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Poesia, musica e Lotta Continua: l’impegno in Pasolini e Roversi

Pasolini e Roversi

Di Chiara Guerri

L’11 novembre, al 38 di via Zamboni, si è tenuto un evento organizzato dall’UFO (Università Fuori Orario) per ricordare due bolognesi notevoli e il loro impegno civile in poesia: Pier Paolo Pasolini e Roberto Roversi. In aula III a dialogare sono il Professore di letteratura Marco Antonio Bazzocchi, Antonio Bagnoli, editore di Pendragon nonché nipote di Roversi, Roberto Chiesi, responsabile del centro di studi pasoliniani alla Cineteca, e Gaetano Curreri, cantante degli Stadio che ha musicato alcuni testi di Roversi.

Pasolini e Roversi hanno condiviso la prima giovinezza: nascono rispettivamente nel ’22 e nel ’23 a Bologna, dove insieme frequentano il Galvani e giocano a calcio. Da ragazzi, con Leonetti e Serra sognano una rivista dal titolo ‹‹Eredi››, poi negli anni Cinquanta lavorano insieme ad ‹‹Officina››.

Dell’impegno intellettuale di Roversi è Bagnoli che parla: al suo ritorno dalla Resistenza, combattuta in Piemonte, disilluso rispetto alla speranza di assistere ad una rivoluzione comunista, si dedica alle lettere e, nel 1948, apre la libreria Palmaverde, luogo del suo ritiro intellettuale. Pasolini gli dedica il terzo petalo odoroso della Nuova poesia in forma di rosa e lo descrive come ‹‹un monaco di clausura / diventato pazzo, che cerca una clausura nella / clausura, per rifare di nuovo il cammino già fatto ››.

Essenziale nella poesia di Roversi è la volontà di farsi forte come un pugno in faccia, il desiderio di favorire il risveglio civile. Per fare un esempio del carattere sociale del suo operare, Bagnoli racconta di quando Roversi fermò Calvino che, all’Einaudi, stava preparando un’edizione delle sue poesie: voleva che la sua raccolta continuasse a circolare in fascicolo, di mano in mano.

Non a caso, nel sito a lui dedicato esiste una sezione che raccoglie le poesie che, a loro tempo, furono “pubblicate” su fogli volanti, che fece girare.

Nei primi anni Settanta entrambi collaborano con Lotta Continua: Roversi ne è condirettore (ruolo che gli porta due denunce e due processi), Pasolini ne gira il documentario 12 dicembre (che però non firma, su consiglio del suo avvocato, per non rischiare la galera). Il filmato (presente su youtube) è proiettato in aula dopo la presentazione di Chiesi che ne preannuncia un’altra proiezione (integrale e restaurata) il prossimo 12 dicembre. Il film, girato tra il 1970 e 1972, è pensato come un viaggio antropologico in Italia, per testimoniare i suoi cambiamenti in seguito alla strage di Piazza Fontana, emblema degli anni di piombo. ‹‹È lo stato italiano che è fascista››, dice, ad esempio, un ex partigiano di Sarzana. Notevole è la testimonianza di Licia, la vedova Pinelli: come preannuncia Chiesi, questo momento di asciutta tragicità è il più alto del documentario.

Il momento più toccante della serata è la testimonianza del cantante Curreri, che racconta di come Roversi l’abbia fatto diventare un vero autore di musica: gli ha insegnato il valore delle parole e il loro peso perché, musicando una poesia, non si possono cambiare.

Il frutto più prezioso della loro collaborazione è Chiedi chi erano i Beatles, canzone che Lucio Dalla riteneva tra le più belle della musica italiana.

Curreri, ‹‹orfano di Dalla e Roversi››, esegue il brano in aula e gli ascoltatori ne sono commossi.

Chiudo la mia testimonianza riportando una strofa della canzone: la voce di noi, nati ieri.

I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco

sì, sì conosco Hiroshima ma del resto ne so poco, ne so proprio poco

ha detto mio padre l’Europa bruciava nel fuoco

dobbiamo ancora imparare, noi siamo nati ieri, siamo nati ieri.

Dopo le ferie d’agosto non mi ricordo più il mare

non mi ricordo la musica, fatico a spiegarmi le cose per restare tranquilla

scatto a mia nonna le ultime pose

ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?

Voi che li avete girati nei giradischi e gridati

voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati

voi dovete insegnarci con tutte le cose non solo a parole

ma chi erano mai questi Beatles, ma chi erano mai questi Beatles?

Dacia Maraini ricorda l’amico Pier Paolo Pasolini

pasolini

Di Chiara Guerri

 

Più moderno di ogni moderno si sentiva Pier Paolo Pasolini nelle Poesie mondane, e così lo vuole ricordare Bologna: a quarant’anni dalla tragica scomparsa, che ricorrerà il 2 novembre, la sua città natale organizza un progetto volto alla memoria e allo studio del lascito dell’autore. Il programma di eventi, che durerà fino a marzo, vede conferenze, letture, proiezioni, spettacoli, mostre, visite guidate.

Il 7 ottobre alla biblioteca Renzo Renzi ad inaugurare il ciclo di conferenze Pasolini poeta dell’eresia è una relatrice d’eccezione: Dacia Maraini. Si presenta l’autrice, amica di Pasolini già dagli anni Sessanta, ricordando subito che è stata anche una sua stimata collega: il regista, affascinato dalla protagonista del picaresco Memorie di una ladra, la volle come collaboratrice nella stesura del film Il fiore delle Mille e una notte, caso eccezionale nella sua carriera.

Quando prende parola, la Maraini inizia a parlare di Pier Paolo (perché durante la conferenza sarà quasi sempre Pier Paolo e solo quando il discorso si fa più accademico si accenna a Pasolini) descrivendo un sogno che lo riguarda, fatto una decina di anni fa. Ricorda il suono del tacchettio delle sue suole che sentiva nell’appartamento che condividevano a Sabaudia durante la collaborazione alla sceneggiatura. Esce in balcone e lo vede, circondato dai suoi tecnici. Lui è impaziente, vuole lavorare, ma tutti lo guardano stupefatti: la morte, dice, gli ha fatto solo perdere tempo e ora può ricominciare a fare film. Dacia è così che lo ricorda: instancabile.

Si votava all’esperienza completamente, viveva con tutti i sensi, non credeva molto nel razionale come strumento per comprendere la realtà. Più si ama la vita e più la si rischia e Pier Paolo l’ha sfidata mettendosi nelle mani di quel sottoproletariato che tanto amava, quello che gli ricordava il mondo mitico greco-romano, quello che disperatamente osservava diventare piccolo-borghese, quello che l’ha martirizzato.

La relatrice apre una riflessione sul lavoro incompiuto Petrolio, romanzo controverso e politico (tant’è che si sospetta che alcuni fogli siano stati fatti sparire). La scrittrice è stata incaricata da un teatro romano di selezionarne alcuni brani che saranno destinati ad un ciclo di letture. Il tormentato protagonista è Carlo, ingegnere impiegato all’Eni che, da subito, viene sdoppiato: fortissima è una delle scene in cui, affacciandosi al balcone, si vede morto tra il sudiciume. La Maraini ci avverte che ‹‹è un libro terribile››: Carlo consuma rapporti sessuali con la madre, la nonna, le sorelle, per poi, addirittura, vivere un’inspiegabile e angosciante trasformazione in donna. L’ambigua sessualità del protagonista, le sue avventure notturne, celano però, secondo il parere dell’amica, una tenerezza struggente che, non teme di dirlo, dev’essere autobiografica. I rimandi sono al se stesso bambino, quell’io spezzato che, durante l’infanzia friulana, ha smesso di crescere ed è come rimasto in un limbo. ‹‹Feto adulto›› si diceva Pasolini, sempre nelle Poesie mondane. Anche l’omosessualità del poeta aveva dell’infanzia la disperata corsa all’amore puro ma fugace. Per lui il rapporto amoroso e sensuale non fu mai alla pari: era una tribolata ricerca di quel sé perduto. Carlo era, e forse non a caso, anche il nome di suo padre, uomo violento e alcolizzato che turbò la sua crescita. Dacia ricorda una delle poesie del poeta, dove narra che, alla morte del padre, finalmente vide l’adorata madre mettersi un filo di rossetto per andare insieme al cinema.

Il viscerale legame con la madre face sì che in ogni rapporto con il femminile vedesse qualcosa di materno. La Maraini ricorda, a proposito, un aneddoto. Lo trovarono a terra, nel bagno di un ristorante romano, in seguito ad un’emorragia dovuta all’ ulcera: lei era come in veste di madre, non d’amica, quando, alzandolo, si sentì supplicare: ‹‹Tienimi, tienimi!››. Quest’episodio lo costrinse a stare a letto tre mesi. Quando lo andava a trovare, vedendolo indaffarato, gli chiedeva che cosa mai stesse facendo. ‹‹Teatro!››, rispondeva lui. In quel periodo di riabilitazione compose cinque opere teatrali, le uniche della sua vita, che purtroppo però non sono mai state oggetto dell’attenzione che meriterebbero. E pochi sanno che si dedicò anche alla pittura.

Uomo dalle forti contraddizioni che, però, mai furono ipocrite, fu realmente amato solo dopo la morte. Racconta, ad esempio, di quando lei, Moravia e Pasolini, nella bigotta Italia degli anni Sessanta, erano additati in un articolo giornalistico come i “pornografi” di sinistra, o dei linciaggi da lui subiti durante gli innumerevoli processi.

La conferenza termina con le domande del pubblico. A Dacia viene chiesto se sa immaginare che cosa penserebbe Pier Paolo Pasolini dei tempi odierni, ma lei non si sbilancia. Si sente solo di dare un consiglio: mai smettere di provare a lottare per il meglio, ricominciare a nutrire l’utopia. Di una cosa però è sicura: Pier Paolo soffrirebbe per la sua Africa, così ferita.

Romanzo di una strage

romanzo di una strage

Dal nostro mensile “Piazza Fontana, io (non) so”

di Beniamino Piscopo

Marco Tullio Giordana con Romanzo di una strage è tornato al cinema che sa fare meglio, quello d’inchiesta storicamente collocato. Stavolta a essere raccontata con piglio giornalistico ma foscamente noir, è l’ora in cui l’Italia fu trascinata negli anni di piombo, la strage di piazza Fontana a Milano del 1969. Il film che prende il titolo da un noto articolo di Pasolini comparso proprio nei giorni di piazza Fontana sul corriere della sera, racconta e intreccia le storie del commissario Calabresi, l’anarchico Pinelli, il fascista Valpreda, cercando di offrire più che un film, una verità storica, una certezza che nessun processo ha mai saputo dare, su Piazza Fontana come su altri misteri italiani. Un film che fa dell’asciuttezza la propria cifra stilistica, un timbro che trascina sia i tempi narrativi, più che altro da cronaca di prima pagina, sia le ottime interpretazioni ( Favino, Mastrandea, Tirabassi). Vi si adegua anche la regia con una fotografia nera e angosciosa, a fare da monito e campana degli imminenti anni di piombo, e forse, a fare da omaggio al noir americano, da quello di Haward Huges a Chinatown, con un improbabile eppure perfetto Mastrandea in quel ruolo che fu di Bogart e di Nicholson, quello dello sbirro condannato a scoprire una verità che a nessuno potrà raccontare. Scelta vincente dunque, quella di raccontare piazza Fontana come un noir, perché di noir ne è in fondo piena la storia italiana. Piazza Fontana ne inaugurò la stagione, e il primo a improvvisarsi sbirro alla Bogart, fu Pasolini con il suo “ io so ma non ho le prove.” Sentimento che nel film è cucito sulla pelle di molti personaggi, tra cui appunto quello di Mastrandea. Trascorsi quarant’anni da quei fatti, il film di Giordana non è solo un bel film, rigoroso e curato, ma riesce a riportare a galla qualcosa, dei resti, frammenti di risposte, nel mare di menzogne che circonda l’Italia. E bisogna fare presto, metterli a riparo, prima che quei resti si inabissino ancora. Io so, diceva Pasolini, grazie al film di Giordana sapremo tutti, e anche stavolta ci sembrerà di non avere le prove.

Numero 20: Piazza Fontana, io (non) so

12 dicembre 1969, strage di piazza Fontana.

L’inizio della strategia della tensione ed una verità che ancora manca.

 

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DIECI e VENTICINQUE