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La mafia restituisce il maltolto

Di Peppe Rizzo, presidio Libera Unibo

 La roba non è di chi la fa, ma di chi la sa fare…. Bene e per Tutti

Da “Cosa Pubblica” (il mensile di aprile sui beni confiscati) clicca

Per riuscire a comprendere il forte valore economico ma in larga parte simbolico dei beni confiscati ai mafiosi riesce particolarmente facile citare il triste archetipo di Mazzarò nella novella scritta da Giovanni Verga più di un secolo fa.

La roba, le ricchezze spesso dissimulate negli sfarzi dei mafiosi li ritroviamo in tutta la loro estensione a simboleggiare un potere che esiste e che appartiene “a chi lo sa fare”.

Dovendo aspettare le morti di Pio La Torre e Carlo Alberto Dalla Chiesa, solo dall’82 siamo riusciti a vedere confiscati i beni delle mafie frutto di attività illecite. Un esteso patrimonio di “roba” nel senso più verghiano del termine, spesso abbandonato se non ancora in mano a chi il controllo del territorio non l’ha mai perso negli anni.

E allora non basta confiscare. La mafia restituisca il maltolto”. E’ un monito che riecheggia e integra una legislazione antimafia insufficiente e d’emergenza, mai di prevenzione. Da qui lo spirito che anima la legge 109/96 sul riutilizzo sociale dei beni confiscati promossa da un’iniziativa legislativa popolare a cura di Libera.

Un’esigenza forte che richiama la collettività a riappropriarsi di quei beni e a frustrare quella barbara considerazione che il territorio ha della mafia, spesso coincidente non solo con quel concetto di “famiglia” a cui la cinematografia ci ha abituati, ma più incisivamente di matrigna, di ufficio di collocamento, di uno stato-mafia alternativo allo Stato, quello vero.

Ecco quindi che restituire il maltolto vuol dire declinare sempre di più l’idea che “U travagghiu è travagghiu” ovvero “Il lavoro è lavoro, non si rifiuta” e che quindi costituire delle cooperative sociali in quelle lande del Mezzogiorno, proprio sui terreni un tempo di proprietà dei mafiosi, determina una differenza sostanziale soprattutto in tempi di crisi, rispetto alla possibilità di vedere riconosciuto un lavoro vero, tutelato, impenetrabile alle infiltrazioni mafiose laddove la sopraffazione e il malessere hanno soverchiato le sorti di intere generazioni.

Il cambiamento che nei territori si è andato via via determinando nel tempo ha fatto sì che la presenza di tali cooperative aderenti al progetto di garanzia e tutela promosso da Libera abbia invertito la tendenza. A testimonianza di ciò in prima linea sul fronte dell’antimafia sociale operano le nove cooperative a cui Libera Terra presta la propria esperienza su tutto il territorio nazionale.

Ultima per nascita ma non per importanza “Terre Joniche”, la cooperativa che dal 31 gennaio scorso ha cominciato la propria attività a Isola Capo Rizzuto e per la quale il mondo associativo di Libera all’interno del contesto emiliano romagnolo si sta spendendo per un sostegno tanto economico quanto solidale rispetto alla costituzione di nuove realtà spesso osteggiate dagli stessi contesti sociali in cui nascono, facili a commuoversi nei momenti tragici della storia del nostro del nostro Paese, ma molto meno disposti a Muoversi nel vero senso della parola.

Da qui l’esempio di cooperative forti di un Impegno che va molto al di là della semplice attività economico-produttiva. Nate attraverso un bando pubblico di volta in volta indetto dalle amministrazioni comunali del luogo di concerto con le prefetture infatti, queste attività si trasformano durante l’estate diventando veri e propri campi di lavoro e formazione per tutti i volontari che scelgono di sporcarsi le mani e lavorare insieme, sotto il sole cocente d’agosto in quei luoghi che un tempo considerato ormai lontano appartenevano ai boss e che adesso profumano di bellezza e libertà, di un saper fare che ha raccolto la sfida lanciata da Mazzarò e che ha vinto “facendo bene”, stavolta per tutti.

Una vita scomoda: Pio La Torre

Di Giulia Silvestri

Da “Cosa Pubblica” (il mensile di aprile sui beni confiscati) clicca

“Omicidi come quello di Pio la Torre sono fondamentalmente da ritenere di natura mafiosa, ma al contempo sono delitti che trascendono le finalità tipiche di un’organizzazione criminale, anche se del calibro di Cosa Nostra. Qui si parla di omicidi politici, di omicidi, cioè, in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica: fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti”. Così Giovanni Falcone vedeva l’omicidio di La Torre.

Ma Pio La Torre chi era? Spesso di lui si conosce solo la proposta, poi legge, che lo ha condannato a morte.

Tra gli anni ’40 e gli anni ’50 lottò per l’applicazione dei decreti Gullo, che garantivano ai braccianti più diritti e più terre da coltivare, e che non venivano riconosciuti dai proprietari terrieri siciliani. Fu, prima, funzionario della Federterra, poi responsabile giovanile della Cgil e in seguito responsabile della commissione giovanile del Pci.

Erano gli anni di Placido Rizzotto, rapito e ucciso, e di Epifanio Li Puma, anch’egli assassinato: gli anni in cui i soprusi dei latifondisti non erano più accettati in silenzio. Poco dopo anche Salvatore Carnevale, che si batteva per gli stessi diritti, fu ammazzato.

Erano gli anni delle reazioni dei contadini, che guidati dai sindacalisti occupavano le terre non coltivate. Pio La Torre, nel frattempo, era diventato membro del Consiglio federale del Pci, che diede il via all’occupazione delle terre stesse.

Durante una di queste operazioni, a Bisacquino, i contadini, e con loro La Torre, furono arrestati: ci fu uno scontro tra le forze dell’ordine che spararono sui braccianti, e i contadini che in risposta lanciarono sassi sui poliziotti; La Torre fu accusato di aver colpito un tenente con un bastone. Era innocente, ma rimase in carcere per un anno e mezzo, prima che la verità venisse a galla.

Uscito dal carcere ricoprì vari ruoli tra la camera confederale del lavoro e la regione siciliana, poi arrivò il periodo da parlamentare a Roma.

Qui, Pio La Torre, continuò la sua lotta per i contadini siciliani, con la partecipazione alla Commissione bilancio e programmazione agricoltura e foreste, e a quella per l’esercizio dei poteri di controllo sulla programmazione e sull’attuazione degli interventi ordinari e straordinari nel Mezzogiorno.

In seguito fece parte della Commissione antimafia, luogo in cui combatté la sua più grande battaglia. Collaborando con Cesare Terranova redasse la relazione di minoranza della Commissione, che spiegava i legami tra Cosa Nostra e uomini politici.

Grazie alla sua esperienza, accresciutasi tra sindacati e politica, La Torre propose, insieme a Virginio Rognoni, la punibilità del fenomeno mafioso e la confisca dei beni per i condannati a quello stesso reato.

L’innovazione che questa proposta di legge avrebbe portato, colpì il cuore della criminalità organizzata di quegli anni, tanto che il 30 Aprile del 1982, dei killer uccisero Pio La Torre e Rosario Di Salvo, col quale stava andando alla sede del Pci.

Fu solo dopo l’omicidio di Carlo Alberto dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro, avvenuta i primi giorni di settembre, che il Parlamento, spinto dalle proteste e dall’indignazione dei cittadini, adottò questa scomoda legge.

La legge Rognoni-La Torre entrò in vigore il 13 settembre di quello stesso anno.

Nasce l’art. 416 bis.

Nasce giuridicamente per la prima volta l’associazione di tipo mafioso, ne sono descritte le caratteristiche comuni agli ambienti in cui tutte le mafie operano: la forza di intimidazione, e la condizione di assoggettamento e di omertà che da questa derivano.

Chi viene condannato, quindi riconosciuto come mafioso, subisce la confisca dei beni che sono serviti per commettere il reato e di quei beni che ne sono il risultato o che sono il reimpiego degli introiti illeciti.

La legge prevede anche il divieto di subappalto o di cottimo di opere riguardanti la pubblica amministrazione, senza autorizzazione della stessa: divieto voluto a causa delle infiltrazioni mafiose negli appalti, una delle attività più redditizie delle mafie.

Pio La Torre aveva avuto una grande intuizione, perché aveva vissuto il cambiamento della mafia siciliana di quegli anni, aveva imparato a conoscerla combattendola prima dal basso, faccia a faccia, e solo dopo all’interno delle istituzioni.

Un’intuizione, la sua, il cui testimone è stato raccolto da Libera, che con la raccolta di un milione di firme ha portato in Parlamento, nel 1995, una proposta di legge in cui si chiedeva il passo successivo alla confisca dei beni ai mafiosi: il loro riutilizzo sociale, la loro restituzione alla società.

Beni confiscati, capiamoci qualcosa

 

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

 

Da “Cosa Pubblica” (il mensile di aprile sui beni confiscati) clicca

“Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. A dirlo era Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni ai mafiosi.  Diventò legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio.

Cos’è un bene confiscato? Quanto ci costa custodirlo?  Quanto rendono i beni sequestrati alle mafie?

Un soggetto condannato per mafia, dopo una misura di prevenzione patrimoniale, dal  sequestro sino alla  confisca, viene privato dei  beni mobili ed immobili accumulati illecitamente. Lo stato dopo aver emesso un provvedimento di sequestro a carico di un mafioso, di norma, nomina un amministratore giudiziario che, cura i beni per tutto il processo sino alla sentenza, che può essere, di revoca del sequestro  e quindi di restituzione dei beni al mafioso, o di confisca definitiva. E’ stata  la Legge Rognoni-La Torre, nel1982, a introdurre la norma che prevede la confisca dei beni  frutto dell’illecita accumulazione di ricchezze provenienti dalle attività criminali mafiose.

Ci sono voluti quattordici anni ed una legge di iniziativa popolare per destinare, o meglio restituire, questi beni alla società. Questo è avvenuto con la Legge 109/96 dopo che l’associazione Libera raccolse un milione di firme.

Il terzo passo legislativo importante è stato nel 2010 con l’istituzione dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, con sede principale a Reggio Calabria  e con a  capo un Prefetto.  Il suo compito è quello di centralizzare la gestione dei beni confiscati alla mafia e di verificare che i soggetti che sono risultati assegnatari dei beni, provvedano al loro utilizzo conformemente alle finalità per le quali si è proceduto alla destinazione, pena la revoca della stessa. Peccato che però quest’Agenzia non sia stata dotata sufficientemente di personale e di fondi e per questo ha già rischiato la chiusura.

Adesso cerchiamo di capire qual è lo stato di salute dei 13.000 beni confiscati in Italia e intanto sfatiamo un mito, i beni confiscati possono essere venduti, anche se a particolari condizioni.

Circa l’ 80% degli immobili presenta gravami  tra cui i crediti garantiti da ipoteca che di fatto bloccano la destinazione per uso sociale del bene confiscato. Dal sequestro all’assegnazione possono passare anche 12 anni. Dal sequestro, alla confisca definitiva, invece, passano dai 5 ai 9 anni a causa dei lunghi tempi dei processi. Durante la fase processuale, chi paga i mutui accesi dai mafiosi? Di norma nessuno e così, con il tempo, crescono gli interessi di mora per il mancato pagamento delle rate e quando, a sentenza passata in giudicato, il bene entra tra le proprietà dello Stato, questo ne diventa debitore nei confronti della banca e quindi deve risolvere il mutuo, pagando.

Altra questione da affrontare è che buona parte degli immobili sequestrati e poi confiscati non vengono assegnati per problemi di natura giuridico-amministrativa, altri vengono abbandonati al loro stato di degrado, altri ancora vengono comunque utilizzati dagli stessi mafiosi o dalle loro famiglie.

Per quanto riguarda le aziende (quasi 2000), invece, queste hanno spesso vita breve, soprattutto quelle commerciali che quasi sempre sono destinate a fallire dovute anche al fatto che il mafioso può dirottare la clientela. Senza la tutela dei boss molte ditte non sono più competitive, vanno fuori mercato. Arriva lo Stato e le imprese  affogano nei debiti.

È il fallimento italiano della vera lotta alle mafie. Oltre ad un danno economico, la gestione fallimentare dei beni confiscati, comporta un danno sociale e d’immagine per quello stesso Stato che giustamente si è impossessato di quei beni. Il tesoro vale quasi 2 miliardi di euro ma non si riesce a farlo fruttare. Per colpire veramente al cuore i patrimoni mafiosi però bisognerebbe colpire il riciclaggio ma la nostra normativa è indietro anni luce. Una corretta gestione dei beni confiscati alle mafie  darebbe fiducia e nuova linfa all’anima di questo paese, darebbe un messaggio incredibile soprattutto alle nuove generazioni “le mafie possono essere sconfitte e con i loro ingiusti tesori lo Stato produce ricchezza, da lavoro”.

Nel 2013 però è ancora utopia.

 

Cosa bisognerebbe fare:

- Istituire strumenti di finanza agevolata e di incentivazione fiscale, introdurre facilitazioni contributive per il mantenimento dei dipendenti, prevedere un welfare per ricollocare i lavoratori in caso di chiusura dell’attività

- Abrogare la disciplina dell’autofinanziamento, creare un fondo per la gestione dei beni, utilizzare il contante sequestrato e reinvestirlo negli immobili e nelle aziende

- Accelerare la destinazione dei beni gravati da ipoteca con una procedura più semplice

- Stipulare dei “patti” con le banche, smettere di pagare gli interessi sui mutui relativi ad immobili confiscati ai mafiosi

- Formare dei veri e propri “manager”, amministratori giudiziari competenti che siano in grado di fare il loro mestiere fino in fondo e di programmare piani a medio e a lungo termine per le aziende confiscate

- Creare una vera e propria “anagrafe” dei beni confiscati, monitorare costantemente i beni, segnalare le emergenze ed intervenire tempestivamente

-  Approvare la legge d’iniziativa popolare “Io riattivo il lavoro” che ha lanciato la Cgil – per la tutela di tutti i dipendenti delle aziende sotto confisca e per garantire loro gli stessi diritti di tutti gli altri lavoratori dei settori in crisi.

Queste proposte non basteranno ma sarebbe già un buon inizio.

Numero 15 aprile 2013

Beni confiscati in Italia e in Emilia Romagna. Capiamoci qualcosa.

 

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Il nostro 2012 (qui)

 

DIECI e VENTICINQUE

Buona lettura