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La forza motrice sprecata del lavoro femminile in Italia

 

Di Davide Tumminelli

Foto di "agrigentonotizie.it"

Foto di “agrigentonotizie.it”

 

Nel giorno in cui il rapporto Global Gender Gap Index 2017 del World Economic Forum, afferma che in Italia il 61,5% delle donne lavoratrici viene pagato zero o con somme irrisorie, arriva anche una bella notizia per il lavoro femminile. Al tribunale di Agrigento, in Sicilia, si sono appena insediati sette nuovi magistrati. La novità? I sette magistrati sono tutte donne. I nuovi Pubblici ministeri saranno: Paola Vetro di Palermo, Chiara Bisso di Rapallo, Gloria Andreoli della provincia di Chieti, Emiliana Busto di Napoli e Rossella Incardona di Agrigento. Andranno invece ad incrementare l’ufficio giudicante: Maria Cristina La Barbera e Ornella Zelia Maimone di Pietraperzia (En). Una boccata d’aria fresca rispetto allo stesso studio del World Economic Forum che mette l’Italia, che nell’ultimo anno ha perso ben 41 posizioni, dietro Grecia, Belize e Madagascar.

Questa non è la prima indagine che sottolinea il grave problema della parità di genere nell’ambito lavorativo in Italia. A inizio ottobre l’Italia era stata classificata trentunesima su 35 stati sviluppati analizzati, per percentuale di donne occupate. Il perché di tutto ciò è spiegato nella stesso report che ha accompagnato lo studio, secondo il quale, in Italia le donne “svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito, hanno accesso limitato ad asili nido a prezzi accessibili e a posti di lavoro flessibili.”

Questi dati vanno nettamente controcorrente, rispetto all’affermazione numerica delle donne che si registra in tutto il mondo. Uno studio di “Educationat a glance” a livello globale, del settembre 2016, specifica che sono molti i contesti lavorativi in cui oggi le donne fanno segnare una massiccia presenza. In alcuni casi (salute e cultura su tutti) questa presenza tende perfino a surclassare quella maschile. Lo studio però, che analizza la situazione di numerosi stati, fa notare che l’Italia è estremamente indietro rispetto agli altri paesi. Il raffronto tra i paesi del nord Europa e il nostro è allarmante su tutti i campi.  Nell’ambito scientifico per esempio, Italia e Portogallo sono quelli che vantano il minor numero di donne impiegate. Non va meglio analizzando il dato dell’occupazione complessivamente. Nel nostro Paese le donne lavoratrici risultano essere, secondo i dati ISTAT, il 48,8%, contro il 65,5% della media Europea.

Le donne arrancano dunque nel trovar spazio, ma quando riescono ad affermarsi i risultati non si fanno attendere. Restando nell’ambito giuridico, va notato, che a inizio 2016 fu dato pochissimo risalto alla relazione del procuratore generale della Cassazione, sua eccellenza Pasquale Ciccolo. Il PG affermava che: «Rispetto agli anni precedenti, nella popolazione dei magistrati in servizio si ribalta il rapporto tra uomo e donna, pur rimanendo attorno alla parità: 50,7% di donne, e 49,3% di uomini». Dato storico, ma largamente ignorato. E non solo le donne, per la prima volta assoluta, hanno superato il numero degli uomini, ma risultano essere anche quelle che svolgono il ruolo di Magistrato nel miglior modo. Questa osservazione deriva da un altro dato estremamente importante; nella stessa relazione, Ciccolo, osserva che i magistrati oggetto di procedimenti disciplinare sono al 69,2% uomini e 30,8% donne.

Questi sporadici e incoraggianti spiragli di luce però non bastano a illuminare lo sconfortante panorama odierno. Una problematica su cui soffermarsi è l’incoerenza tra i dati che danno le donne in netta maggioranza per titoli di studio conseguiti in Italia (144 donne laureate ogni 100 uomini), non riuscire a proiettarsi con forza nell’ambito lavorativo. Il perché di tutto ciò è probabilmente riassunto nell’assenza quasi totale di parità di trattamento nel mondo aziendale privato, di una legislazione che ancora oggi pone notevoli problematiche alle donne che vogliano vivere contemporaneamente la vita familiare e lavorativa e nella mentalità ancora fortemente chiusa del panorama lavorativo italiano. Sono 2,3 milioni le donne che dichiarano di essere inattive dal lavoro per l’impossibilità di coniugare maternità e carriera. Finiti gli studi le donne italiane sono spesso chiamate a scegliere tra due vite differenti, cosa che non accade nella maggior parte degli altri stati occidentali. Tutto questo non dovrebbe infondere preoccupazione soltanto su un piano di principio egualitario. Le donne sono spesso dotate di testardaggine e capacità attitudinali uniche, se non superiori, comunque sicuramente all’altezza di quelle degli uomini. Ne sono esempio lampante, i risultati scolastici (le donne laureate nel 2015 con 110 e lode sono oltre 40 mila, gli uomini laureati con lo stesso voto meno di 22 mila). Altro esempio è la ripetuta affermazione di donne in strade tortuosa e difficili, come quella che porta all’ingresso in magistratura, di cui si è parlato sopra. Chi ha la pazienza di osservarle inoltre, mentre svolgono un compito in cui credono fortemente (qualsiasi esso sia), non potrà che rendersi conto della forza motrice che il nostro Paese spreca quotidianamente. Non puntando sulla rimozione degli ostali che oggi impediscono la piena parità di trattamento, non ci perdono soltanto le donne, ma il nostro Stato tutto. Non è un caso che gli stati in cui le differenze tra uomini e donne nel mondo lavorativo si sono assottigliate e in alcuni casi ridotte allo zero, oggi risultano essere gli stati messi meglio economicamente. La risposta alla crisi economica, ha certamente bisogno di riforme, manovre, ma ha anche assoluto bisogno di parità e meritocrazia. Servono menti giovani e fresche e queste menti vanno retribuite e riconosciute adeguatamente. Allo stesso modo. Uomini o donne che siano.

Il mondo politico, con le elezioni alle porte, pensa ad altro, ma non può essere cieco davanti a tutto questo. Servono azioni immediate. Gli altri stati vanno avanti sul tema e noi restiamo sempre più indietro. Se vogliamo davvero ripartire, questo dev’essere un campo in cui spendere soldi ed energia. Altrimenti soldi ed energia si perderanno con ogni donna che davanti al proprio sogno lavorativo, troverà uno o più muri invalicabili.

Milioni di brasiliani in piazza contro le riforme neoliberiste del governo Temer

Di Enrico Campagni

 

Piazze occupate nel centro di Sao Paulo, cortei chilometrici nelle principali città di tutto il paese, servizi e trasporti pubblici parzialmente interrotti, banche chiuse in tutta la nazione, violenti scontri con la polizia militare.

© Midia Ninja

© Midia Ninja

Lo sciopero più grande degli ultimi decenni: 35 milioni di brasiliani non si recano a lavoro per protestare contro le numerose riforme di austerity del governo golpista Temer, salito al potere dopo la deposizione della presidente Dilma Rousseff.
Dall’inizio del mandato sono stati tagliati e rinviati stipendi di dipendenti statali, che hanno visto il blocco o talvolta la mancata apertura delle università pubbliche. Uno dei provvedimenti più pesanti è stato l’aumento dell’età pensionabile, che prevede l’aumento del tempo minimo di contribuzione, per entrambi i sessi, a 49 anni – in un paese dove l’aspettativa di vita arriva poco al disopra dei 65.
Un’altra legge contestata è quella sulla terziarizzazione del lavoro, che permette alle aziende di assumere lavoratori con contratti di pochi mesi prorogabili all’infinito, senza sussidi di malattia, maternità, disoccupazione.
Interessante notare come, con lo stesso pretesto del debito pubblico utilizzato da Monti in Italia, anche Temer sta varando riforme che favoriscono le grosse industrie sacrificando lo stato sociale – provocando indirettamente il divario tra popolazione bianca/ricca e nera/povera.

Mladen Grujicic: un nuovo Sindaco a Srebrenica

Di Tommaso Pieri

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Srebrenica è una piccola cittadina della Federazione di Bosnia e Erzegovina, facente parte dello stato chiamato Repubblica SPRSKA. Essa è situata lungo il corso del fiume Drina, al confine con la Serbia.

La parola Srebrenica è sempre pesante, pesante da pronunciare come da scrivere. Il peso è quello di una guerra, quello di un genocidio avvenuto in un giorno solo. L’ 11 Luglio del 1995 i paramilitari delle truppe dalla repubblica Serba di Bosnia guidate dal generale Ratko Mladic invasero Srebrenica. Una volta terminata la conquista, i soldati deportarono in campi profughi le donne ed i bambini mussulmani ed uccisero tutti gli uomini mussulmani in età di leva (dai 15 anni in su). Durante questi terribili misfatti il contingente O.N.U., composto da soldati olandesi capitanati dal generale Thom Karremans, scapparono invece di prestare soccorso alle vittime.

Dopo quei tremendi e tragici fatti a Srebrenica è rimasto un muro, un muro che non si vede ma si sente. Le persone delle due etnie, mussulmane e serba, passano la loro vita esclusivamente all’interno del proprio gruppo, quasi senza cercare il dialogo con il diverso. Troppo difficile il confronto con la realtà, troppo duro scoprire di non essere solo vittima della guerra, ma anche carnefice. Troppo duro scoprire che all’interno del tuo gruppo sono presenti dei criminali di guerra.

Dal 2000 l’amministrazione della città è stata gestita esclusivamente da sindaci bosgnacchi, ovvero mussulmani di Bosnia. Solo nel 2016 Mladen Grujicic ha vinto le elezioni amministrative sostenuto da una coalizione di partiti serbi, alcuni anche dichiaratamente nazionalisti. 

La particolarità di quest’ultima tornata elettorale è che sono stati denunciati dei brogli. Il sindaco uscente, il trentasettenne Durakovic, infatti, ha denunciato alla commissione elettorale come abbiano votato per delega molte persone di origine serba che non per legge non potrebbero votare, in quanto sprovviste del requisito fondamentale per essere iscritti alle liste elettorali: una proprietà immobiliare o fondiaria  a Srebrenica. La commissione elettorale composta da 2 mussulmani, 2 croati e 2 serbi ha rigettato, però, il ricorso. 

Il neo sindaco Grujicic è un uomo di 34 anni, insegnante e appartenente al gruppo serbo. È presidente dell’associazione dei veterani di guerra di Srebrenica e la sua campagna elettorale si è contraddistinta anche per aver depotenzializzato gli accadimenti di luglio 1995. I suoi concittadini lo considerano una persona onesta e ne apprezzano il mestiere da insegnante, in quanto mai ha discriminato i suoi alunni mussulmani. Alle spalle del nuovo sindaco si erge però minacciosa la figura di Radomir Pavlovic. Radomir Pavlovic è l’ex presidente del consiglio comunale di Srebrenica ed è il serbo più influente della città, nonché uno dei padrini politici del nuovo sindaco. Le posizioni di Pavlovic sono dichiaratamente nazionalistiche e molte persone mussulmane hanno paura che quest’ultimo influenzerà Grujicic a tal punto che il muro invisibile che da anni si erge tra i due gruppi principali della città non possa che uscirne solidificato. 

La nuova amministrazione si è instaurata ufficialmente il 9 novembre 2016. I punti di domanda su cosa succederà sono però vari. Riuscirà il nuovo sindaco ad essere indipendente oppure subirà le spinte provenienti dai vertici dei partiti che l’hanno sostenuto?

I dilettanti. Si presenta a Bologna il libro di Pino Pisicchio

L’On. Pino Pisicchio  discute del libro con il Prof. Antonello De Oto della Università di Bologna

Introduce Gen. C.A. (aus) Antonio De Vita

Venerdì 13 novembre 2015 ore 19

Circolo Ufficiali dell’Esercito

Qui l’evento su Facebook

I dilettanti

Certamente Matteo Renzi è tutt’altro che un dilettante, a differenza di molti altri della sua generazione. È difficile, infatti, tenere lontana la sensazione che il ceto politico italiano sia stato invaso da una travolgente ondata di dilettantismo. Siamo, forse, di fronte al riavvio del moto oscillatorio che da sempre vede celebrare nel nostro paese la rappresentazione dell’antagonismo fra il vecchio e il nuovo. Vent’anni fa il pendolo cadde sul “nuovo” inteso come “lontano” dalla politica politicante e nacque il berlusconismo. In questo momento il moto armonico intercetta il “nuovo generazionale” come ultima possibilità, dopo aver consumato tutti i “nuovi” possibili in quattro lustri di imprudenti speranze e delusioni cocenti. Questo libro cerca, allora, di indagare i caratteri salienti del “nuovo” ceto politico italiano, esaminandone i vizi, le virtù, il linguaggio, lo scarso insediamento sociale, l’incerta formazione culturale e la distanza dai cittadini. Lo fa mettendo a confronto numeri e norme, il contesto italiano con quello di altri paesi democratici e il tempo odierno con stagioni passate. Lo fa, anche, gettando un occhio sul futuro.