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La responsabilità di fare la storia

bologna 21 marzo di Valeria Grimaldi

 Dal nostro mensile di aprile “21 marzo, sempre”

Lo si ripete più e più volte. Il nostro è un paese la cui storia è segnata dalle stragi, tentativi di golpe (alcuni, a quanto pare, andati a buon fine) che hanno destabilizzato le fondamenta della nostra democrazia e cambiato il corso della storia. Un cambiamento che trascina i suoi effetti fino ad oggi, a 60, 50, 40, 30, 20 anni da quegli eccidi: non esiste una sola decade che non abbia conosciuto esplosioni e sangue di innocenti che scorre, come un fiume in piena. Nella XX giornata della memoria e dell’impegno per le vittime innocenti di tutte le mafie, insieme all’elenco delle vittime di mafia, Libera e Don Ciotti hanno voluto includere anche altri nomi, quelli delle vittime della Strage del 2 agosto, dei treni Italicus e Rapido 904, della strage di Ustica e della Uno Bianca. Stragi che trovano qui, a Bologna, un comune denominatore che intreccia storia giudiziaria e storia di vita. Nel seminario “Terrorismo e mafie, tra verità storica e verità giudiziarie”, si è cercato di mettere un punto a tante scomode verità; si è seguito un filo rosso che accompagna tutta la storia della nostra repubblica: da Portella della Ginestra, in quel 1 maggio 1947, alle stragi del “continente” nel 1993 tra Firenze, Roma e Milano; passando per Bologna, alla stazione, quello squarcio rivolto al cielo; l’Italicus e il Rapido 904, Piazza Fontana e Piazza della Loggia. Un Paese unito sotto il (di)segno di un uso politico della storia e delle strutture del nostro ordinamento. E’ questa una prima certezza. Una certezza che viene detta con forza da tutti i relatori presenti: Maurizio Torrealta, giornalista che si è sempre occupato di queste tematiche; Cinzia Venturoli, storica che da anni conduce un lavoro di sensibilizzazione coi giovani e con le scuole; Manlio Milani, presidente dell’Associazione Familiari delle vittimi di Piazza della Loggia; Raimondo Catanzaro, sociologo esperto di mafia e terrorismo; Vincenzo Macrì, procuratore generale di Ancona, già giudice e procuratore generale a Reggio Calabria e sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, vice di Pietro Grasso; e Ilaria Moroni, moderatrice dell’incontro, della Rete degli archivi per non dimenticare (http://www.memoria.san.beniculturali.it/ ). Intervengono, dopo una prima battuta di riflessioni, i magistrati Leonardo Grassi (che si occupò nella sua carriera dei processi Italicus bis e Strage di Bologna bis) e Claudio Nunziata (anche lui si occupò della Strage del 2 agosto, dell’Italicus e del Rapido 904); gli storici Francesco M. Biscione (fu consulente per la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul terrorismo) e Francesco Di Bartolo (che si è occupato, e continua ad occuparsi, di Portella della Ginestra). Tante voci, diverse, ma che sembrano parlare all’unisono. C’è una certezza, abbiamo detto. E cioè la destabilizzazione che le stragi hanno provocato nella nostra storia e nella nostra democrazia, cambiandone sicuramente la direzione. Viene quasi automatico provare ad immaginare, a questo punto, come sarebbe stato il nostro Paese, come sarebbe oggi. Ma è un pensiero inutile, che scarica facilmente le colpe che ciascuno di noi ha e di cui deve farsi carico. Perché sono tante altre le certezze, una in particolare. Più volte ribadita in tantissime sedi, ma che in questa occasione acquista un significato che pesa sulle spalle. E’ proprio la verità la grande assente della nostra storia. E questo perché “spaventa”, come sostiene Catanzaro, o è addirittura “inconfessabile”, come invece sostiene Nunziata. Questo concetto così reale e fugace al tempo stesso, viene declinato in una moltitudine di sfaccettature che te ne fanno cogliere l’estrema duttilità. Ma anche la necessità che venga gridata a gran voce. Il rapporto tra verità storica e verità giudiziaria, all’interno di un ordinamento giuridico, non dovrebbe nemmeno porsi. Il giudice accerta i reati all’interno di un processo, non la storia. E lo storico, come spiega bene Cinzia Venturoli, proprio lì dove il giudice è costretto a fermarsi per le regole processuali, ha il dovere di andare avanti. Una “responsabilità di fare la storia”. Il fatto che le sentenze, quelle poche che giudizialmente sono arrivate ad un accertamento penale delle responsabilità, arrivino a ricostruire fatti e pezzi della storia del nostro paese, è una anomalia tutta italiana, proprio perché, come già ribadito, le stragi, sia di terrorismo che di mafia (e molto spesso entrambi hanno concorso nella loro realizzazione), hanno avuto un preciso scopo politico. E anche perché, dall’altro lato, come ribadisce anche Manlio Milani, gli storici non stanno facendo la loro parte, salvo rare eccezioni: insieme ai mass media “si rinchiudono nella facilità del mistero e del misterioso”; sul terrorismo brigatista ci sono state una infinità di pubblicazioni, mentre su questo periodo si fa un enorme fatica perché, dice sempre Milani “risulta più facile entrare in collisione con il potere”. Quel potere che ha utilizzato i nostri apparati per una precisa finalità di politica interna. Un cerchio che si chiude, insomma. “Non si può capire il presente e soprattutto costruire il futuro, senza conoscere il passato”, dice il procuratore Macrì. Un passato che a fatica riesce a costruire memoria e conoscenza. Le due chiavi di lettura necessarie affinché tutti possiamo renderci responsabili di fare la storia. Di conoscerla, capirla, e farla nostra. Quel “io so, ma non ho le prove”, di pasoliniana memoria, riecheggia nell’aria costantemente. Ma si arresta ad un certo punto, non può che essere costretto a fermarsi. Da un muro di parole e di commozione dell’unica persona intervenuta che non mi sono sentita di includere insieme a tutti gli altri. Franco Sirotti è fratello di Silver Sirotti, una delle vittime del treno Italicus, che nel 2014 ha compiuto 40 anni da quella bomba deflagrata fuori dalla galleria del Grande Appenino, e che fece 12 morti e 48 feriti. Silver era conduttore per le Ferrovie dello Stato: diplomato, studente di ingegneria. Era lì, ci racconta Franco: non era il suo turno quel giorno, ma fu chiamato lo stesso per essere in servizio su quel treno espresso Roma-Monaco di Baviera, in quella calda estate del ’74. Aveva solo 14 anni Franco, quando seppe che il fratello 24 enne era una delle vittime di quella strage: un giorno che non ha mai dimenticato e che gli ha cambiato la vita per sempre. La cosa sorprendente della storia di Silver, e di Franco, è che Silver era sopravvissuto all’esplosione: non si trovava nella quinta carrozza dove era stata posizionata la bomba. Ma decise, con un estintore in mano, di gettarsi tra le fiamme, per salvare le persone intrappolate in quell’inferno di fuoco. E da quell’inferno non fece più ritorno. “Per la celebrazione dei quarant’anni della strage, lo scorso 9 maggio, mi è successa una cosa straordinaria”: Franco racconta di aver conosciuto per la prima volta, dopo quarant’anni, Mauro Russo, uno dei sopravvissuti alla strage grazie all’intervento di suo fratello Silver, insieme alla sorella Marisa, purtroppo scomparsa qualche anno prima per un male incurabile. E conobbe anche un’altra famiglia, di Castel Franco Emilia, che fu spostata dalla quinta carrozza ad un’altra proprio da Silver, per farli stare più comodi, e salvandogli, casualmente, la vita. «Controllore in servizio, in occasione del criminale attentato al treno Italicus non esitava a lanciarsi, munito di estintore, nel vagone ov’era avvenuta l’esplosione per soccorrere i passeggeri della vettura in fiamme. Nel nobile tentativo, immolava la giovane vita ai più alti ideali di umana solidarietà. Esempio fulgido di eccezionale sprezzo del pericolo e incondizionato attaccamento al dovere, spinti fino all’estremo sacrificio. Alla memoria.» (Medaglia d’oro al valore civile) Non nasconde l’emozione, Franco. E non la nascondo nemmeno io. Per quel ragazzo, poco più grande di me, che ha dato la sua vita per salvarne altre. Forse ad una verità piena non si arriverà mai. Ma questo non ci giustifica dalla nostra responsabilità, la stessa di cui parlavo prima. Una responsabilità che ci chiede, a gran voce, che il coraggio di Silver non venga mai dimenticato.

L’identità di una strage.

strage di natale

di Diego Ottaviano

 

Dialogare l’identità di una strage. Guardare dentro un ricordo. Scoprire in esso uno sguardo forte, di esperienza, di vita. Rievocare memorie, quelle di un passato mai troppo lontano. Ricostruire attimi con le parole degli occhi. Ridisegnare certi pensieri con le fotografie della mente.

Documentare il linguaggio di un treno. Un treno che porta al Natale, che viaggia verso Milano. Un rapido, il 904, che la sera del 23 dicembre 1984 è fermato dalla vigliaccheria sorda di un atto stragista e di una bomba fatta esplodere nel buio della Grande galleria dell’Appennino.

Raccogliere il coraggio. Prendere una macchina da presa. Rompere il silenzio di un ennesimo episodio italiano, poco conosciuto, poco raccontato e ancor troppo violento per esser taciuto.

E’ con questo intento che Martino Lombezzi, documentarista e storico contemporaneo, lavora alla creazione del progetto ‘La Strage di Natale’. Lo scopo è la realizzazione di un documentario per descrivere le emozioni, per mostrare la paura e per raccontare la rabbia di chi ha vissuto la cruda esperienza di una strage.

Un progetto racchiuso in una pellicola di cinquanta minuti circa. Un film che da spazio e voce alla testimonianza dei sopravvissuti. Testimonianze che diventano il filo conduttore e quindi strumento dedito alla condivisione di conoscenza e alla creazione di dialogo.

Racconti di persone comuni dal diverso dialetto e raggruppate dalla stessa bandiera. Donne e uomini che nel film condividono il ricordo di un attentato, ne descrivono il vissuto e il successivo percorso di riabilitazione, fisica, e psichica. Emozioni contrastanti. Cicatrici indelebili nel cuore, nella mente. Esperienze traumatiche che alcuni di loro raccontano per la prima volta dopo trent’anni.

A queste emozioni e a questi ricordi, il film affianca materiale video dell’epoca. Filmati che contribuiscono e sostengono le parole dei testimoni e che mostrano il crudo teatro offerto dalla cronaca di quegli attimi.

Sono questi racconti e queste immagini che danno origine a un percorso emotivo rappresentato da un lavoro di spessore e dignità, che nella memoria trova il mezzo per ricostruire una pagina importante della nostra storia.

Martino Lombezzi, assieme all’Associazione tra i Familiari delle Vittime della Strage sul Treno Rapido 904, all’associazione Zona e all’associazione culturale YarT Photography, lavora per riunire e ricostruire quegli eventi. Gli autori lavorano per commemorare il loro trentennale e per cogliere un’opportunità rara: fermarsi, pensare e riflettere. Un dovere per noi, per l’Italia, per tutti.

Quello di Martino Lombezzi e delle tre associazioni è un progetto che contribuisce ad approfondire un periodo recente della storia del nostro Paese. Un periodo spesso dimenticato, raramente studiato e a volte sconosciuto. E’ in questo passaggio e in questo tralasciare che ‘La Strage di Natale’ diviene essenziale nel suo sviluppo e nella sua riuscita.

Per la totale attuazione è, però, necessaria la raccolta di un importo pari a 9000 euro. In questo senso, per sostenere il progetto, le tre associazioni e Martino Lombezzi hanno lanciato una campagna di raccolta fondi attraverso un azione di crowd funding, ospitata dalla piattaforma online ‘produzioni dal basso’.

E’ qui un altro aspetto che arricchisce questo progetto, in qualità e in valore. La campagna di raccolta fondi è molto più di una semplice richiesta d’aiuto. La stessa è un’opportunità, un’occasione offerta dagli autori per contribuire al dialogo, alla riflessione e alla conoscenza di tale pagina della nostra storia.

Tutti possiamo aiutare e in modo diverso. E’ possibile offrire il nostro supporto attraverso il passaparola. Parlare del lavoro delle tre associazioni e di Martino Lombezzi è importante. Possiamo coinvolgere i nostri insegnanti e far saper loro di questo progetto. Possiamo parlarne ai nostri amici e fare girare la voce sui social, tutti.

Oppure, possiamo decidere per un altro tipo d’aiuto. Possiamo portare il nostro contributo alla produzione in modo alternativo e ancora semplice, attraverso una donazione, possibile attraverso questa pagina. Questo gesto aiuterebbe gli autori a sostenere le spese del film e quindi dare voce alle vittime della Strage di Natale.

Il nostro aiuto per dialogare insieme l’identità di una strage.

La fine, o l’inizio….la strage del Rapido 904

Di Valeria Grimaldi

 

Era una domenica, ed era il 23 dicembre. Come oggi.

Il treno in partenza da Napoli e diretto a Milano trasportava con se gli i viaggiatori stanchi desiderosi delle festività imminenti: giovani, famiglie e anziani che ritornavano dalle proprie famiglie.

Ma il treno non arrivò mai a Milano: il suo cammino venne interrotto all’altezza di San Benedetto val di Sambro, nella Grande Galleria dell’Appennino, a circa 40 km da Bologna. In quello stesso luogo che dieci anni prima aveva visto la fine della corsa del collega Italicus.

Una bomba squarciò la nona carrozza della II classe: un boato, in penombra perchè in piena galleria, e saltò tutto in aria. Questa volta gli attentatori studiarono bene il piano per raggiungere gli effetti più devastanti che potevano realizzarsi: la Galleria venne utilizzata come scatola di amplificazione dell’esplosione. L’onda d’urto spazzò via i finestrini e le porte. Fumo, odore di polvere da sparo, il freddo appenninico che ti piomba addosso.

17 le vittime totali e quasi 300 feriti. Una bomba così non si vedeva dalla Strage alla Stazione di Bologna del 02 agosto 1980, e infatti in questa occasione si sperimentò per la prima volta il piano di emergenza predisposto dal sistema centralizzato di gestione delle emergenze costituito dal comune emiliano.

Le indagini, come molte in quegli ultimi 15 anni di stragismo, rimbalzarono da una Procura ad un’ altra: a Bologna venne richiesta una perizia chimico-balistica per accertare il materiale utilizzato e le dinamiche dell’esplosione; durante le indagini saltò fuori un testimone che aveva visto una persona sistemare proprio nella nona carrozza detonata due borsoni, alla fermana della Stazione Santa Maria Novella di Firenze. Così il corpus delle indagini viene trasferito nel capoluogo toscano. A poco a poco il quadro si infittisce, e una trama fittissima di nomi e organizzazioni criminali balza agli occhi degli investigatori.

Tre mesi dopo a Roma vennero arrestati, per altri reati, Guido Cercola e il pregiudicato Pippo Calò, famoso per i suoi rapporti con la criminlità organizzata siciliana: in un loro covo venne scovato un esplosivo compatibile chimicamente con quello utilizzato nella strage di Natale.

Mafia, Camorra, Banda della Magliana, Loggia P2, terrorismo eversivo di destra: la mano invisibile che spinse il bottone della detonazione per l’ennesima volta, e che a partire da quegli anni si cercò di dispiegare e portare alla luce tramite deposizioni di esponenti di questi ambienti che confluirono tutte nel maxiprocesso alla mafia costruito dal giudice istruttore Giovanni Falcone.

Il processo per la strage del rapido 904 si svolse a Firenze: in primo grado, il 25 febbraio 1989, venne commutata la pena dell’ergastolo a Giuseppe “Pippo” Calò, per Giuseppe Cercola e altri personaggi a loro legati; il secondo grado, con sentenza del 15 marzo 1990, confermo le pene per i principali imputati.

Un ulteriore ostacolo fermò moralmente la spinta verso la conclusione del processo: la prima sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò la sentenza d’appello e dispose un nuovo processo. Un secondo processo d’appello confermò nuovamente le condanne, ed infine, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, il 24 novembre 1992, concluse l’iter giudiziario imprimendo la matrice “terroristico-mafiosa” all’attentato dell’antevigilia di Natale.

La strage del Rapido 904 potrebbe essere ricondotta come la fine dello stragismo nero che imperversò in Italia a partire dal 1969, con la strage di Piazza Fontana, e fino alla strage alla Stazione di Bologna. In realtà, come ben scrisse il magistrato che si occupò delle indagini nel capo di imputazione a Calò&Co, futuro Procuratore Nazionale Antimafia, PierLuigi Vigna, “la strage fu compiuta con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato”. Per questo, la strage del rapido viene considerata come l’inizio dello stragismo che tornò a manifestarsi 8 anni dopo con le stragi di Capaci e Via D’Amelio, e le stragi del continente di Roma, Firenze e Milano. Infatti, da non sottovalutare, è proprio il fatto che allo stesso tempo dello stragismo nero del Nord Italia, nel capoluogo siciliano, tra il 1979 e il 1984 (e anche successivamente) vengono uccisi gli esponenti politici, capi dell’opposizione, magistrati e generali che più di tutti in quel momento stavano cercando di constrastare la potenza della mafia (Rocco Chinnici, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Pio La Torre, Cesare Terranova, Piersanti Mattarella). La Palermo-Beirut, come venne definita in quegli inizi di anni ’80.

Un ultimo, e non per questo meno rilevante, filone di indagine è stato aperto dalla DDA di Napoli, che il 27 aprile del 2011 ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare per il Capo del capi Totò Riina, imputandolo di essere il mandante della strage. Su decisione della Cassazione le indagini vengono trasferite alla Procura di Firenze che a inizio dicembre di quest’anno ha concluso le indagini: movente della strage, una prima risposta della mafia all’arresto della Cupola per il maxi-processo che si stava istruendo a Palermo.

Un filo rosso che lega la Sicilia all’Italia del Nord; movimenti eversivi e organizzazioni criminali che potrebbero non avere niente da spartire tra loro; stragi di innocenti e di uomini che volevano restituire ciò di cui l’Italia ha più bisogno: la verità.

Alla luce di quanto è emerso, una domanda sorge spontanea: ma questa verità, veramente nessuno la sa?