Tag: processo spartacus

Camorra: tra gli anni delle guerre e il processo Spartacus

Di Valeria Grimaldi

 

Il processo Spartacus alla Camorra rappresenta ciò che ha significato il Maxiprocesso del pool antimafia di Falcone e Borsellino nei confronti di Cosa Nostra.

Come spiega Raffaello Magi, il pm che si è occupato del processo svoltosi dal 1998 al 2010, “Fino a quando non è stato istruito questo processo, è come se la camorra non fosse esistita, almeno al di fuori dell’area del suo potere di controllo”.

Il processo Spartacus ha tolto il mantello dell’invisibilità sulla più efferata organizzazione criminale presente sul nostro territorio, e non solo, da qualche centinaia di anni (ovviamente agli antipodi, nelle forme più rudimentali e via via fino alla conformazione che conosciamo oggi).

 

La Camorra, come la mafia siciliana, si è sviluppata nel tempo, attraverso lotte interne fra i vari clan, omicidi, rapporti con altri poteri occulti presenti negli anni della strategia della tensione.

Ed è proprio dai rapporti con la mafia siciliana che comincia la storia, definiamola così, “moderna” della mafia campana.

Capo indiscusso e fondatore del clan che noi oggi conosciamo con il nome dei Casalesi, è Antonio Bardellino. Bardellino nasce come uomo di fiducia del clan dei Nuvoletta, famiglia camorrista della zona di Marano (e anche del casertano), che in Campania rappresentava l’area dei Corleonesi di Toto Riina e Bernardo Provenzano in Sicilia (Cosa Nostra era solita tenersi degli affiliati camorristi che prendevano parte alle riunioni delle famiglie a Palermo).

Nella seconda metà degli anni ’70, subentra con forza a reclamare la propria egemonia sul territorio, una nuova forza mafiosa, capeggiata da Raffaele Cutolo, detto “‘o professore” perché appassionato di poesia. Cutolo dal carcere di Poggio Reale (stava scontando una pena per omicidio) dà vita alla c.d. NCO (Nuova Camorra Organizzata), che in concomitanta con il terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980, aprì una faida spaventosa con la Nuova Famiglia (la controrisposta dei Nuvoletta alla sfida lanciata da Cutolo), per il controllo del traffico di droga, sigarette e il mercato dei finanziamenti pubblici per la ricostruzione delle zone devastate dal sisma.

La Nuova Famiglia vince la guerra. Ma al suo interno si apre una nuova faida tra i Bardellino e gli stessi Nuvoletta: i primi esponenti dei boss mafiosi Stefano Bontate e Tommaso Buscetta, i secondi legati ai corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Ad averla la meglio in questa seconda faida è Antonio Bardellino che, ormai rifugiatosi all’estero, prese parte ad una serie di azioni contro i Nuvoletta: una che portò alla morte di uno dei fratelli Nuvoletta, e un’altra, la famosa “strage di Torre Annunziata”, dove vennero sterminati 14 esponenti del clan dei Gionta (vicini ai Nuvoletta). Di questa strage si occuperà il giovanissimo Giancarlo Siani, giornalista de “Il Mattino” di Napoli, e che per questo verrà ammazzato da Valentino Gionta il 23 settembre 1985.

 

La fine di Antonio Bardellino arriva nel 1988: rifugiatosi in Brasile, viene misteriosamente ucciso. Si scoprirà successivamente che ad ucciderlo fu Mario Iovine, altro esponente di spicco della NF, sulla base di un accordo con Francesco Schiavone, Vincenzo De Falco e Francesco Bidognetti (affiliati di Bardellino che si schierarono dalla parte di Iovine in una ulteriore faida interna tra questi e Bardellino).

E’ proprio dagli inizi degli anni ’90 che il potere del clan finirà nelle mani di Francesco Schiavone e Francesco Bidognetti. In una ulteriore faida scoppiata tra gli affiliati di De Falco (ucciso il 2 febbraio 1991) e gli affiliati di Schiavone e Bidognetti, viene ucciso Don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe impegnato costantemente nel contrasto al potere dei casalesi.

 

Francesco Bidognetti e Francesco Schiavone, proprio nell’ambito dell’operazione, e poi processo Spartacus, verrano catturati (il primo nel 1993 il secondo nel 1998), e condannati definitivamente dalla cassazione il 15 gennaio 2010 all’ergastolo.

 

Raffaele Cutolo, l’ideatore ed esponente di spicco della Nuova Camorra Organizzata, ha una vita più tortuosa rispetto ai Casalesi. Cutolo riesce ad evadere dal manicomio giudiziario di Aversa (gli era stata riconosciuta l’infermità mentale in merito all’omicidio compiuto), e comincia i suoi rapporti con la malavita pugliese, la ‘ndrangheta e le bande lombarde di Renato Vallanzasca. Viene catturato nuovamente il 15 maggio 1979.

La magistratura, ai tempi della prima faida tra NCO e NF, aveva svolto maggiori pressioni sui cutoliani in quanto, dal carcere, Cutolo era riuscito a tessere dei rapporti con la Democrazia Cristiana regionale e a fare da intermediario per il sequestro di Ciro Cirillo, assessore ai lavori pubblici, rapito dalle Brigate Rosse il 27 aprile 1981. La DC era scesa a patti con le Br proprio tramite la NCO di Cutolo, che aveva dato vita ad un vero e proprio “welfare carcerario”, con il quale reclutava esponenti delle Br che promettevano di affiliarsi al momento in cui venivano rimessi in libertà. Un atteggiamento dello stato contrario a quanto accadde con Aldo Moro appena tre anni prima, quando imperversava il c.d. “fronte della fermezza” da parte di Andreotti e Cossiga.

Raffaele Cutolo sarà poi trasferito, per ordine del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, al carcere di massima sicurezza dell’Asinara, che segnerà la fine della sua egemonia.

 

Un altro episodio di connivenze e rapporti fra i vari poteri occulti presenti nella nostra storia recente, di cui si è occupato lo stesso processo Spartacus, è quello che riguarda l’omicidio di Franco Imposimato. Franco Imposimato, sindacalista affermato a Maddaloni (Caserta) fu ucciso l’11 ottobre 1983 all’uscita dalla fabbrica. Suo fratello, Ferdinando Imposimato, all’epoca era il pm che a Roma si stava occupando proprio dell’uccisione di Aldo Moro, e che stava sferrando durissimi colpi alla mafia, andando a svelare verità scomode circa i rapporti con le istituzioni e con le altre realtà mafiose romane, siciliane e campane. Infatti Cosa Nostra all’epoca aveva come punti di riferimento sul territorio a Roma la Banda della Magliana, e in campania proprio le persone di Antonio Bardellino e Lorenzo Nuvoletta. Imposimato nelle sue indagini stava per scoprire l’identità di Pippo Calò, capo della famiglia di Porta Nuova a Palermo e cassiere di Cosa Nostra a Roma; Calò, proprio per il timore delle indagini, chiese ai casalesi di uccidere Franco, così da dare un segnale al fratello giudice, un bersaglio troppo difficile da raggiungere. Calò, all’interno del processo Spartacus, in relazione all’omicidio Imposimato, verrà condannato all’ergastolo.

Pippo Calò è lo stesso condannato a più ergastoli per: la strage del rapido 904, la strage di Capaci, gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Michele Reina, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Cesare Terranova, Boris Giuliano e Antonio Scopelliti.

 

Come si può ben vedere, nonostate le organizzazioni criminali cambino, certi personaggi, certe facce, certi esponenti (mafiosi o politici che siano), restano.