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Buscetta: pentito di mafia, pentito di Stato.

Buscetta

di Valeria Grimaldi

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)

E’ il 15 luglio 1984.
Dalla scaletta di un DC-10 dell’Alitalia, proveniente dal Brasile, scende un uomo con occhiali da sole e un poncho colorato sui polsi; due uomini, poliziotti in borghese, lo tengono per le braccia.
E’ Tommaso Buscetta, detto Don Masino, il primo “superpentito” di Cosa Nostra. Arrestato nell’ottobre del 1983 nella sua villa di San Paolo su mandato internazionale emesso dalla magistratura italiana, nell’estate dell’84 viene estradato in Italia.
E comincia a collaborare.
Il boss dei due mondi, così veniva chiamato: la sua vita da esponente di spicco di Cosa Nostra si è diramata tra l’Italia e il Brasile, ma anche Messico, Svizzera, Stati Uniti, Canada; profondo conoscitore della mafia anche sulle sponde del Pacifico dunque, oltre che del Mediterraneo. Protagonista della prima guerra di mafia dei primi anni ’60, e accusato della strage di Ciaculli nella quale, il 2 luglio 1963, morirono 7 uomini delle forze dell’ordine, è proprio grazie alle sue fughe all’estero che riesce a sottrarsi a vari processi e indagini a suo carico. Questo almeno fino al 1972, quando viene arrestato sempre in Brasile ed estradato, e poi in Italia condannato a 10 anni di reclusione per traffico di stupefacenti; fuggirà nuovamente in Brasile in stato di semi-libertà, allo scoppio della seconda guerra di mafia.
Don Masino in quegli anni, fine ’70 inizi degli ’80, faceva ormai parte dei c.d. clan perdenti insieme agli Inzerillo, Bontate, Badalamenti: insomma, le vecchie famiglie palermitane che si vedevano, morto dopo morto, strappare dalle mani l’egemonia di Cosa Nostra da parte degli efferati corleonesi Riina e Provenzano. Durante la seconda guerra di mafia, non essendo raggiungibile perché nascosto in America Latina, gli verranno uccisi 14 fra parenti stretti e affini, fra cui due figli e quattro nipoti, il fratello, il genero e il cognato.
“Io mi definisco un uomo deluso dalla mafia, che ha prestato tanto contributo alla mafia e che vede ammazzare i proprio figli nel nulla”, afferma con fermezza Buscetta in un’intervista ad Enzo Biagi del 1992. E’ la vendetta quindi ciò che spinge Buscetta a collaborare: un codice di uomini d’onore violato dai suoi stessi alleati, primo fra tutti Pippo Calò, della stessa famiglia mafiosa di Buscetta, quella di Porta Nuova. Celebre rimarrà il confronto tra i due, durante la celebrazione del maxiprocesso nel 1986.
“Prima di lui, non avevo – non avevamo – che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa Nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. E’ stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare con i gesti.”
Così scrive Giovanni Falcone nel suo libro “Cose di Cosa Nostra”: è grazie a Buscetta che si riesce a puntare sull’elemento dell’unità di Cosa Nosta; quell’unità che sarà poi riconosciuta in primo, secondo grado e definitivamente in Cassazione con il Maxiprocesso, e che squarcerà il velo al mito dell’assoluta impunità della mafia siciliana.
Durante i lunghi interrogatori con Falcone, Don Masino racconta tutto quello che sa dei meccanismi della mafia, dalle famiglie, alle commissioni, alla cupola: ma non si pronuncerà mai sui presunti rapporti tra Cosa Nostra e la politica. Solo dopo le stragi del ’92, e in particolar modo con la morte di Falcone, Buscetta comincia a parlarne. E infatti diviene uno dei maggiori collaboratori nel processo contro Giulio Andreotti accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
In una lettera alla sorella del giudice, Maria Falcone, del 1995, scrive:
“Io lo stimavo immensamente, e lui ha dimostrato di stimarmi. Ho un solo rimpianto: non ho avuto la forza di raccontare a lui, che vedevo solo, quelle tragiche cose che ho poi raccontato e che nessuno, guardandomi negli occhi, potrà smentire. Quando nel ‘ 93 ho deciso di dire tutto non mi sentivo più forte, ma avevo nella mente e nel cuore Giovanni. Ed è stato come se non riuscissi più a sfuggire al suo sguardo”.
Una collaborazione iniziata con la vendetta, che sembra invece trasformarsi in una vera e propria scelta di stare dalla parte avversa alla sua perché, scrive sempre Buscetta nella lettera, “tre anni fa cadeva la persona che per me rappresentava qualcosa che non avevo mai visto: lo Stato”.
Una figura emblematica quella di Don Masino, che all’epoca destò numerosi bibattiti nell’opinione pubblica, nelle istituzioni e nella schiera degli intellettuali (e alcuni di questi ce li portiamo dietro ancora oggi). Il suo rapporto con Falcone, che non lo nascose mai, il rapporto con l’informazione, alcune reazioni alla sua morte (Gian Carlo Caselli lo definì “uomo leale e coraggioso” mentre Enzo Biagi disse “sembra strano, ma ho perso un amico”). Molti in prima linea sul fronte dell’antimafia gli riconobbero un’intelligenza e un spirito diverso e più profondo rispetto a quello degli altri boss storici di Cosa Nostra.
Sicuramente a trent’anni esatti di distanza da quell’arrivo sulla pista di atterraggio di Fiumicino, i passi in avanti sulla collaborazione di appartenenti alla criminalità organizzata sono stati tanti; ma tanti altri ne sono stati fatti indietro, e dunque contro il lavoro scrupoloso di Falcone e dei tanti che raccolsero la sua testimonianza, grazie ai quali è stato possibile arrivare ad un certo livello nello sventramento della mafia dal suo interno.
Perché è sempre questo il punto a cui si arriva: nella storia del nostro Paese le più importanti azioni contro la mafia sono state compiute da coloro che sono riusciti ad immergersi nel suo tessuto e a disgregarne, filo dopo filo, tutti gli intrecci secolari. E la maggior parte, forse per questo, sono stati uccisi, e con numerose complicità, espliciti o latenti che fossero…le stesse di cui spesso ha parlato Tommaso Buscetta.
E allora viene da chiedersi, come succede a molti: non sarà mica necessario che, dopo il superpentito di mafia, si faccia avanti il superpentito di Stato?