegnere

 

La massoneria è nata nel 1969-1970 con la Santa. Lo stesso ’ndranghetista, al contempo santista, partecipa alla massoneria deviata per entrare nei quadri della pubblica amministrazione. Per arrivare a questo c’è stata una guerra sanguinosa in provincia di Reggio Calabria. È stato ucciso Antonio Macrì, ed è stato ucciso Don Mico Tripodo, nel carcere di Poggio Reale, da due cutoliani, per conto dei De Stefano di Reggio Calabria