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Ponti di parole, per la legalità

regione

 

Di Valeria Grimaldi

 

Seduta davanti alla scrivania, computer davanti, foglio word bianco.

Ho sete, sento la gola secca…mi sembra di non trovare le parole.

Ecco, parole.

 

Forse è questo il filo conduttore più giusto per descrivere la terza giornata di formazione del progetto “conCittadini” della Regione Emilia-Romagna, svoltosi ieri mattina in Viale Aldo Moro. Il tema era la “Legalità”, e sono stati chiamati ad illustrare e a sviscerare questo grande contenitore, il piccolo (ma molto più grande) contenitore di Caracò Editore. Alessandro Gallo, Maria Cristina Sarò, Alessandro Pecoraro, soci fondatori dell’associazione/casa editrice; Giulia Di Girolamo, della Rete No Name, e il nostro Salvo Ognibene di Dieci e Venticinque. Tutte queste realtà, non solo geografiche, ma di esperienze diverse sul territorio, contemporaneamente all’aver formato la rete di associazioni antimafia in Emilia-Romagna, si sono messi insieme, ormai da anni, per realizzare progetti di legalità nelle scuole.

Ad introdurre la giornata, il dirigente della Regione E-r Alessandro Criserà: si racconta, dicendo di essere di Reggio Calabria, e che quando faceva il cronista era palpabile la percezione che, nonostanti i morti per le strade, per la cittadinanza non erano affari loro. Un’indifferenza generale, che ritornerà spesso durante la giornata, e un radicamento sul territorio che ormai si è trasferito anche qui, nel ricco e benestante Nord.

 

Radicamento: la prima parola. E’ da questo concetto che comincia a parlare Alessandro Gallo, non prima di aver spiegato l’attività di Caracò e, soprattutto, cos’è un libro: “Libro inteso come arma per difenderci e attaccare” dice. Si potrebbe dire che anche il libro è una forma di radicamento: il radicamento, ormai accertato, delle mafie al nord; e il radicamento della cultura, semplici parole con spefici significati, che reagiscono e sono molto più forti della violenza, della morte, degli spari. Si parla di radicamento delle mafie al Nord, (tutte quelle italiane e sette di quelle straniere), e non di semplice inflitrazione, perché sul territorio puoi benissimo trovarti il boss che parla con l’accento emiliano o con quello romagnolo. E’ per questo che, nei loro progetti con i ragazzi, la prima cosa che fanno è raccontare storie: seconda parola chiave. Guardare cosa c’è intorno a noi, prendere spunto da questa realtà così vicina e palpabile, e da lì creare dei ponti, della e per la legalità. “Le storie sono il nostro credo quotidiano”, dice sempre Alessandro.

 

La parola passa a Giulia, che spiega nei dettagli il lavoro con i ragazzi sin dai primi passi. E anche qui, per rendere più afferrabile il concetto, loro non si siedono alla cattedra come dei normali professori e spiegano una lezione. Loro arrivano, e disegnano sulla lavagna due figure: una piramide e un albero. Queste due figure servono per spiegare in maniera semplice e diretta la struttura delle principali organizzazioni criminali.

La piramide rispecchia le mafie come cosa nostra e camorra: qui si parla di “famiglie allargate”, quelle dei picciotti, degli affiliati, oltre che dei parenti; e si crea un pararrelo con la piramide del nostro Stato, la cui base è composta da cittadini, cioè tutti noi.

L’albero, invece, rispecchia una mafia come la ‘ndrangheta: qui non ci sono famiglie allargate, ma “famiglie di sangue”. Gli appartenenti alla ‘ndrangheta sono per la maggior parte intere famiglie, con tradizioni centenarie, che si tramandano di figlio in figlio il “culto” (se così vogliamo definirlo) della ‘ndrangheta; questo spiega la scarsità dei collaboratori di giustizia all’interno delle famiglie ‘ndranghetiste, perché decidere di collaborare significa andare contro il tuo stesso sangue, il luogo in cui sei nato, tradire le persone a te più care.

“Il confine geografico si spezza quando si parla di mafia”, dice Giulia: è così che spiega il passaggio, fondamentale, dalle mafie storiche, alle mafie al Nord. Per fare questo, nei ragazzi si stimola la curiosità: altra parola chiave. Mettergli davanti un episodio, una storia appunto, e da lì incentivare la riflessione, gli spunti, per poi spiegare i dati delle relazioni DIA, le carte processuali, intercettazioni e quant’altro. Creare passaparola: rendere i ragazzi consapevoli delle informazioni che gli si danno, per rompere così il silenzio sul tema.

 

Alessandro è il terzo a parlare: ed in qualche modo riprende il concetto della curiosità di cui parlava Giulia. Esce da sotto il tavolo una bottiglia di passata di pomodoro: e racconta che una delle prime cose che fanno è chiedere ai ragazzi “Qual è la relazione che lega questa bottiglia con la mafia?”. I ragazzi sono straniti, e curiosi. Alessandro allora fa vedere, tramite un linguaggio ormai diffuso e conosciuto dai ragazzi, quello del web, qual è questo legame: cerca su google maps la mappa della “Terra dei Fuochi”, gli incendi tossici che impestano le terre campane e fanno morire la gente di tumore. Accanto ai luoghi dove si bruciano i rifiuti, ci sono campi sterminati di coltivazioni. Eccolo il collegamento, reale, che ti coinvolge, e infatti la prima reazione è dire che c’è uno Stato complice, che lo Stato è mafia. “Ma lo Stato è anche Falcone e Borsellino” dice Alessandro: sicuramente c’è una parte di questo completamente indifferente e spesso colluso con le attività della criminalità organizzata. Un esempio è quello della Terra dei Fuochi: una storia che va avanti da più di vent’anni, storie (e scrivo volutamente storie e non notizie) che nonostante tali sono rimbalzate sulle prime pagine di tutti i giornali solo ultimamente perché un pentito, Carmine Schiavone, ha parlato, è andato in tv a raccontare quello che tutti, in quelle terre sapevano, perché l’hanno vissuto sulla propria pelle. “Può mai essere che sia un pentito ad aprire le coscienze?” (altra parola chiave). Di fronte a storie come queste, quando c’è gente che le racconta da anni, a dare credito, a dare visibilità, sono gli stessi che quei rifiuti e quelle migliaia di morti le hanno provocate. “Prima o poi anche qui, in Emilia-Romagna, arriverà un pentito bolognese”.

 

Ultimo a parlare della fase “giornalistica” e di lavoro sulle carte, è Salvo. Traccia un quadro della condizione in cui si trova la regione, e di come, nonostante le grandi forze interne, gli scambi culturali, le tante diversità presenti, non sia ancora riuscita efficacemente a fare muso duro contro la criminalità organizzata presente sul territorio. “Nell’ultima relazione della DIA, si riscontra come sulle 160 intimidazioni totali di tutta Italia in un anno, la regione emilia-romagna, come numero, batta addirittura la Sicilia: 9 intimidazioni, contro le 6 siciliane”. Altro paradosso: la regione è ai primi posti nelle classifiche per la minore disoccupazione; ma al tempo stesso è la prima per il lavoro in nero e la seconda per il lavoro irregolare (enormi pozzi dove le mafie attingono grande economia e potere di influenzare il territorio). A livello legislativo sono state emanate leggi importantissime, all’avanguardia rispetto ai canoni nazionali: ma quello che ancora risulta difficile sqarciare, è quel velo “grigio” composto dalla cittadinanza attiva che a fatica, anche perché non abituata ad avere gli strumenti adatti, non riesce a riconoscere la mafia, nonostante la presenza di tantissime associazioni antimafia che legano, con un filo rosso, da Rimini a Piacenza.

“Se penso a Bologna, non posso che pensare alla resistenza” (altra parola chiave), dice Salvo: “Bologna si è praticamente liberata da sola dai tedeschi e dai fascisti!” …adesso, quella resistenza, dov’è finita?

 

Il microfono passa al pubblico. La maggior parte sono insegnanti provenienti da tutta la regione: Cento, Modena, Vignola, Ravenna, Bologna, che ringraziano, raccontano di loro progetti simili, e si dimostrano disponibili a dare e a ricevere qualcosa; creano rete insomma. L’ultima domanda è quella che forse molti si sono fatti: “Ascoltando i vostri interventi, provo un senso di rabbia: per voi, dopo tutte le vostre esperienze, questa rabbia, impotenza, c’è ancora?”

 

“Io lo faccio per l’emozione, non c’è rabbia”, risponde Maria Cristina. “Forse l’emozione è una declinazione della rabbia…”, e comincia a spiegare la parte teatrale, quella sul palcoscenico con i ragazzi, del corpo, delle voci. Anche qui viene in aiuto una figura: la ragnatela. E’ questa figura ad essere utilizzata per avvicinare i ragazzi al teatro; si parte da testi, da storie, per diventare consapevoli, diventare testimoni. Un lavoro continuo di scambio che “è sempre una somma, e mai una sottrazione”, creando un esercito di ragazzi armati di parole, voci e teatro. Un’educazione tra pari: dare la possibilità agli stessi ragazzi, con le informazioni e le storie che gli vengono proposte, di rispondere ad altri ragazzi come loro. Un impegno: “il diritto di poter decidere di essere adulti domani”. Parlando di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa dalla camorra, racconta che chi interpreta questa storia, ha un palloncino rosso in mano. E questo palloncino “non può essere un corpo orizzontale, ma deve essere una memoria verticale”.

E infine, il binomio, indissolubile, praticamente complementare, fra teatro e vita: “qualora non avessimo sconfitto niente”, dice Maria Cristina, “almeno avremo dato a questi ragazzi una risposta“.

E’ proprio ai ragazzi, che infine, viene data l’ultima parola: Daniela, Giorgia e Gennaro. Leggono un paio di passi tratti dai due spettacoli “Mafia stop..pop!” e “La giusta parte”: traffico di droga, racket e usura gli argomenti; e poi il rap in francese, dove si canta per avere un esercito di giovani pop.

 

“Come convertire la rabbia di cui parlavamo prima: l’impegno, scegliere di stare dalla giusta parte”, dice la professoressa Loreta dell’Istituto Salvemini che ha visto i ragazzi coinvolti nei progetti. “I ragazzi hanno bisogno della forza della testimonianza“: è da questa che parte la consapevolezza, la voglia di continuare questo percorso, all’interno delle mura della scuola; una scuola che non serve solo per prendere voti alti, ma una scuola dove imparare la vita, a servire gli altri.

 

Mentre ieri mattina prendevo appunti e ascoltavo i discorsi, mi segnavo anche parole, magari non dette, ma che io ho ascoltato lo stesso: come a creare dei ponti di parole, dalle parole dette e quindi a noi trasmesse, al richiamo di altre che ci rimbombano dentro. Scelta, equità, verità, memoria, responsabilità, passione, umanità, speranza. Formazione e (in)formazione: informare per formare, sostanzialmente.

Ma due solo le ultime parole che possono racchiudere questa giornata: la prima è sorriso. Non solo il sorriso alle battute in napoletano di Alessandro, o alla poesia delle parole di Maria Cristina; ma io alla fine, guardavo Gennaro che rappava il suo testo, in lingua francese, e sorridevo. Non capivo una parola di quello che stava dicendo, potevo forse intuirla, ma in ogni caso, ho sorriso tutto il tempo. Come spezzare anche i confini linguistici quando si parla, e si vuole sconfiggere la mafia.

 

La seconda l’ho già usata, e so che l’avete persa di vista (lettori distratti!)…

 

…la parola è Caracò.

Ma vabbè, per questa, non c’è bisogno di usarne altre.

Gran Deserto Victoria, vincere una battaglia che non interessa a nessuno

 

Di Antonino Savalli

Il centrosinistra vince praticamente ovunque con un astensionismo che non ha precedenti.
Anche se i vincitori diranno che le due variabili non sono legate e i perdenti sono quelli del centrodestra con cui faccio sempre fatica a relazionarmi, questa volta bisogna ammettere che stanno dicendo una verità.
Da anni si parla dell’elettorato di sinistra come un composto di gente onesta, menti brillanti e letterati, un organico difficile da accontentare e a cui bisogna risultare credibili e onesti per ottenerne il voto.
Le risate che mi sto facendo pensando a questa ipotesi delirante sono sufficienti per riportarci con i piedi per terra e pensare all’altra faccia della medaglia. Escluderemo il Movimento 5 Stelle dal dialogo, ma sottovalutarlo sarebbe al di poco sciocco.
Gli elettori di destra vengono spessi visti come la massa che si fida del genio di Berlusconi e del suo operato. Un gruppo fedele di elettori che non ha bisogno di alcuna dimostrazione, cosciente che il loro capo agirà sempre nel rispetto loro e nel bene del Paese come lui stesso ammette. Perdono per il velato sarcasmo, ma le mie doti da mediatore non sono usate da tempo e faccio fatico a dire boiate troppo grosse.
In ogni caso, oggi ha vinto la sinistra e questo è dovuto al fatto che alla massa non frega più nulla della politica.

Se i votanti del centrosinistra prediligono interessarsi ancora alla politica e spostare la propria visione verso il terzo polo che per fortuna non è più fatto da collusione tra mafia e Chiesa, che ora si chiama 10% scarso, come prima, ma solo che adesso non contano una fava e non possono ricattare nessuno, invece gli elettori del centrodestra semplicemente non hanno mai avuto passione per la politica e facevano un grande sforzo per andare alle urne (non li biasimo) e hanno finalmente deciso di tagliare la testa al toro. Non ci fidiamo di Berlusconi, non ci fidiamo della politica, non andiamo a votare. I pochi restanti sono i vecchietti del PD, vissuti in un’epoca in cui la sinistra esisteva in Italia e attaccati ai suoi valori (l’ingenuità del nonno di montagna mi stupisce sempre).
E’ chiaro dunque che esistono due modi per dire no a un partito, il votarne un altro e il non votare. Il primo metodo è utilizzato da oltre vent’anni invano in cui siamo passati dal centrodestra al centrosinistra in modo cadenzato. L’altro, il non votare, è ritenuto alla stregua dell’omicidio perché i nostri padri fondatori hanno sacrificato la propria vita per darci questa possibilità.
Se l’ultima affermazione è sicuramente corretta, d’altro canto se mi dicessero tra lo scegliere tra la flagellazione e la crocifissione, quello che farei è cercare di non farmi trovare a casa il giorno in cui mi chiederanno di scegliere.

Le rivoluzioni raramente avvengono per vie diplomatiche e civili. Sicuramente non avvengono con il buonismo. La colpa dell’astensionismo non è di chi lo pratica, ma di chi ha messo le persone in condizione di non poter scegliere l’anestesia prima della mazzata in mezzo agl’occhi ed è lo stesso motivo per cui prima avevamo Berlinguer con il 20% e oggi abbiamo Veltroni che scrive libri.

Il partito per noi era lo scopo, non il mezzo

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

 

Quanti di voi sanno realmente come funzionano i meccanismi di selezione della classe dirigente ad opera dei partiti? A questa domanda Roberto Lucarella e Ludovico  Rossi ci rispondono in “Così giovane e già così moderato”.

Un romanzo unico nel suo genere. Del resto chi fa politica attiva sa cosa si cela dietro l’organizzazione di un  partito, le correnti, le promozioni, i meriti.

 

Andrea, il protagonista del libro, ci racconta la sua scalata nel partito, la passione per la politica, i sacrifici e le difficoltà affrontate tra gli studi, la vita di fuori sede ed i meccanismi che lo circondano. In fondo è sempre così, chi fa politica entra a far parte di un gioco.

Le tessere, le feste, i sorrisini e le condivisioni quotidiane con i compagni per “le tante battaglie politiche portate avanti insieme”.

“Così giovane e già così moderato”è una denuncia, un grido da parte di un giovane che si vede costretto a rinunciare alla sua età per fare cose da “grandi”. E poi gli amici che non capiscono, il “ma chi te lo fa fare”, le campagne elettorali dove non è possibile mancare a eventi e assemblee, e cene per pochi dove si decide la linea da seguire. La politica di partito è soprattutto questa, i dibattiti televisivi, l’amministrazione della cosa pubblica è solo la facciata di un palazzo (bello o brutto che sia) dove non si sa quel che succede tra gli inquilini.

Il partito per noi era lo scopo, non il mezzo. Per questo avevamo dei grandi dirigenti”, Andrea ci racconta quanto è difficile far carriera nei partiti ed in particolar modo in “quel” partito che non viene mai citato nel libro ma che ad un attenta lettura è facile intuire. Ci racconta di come l’associazionismo  universitario ed il collegamento con la giovanile siano contenitori da riempire per essere più forti ai congressi e sedere nei posti che contano. Andrea è un giovane fuori sede che inizia a far politica quasi per scherzo  e che, nel giro di poco tempo si ritrova con una spilla al petto ed una “poltrona” importante.

La politica è una bella cosa e forse proprio per questo è necessario leggere questo romanzo, soprattutto per i giovani, affinchè non diventino così “moderati” da invidiare la nostra vecchia classe dirigente. La gerontocrazia  in Italia non è certo qualcosa di nuovo ma forse ci sono giovani che sono già vecchi dentro e sono destinati ad invecchiare quando rappresentano il futuro (mai il presente) di questo paese.

 

Acquista qui il libro: http://www.garzantilibri.it/default.php?page=visu_libro&CPID=2988

“Amara Terra Mia”

di Diego Ottaviano


Questo è un racconto. Uno tipicamente italiano, uno volgare. Uno di quelli che se ne va tra gomitate in Parlamento e cappi sconosciuti in periferia. Questa è una trama fatta di baciate di mano,  frasi di corridoio, magliette bianche con la scritta.

Questo è il nostro film. Quello di ‘Blu Notte’, del ‘Correva l’anno 1970’, del ‘C’era una volta Licio Gelli’. Questa è la nostra messa domenicale, tra Ilva e Italsider, tra casi ‘Parmalat’ e casse firmate ‘Monte dei Paschi di Siena’. Questo è il nostro ‘Cinema Paradiso’, quello di ‘Amarcord e Pasolini’, di ‘Non ci resta che piangere e di ‘Accottone’. Questa è l’Italia che malauguratamente ti aspetti.  Quella che il ‘Diavolo veste Prodi’ e che ‘Io sono Dio’ e presidio il Parlamento.

Sembra un libro già letto. Scritto da Cacciari. Senza aforismi, senza giri di parole. Un libro dove Grillo è troppo piccolo davanti al Comitato Nazionale Bunga Bunga, ai noti già conosciuto con il nome Propaganda Due.

Che strano scrivere oggi. Udire quegli applausi. Vedere quel paleolitico rumore di scena. Vengono in mente scene d’altri tempi. Viene in mente Andreotti, viene in mente Lima. Viene in mente il 92’. Vengono in mente due istanti, quelli che brillano. Oggi, alla memoria tornano ‘montagne di merda’, gite in Aspromonte, terre che tremano.

Mi domando il motivo, mi chiedo il perché. Mi sento un po’ fuggitivo. Mi sento perseguitato. L’inseguitore è una mandria, una pericolosa, una infossata. E’ una mandria di musicisti stonati. Quelli, che dopo aver lanciato il ‘la’, ricordano ai più di non saper leggere il pentagramma. Si vedano ‘biografie’ Pd, Pdl e varie. Questa è un’orda di figure politiche. Figure che ondeggiando calcano i mali di questo Paese. Figure che tremano. Figure che dove ‘C’è il Palazzo c’è casa’.

Mi sento stordito. Mi sento come un adolescente. Uno innamorato. Uno di quelli che passa dal paradiso del primo bacio, allo sconforto di un proclamato tradimento. Mi sento un adolescente tradito a Montecitorio. Tradito lì. In piazza, dopo aver assaporato il primo bacio, quello che non dimentichi. Quello che toglie il fiato alla realtà. Una realtà italiana, tesa, di ‘fatti e misfatti’, di agenda Spinelli e ‘pagamenti Ruby’.

Sentirsi innamorato di un Paese, uno che giorno dopo giorno disegna il dovere dello sbaglio. Sentirsi innamorato di un Paese in guerra, di un’Amara Terra Mia.

Sentirsi come un adolescente, davanti ai giochi del potere. Magari, credendo nella ricerca e nello sviluppo, nella meritocrazia. Una meritocrazia di giustizia, che poteva essere Rodotà. Meritocrazia di chi avrebbe ridato all’Italia senso d’umanità e di rigore. Ma in quei palazzi, umanità e rigore sono sinonimo di retorica e adulterio, perché “in amore, come in politica, il tradimento è una forma di legittima difesa” (Gervaso, tessera p2, numero 1813)