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Bologna, it’s a long long road

Da Casablanca n 30

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

 

 

“Oramai
stremata dalle continue violenze fisiche poste in essere da B. nei miei
confronti, acconsentii di prostituirmi per B.
Nei primi tempi dell’attività prostituiva tentavo di tenere per me il
denaro guadagnato ma una volta che arrivavo a casa venivo sistematicamente
perquisita da B., la quale mi toglieva tutto il denaro guadagnato, […]
dopodiché mi picchiava selvaggiamente con calci e pugni” ¹


Le violenze nei confronti di questa donna nigeriana
sono continuate fino ad arrivare al punto di lanciarla fisicamente fuori dal
balcone, nel momento in cui la stessa si rifiutò di consegnare il denaro
derivante dalla prostituzione,
provocandole fratture multiple. La donna, dopo essersi rialzata, invece
di darsi alla fuga, è tornata dai suoi aguzzini per paura del “voodoo”, chiedendogli di liberarla dal
rito africano a cui l’avevano sottoposta a conferma della perfezione del
“metodo”.

 

Tutto questo accade a Bologna, dove basta fare un
giro con gli amici in una qualunque sera bolognese per accorgersi del traffico
sui marciapiedi dei viali che circondano il cuore della città, qualche
sorrisino, un battuta ed a volte anche qualche insulto (diciamoci la verità)
senza immaginare quello che si nasconde dietro il terribile giro della
prostituzione,  fonte di grande ricchezza
per la criminalità organizzata.

 

Un business, nazionale, che frutta circa 90 milioni
al mese dove il 20 per cento delle donne che si prostituiscono è minorenne.
Il reato di sfruttamento della prostituzione è,
quasi sempre, è un reato-spia della tratta di essere umani e riduzione in
schiavitù delle vittime, in Emilia-Romagna è frequente l’individuazione di
questo fenomeno e ad avere il domino è la mafia albanese.

 

A Bologna, la maggior parte delle donne che
esercitano la prostituzione è di nazionalità rumena, circa il 50%, il quadro è
completato da donne provenienti dall’est Europa (albanesi, ucraine, moldave) e
in misura minore nigeriane, sudamericane e cinesi. Di quest’ultima categoria,
però non si può parlare di prostituzione di strada, poiché il rapporto, seppure
parziale, si consuma all’interno di centri estetici e di massaggi.

 

Oltre allo sfruttamento della prostituzione, le reti
criminali si dedicano al traffico di esseri umani e al controllo “del marciapiede”.
Altro elemento caratterizzante nel  quadro del “mercato” bolognese della
prostituzione, di strada e indoor , è la presenza di transessuali, italiane e
sudamericane, la cui comparsa è stata registrata negli ultimi anni.

Sono presenti, in gran numero, nella zona Fiera: su
Via Stalingrado, Viale Aldo Moro, e stradine adiacenti. Abitualmente le ragazze
scendono in strade in piccoli gruppi e,sorvegliate, hanno l’obbligo di
consegnare per intero il ricavato della serata. Solo in casi sporadici riescono
a trattenere una piccola percentuale del guadagno che viene concessa soltanto
dopo un periodo di prova, più o meno lungo. Puntualmente, casi di cronaca nera
discutono delle violenze, fisiche e psicologiche, a cui queste ragazze sono
soggette, da parte dei macrò.

Dai “viali” alla periferia, la prostituzione di
strada è l’ultimo anello di una catena molto lunga..
“It’s
a long long night
It’s a long
long time
It’s a long
long road
Ebano..”
[1]              Fonte: Procura della Repubblica, Tribunale di
Bologna, sezione DDA, 13/04/2012

Wild until the night is over

Foto di Paolo Zapparoli
Articolo di Diego Ottaviano

da \”Avrei voluto un sogno\” marzo 2012

Camminate Signori e Signore! Camminate turisti! Camminate turiste! Camminate tra le ombre della rugiada. Fatelo in quel tugurio che il vecchio Dylan annoterebbe sinonimo di ‘Desolation Row’. Muovete i vostri passi. Fatelo, con eleganza e papillon. Improvvisatevi moralisti nella Babele europea! Violentatela! Denigrate il prestigio dello zoccolo rosso, forse arancione, mai rosa. Uccidete la sinuosità della terra di tolleranza e apatia. Dimenticatevi dei canali. Cancellate dalla vostra memoria l’esistenza di ponti, biciclette e circonferenze straniere! Scordatevi dei mercati ritratti di tulipani, girasoli e grano. “La via della prostituzione” film del 1978, oggi è messa di sguardi, parole e dramma. Il dramma del “Siete ad Amsterdam”! Il dramma del non rispetto! Il dramma di una ragazza che paga l’affitto con la carne, la propria: cinquanta euro al chilo? Siete proiettati, verso una birra insaporita dal sultano e gioioso distendersi di nuvole giamaicane. Ryanair & EasyJet: turismo diversamente uguale. Dimenate i vostri polmoni tra cicoria, piscio, e mozziconi di sigarette! Rimbecillitevi davanti al capitalismo del sesso. Fatelo alla Chomsky, fatelo in massa, fatelo stupidamente. Guardate Amsterdam attraverso la vostra carta di credito. Monetizzate le mance con gli spiccioli di chi la vacanza la distende al devasto. Qui non si paga un canone che racconta farfalle. Qui le farfalle sono naturalmente, spettacolo e “Silenzio degli Innocenti”, televisione e Belen. Le disarmonie olandesi, conoscono il senso della chiarezza, della precisione, della semplicità. Le disarmonie sanno esser ovvie. Luce rossa per chi siede alla destra del padre: Roxanne. Luce blu per chi con il padre non ci parla più: Andrea. Chiedere al Gatto e alla Volpe il manuale delle istruzioni cromatiche. Muoversi dentro la seta di quegli occhi ingabbiati dal mito Barbie. Scrutarne i loro sorrisi straziati da danze asiatiche nella Venezia del Nord. Amsterdam non è castità. Amsterdam non è perfezione. Amsterdam sottolinea il ricordo di messe mascherate, labirinti bagnati e risate da manovale: Kubrick quanta ragione ti fu negata. Qui dove si impara ad aprire porte, dove si insegna a masticare, dove gli specchi hanno conosciuto il palato della vergogna, dove Biancaneve nutrirebbe sconcezza, dove l’amore svanisce al sorger d’escursioni mentali, qui dove il volare dei sogni si spegne davanti al secolare su e giù di pance e cadaveri, l’antropologia non ha sbagliato ed il richiamo di ‘House of the Rising Sun’ ed Animals, ancor non silenzia il proprio blues. In questo ‘antico novizio’ internazionalmente europeo, il ritmare dell’arte non sfocia in un film di Romero, né tanto meno in un libro di spiriti cileni. Qui l’arte è graffito di cani. Qui l’arte è regolata da pagine d’industria caraibica e democrazia del fai da te: bikini e lettini Ikea. Qui l’arte è… diciotto, diciannove, venti, trenta, talvolta cinquant’anni. Donne con passaporto politico e salute tassata. Donne che vestono il proprio corpo come uniforme, vigile, attenta ed agitata al dilemma della corruzione maschile. Alle volte ‘prostitute per scelta,’ private di quel romantico ricordo da ‘Vita dei campi’ e Verga. Il teatrino della Kidman che è sempre più vuoto, è ancor intitolato, anni 50’, Nabokov e Coca Cola. Nel Red Light District, Olympia sveste il quiete musicare di etichette retrò. Qui le donne sanno distinguere la bibbia dal vangelo. Qui le donne sanno riconoscere il fariseo mitigare di Maddalena ed il mito di pistole Western. Il loro cinema di trilogie De Beers è morto, straziato e sottotitolato alla pagina 777 del televideo. Loro, ritrovatesi PR del sesso, regnano quelle scatole d’asticelle Shanghai. Vergini, il cui amore ha fatto capolinea su di un’ovvia ricevuta regolata in euro, in dollari o stravaganti yen, Sayonara ‘Basic Instict’. Donne ‘for sale’. Donne da quindici minuti di pace, da quindici minuti di tregua, da quindici minuti di vendita. Donne che continuano la storia sontuosamente datata quindicesimo secolo. Donne che popolano un quartiere. Un quartiere poesia, dall’anonimo pesante che tace l’emozionante feeling di nudità e vesti. Red Light District, un po’ quadro senza cornice, un po’ quadro con troppi pittori. Tiziano, Manet, Botticelli, dove siete? Red Light District, una crociera nella negazione dell’amore vissuto da coloro che a San Valentino hanno cupidamente ricordato che ‘essa avrebbe dovuto esser, come sappiamo, la sposa di Cristo’, Dante.

Numero 3 Marzo 2012

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Buona lettura

redazione DIECIeVENTICINQUE