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Associazione Virgola: così “lavoriamo” con vero spirito associativo

Virgola

Da Dolori post-lauream”, il nostro nuovo mensile

Di Laura Pergolizzi

L’associazione Virgola, fondata nel settembre 2012 da un gruppo di ragazze dell’età compresa tra i venti ed i trent’anni, propone attività culturali rivolte a bambini, ragazzi e adulti all’interno del Quartiere San Donato. Tra le tante iniziative in cui è coinvolta, cogestisce lo spazio lettura “C’era una volta” ed accoglie classi e visitatori presso la “Fattoria Urbana” del Circolo La Fattoria. Inoltre collabora con le associazioni del Pilastro con iniziative pubbliche per valorizzare il territorio. Ne parliamo con una delle socie fondatrici Emanuela Rosmini.

Bologna è una città caratterizzata da un’attività associativa molto vivace. Quali sono gli “steps” principali per trovare spazio all’interno di un panorama così vasto?

La nostra idea iniziale era quella di costituire un servizio di doposcuola per i bambini che vivono nella zona del Pilastro. Ci eravamo rese conto del fatto che nella zona ci fossero servizi dedicati solamente a bambini segnalati. Il nostro obiettivo era quello di fornire un servizio aperto a tutti, mantenendo prezzi ragionevoli.

In una prima fase abbiamo studiato le altre realtà per stabilire quale veste assumere. Per fare questo ci siamo affidati alla consulenza fornita da Legacoop, dal servizio Progetti d’impresa della Provincia di Bologna e ci siamo messe in contatto con l’Arci. La formula associativa ci è sembrata la più idonea per perseguire i nostri obiettivi iniziali.

Solitamente si pensa alla realtà associativa come una realtà a “bassi costi”. Quali sono stati i costi di base necessari per iniziare la vostra attività?

I costi che abbiamo affrontato sono stati quelli di registrazione dell’atto costitutivo e dello statuto, le spese Arci e le imposte periodiche. Per la sede abbiamo trovato un grosso aiuto nel Circolo “La Fattoria” di Via Luigi Pirandello, che ci ha messo a disposizione dei locali. Uno dei lati più positivi di costituirsi associazione è la continua possibilità di instaurare collaborazioni con altre meravigliose realtà, cosa che è avvenuta tra “ Virgola” e “La Fattoria”, per la quale organizziamo stabilmente la Fattoria didattica.

A distanza di più di un anno, quali obiettivi avete già raggiunto?

Inizialmente con il doposcuola non abbiamo avuto molto riscontro. Abbiamo toccato con mano il fatto che molte famiglie del Pilastro non avevano la disponibilità di sostenere le spese di doposcuola, nonostante i nostri prezzi fossero altamente competitivi. Per questo stiamo cercando dei finanziamenti esterni per portare avanti questo progetto. Ad esempio, pensiamo all’opportunità dei finanziamenti europei, spesso sottovalutati. Fortunatamente, però, questo momento di “stallo” ci ha permesso di aprirci alla possibilità di svolgere altre attività sul territorio… così abbiamo deciso di metterci in gioco. Accanto al progetto della Fattoria didattica, abbiamo iniziato ad operare all’interno delle scuole. Infatti siamo entrate a far parte, in stretta collaborazione con la cooperativa “Alimos”, di un progetto ministeriale che prende il nome di “Frutta nelle scuole”. Questo è attualmente il più grande programma europeo di educazione alimentare rivolto agli studenti delle scuole elementari.Inoltre, abbiamo avviato, insieme alle associazione Laminarie, il Circolo “La Fattoria, il CVS ( Centro Volontariato Sociale) e con il contributo del Quartiere San Donato, il laboratorio “Vivo a Bologna, ma abito qui” presso l’istituto Comprensivo 11. Al termine dei lavori è stato possibile mettere in scena uno spettacolo teatrale in cui abbiamo provato a descrivere la quotidianità di adolescenti, bambini e bambine del Pilastro.

Il Pilastro, quartiere multiculturale, è dai più immaginato come una zona poco sicura. I bambini avvertono questa stessa sensazione?

No. Noi abbiamo lavorato con i bambini di una quarta elementare provenienti da diverse nazionalità, i quali hanno mostrato di vivere serenamente il quartiere. I problemi ci sono certamente, ma come in molte altre zone di Bologna. La stampa ha spesso esagerato. Il progetto ha il merito di aver visto il Pilastro dal punto di osservazione di chi conosce realmente di cosa si parla.

A proposito, con gli stessi bambini abbiamo recentemente portato a termine un secondo progetto il cui obiettivo era la realizzazione, attraverso lo svolgimento di alcune attività, della “Carta dell’accoglienza”. Il Progetto “Giochiamo con l’accoglienza” ha avuto un riscontro particolarmente positivo tra i bambini partecipanti.

Da qualche tempo la vostra associazione è entrata a far parte del tavolo di Progettazione Permanente del Pilastro promosso dal Quartiere San Donato. Cosa ci dite di questa esperienza?

Il “Tavolo” è una rete collaborativa di Associazioni, Istituzioni e realtà sociali che sono attive sul territorio del Pilastro. Grazie alle riunioni che si svolgono ogni quindici giorni ciascuna realtà ha la possibilità di contribuire alla programmazione di attività culturali, educative e sociali, ma anche di partecipare ad un dialogo costruttivo finalizzato a rispondere alle emergenze che si presentano di volta in volta nel territorio. In questo modo avvertiamo certamente di essere parte di una rete che guarda nella stessa direzione, in maniera positiva.

Virgola”: attività di volontariato o attività lavorativa?

Inizialmente il nostro intento era quello di iniziare a fare esperienza con i bambini per poter eventualmente e successivamente realizzare un’attività lavorativa, “trasformandoci” in cooperativa. Molte associazioni dopo tanti anni si sono trasformate in cooperativa, altre, purtroppo, nascondono l’attività lavorativa dietro l’associazionismo. Bisogna avere l’onestà di cambiare veste nel caso in cui cambino i presupposti e gli obiettivi da perseguire.

Nel nostro caso, alla luce dei progetti per i quali abbiamo collaborato e delle nostre forze in campo abbiamo deciso lasciare, per ora, le cose come stanno.

Quali i progetti per il futuro?

Date la nostra giovane età e la necessità di trovare un’occupazione stabile, il nostro auspicio è quello di continuare ad avere del tempo a disposizione per occuparci con la stessa passione di sempre di queste attività. Dunque, speriamo di poter confermare le attività abbiamo già svolto e, perché no, accogliere nuovi soci che abbiano il nostro stesso spirito per incrementare l’offerta di Virgola. Siete tutti invitati a partecipare!

Università: ponte tra mondo dello studio e mondo del lavoro?

giovani e lavoro

Da Dolori post-lauream”, il nostro nuovo mensile

di Giulia Silvestri

Dopo cinque o più anni all’interno delle mura universitarie, usufruendo dei servizi, buoni o meno, che la stessa università offre, a tasse più o meno alte a seconda della facoltà prescelta, gli studenti vengono catapultati nel mondo del lavoro, o della disoccupazione che dir si voglia.

Cosa fa l’università dopo aver formato orde di studenti per così tanti anni?

Li lascia in balia del nulla oppure offre un collegamento, funge da ponte tra un universo e un altro?

Proprio a inizio Marzo si è svolto il Career Day, rivolto agli studenti appena laureatisi e a quelli laureandi. Ascoltando l’opinione di alcune persone che vi hanno partecipato, viene da chiedersi: serve davvero?

Le impressioni di molti giovani che il 4 marzo si sono ritrovati a fare file interminabili per poter lasciare il curriculum e fare un breve colloquio con le varie aziende presenti, è che quei curricula sarebbero finiti nel primo cestino per la carta disponibile.

Quest’anno, a differenza degli altri anni, sono state distribuite delle piantine con tutti gli stand e con l’indicazione di che tipo di laurea fosse richiesta in questi ultimi.

A questo proposito, molti studenti di giurisprudenza hanno reputato inutile questa giornata perché, oltre all’assenza di richieste, i pochi stand a ciò dedicati cercavano persone con almeno cinque anni di esperienza. Per quale motivo presentarsi al Career Day se si hanno pretese di questo genere? Giovani appena laureati non avranno mai questo tipo di curriculum.

Gli unici studenti con qualche possibilità erano i laureati in ingegneria e quelli in economia, le cui lauree erano richieste in quasi tutti gli stand prensenti in Fiera. I laureati di altre facoltà, non avevano molte alternative.

Le aziende proponevano tirocini retribuiti (sottopagati) della durata di circa 6 mesi, stage e poco altro.

Una volta constatato che trovare qualcosa che non sottovaluti le proprie capacità, in una giornata come il Career Day, è altamente improbabile, rimane cos’altro offre l’università ai neo laureati.

Innanzi tutto bisogna sottolineare che il Career Day fa parte di una serie di eventi organizzate all’interno di Job Placement. Questa è una bacheca di annunci a servizio di aziende e studenti. È riservata agli studenti iscritti all’Università di Bologna (laureati e laureandi); in essa è possibile inserire il proprio CV, consultare gli annunci di lavoro pubblicati dalle aziende e autocandidarsi per una posizione lavorativa concernente i propri studi. A Job Placement l’azienda può richiedere l’invio di curricula conformi alle proprie attività di recruitment.

L’Università di Bologna statuisce anche dei bandi per tirocini extracurriculari che possono essere iniziati entro dodici mesi dal conseguimento della laurea. I tirocini hanno la durata di sei mesi, vengono svolti presso aziende convenzionate con la stessa Università e prevedono solo un’indennità minima di 450 euro al mese. Le aziende convenzionate sono più di duemila e accettano anche autocandidature.

Un altro servizio dell’Università, per i laureandi e i neo laureati (entro i diciotto mesi dalla laurea), è il Servizio Orientamento Lavoro, il quale fornisce informazioni sugli sbocchi professionali che la propria laurea può portare, consulenza orientativa individuale e, infine, avvia diversi laboratori riguardanti la stesura del curriculum, come affrontare un colloquio di lavoro, come muoversi per cercare efficacemente lavoro.

Gli strumenti ci sono, la loro efficacia dipende dalla valorizzazione che ne viene fatta, sia da parte dell’Ateneo, che da parte delle aziende. Quale modo migliore come primo passo per valorizzare il servizio, se non quello di chiedere ai diretti interessati, agli studenti, quali sono le loro esigenze e come le concreterebbero con questi o altri strumenti?

Goodbye Zamboni 22

laurea

Da Dolori post-lauream”, il nostro nuovo mensile

di Beniamino Piscopo

Gli antichi popoli etruschi celebravano periodicamente la primavera sacra, che vedeva i membri più giovani lasciare la tribù, per andare a colonizzare nuove terre. A Bologna, al contrario, vige l’autunno sacro, che arriva puntuale con i primi bagliori dorati delle foglie sugli alberi: anziché far partire i suoi giovani, Bologna ogni anno ne accoglie di nuovi, migliaia. Nell’estate del 2009, tra questi stuoli di sbarbatelli euforici c’ero anch’io. In qualità di matricola dell’Alma mater, mi apprestavo a seguire le lezioni della facoltà di giurisprudenza che fu di Irnerio e Accursio. L’impatto con la mitologica università di Bologna era stato tranquillizzante. Lo stile amabile dei professori, era distante anni luce dalla figura ancien regime di molti insegnanti liceali che avevo conosciuto. ( cordialità dovuta al contributo in tasse universitarie da elargire a questi colti e educati signori?) Metteteci che approdato all’Alma mater, fui accolto da un tripudio di bellezza femminile, con colleghe carine ovunque mi girassi, e capite con quale roseo ottimismo mi sia dedicato alla mia novella vita universitaria. L’iter standard è questo di solito. Le matricole più previdenti si organizzano già da metà Luglio: le aspetta un posto in doppia con un vecchio compagno di liceo a trecento euro. Per tutti gli altri, si prevede un concitato mese di Settembre, scandito dal tradizionale vagare, scortati da un genitore o a coppie di amici, fra le bacheche fitte di messaggi. Seguiranno chiamate convulse al cellulare, appuntamenti con potenziali padroni di casa o, spesso, con studenti più anziani impegnati a subaffittare porzioni di appartamento. Tutti prima o poi, trovano la loro tana, il proprio ritmo, una consuetudine inattesa nel muoversi tra il nuovo alloggio e la zona universitaria. E così, Bologna ti tiene la mano, mentre attraversi la strada che ti porta sul marciapiede dei grandi, col privilegio però, di dover fare ancora i compiti a casa, come quando si è piccoli. Sono uno studente da sempre, da ventiquattro anni la mia copertina di linus è sapere che studiare in cambio di voti e promozioni, significa aver concorso con onore, al progresso materiale e spirituale della società. Queste vecchie certezze che mi hanno cullato nei miei tanti anni da pischello con lo zaino, stanno però sgusciando via, man mano che vengono sostituite da domande nuove. La consapevolezza del carnaio che aspetta al varco i laureandi italiani, attenua parecchio l’entusiasmo della corona d’alloro adagiata al capo, e contribuisce a rendere la laurea una vittoria agrodolce. Chi come me, si appresta a staccare il traguardo, può ben comprendere questo conflitto interiore. Finire e lasciare per rimpiangere quello che si sta lasciando. Dire addio a quel magico limbo che è la vita universitaria, per essere sbattuti in prima linea e senza addestramento, nella vita reale. Ho ventiquattro anni, e dicono che sia normale sentirsi inadeguati, dicono che il cervello di un venticinquenne sia più o meno lo stesso di quello di un’adolescente. Posso confermarlo: se do un’occhiata al mio guardaroba, vedo ancora felpe da liceale e converse consumate. Di giacche, colletti bianchi e cravatte, neanche l’ombra. A pensarci però, rifondare un intero guardaroba non ha senso, è un cambiamento finto, forzato, non spontaneo. I guardaroba si evolvono un poco alla volta, così come, solo un po’ per volta, cambiamo anche noi.

Numero 22 Marzo 2014

Storia di uno studente

Vi ricordate il nostro numero “I want you bamboccione” ? (lo trovate qui)