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Sconfinare l’Immigrazione

viaggiare

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

 

Di Diego Ottaviano

 
Migrare. Fuggire con cervello e qualche valigia. Lasciare casa, Terra Nostra. Metabolizzare le speranze. Crescere idee, svilupparle. Individuare il gusto dei venti pieni, diversi. Soffrire nostalgia.

Collezionare informazioni. Leggere percentuali di gente che va, che viene. Voler esser in un dove lontano. Capire e interpretare. Scoprire che gli italiani che han fatto fagotto sono tanti, tantissimi. Una metropoli.

Nel loro parlare metodico i numeri dicono “aumento”. Nella loro retorica, opportunità. E così, mentre già molti italiani vivono tra le terre del ketchup sulla pasta e dell’espresso sempre troppo lungo, un altro pezzo d’Italia se ne va, immigra.

Sempre di più sono, infatti, gli italiani che sostituiscono il ‘buon giorno’ con tentazioni e sinonimi dal suono inglese, tedesco, francese e chissà alle volte asiatico.

In Italia e nel solo 2013, si parla d’incrementi d’immigrazione pari al 19%. Diversamente, è come se l’intero comune di Lecce si fosse trasferito all’estero, seppure gli organi competenti ipotizzino la registrazione all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) solo per un italiano su due. In pratica la totalità del comune di Parma.

E così mentre nuovi portatori di pizza e mandolino onorano le tasse in una lingua diversa e straniera, capita che da est come da sud, immigrati diversamente portatori di diavolo e terrorismo, ripongano nella parola “immigrazione” l’opportunità di una speranza.

L’immigrazione non ha confini. Sono, infatti, i flussi migratori nel mondo a segnare aumenti che preoccupano le politiche internazionali e che creano situazioni di probabile disagio economico e sociale.

Ciò in evidenza, il problema non è delimitato dai soli flussi migratori, ma piuttosto dalla volontà dei governi di sviluppare e investire in un processo d’integrazione stabile, valido ed efficace. A conferma, un recente studio, pubblicato dal British Journal of Social Work e prodotto dalla Boston College, riferisce proprio nella mancanza di politiche d’integrazione uno dei fattori causa di tensioni e malumori tra cittadini e di diffusione di stereotipi e pregiudizi dal valore negativo, antipatico e di scarsa conoscenza culturale.

E’ in questo passaggio che l’immigrazione, legale o illegale che sia, diviene argomento politico per la conquista di una scheda elettorale e per la vendita di un manifesto populista che vende sicurezza producendo incertezza, pregiudizio e ideali razzisti.

Un esempio evidente sono i Paesi Bassi. Negli ultimi quattro anni la politica olandese ha registrato un aumento di sentimenti nazionalisti e anti-immigrazione specie nei confronti delle due più larghe comunità straniere, quella marocchina e quella turca. Tale valutazione è riconducibile a molteplici fattori, tra i quali la politica nazional-populista di Geer Wilders e del suo Partij voor de Vrijheid (PVV, partito delle libertà), già famoso per lo slogan ‘Henk e Ingrid stanno pagando per Alì e Fatima’, e per le alleanze euro-scettiche con il Front National di Marie Le Pen, con la Lega Nord di Matteo Salvini e con i fiamminghi del Vlaams Belang, partito della destra sociale belga.

Note stonate a parte, i Paesi Bassi sono tra le nazioni ai primi posti su scala mondiale, per l’attuazione di un processo d’integrazione solido ed efficiente. In tale direzione, le politiche migratorie adottate dal Binnenhof, sede del parlamento olandese, hanno preferito strategie politiche che trovano nell’intersezione tra immigrazione e integrazione di tipo economico, sociale e politico, la chiave di volta per una società multiculturale e polifunzionale.

I Paesi Bassi focalizzano le politiche d’integrazione sul dialogo, sull’educazione e sull’occupazione. Tra queste si registrano soprattutto l’insegnamento della lingua considerata elemento essenziale per facilitare l’inserimento nella società olandese, l’uguaglianza di trattamento per facilitare il mantenimento e contenimento di sentimenti negativi e di disagio, lo sviluppo di un’educazione multi-culturale con lo scopo di aumentare la capacità di conoscenza, dialogo e integrazione già tra giovanissimi studenti, e molto importante, il coinvolgimento attivo degli immigrati alla vita politica democratica e nazionale attraverso il diritto di voto, concesso per le elezioni comunali dopo un solo anno di residenza nei Paesi Bassi.

Chiara dall’Italia, Mohamed dal Marocco, François dalla Francia e Jelica dalla Serbia, oggi vivono nei Paesi Bassi e come loro ci vivo anch’io. Insieme rientriamo in quel gruppo di persone costrette, per un motivo o per l’altro, in un paese che non riflette la nostra bandiera culturale. E’ questa massa oceanica che muove i confini del mondo. Gli abbatte, gli altera, a prescindere dalla provenienza, dalla cultura e dal crocefisso di devozione.

Da fuori lo Stivale, ho imparato a conoscere e apprezzare il valore della multi-culturalità, delle cose che funzionano prima della politica. Fuori dal Bel Paese ho anche conosciuto un’Italia diversa, spesso ignorante, spesso testarda e purtroppo ancora razzista.

Da immigrato ho scoperto il potere di proporre idee alla gente comune, prima che alle istituzioni. Ad Amsterdam, ho scoperto la bellezza critica e costruttiva di un’opinione ascoltata, che può produrre. Da cittadino italiano mi sono sentito culturalmente inferiore.

In Olanda, lavoro a un progetto, una fondazione culturale. Lo faccio con l’appoggio delle istituzioni e grazie all’interesse e aiuto di giovani olandesi, che del fatto che sia immigrato o no se ne fregano al quanto. Per loro è semplicemente la possibilità di un piatto di pasta senza ketchup, cucinato da chi ‘pizza, mafia e mandolino’ alla fine fa sentire a casa.

Numero 4 aprile 2012

Chi volesse una copia e non riesce a scaricarla da Issu (vedi) può richiederla a redazione@diecieventicinque.it

Buona lettura

redazione DIECIeVENTICINQUE

Wild until the night is over

Foto di Paolo Zapparoli
Articolo di Diego Ottaviano

da \”Avrei voluto un sogno\” marzo 2012

Camminate Signori e Signore! Camminate turisti! Camminate turiste! Camminate tra le ombre della rugiada. Fatelo in quel tugurio che il vecchio Dylan annoterebbe sinonimo di ‘Desolation Row’. Muovete i vostri passi. Fatelo, con eleganza e papillon. Improvvisatevi moralisti nella Babele europea! Violentatela! Denigrate il prestigio dello zoccolo rosso, forse arancione, mai rosa. Uccidete la sinuosità della terra di tolleranza e apatia. Dimenticatevi dei canali. Cancellate dalla vostra memoria l’esistenza di ponti, biciclette e circonferenze straniere! Scordatevi dei mercati ritratti di tulipani, girasoli e grano. “La via della prostituzione” film del 1978, oggi è messa di sguardi, parole e dramma. Il dramma del “Siete ad Amsterdam”! Il dramma del non rispetto! Il dramma di una ragazza che paga l’affitto con la carne, la propria: cinquanta euro al chilo? Siete proiettati, verso una birra insaporita dal sultano e gioioso distendersi di nuvole giamaicane. Ryanair & EasyJet: turismo diversamente uguale. Dimenate i vostri polmoni tra cicoria, piscio, e mozziconi di sigarette! Rimbecillitevi davanti al capitalismo del sesso. Fatelo alla Chomsky, fatelo in massa, fatelo stupidamente. Guardate Amsterdam attraverso la vostra carta di credito. Monetizzate le mance con gli spiccioli di chi la vacanza la distende al devasto. Qui non si paga un canone che racconta farfalle. Qui le farfalle sono naturalmente, spettacolo e “Silenzio degli Innocenti”, televisione e Belen. Le disarmonie olandesi, conoscono il senso della chiarezza, della precisione, della semplicità. Le disarmonie sanno esser ovvie. Luce rossa per chi siede alla destra del padre: Roxanne. Luce blu per chi con il padre non ci parla più: Andrea. Chiedere al Gatto e alla Volpe il manuale delle istruzioni cromatiche. Muoversi dentro la seta di quegli occhi ingabbiati dal mito Barbie. Scrutarne i loro sorrisi straziati da danze asiatiche nella Venezia del Nord. Amsterdam non è castità. Amsterdam non è perfezione. Amsterdam sottolinea il ricordo di messe mascherate, labirinti bagnati e risate da manovale: Kubrick quanta ragione ti fu negata. Qui dove si impara ad aprire porte, dove si insegna a masticare, dove gli specchi hanno conosciuto il palato della vergogna, dove Biancaneve nutrirebbe sconcezza, dove l’amore svanisce al sorger d’escursioni mentali, qui dove il volare dei sogni si spegne davanti al secolare su e giù di pance e cadaveri, l’antropologia non ha sbagliato ed il richiamo di ‘House of the Rising Sun’ ed Animals, ancor non silenzia il proprio blues. In questo ‘antico novizio’ internazionalmente europeo, il ritmare dell’arte non sfocia in un film di Romero, né tanto meno in un libro di spiriti cileni. Qui l’arte è graffito di cani. Qui l’arte è regolata da pagine d’industria caraibica e democrazia del fai da te: bikini e lettini Ikea. Qui l’arte è… diciotto, diciannove, venti, trenta, talvolta cinquant’anni. Donne con passaporto politico e salute tassata. Donne che vestono il proprio corpo come uniforme, vigile, attenta ed agitata al dilemma della corruzione maschile. Alle volte ‘prostitute per scelta,’ private di quel romantico ricordo da ‘Vita dei campi’ e Verga. Il teatrino della Kidman che è sempre più vuoto, è ancor intitolato, anni 50’, Nabokov e Coca Cola. Nel Red Light District, Olympia sveste il quiete musicare di etichette retrò. Qui le donne sanno distinguere la bibbia dal vangelo. Qui le donne sanno riconoscere il fariseo mitigare di Maddalena ed il mito di pistole Western. Il loro cinema di trilogie De Beers è morto, straziato e sottotitolato alla pagina 777 del televideo. Loro, ritrovatesi PR del sesso, regnano quelle scatole d’asticelle Shanghai. Vergini, il cui amore ha fatto capolinea su di un’ovvia ricevuta regolata in euro, in dollari o stravaganti yen, Sayonara ‘Basic Instict’. Donne ‘for sale’. Donne da quindici minuti di pace, da quindici minuti di tregua, da quindici minuti di vendita. Donne che continuano la storia sontuosamente datata quindicesimo secolo. Donne che popolano un quartiere. Un quartiere poesia, dall’anonimo pesante che tace l’emozionante feeling di nudità e vesti. Red Light District, un po’ quadro senza cornice, un po’ quadro con troppi pittori. Tiziano, Manet, Botticelli, dove siete? Red Light District, una crociera nella negazione dell’amore vissuto da coloro che a San Valentino hanno cupidamente ricordato che ‘essa avrebbe dovuto esser, come sappiamo, la sposa di Cristo’, Dante.