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Mladen Grujicic: un nuovo Sindaco a Srebrenica

Di Tommaso Pieri

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Srebrenica è una piccola cittadina della Federazione di Bosnia e Erzegovina, facente parte dello stato chiamato Repubblica SPRSKA. Essa è situata lungo il corso del fiume Drina, al confine con la Serbia.

La parola Srebrenica è sempre pesante, pesante da pronunciare come da scrivere. Il peso è quello di una guerra, quello di un genocidio avvenuto in un giorno solo. L’ 11 Luglio del 1995 i paramilitari delle truppe dalla repubblica Serba di Bosnia guidate dal generale Ratko Mladic invasero Srebrenica. Una volta terminata la conquista, i soldati deportarono in campi profughi le donne ed i bambini mussulmani ed uccisero tutti gli uomini mussulmani in età di leva (dai 15 anni in su). Durante questi terribili misfatti il contingente O.N.U., composto da soldati olandesi capitanati dal generale Thom Karremans, scapparono invece di prestare soccorso alle vittime.

Dopo quei tremendi e tragici fatti a Srebrenica è rimasto un muro, un muro che non si vede ma si sente. Le persone delle due etnie, mussulmane e serba, passano la loro vita esclusivamente all’interno del proprio gruppo, quasi senza cercare il dialogo con il diverso. Troppo difficile il confronto con la realtà, troppo duro scoprire di non essere solo vittima della guerra, ma anche carnefice. Troppo duro scoprire che all’interno del tuo gruppo sono presenti dei criminali di guerra.

Dal 2000 l’amministrazione della città è stata gestita esclusivamente da sindaci bosgnacchi, ovvero mussulmani di Bosnia. Solo nel 2016 Mladen Grujicic ha vinto le elezioni amministrative sostenuto da una coalizione di partiti serbi, alcuni anche dichiaratamente nazionalisti. 

La particolarità di quest’ultima tornata elettorale è che sono stati denunciati dei brogli. Il sindaco uscente, il trentasettenne Durakovic, infatti, ha denunciato alla commissione elettorale come abbiano votato per delega molte persone di origine serba che non per legge non potrebbero votare, in quanto sprovviste del requisito fondamentale per essere iscritti alle liste elettorali: una proprietà immobiliare o fondiaria  a Srebrenica. La commissione elettorale composta da 2 mussulmani, 2 croati e 2 serbi ha rigettato, però, il ricorso. 

Il neo sindaco Grujicic è un uomo di 34 anni, insegnante e appartenente al gruppo serbo. È presidente dell’associazione dei veterani di guerra di Srebrenica e la sua campagna elettorale si è contraddistinta anche per aver depotenzializzato gli accadimenti di luglio 1995. I suoi concittadini lo considerano una persona onesta e ne apprezzano il mestiere da insegnante, in quanto mai ha discriminato i suoi alunni mussulmani. Alle spalle del nuovo sindaco si erge però minacciosa la figura di Radomir Pavlovic. Radomir Pavlovic è l’ex presidente del consiglio comunale di Srebrenica ed è il serbo più influente della città, nonché uno dei padrini politici del nuovo sindaco. Le posizioni di Pavlovic sono dichiaratamente nazionalistiche e molte persone mussulmane hanno paura che quest’ultimo influenzerà Grujicic a tal punto che il muro invisibile che da anni si erge tra i due gruppi principali della città non possa che uscirne solidificato. 

La nuova amministrazione si è instaurata ufficialmente il 9 novembre 2016. I punti di domanda su cosa succederà sono però vari. Riuscirà il nuovo sindaco ad essere indipendente oppure subirà le spinte provenienti dai vertici dei partiti che l’hanno sostenuto?

I dilettanti. Si presenta a Bologna il libro di Pino Pisicchio

L’On. Pino Pisicchio  discute del libro con il Prof. Antonello De Oto della Università di Bologna

Introduce Gen. C.A. (aus) Antonio De Vita

Venerdì 13 novembre 2015 ore 19

Circolo Ufficiali dell’Esercito

Qui l’evento su Facebook

I dilettanti

Certamente Matteo Renzi è tutt’altro che un dilettante, a differenza di molti altri della sua generazione. È difficile, infatti, tenere lontana la sensazione che il ceto politico italiano sia stato invaso da una travolgente ondata di dilettantismo. Siamo, forse, di fronte al riavvio del moto oscillatorio che da sempre vede celebrare nel nostro paese la rappresentazione dell’antagonismo fra il vecchio e il nuovo. Vent’anni fa il pendolo cadde sul “nuovo” inteso come “lontano” dalla politica politicante e nacque il berlusconismo. In questo momento il moto armonico intercetta il “nuovo generazionale” come ultima possibilità, dopo aver consumato tutti i “nuovi” possibili in quattro lustri di imprudenti speranze e delusioni cocenti. Questo libro cerca, allora, di indagare i caratteri salienti del “nuovo” ceto politico italiano, esaminandone i vizi, le virtù, il linguaggio, lo scarso insediamento sociale, l’incerta formazione culturale e la distanza dai cittadini. Lo fa mettendo a confronto numeri e norme, il contesto italiano con quello di altri paesi democratici e il tempo odierno con stagioni passate. Lo fa, anche, gettando un occhio sul futuro.

 

Un’altra mafia in casa

mafia capitale

Di Diego Ottaviano

 

Associazione a delinquere, di stampo mafioso. Uso della forza, intimidazioni, mantenimento di caos e omertà. Estorsioni, tante, che bruciano negozi che impiccano le case, abusive e no. Gente che taglia la gola, che spezza le dita, che ferisce e che prende la mira. Spara stronzo, spara! Uccidere è imperativo, il rispetto è per strada.

Usura, interessi, minacce ed economia, la nostra. Borghi sporcati, battaglie tra deboli, drogati e immigrati. Prostitute e perizoma. E ancora appalti, concessioni e responsabilità nascoste e autorizzate: i servizi pubblici, quelli segreti e la mafia capitale.

Roma è rapita, Roma è stuprata. Presa ai fianchi, spossata da pugni, calci, sputi in faccia. Roma è penetrata, a destra, a sinistra, al centro. Uno stupro in Campidoglio, al ristorante, tra la gente. Pubblicamente, di giorno e di notte. Roma è in minigonna e batte il marciapiede, come già le cugine Napoli, Torino e Milano.

Normalità italiana censita dalle tangenti dell’Expo e da quelle del Mose. Normalità che pone l’Italia al penultimo posto in Europa per i numeri della corruzione (Transparency International). Non ci sono emozioni né tanto meno memoria ma solo un altro scandalo robusto e trasversale, interno a Democrazia e Libertà di partito.

Trentasette gli arresti eseguiti dai Ros, alcuni eccellenti, come Massimo Carminati, ex Nar e Banda della Magliana, oggi a capo di un’organizzazione criminale debita al controllo di Roma e della sua economia.

Tante, troppe le banconote da contare. Soldi ricchi di sangue che incuriosiscono la diseguaglianza. Milioni di euro rubati e confiscati a un cane che si morde la coda, l’Italia. Soldi sporchi, organizzati nella contabilità di un libro nero. Soldi per tutti, per Finmeccanica, per i partiti, pure per Rifondazione: ‘paga cazzo, paga!’.

Tutto è scosso. Lo è il Movimento Cinque Stelle a Ostia, che si ritrova in casa l’arrestato Matteo Calvio, lo ‘spezza pollici’ dell’organizzazione. Lo sono la BCE e il vice di Draghi, Fabio Panetta nominato da Carminati durante un’intercettazione. Lo è la Roma bene, dei vip, della televisione e del calcio che conoscono bene Giovanni De Carlo ‘il miliardario’ coattone di quartiere e boss al servizio di Carminati.

Questa è la cupola Romana, quella che porta il tabù del 416-Bis nella capitale. Una mafia piglia tutto, una ‘Terra di Mezzo’ che negli ultimi dieci anni ottiene 174 appalti, riconducibili al lavoro costante di Salvatore Buzzi, presidente della Cooperativa 29 Giugno e ‘bracciante-imprenditore’ di Carminati.

La gente paga con incredulità e moralismo. Il pensiero idiota ci riporta alle vicissitudini della burattinata Banda della Magliana e di un romanzo storico nel quale Carminati era il ‘Nero’. Lui che non esce mai dalla scena, ci resta in punta di piedi. Sullo sfondo i misteri della strage di Bologna, le resse di cocaina e palazzo e calessi di potere che si succedono nella raccolta del seminato. Oggi, è lui il nuovo Re di Roma, il perno della malavita romana e forse successore di un certo Pippo Calò, tesoriere accompagnato con gentilezza e rispetto alla porta.

In Italia poco è cambiato. Carminati ha una nuova investitura professionale, quella di ‘mafioso’. Il già condannato Berlusconi coglie l’occasione per ricordare che la mafia a Roma non esiste. Messina Denaro, Morabito Rocco e Pasquale Scotti restano in latitanza e il Bel Paese dimentica che la mafia è viva, ricca e più forte di prima poiché nutrita dal più grande ‘Made in Italy’ di sempre, il nostro menefreghismo.

La messa è servita. Il crocefisso ben disposto in classe. La Juventus è prima in classifica. Gli omossessuali restano malati. X-Factor arricchisce la cena con diversi tatuaggi. Made in Sud ci riporta tra il borderline e Drive In d’altri tempi. La fiction Rai non manca mai e il senso del nostro vivere morale ci vede nominati al rumore del più classico dei cliché, ‘sono tutti ladroni’.

Talk show e paradiso. Svegliati Italia, svegliati Terra del Sole! “Hoc opus, hic labor est”, qui è la fatica, qui è la difficolta.

E Reggio si svegliò in primavera

Reggio calabria

Di Antonio Cormaci

 

Ci sono quelle storie che cominciano con imbonitori, con profeti con la soluzione in mano, con incantatori di serpenti e maghi del travestimento. Ci sono quelle storie che raccontano di grandi opere, o presunte tali, molto costose, molto avveniristiche ma decisamente poco funzionali all’idea  di città. Ci sono quelle storie che raccontano di strutture decretate simbolo del progresso economico reggino, simbolo di una rinascita fondata sul mattone e sulle promesse ma che oggi sono la più tragica espressione del mondo delle incompiute reggine. Ci sono quelle storie che parlano di milioni e milioni di euro spesi per discutibili forme di attrazione turistica, molto rumorose, ma di cifre molto vicino allo zero per quanto riguarda cultura ed intrattenimento giovanile “di qualità”. Ci sono quelle storie che raccontano l’abbandono, quell’abbandono che alcune comunità reggine periferiche conoscono molto bene, tanto da rifiutarsi di votare. Ci sono quelle storie che narrano di quintali di immondizia sparsi per la città, di cloache a cielo aperto in quartieri residenziali particolarmente nutriti di abitanti, di strade che nulla hanno di invidiare alle mulattiere percorse dai nostri bisnonni. Ci sono storie che verranno ricordate per la loro unicità, per essere le storie del primo capoluogo di provincia il cui consiglio comunale è sciolto per infiltrazioni mafiose. C’è una sola storia che a noi non piace raccontare, la storia di nove anni di malgoverno di centrodestra, un malgoverno che non sono le pagine dei giornali, o le contestazioni cittadine continue, a raccontare con il dramma degli sconfitti, ma i fatti: i teatri, le strade, le infrastrutture, i trasporti, il lavoro.

Reggio ha avuto la sua occasione per dire no a quella storia, l’occasione per avere un nuovo taccuino da scrivere da riempire con le parole di una nuova storia, si spera migliore, da raccontare ai nostri figli. E questa occasione non è stata persa, almeno stavolta. Reggio si sveglia in primavera, con la bulgara vittoria della coalizione di centrosinistra capeggiata dal giovane neosindaco Giuseppe Falcomatà. Il risultato era scontato, se non altro per le laceranti testimonianze lasciate dal centrodestra in questi anni, ma non così scontata sarà la capacità, meramente politico-programmatica, di fare il proprio dovere per questa città. Reggio si presenta come un campo che ha subito incessanti bombardamenti, una città persa nel ricordo della sua fama di “Bella e gentile”, e che ben poco ha a che vedere con il genere di città funzionale che noi tutti agogniamo. Bisognerà partire da tutto: dalle infrastrutture alla ristrutturazione delle aziende municipalizzate; dalla riqualificazione della nostra rete viaria alla possibilità di incentivare il commercio artigianale della nostra città, almeno con la riqualificazione di un centro potenzialmente nevralgico come il mercato “Girasole” di via Messina; dall’applicazione del concetto di “trasporto sostenibile” – abbiamo uno dei migliori poli ingegneristici del Meridione, perché non sfruttarlo? – ad un’apertura, più incisiva, al mondo della cultura, con la rinascita del nostro Teatro Comunale “Francesco Cilea”; dallo sport al turismo, con un potenziamento dei collegamenti aerei e navali alla nostra città. E progetti giganteschi ed impossibili, come il suggestivo Waterfront, progettato senza neanche dare occhio al contesto urbano, vengano non cestinati ma almeno rivalutati alla luce delle esigenze di una città come Reggio.

Le basi ci sono, Reggio respira aria di primavera e noi aspettiamo l’arrivo delle rondini.