Tag: pizzo

Cutrò ha detto basta: lo Stato dov’è?

ignazio_ride

 

 

Di Antonio Cormaci

 

Ignazio Cutrò ha deciso di arrendersi, spogliandosi della corazza di statura morale ed integrità che lo ha protetto, in questi anni, dalla paura e dalla vergogna, lasciando spazio solo a tanta ammirazione “Ha vinto la mafia”, è l’urlo che spezza il silenzio di una storia lasciata fuori dalle cronache che contano. Una storia la  cui fine sembrava già scritta, come l’ultimo atto di un copione che tutti siamo abituati a leggere, un copione che, al di là del dolore e della rassegnazione di intere famiglie che vedono i loro progetti evaporare, ci narra la sconfitta delle istituzioni. La sconfitta dello Stato, vittima e carnefice. Lo Stato che prende la mano per non restituire il braccio intero.

Tutto inizia, come queste storie ci insegnano ogni giorno, con le vicissitudini familiari, con la consapevolezza di non poter dare un futuro ai propri figli, oltre che a se stessi. Tutto comincia quando ti vedi con le spalle al muro, quando attorno a te c’è solo la terra bruciata di chi, per paura o peggio ancora per scelta oculata, decide di abbandonarti, di non darti fiducia, come se appartenere al mondo della legalità e della giustizia fosse una colpa, in questo Paese.  Questo è quello che è accaduto ad Ignazio ed alla sua famiglia. Ignazio Cutrò, un simbolo della sofferenza cagionata dalla mafia, ma anche della lotta viva e coraggiosa. Un simbolo – lui che è Presidente dell’Associazione Nazionale dei testimoni di Giustizia – di chi ha deciso di opporsi ma anche di chi, quotidianamente, deve fare i conti con le conseguenze che certe scelte sortiscono. Ma anche lui ha dovuto gettare le armi. “Mollo tutto e vendo ciò che rimane della mia azienda”. Un’affermazione che si commenta da sola. Ma qual è la storia di Ignazio?

La storia di quest’uomo è di quelle che andrebbero raccontate ogni giorno. Ignazio è  un imprenditore che ha deciso, nel lontano ottobre del 1999, di denunciare per la prima volta i suoi estorsori, in seguito all’incendio doloso di una pala elettrica, dotazione della sua azienda edile. Da allora, inizia il calvario che tanti come lui sono costretti a subire ogni giorno. Fino al 2006 è un susseguirsi di minacce ed atti intimidatori, scaturiti dalla sua volontà di voler dire basta alle pretese del racket mafioso. Nello stesso 2006 la scelta, coraggiosa, di diventare testimone di giustizia, scelta di cui, nonostante le difficoltà, andrà sempre fiero.

Le difficoltà iniziano proprio da qui. La collaborazione con la Magistratura, che consente comunque la condanna dei tre fratelli Panepinto, costa all’imprenditore la sua stessa attività ed un sicuro profitto. La sua azienda edile non riceve commesse per alcun tipo di lavoro e la mancanza di denaro comincia ad essere stringente. Le banche non concedono credito e l’impresa comincia a perdere colpi. Nessuno vuol avere a che fare con chi dice no al compromesso mafioso. Ma nel 2012 una buona notizia: il Consorzio autostrade siciliane commissiona all’imprenditore di Bivona alcuni lavori di manutenzione sulla Palermo – Messina.  È l’ultimo acuto di uno Stato quasi assente, di uno Stato che si congeda con un provvedimento, dell’agosto 2013, che consente ai testimoni di giustizia di poter entrare nelle pubbliche amministrazioni.

Ma l’obiettivo era salvaguardare la sua azienda, il suo lavoro. Non ce l’ha fatta, perché la documentazione amministrativa in suo possesso non è comunque idonea per partecipare alle gare pubbliche. Insomma, un disastro. È per questo motivo che Cutrò ha deciso di arrendersi.  Eppure egli avrebbe potuto scegliere una strada più comoda; avrebbe potuto trasferirsi in un altro posto, con un’altra identità segreta, vivendo del vitalizio che lo Stato gli avrebbe concesso, in un’oasi felice lontana dai problemi siciliani. Eppure non lo ha fatto.  Perché? Per coraggio, responsabilità, dedizione.  “Ho scelto di continuare a lottare, per dare una testimonianza concreta di come sia possibile combattere la mafia. Avevo torto. Ero convinto che lo stato mi avrebbe aiutato.”

Sono parole magnifiche, epiche ma allo stesso tempo intrise di tragicità. Avere dei simboli come Cutrò che, al pari delle varie istituzioni e forze di polizia che hanno dato la vita, sono esempi viventi  di antimafia comporta una grande responsabilità: la loro protezione e il dar loro la possibilità di avere un’unica scelta, la lotta e non la fuga. Parliamo sempre di esseri umani, con le loro vite, sogni e debolezze.

Da sperare è che quella di Cutrò, oltre che un’ammissione di resa, sia anche una velata richiesta di aiuto che possa usufruire della risonanza mediata del nuovo Governo insediato. Che questo sappia accogliere le istanze di una categoria che subisce le più becere mancanze di una politica assenteista.

Caro estortore…

«Caro estortore,

volevo avvertire il nostro ignoto estortore di risparmiare le telefonate dal tono minaccioso e le spese per l’acquisto di micce, bombe e proiettili, in quanto non siamo disponibili a dare contributi e ci siamo messi sotto la protezione della polizia. Ho costruito questa fabbrica con le mie mani, lavoro da una vita e non intendo chiudere… Se paghiamo i 50 milioni, torneranno poi alla carica chiedendoci altri soldi, una retta mensile, saremo destinati a chiudere bottega in poco tempo. Per questo abbiamo detto no al “Geometra Anzalone” e diremo no a tutti quelli come lui».

Libero Grassi, Giornale di Sicilia del 10-01-1991

 

La lettera di Libero Grassi pubblicata dal “Corriere della Sera” il 30/8/1991, il giorno successivo alla sua uccisione.
La “Sigma” è un’azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d’affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l’ottimo stato di salute dell’impresa ad attirare la loro attenzione.
La prima volta mi chiesero i soldi per i “poveri amici carcerati”, i “picciotti chiusi all’Ucciardone”. Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: “Attento al magazzino”, “guardati tuo figlio”, “attento a te”. Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al “Giornale di Sicilia” che iniziava così: “Caro estortore…”. La mattina successiva qui in fabbrica c’erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell’azienda chiedendo loro protezione.
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere “ispettori di sanità”. Fuori però c’era l’auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del “pizzo”, i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell’Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una “tamurriata” come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell’Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.
L’unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l’iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la “protezione” ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.

Gaetano Saffioti la scelta di restare

di Michela Mancini

Da “Testimoni di Giustizia” luglio 2012

Tano Grasso lo ripete come un mantra: denunciare le estorsioni è un modo per garantirsi la fetta di felicità che spetta di diritto ai lavoratori onesti. Denunciare chi impone il pizzo e sottrae ricchezza, non è solo una lotta di principio, significa soprattutto ristabilire la normalità: chi decide di avere un’impresa al Sud, deve avere gli stessi diritti di chi lavora in territori ancora incontaminati dalle mafie.

Gaetano Saffioti, imprenditore di Palmi – che con le sue dichiarazioni ha dato vita all’operazione Tallone D’Achille, determinando l’arresto di numerosi esponenti delle ndrine calabresi – questa normalità la cerca ormai da dieci anni. Il paradosso è che questa ricerca ha trasformato la sua vita in quella di un condannato. Un condannato libero però.

Gaetano è nato e cresciuto a Palmi, cittadina della piana di Gioia Tauro. La sua famiglia era proprietaria di  un frantoio. L’imprenditore calabrese conosce la ndrangheta a soli nove anni. Racconta al quotidiano La Stampa: «Ero andato in una colonia estiva a Sant’Eufemia, in Aspromonte, riservata ai più bravi della classe. Ci tenevo da morire. Dopo due giorni fui richiamato a casa. Torna perché mi manchi, disse mio padre. Anni dopo ho saputo che era stato minacciato e temeva per me. Morto mio padre, la famiglia era diventata più debole: una donna sola con sei figli minorenni. Arrivavano telefonate e mia madre piangeva. Noi chiedevamo: chi è ‘sta ‘ndrangheta?».

La risposta non tarda ad arrivare. Nel 1981, Gaetano, appassionato di mezzi per movimento terra, apre la sua ditta. «Fatturavo 5 milioni e mezzo di lire. Comincio a lavorare per i privati. Nel 1992 aggiungo l’impianto di calcestruzzo e vinco le prime gare d’appalto pubbliche».  Un’impresa così brillante non sfugge all’occhio vigile della ndrangheta. Gaetano continua a raccontare al quotidiano torinese: «Si presentavano a tutte le ore, io preparavo i soldi e li consegnavo a pacchi da dieci milioni. Quando ne arrestavano uno, il giorno stesso si presentava un sostituto. Erano cordiali, sapevano prima di me che mi era arrivato un accredito in banca e venivano a riscuotere la percentuale, dal 3 al 15 per cento. Quando c’era un sequestro dei beni di un boss, automaticamente bisognava “risarcirlo” pagando il doppio. Per arrivare al cantiere al porto di Gioia Tauro dovevo attraversare i territori di tre famiglie. E pagavo per tre. Come i caselli autostradali. Compravo una cava di inerti per fare il calcestruzzo? Non me la facevano usare, imponevano di comprare il materiale da loro. Così per le macchine: le mie restavano ferme e noleggiavo le loro. Pagavo anche se non mi piaceva. Io glielo dicevo: non si può andare avanti così. E loro mi sfidavano: denuncia. Avevo paura: di essere ucciso ma anche di essere considerato un prestanome dei boss e arrestato. Quindi registravo tutto: gli incontri, i colloqui, i pagamenti».

La paura di denunciare, Gaetano la conosceva bene. Suo padre morì a soli 50 anni, lasciando una donna sola con sei figli e un’attività da mandare avanti. Un giorno, l’ennesima richiesta estorsiva spinse la madre di Gaetano a raccontare ai figli la verità. Le continue pressioni della ndrangheta non le davano pace, i soldi non bastavano e lei non sapeva come venirne fuori. I figli  incalzavano: “parliamone alla Polizia”.  La madre di Gaetano non vuole saperne niente. Le regole di quei territori sono chiare: chi parla è un traditore, l’unica scelta possibile è cercare un intermediario, o al massimo andare via. Scappare dalla propria  terra non è nemmeno così semplice come sembra, non è detto che te lo lascino fare. Fu allora che Gaetano comincio a farsi una domanda: sono libero? Una domanda che diventa un tarlo.

Intanto l’azienda dell’imprenditore calabrese cresce, i ricavi aumentano del 20-30 % l’anno. E insieme ai profitti crescono le richieste dei boss e gli atti intimidatori. Poi la goccia: un’autista, sotto minaccia delle armi, fu costretto a incendiare un camion che stava guidando. Il fratello di Gaetano rischia di rimanere ucciso.

L’imprenditore calabrese non ha più dubbi. Rinuncerà ai sogni, alle speranze di crescita, ad una vita tutto sommato “tranquilla” – l’illusione della normalità mafiosa – e porterà tutte le registrazioni che aveva meticolosamente conservato al procuratore Roberto Pennisi. Saffioti diventa testimone di giustizia.

«All’alba del 25 gennaio 2002, all’arrivo in azienda trovo la Finanza: “Siamo qui per lei, se deve uscire l’accompagniamo noi”. Finiva un incubo e ne cominciava un altro. Da allora sono sempre con me e con la mia famiglia. In pochi giorni persi tutte le commesse, 55 dei 60 operai. Il fatturato scese da 15 milioni a 500 mila euro, le banche mi chiudevano i conti attivi, i fornitori mi chiedevano fideiussioni oltre il terzo grado di parentela perché “tu sei un morto che cammina”. Mia moglie piangeva. I clienti sparivano, nemmeno le confraternite venivano più a chiedermi i contributi per le feste patronali».

Nonostante fosse costretto ad una vita blindata, Gaetano decide di restare nella sua Calabria. La sua terra non la lascia, significherebbe ammettere una sconfitta. Sopravvive solo grazie alle commissioni che arrivano dall’estero: Spagna, Francia, Romania. Un parte dell’aeroporto di Parigi è stato costruito con i materiali della sua ditta. Saffioti aveva un piccolo sogno: «Vorrei togliermi la soddisfazione di fare un chilometro della Salerno-Reggio Calabria, ma non mi è consentito. Ho offerto il materiale gratis ma non lo vogliono. In compenso i 48 che ho fatto arrestare, tutti condannati in primo grado, tra patteggiamenti e sconti di pena sono tutti liberi. E qualcuno lavora alla Salerno-Reggio».

Gaetano non si è pentito delle scelte che ha fatto. La sua azienda sembra essersi trasformata in un carcere di massima sicurezza: cancelli blindati, muri in cemento armato, decine di telecamere, filo spinato tutt’intorno. Ma lui si sente libero. Come non lo era stato mai. E se rimane in Calabria è per ricordare a chi non ha ancora il coraggio di scegliere la normalità, che essere liberi è possibile.

In culo alla mafia

di Valeria Grimaldi

Da “Testimoni di Giustizia” luglio 2012

Bivona è un piccolo comune di circa 4000 anime nella provincia agrigentina, a 90 km da Palermo. Agricoltura, piccola imprenditoria e commercio locale: un paesino come tanti, si direbbe. Ma Bivona ha un’altra caratteristica: la mafia locale, la cosiddetta “mafia della bassa quisquina”, non meno importante per radicamento e sviluppo di tante altre realtà siciliane, e non solo. E anche qui si presenta l’ossimoro legalità-illegalità/mafia-antimafia che caratterizza anche la storia siciliana: infatti sono originari di Bivona i fratelli Sabella, Alfonso e Marzia, il primo sostituto procuratore del pool antimafia a Palermo di Gian Carlo Caselli nel 1993; la seconda, invece, unica donna del pool di magistrati che nel 2006 coordinò la cattura di Bernarno Provenzano. Ed è a Bivona che si incrocia la storia di Ignazio Cutrò, imprenditore della zona che nel 2006, a seguito di intimidazioni e minacce alla propria persona e alla propria azienda, decide di diventare testimone di giustizia. Per il suo bene e per il bene della propria famiglia; per un senso di responsabilità nel mostrarsi come un uomo che non si piega davanti alle minacce e alle estorsioni ma che vuole portare avanti gli ideali di onestà e legalità come priorità di fronte al potere mafioso. Perchè la mafia ha interesse, soprattutto nelle realtà locali, a diffondere la propria influenza e le proprie scelte, perchè vuole creare consenso, vuole fornire un senso di protezione: la mafia mi ha aiutato a trovare lavoro, la mafia mi aiuta a continuare il mio lavoro. Ma Ignazio non ci sta, e decide di sacrificare tutto per combattere una battaglia nel segno del giusto.

Il 10 ottobre 1999 è il giorno in cui tutto è cominciato. Quella sera Ignazio riceve una telefonata dal nipote che gli dice di recarsi urgentemente in contrada Canfutino perchè era stata incendiata una pala meccanica. Parte la prima denuncia contro ignoti, la prima di molte.

Il 23 maggio del 2006 sembra esserci una svolta nella vita lavorativa di Ignazio: due lavori in corso, ma soprattutto, essersi aggiudicato un lavoro importante. Sarebbe riuscito, di lì a poco, ad iscriversi alla SOA, la certificazione obbligatoria per gli appalti pubblici di lavori. Sarebbe riuscito a realizzare il suo sogno, e il desiderio che gli aveva espresso suo padre: ingrandire l’azienda. Ma quel pomeriggio, i materiali per svolgere l’appalto aggiudicato gli vengono bruciati: e l’ente che gliel’aveva commissionato non poteva risarcire quanto perduto, con il rischio di non poter completare l’opera. Così Ignazio utilizza i fondi del SOA per il risarcimento, pur di portare a termine il lavoro nei tempi prefissati, rinunciando al suo sogno. Si reca nuovamente alla Caserma dei Carabinieri: una seconda denuncia contro ignoti.

Il 23 Novembre dello stesso anno, un altro incendio: altri macchinari bruciati. Ignazio era solito rimanere per tutta la notte a sorvegliarli, per essere sicuro che non accadesse nulla: ma quella sera era venuto giù un acquazzone tremendo, ed era rimasto a casa. Altra denuncia: i pensieri e i timori si affollano nella mente di Ignazio, ma come gli aveva insegnato suo padre bisogna andare avanti “a testa alta e a schiena dritta”. E così fece.

Si susseguirono altre vicende: una tazza nera capovolta trovata sulla cassetta della posta di casa; materiali per eseguire altri lavori che spariscono improvvisamente dai cantieri; contenitori di plastica pieni di olio per ciclomotori lasciati davanti casa; fiammiferi e liquido infiammabile lasciato accanto ai macchinari; cartucce di fucili da caccia trovati sui sedili della macchina. Ignazio altro non può fare che ricorre a denunce su denunce.

Grazie alle sue testimonianze viene avviata la famosa operazione “Face off“, che porta all’arresto di Luigi, Marcello e Maurizio Panepinto, tutti imprenditori edili che, secondo l’accusa, controllavano gli appalti pubblici nella zona di Bivona; gli altri imputati Domenico Parisi, Enzo Quaranta, Giovanni Favara, e Vincenzo Ferranti (quest’ultimo, secondo le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, è stato per anni capo mandamento della Quisquina). Il primo grado di giudizio, nel gennaio 2011, ha portato ad una condanna degli imputati (con la sola assoluzione di Vincenzo Ferranti) ad un totale di 76 anni di carcere; nel secondo grado, marzo 2012, è stata parzialmente riformata la sentenza di primo grado, confermando 4 condanne e assolvendo Marcello Panepinto.

Ma la battaglia di Ignazio non è ancora terminata: la verità giudiziale ha fatto il suo corso, ma il suo status di testimone di giustizia non gli ha permesso di lavorare per moltissimo tempo. La burocrazia, la sua unica salvezza, ha tardato a farsi sentire ed è stato l’ultimo ostacolo prima che la famiglia Cutrò potesse tirare un sospiro di sollievo. Nel Dicembre 2010 Ignazio si incatena davanti al Viminale: “Lo Stato italiano mi ha prima usato per istruire un processo al gotha mafioso del bivonese e della bassa quisquina e poi mi ha abbandonato al mio destino. Ora basta, fino a quando non mi sarà restituito il mio lavoro, la mia sicurezza e la mia dignità di imprenditore che ha denunciato cosa nostra, io rimarrò incatenato davanti al Ministero dell’Interno”. Sembra non esserci tregua, nemmeno il riconoscimento dovuto per la sua azione contro la cosca mafiosa e il sacrificio nell’aver stravolto la sua intera vita: un anno dopo, nel dicembre scorso, gli arriva una cartella esattoriale da 85.562,56 euro da pagare entro 30 giorni; pagamento che doveva essere bloccato non solo per il suo status di testimone di giustizia ma anche a causa del paradosso per cui, la lenta burocrazia non gli concedeva la licenza per poter tornare a lavorare e guadagnare i soldi necessari per pagari i suoi debiti. E lo Stato tace: “Inizierò lo sciopero della fame e della sete.” dichiara Ignazio, “la mia non è una minaccia, ma un messaggio di esasperazione. Non mi sento un eroe, ho fatto oltre 28 denunce contro mafiosi ed estorsori, ho subito una trentina di intimidazioni, ma l’ho fatto per coscienza civile”.

Ma finalmente, il 25 maggio scorso arriva il pezzo di carta tanto atteso: il Durc, il documento unico di regolarità contributiva, essenziale per poter partecipare alle gare pubbliche. Il 19 giugno Ignazio è tornato finalmente a lavorare: quel lavoro che già di per se ti rende orgoglioso, ti appaga e ti fa sentire utile per la comunità, per la tua famiglia, per la tua dignità. Ma questa conquista ha un sapore ancora migliore: un sapore di libertà, fatica, sudore, oltre le intimidazioni, le minacce, i timori, l’essere additati come sbirri, vedere la propria vita stravolta, ma vincere sopra qualcosa che è più grande di te.

Un sapore di legalità e giustizia.

 

Ora e sempre, IN CULO ALLA MAFIA. Oggi la mafia ha perso, la legalità ed i siciliani hanno vinto 10 a 0“. Ignazio Cutrò