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Calogero Zucchetto e Giuseppe Giordano: compagni di vita nella squadra mobile di Palermo

zucchetto

di Giulia Silvestri

Calogero Zucchetto nacque nel 1955 a Caltanisetta, morì 26 anni dopo a Palermo, ammazzato con cinque proiettili alla testa. Faceva parte della squadra mobile di Palermo e girava sul suo motorino alla ricerca di notizie per scovare i latitanti.

Era il 14 novembre 1982. Lo hanno ucciso in via Notarbartolo, una strada che ricorda la prima vittima di mafia “eccellente”, il primo politico.

Forse è scontato, ma doveroso, dire che Calogero Zucchetto era un ragazzo che amava lottare per la qualità della vita di tutti, quella vita incancrenita dalle mafie e dalla corruzione dei valori; e lo faceva attraverso il suo lavoro.

Pippo Giordano (Il sopravvissuto) lo ha conosciuto proprio nella veste lavorativa ai tempi della squadra mobile. Quando, per il Presidio Universitario di Bologna, gli ho chiesto di raccontarmelo, lo ha fatto così.

Chi era, per te, Calogero Zucchetto?

Se dicessi che Lillo era un collega e basta, direi la più grossa banalità di questo mondo. Lillo ha rappresentato per me il “ragazzo” siciliano al quale ho affidato la mia vita. E, ironia della sorte, lui morì a posto mio. E sì! La bieca furia assassina del gruppo di fuoco di Ciaculli riversò su Lillo la rabbia per aver arrestato il capo famigghia di Villabate, Salvatore Montalto. Addebitarono a Lillo una responsabilità che non aveva, ovvero aver profanato l’agro di Ciaculli, luogo dove si nascondeva il Montalto. Invero, a Ciaculli lo portai io sulla base di una “confidenza” che ricevetti da un uomo anziano che conoscevo sin da bambino. Il fatale errore nacque perchè Lillo insieme a Ninni Cassarà, fu intercettato alle Balate di Ciaculli mentre entrambi, col vespone di Ninni stavano compiendo un sopralluogo. Per me Lillo era l’anima onesta e sincera della Squadra mobile palermitana. Il suo grande spirito di servizio, l’alto senso di attaccamento alla Divisa, fece nascere in noi un’amicizia vera. Per quei pochi mesi che abbiamo trascorso insieme giunsi a considerare Lillo un galantuomo siciliano. Stimavo Lillo per la sua semplicità e per la bellezza dei suoi comportamenti, sempre improntati al rispetto. Lillo, volle confidarsi raccontandomi episodi opinabili commessi da colleghi e mentre li esternava, io coglievo la sua amarezza, il suo dolore. Ed è per questi motivi che amo ricordare Lillo come una delle persone oneste che ho conosciuto nel corso della mia vita.

Qual è il tuo ricordo più bello legato a Lillo?

E’ un episodio che accadde il giorno prima della sua uccisione. Nella mattinata, era un sabato, avevo incontrato il confidente che m’aveva dato la dritta su Montalto, dicendomi: “ se tu avessi scavalcato il muro di cinta della Favarella, avresti preso il Papa (Michele Greco), che al momento dell’arresto di Montalto si trovava li”. Tuttavia, mi fornisce delle notizie precise come riuscire a catturarlo. Quindi, quel sabato al termine del servizio e mentre stiamo per salutarci innanzi alla Squadra mobile, dico a Lillo e a Ciccio (l’altro componente della mia pattuglia): “lunedì anziché venire alle otto venite prima, che dobbiamo travagghiare pi pigghiari u Papa, ho avuto una bella notizia”. Lillo mi guarda e sfodera un bellissimo sorriso: mi abbraccia. Lo stesso fa Ciccio. Colsi in tutti e due la felicità degli innocenti bambini. Quella fu l’ultima volta che vidi Lillo: gaio e sorridente. Dopo la morte di Lillo, iniziai il servizio per la cattura di Michele Greco, così come avevo annunciato a Lillo. Lo intercettammo, non era solo ma in compagnia di Pino Greco “scarpuzzedda” e di altre tre persone. Tra noi e loro c’era un alto cancello chiuso, riuscirono a fuggire. Noi potevamo fermarli con una raffica di mitra, ma io non diedi l’ordine di sparare.

Ogni incontro ci cambia la vita. Com’è cambiata la tua quando lo hai conosciuto e dopo la sua morte?

Dal 14 novembre 1982 mi assilla una domanda, alla quale io stesso do la risposta. Se io non avessi raccolto la confidenza su Montalto e se quella mattina Lillo non fosse entrato nello schedario, sarebbe ancora in vita, Ne sono certo. La mia vita cambiò, nel momento in cui Lillo mi disse “u canusciu bono il Montalto”. La confidenza della fonte informativa mi fece cambiare sezione, dalle “rapine” alla “investigativa” di Cassarà. Dopo la morte di Lillo, io non fui più lo stesso. Cambiai umore, diventai più taciturno del solito e soprattutto divenni diffidenti di tutto e di tutti. Quel giovane corpo martoriato disteso su una lastra di marmo, cambiò per sempre il mio carattere. Poi, vedere la mia città Palermo, assente ai suoi funerali, mi fece comprendere ancor di più che il martirio di Lillo era considerato una fatto di “sbirrri”. Mi buttai a capofitto sulle indagini e un giorno svelerò una verità, ancora non scritta. Spesso, faccio fatica ad addormentarmi, dopo Lillo toccò a Beppe Montana, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia e Natale Mondo. Due persone mi salvarono la vita. Lillo che morì a posto mio e Cassarà che m’impedì, quando già avevo lasciato Palermo, di partecipare ai funerali di Beppe Montana. Seppi dopo la morte di Cassarà che mi “aspettavano”, ma Ninni non mi disse nulla.

Che importanza ha avuto il tuo lavoro, all’interno della squadra mobile, per noi oggi?

Ci tengo a dire che io non feci nulla di diverso da tutti gli altri miei colleghi palermitani. Certo potevo distillare i miei comportamenti e dare retta a chi mi diceva “ma cu tu fa fari”. E invece preferii lavorare non lesinando tempo alle investigazioni contro Cosa nostra. Oggi mi rendo conto che feci pagare alla mia famiglia, un prezzo altissimo, soprattutto per la forzata partenza da Palermo e per essere stato per molto tempo assente. Contrabbandai il lor affetto con l’amore verso il mio lavoro e la dedizione alla Polizia di Stato. Eppure, se tornassi indietro farei esattamente quello che ho fatto. E’ difficile spiegare le emozioni, la fratellanza, l’amicizia che accomunava la Squadra mobile degli anni 80. Nessuno di noi si chiese se dopo gli omicidi di colleghi e carabinieri, era il caso di desistere. No! Sembra un paradosso ma ad ogni vittima ci sentivamo più forti e determinati a proseguire la lotta. Penso che il mio modesto lavoro svolto a Palermo con la Squadra mobile prima, e con la DIA dopo, sia la testimonianza di un impegno profuso per garantire a questo Paese una dignità vera e non di facciata. Noi poliziotti., carabinieri e magistrati, abbiamo pagato un alto tributo di sangue per consentire agli italiani di vivere in uno Stato senza condizionamenti mafiosi. Purtroppo non ci siamo riusciti e nemmeno il martirio di Lillo Zucchetto, ragazzo di soli 26 anni, contribuì a far cambiare le sorti della lotta mafiosa. Ci sono voluti le stragi del 92/93 per accendere i riflettori sulle mafie e sui politici corrotti. Mi permetto di ringraziare pubblicamente PIF , per i suoi continui ricordi di Lillo Zucchetto. A voi prossimi laureandi in giurisprudenza, auguro di raggiungere i sogni della vostra vita. Permettetemi di suggerirvi che se scegliete la carriera di magistrati o l’attività forense, onorate la vostra professione, siate onesti e leali nel far applicare la Legge: non percorrete scorciatoie, i martiri della violenza mafiosa, compreso Lillo Zucchetto, non lo meritano.

Mafia: i ‘miei’ pentiti di Cosa nostra

giordano

di Pippo Giordano

Dall’ultimo mensile di DIECI e VENTICINQUE (scarica)


Non smetterò mai di ringraziare gli uomini d’onore che hanno avuto il coraggio di cambiare e che hanno avuto il coraggio, seppure con mille sofferenze, di ritornare ad essere Uomini, mettendosi a disposizione della Giustizia. Non parlo de relato, ma di vita professionale vissuta accanto ad uomini che hanno offerto un notevole contributo alla lotta a Cosa nostra, con risultati eccellenti altrimenti non raggiungibili. Alcuni di loro hanno dissipato i tanti miei dubbi su alcuni omicidi rimasti insoluti, facendoci scoprire gli autori. Hanno raccontato un attentato a mio danno, a cui sfuggii per una circostanza favorevole. Mi hanno fatto scoprire i colleghi al libro paga di Cosa nostra e che tra loro si nascondeva il “giuda” di Cassarà il quale contribuì a far assassinare un mio confidente: diede anche la “dritta” per far uccidere un mio collega della omicidi. Evento che per fortuna non si verificò (tutto questo fu verbalizzato in un interrogatorio che feci insieme al magistrato Giovanni Falcone).
In sostanza, Giovanni Falcone aveva visto giusto sulla necessità dei collaboratori di Giustizia. Ed ecco come iniziai i rapporti col pentitismo degli uomini di Cosa nostra e che amo definire “i miei pentiti”.

Agli inizi degli anni 80, Ninni Cassarà mi “consegnò” Totuccio Contorno (nella foto, ndr), uomo d’onore che conoscevo bene e che i “corleonesi” cercavano di uccidere. Non potendolo rintracciare e quindi stanarlo, gli uccisero decine e decine di parenti e amici. Io stesso salvai un suo parente facendolo fuggire nel Nord Europa. Contorno, dopo aver subito un attentato a colpi di mitra, riuscì a rispondere al fuoco e si salvò. Poi si convinse e si consegnò alla Squadra mobile di Palermo. Lo nascondemmo nel Commissariato di Mondello, dove veniva interrogato quasi ogni giorno da Giovanni Falcone. Gli uomini d’onore scoprirono il luogo e decisero di compiere un attacco in forze. Avevano progettato d’impiegare una cinquantina di uomini d’onore, capitanati da Giuseppe Giacomo Gambino “U tignusu”, ma rinunciarono al loro intento per paura d’essere sopraffatti dalla nostra reazione. Fuggimmo da Mondello e ci nascondemmo in una struttura della Questura, allestita per la bisogna e solo pochissimi fidati potevano accedervi.

Nel 1983, una sera un tale Stefano Calzetta si presentò alla Mobile e nonostante non fosse un uomo d’onore, ci raccontò alcuni misteri di Cosa nostra. Per convincerci della sua attendibilità, la notte stessa ci accompagnò in un appartamento dove rintracciamo Pietro Senape, killer ricercato. Io, Ninni Cassarà e Giovanni Falcone raccogliemmo le sue dichiarazioni che ci permisero di arrestare due mafiosi latitanti proprio nei pressi della pescheria di Ciccio Tagliavia,condannato all’ergastolo per la strage di via Dei Georgofili a Firenze. Senape ci fece anche recuperare alcune armi e munizioni.
Nel 1989 Giovanni Falcone doveva interrogare Francesco Marino Mannoia, che si era appena pentito ed io fui incaricato di assisterlo negli interrogatori, che avvennero a Roma. Durante l’assenza di Falcone, avevo anche l’incarico di “tradurre” le conversazione telefoniche di numerose utenze di Palermo in quel momento intercettate. Nel mese di giugno del 1992 ero già operativo alla Dia, mi venne letteralmente “consegnato” Gaspare Mutolo e lo nascosi in un appartamento della Capitale. Uscì da quella casa soltanto il primo luglio, quando Mutolo doveva essere interrogato da Paolo Borsellino. Interrogatori che continuarono anche il 16 e 17 luglio (quindi qualcuno se ne faccia una ragione, io c’ero, punto). Mentre proseguivano gli interrogatori di Mutolo, segnatamente da parte dei magistrati Lo Forte e Natoli, si pentì Pino Marchese, uomo d’onore che personalmente conoscevo per averlo visto a Palermo nel giorno del suo arresto per la strage di Natale avvenuta a Bagheria. Marchese era il cognato di Leoluca Bagarella e figlioccio di Totò Riina ed era destinato a divenire uno dei capi di Cosa nostra. Dopo un breve lasso tempo, anche il cugino di Pino Marchese, Drago Giovanni, si pentì venendo ad infoltire la schiera di pentiti della Dia, che aveva anche un pentito della ‘ndrangheta che non ebbi modo d’incontrare. Nel frattempo Tommaso Buscetta rientrò in Italia dagli Stati Uniti e De Gennaro mi affidò l’incarico di assisterlo anche negli interrogatori condotti dai vari magistrati. Anche Buscetta venne nascosto in un’anonima villetta, dove in pochi potevamo recarci. Ma non è finita qui. Dopo alcuni mesi ecco che due autori della strage di Capaci decisero di pentirsi e quindi li prendemmo in consegna noi della DIA: furono Gino La Barbera e Santino Di Matteo, arrestati nel noto covo di via “Ughetti” a Palermo, insieme a Antonino Gioè morto suicida (o “suicidato?”). Ecco tutti questi uomini di Cosa nostra m’aiutarono nel mio lavoro d’investigatore. Però ho un rammarico, ossia quello che non riuscii, per mancanza di tempo, a far pentire un uomo d’onore che avevamo appena arrestato (si pentì dopo). L’uomo, Giovan Battista Ferrante, era un importante uomo d’onore che ebbe un ruolo determinante nelle stragi del 92/93. Avevo capito sin dal momento del suo arresto che potevo farlo “pentire”. Purtroppo, nonostante parecchie ore trascorse insieme, non ebbi il coraggio di fargli la proposta: proposta peraltro comunicata alla Direzione a Roma e che mi avevano autorizzato. Ahimè, si fece tardi e fui costretto a spedirlo all’Ucciardone. Il Ferrante sarebbe stato il decimo dei “miei pentiti”. Ci fu un momento che fu chiesto il mio parere sul probabile pentimento di un uomo d’onore, rinchiuso a Pianosa. Mi battei con tutte le forze, riuscendo a non far accogliere il novello pentito alla DIA: motivai il dissenso, con particolare motivazione. Era uno dei più spietati killer di Cosa nostra e ancora oggi è al 41/bis.

Nel concludere, è mia intenzione ringraziare questi Uomini, perchè grazie a loro ebbi modo di “visitare” la sede della Cupola e l’intera Cosa nostra: grazie a loro scoprimmo gli “Infedeli” e “traditori”, grazie ad uno di loro venni a conoscenza del mancato attentato nei miei confronti del 1982 e di cui solo nel 1994 fui informato. Fatti, non chiacchere e distintivo caratterizzarono la mia vita professionale. Avrei potuto fare di più? Certamente si!

Tratto da 19luglio1992.it

Lavori in corso – Le mafie in Emilia Romagna

L’attualità riletta in modo critico sui grandi temi della cronaca locale, regionale e nazionale con in studio i protagonisti intervistati e raccontati da due giornalisti come Leonello Flamigni e Pietro Caruso. Sono questi gli ingredienti al centro della nuova trasmissione televisiva che esordisce nella formula del rotocalco ogni domenica sull’emittente televisiva DI.TV (in Emilia Romagna, canale 90 del digitale terrestre, nelle Marche, canale 72).

In questa puntata sarà ospite in studio, Giuseppe Giordano, ex poliziotto, per parlare delle mafie.

Qui la nostra recensione del libro “Il sopravvissuto”