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Il cammino dell’altra Italia

Di Riccardo Orioles

 

Medioevo sociale: re inutili, saccheggi e orde di feudatari imperversanti. E il popolo, gli ex cittadini?

La politica, veramente, non conta più tanto in Italia, non almeno nel senso “occidentale” del termine: ormai è la finanza a sostituirla e lei sopravvive appena in qualche personaggio-macchietta e in qualche raffazzonato proclama. L’economia, a sua volta, è ridotta ai termini più elementari e si divide in econo-nostra, cioè la sopravvivenza quotidiana in un mondo sempre più asociale, e econo-loro, cioé la massimizzazione del profitto pura.

Il panorama nel complesso è abbastanza medievale (gran stemmi a ogni angolo, re inutili, potere ai feudatari, folle di disperati affamati appena fuori le mura. Non c’entra niente col Novecento, e figuriamoci col Duemila. Qualcuno pensa agli anni simili dell’Ottocento, a illuminismo sconfitto e rivoluzione industriale imperversante.

I nomi da libro di storia, in ogni caso, non sono gli occasionali Grilli e Renzi né Napolitano (che pure, cui suoi tre governi-del-Presidente in fila un suo contributo l’ha dato) ma gli ex tecnici e attuali re di fatto; in Italia Marchionne. Il golpe sociale di due anni fa è sato infatti l’unica vera svolta politica del Belpaese. Fiat militarizzata, statuti e leggi aboliti d’autorità, fabbriche portate via nel silenzio di tuttti. L’ultima scrivania è finita a Londra: e perché proprio lì? “Per non pagare le tasse – risponde lui candidamente – Perché io so’ io e voi non siete un c…”.

Il continuum sociale, in questo stato, è rappresentato soltanto dalle più svariate aggregazioni di ex cittadini: volontariato, gruppi di quartiere, pezzi sopravvissuti di sindacato, edifici occupati, parrocchie “irregolari” e chi più ne ha più ne metta.

In questa strana situazione di questo strano regno, noialtri dei Siciliani siamo fra i pochissimi a non turbarci più di tanto. Nella nostra città d’origine, infatti, tutte queste faccende si sono presentate con parecchi anni d’anticipo sul resto del reame. A Catania già negli anni ’80 i politici, meramente parassitari, contavano ben poco: decidevano tutto quanto i Cavalieri (in linguaggio moderno “imprenditori”), a piacer loro; non c’erano giornali e tv ma un solo bollettino di corte. La plebe non aveva ovviamente alcun diritto, salvo festeggiare ogni tanto la sua squadra di calcio e i suoi santi. L’ordine pubblico consisteva in qualche arresto di ragazzini e in numerosissime uccisioni.

Di là, e dalla vicina Palermo, il modello s’estese a tutta Italia. Un mafioso palermitano, Dell’Utri, fondò il partito che governò per vent’anni (e co-governa ancora) l’Italia intera. Il “Faccio quello che voglio” di un Graci o un Rendo anticipò di molti anni la strategia dei colleghi “imprenditori” Berlusconi o Marchionne.

Noi, a questo modello, non ci siamo mai rassegnati. Non per merito nostro, ma per l’esempio vissuto di un grandissimo ribelle, Giuseppe Fava. Scrivere, raccontare, far giornali; far sorridere, fare indignarsi, far pensare. Non rassegnarsi mai. Questo, senza tanti discorsi, ci ha insegnato. E questo, instintivamente, noi abbiamo cercato di portare in giro per il mondo.

Piccoli, insufficienti: forse proprio per questo non siamo rimasti soli. Piccoli ci fanno tutti, questi grandi e feroci feudatari. Nessuno di noi “piccoli” – appena comincia a riflettere – ha forze sufficienti contro di loro. Bisogna unirsi, per vincerli. Noi lo chiamiamo “fare rete”, dappertutto.

Non è un lavoro facile. Lo sarebbe se fossimo tanti eroi e tanti geni, aiutati possibilmente da tutti i signori che dicono “facciamo opposizione”. Se fossimo in un film, insomma. Ma purtroppo non siamo in un film, nè purtroppo siamo geni o eroi.

Siamo persone normali, perlopiù giovani o molto giovani (del resto la testata lo dice) con tutte le insufficienze e i problemi delle persone normali.

Ester, a ventidue anni, riuscirà a vincere la causa (150mila euri!) che le ha intentato il dottore amico dei politici collusi? Daniela e Giorgio riusciranno mai a riaprire il giornale “clandestino” che hanno dovuto chiudere, giù in fondo alla Sicilia? E riusciranno a restare liberi Claudia e Leandro, che il loro l’han dovuto vendere a un padrone? Fabio e Luciano, giornalisti e poeti, per quanto tempo ancora riusciranno a sopravvivere distribuendo i volantini dei supermercati? E Giulio, e Norma, e Luca, con tutti i loro dolori?

Ecco, questi sono i nostri problemi, quelli che a volte intralciano il cammino. Sono i problemi vostri, quelli degl’italiani di bassa plebe. Siamo bravissimi giornalisti, e attivisti civili come quio se ne vedono ogni cent’anni. Ma siamo precari, poveri, come più di metà degl’italiani. Questa è la nostra sola debolezza. E’ anche la nostra forza, povera e immensa.

Questa è la nostra vita. Passano, sullo sfondo, le vite “grandi” degli altri. Il nobile Ciancio, riverito e ossequiato da tutti i visitatori, dall’ex valoroso giudice al ministro di polizia. Il vicerè Crocetta, colla sua corte di cavalieri onorati e di scherani. I granduchi e i baroni, accapigliati (“Populista!”, “Meno Elle!”) a conquistare o a difendere un potere che in realtà passa tranquillamente molto sopra a loro. Noi, da lontano e dal basso, a volte distrattamente li guardiamo.

“E’ andata bene, l’assemblea di Ragusa con Gzero?”. “Una ventina di ragazzi. E il seminario a Torino?”. “Hanno già mandato le loro pagine. Sembra che i Siciliani giovani ora siano natì anche lì”.

Ecco, sono tutte qui le nostre vittorie. Esili, provvisorie, senza pretese. Eppure si susseguono da trent’anni. I dinosauri sono estinti ma le formichine sono ancora qui.

Ed è l’unica strada? Non crediamo. Le vie sono sempre molte, e in ogni caso noi non siamo in grado in grado di giudicare.

Fra quelli che si oppongono, le idee sono varie e tante e noi – purché si oppongano – le rispettiamo tutte quante. I problemi sono grandissimi, e la politica “alta” non li affronta: “Fate tutto quel che volete – dice in sostanza il potere – purché non sia politica, cioè potere”. Ma forse il principale problema è la solitudine indotta – cioé la non-politica, il non-potere.

Fare nuovi partiti? Mah. Ce ne vorrebbe (ma sarebbe ancora un partito o una cosa del tutto nuova, una rete?) uno solo, ma grosso. Un po’ sul modello di quello che hanno fatto i greci, che qui in Italia però (fra partitini invadenti e sindaci-capipopolo alla finestra) forse non è stato compreso troppo.

L’antimafia sociale, per quel che capiamo noi, finora è la “politica” più reale. Unisce, e lotta davvero; il suo modello è la Resistenza. Non a caso la destra l’avversa e ne ha paura.

I governativi la sfuggono, gli antigovernativi la sfuggono parimente. La sinistra, impegnata su mille fronti, non la ritiene importante (neanche Peppino Impastato, quand’era vivo, era molto di moda).

* * *

Intanto, da qualche parte in Europa, un arciduca prepara un viaggio. Primavera ’14…

Misturar: la festa dei Siciliani Giovani, raccontata da una siciliana giovane

Sbavaglio

di Valeria Grimaldi

Qui le foto di #sbavaglio di DIECI e VENTICINQUE

 

Quando si parla di antimafia, e in particolare dei caduti per mano di mafia, le diverse realtà nate e cresciute in questa nostra disgraziata Italia, dalle più giovani alle più vecchie, tendono a fare buon viso a cattivo gioco. Nel senso che si ha l’impressione, o almeno io ho sempre avuto l’impressione, che alla fin fine emergono più le contraddizioni interne, le gelosie, chi si accaparra il diritto di ricordare e lascia fuori tutti gli altri, insomma: la maggior parte delle volte sembra prevalere chi mostra l’antimafia come una medaglia lucente sul petto, e non chi di antimafia vive.

L’antimafia è un modo di vivere, per citare un amico. Chi vive di antimafia è colui che crede, ferocemente, che ogni singola azione del suo quotidiano è legale; ma non legale nel senso della legge, legale nel senso di ciò che è giusto. Non sempre le leggi prescrivono ciò che è giusto (e particolarmente nel nostro Paese), e dunque combattere la mafia significa innanzitutto porre una particolare attenzione all’eco che ogni nostro gesto può avere nei confronti della collettività, affinchè sia giusto per tutti.

 

“Io ho un concetto etico del giornalismo”, scriveva Pippo Fava trent’anni fa. E trent’anni dopo nessuno ha ancora imparato questa fondamentale lezione. Che l’informazione non ha ragione di esistere senza i cittadini, e i cittadini senza l’informazione non disporrebbero dello strumento principale per farsi garantire la prima e suprema libertà: la libertà di scegliere.

Trent’anni dopo ci sono ancora dei pazzi che cercano di diffondere questo messaggio, e che ancora trovano reticenze e silenzi (per fortuna, la maggior parte di questi sono i riflessi delle medaglie, quindi poco male, diamo le spalle e continuiamo sul nostro cammino).

 

Sabato e domenica scorsa si è svolta la festa “Sbavaglio”, la prima festa dei Siciliani giovani: si, quei pazzi di cui parlavo sopra.

Autocelebrazione?Forse…

Autofinanziamento?Magari!

La parola secondo me più adatta per racchiudere quei due giorni è quella utilizzata da Fanino Grasso, Sebastiano Gulisano e Pietro Orsatti: misturar. “Misturar, si dice in Brasile, per descrivere un accordo fatto bene, dove ogni storia, persona, progetto si miscela con l’altra diventando altro e ognuno più forte”.

Insieme per diventare altro e più forti. Punto di partenza e di arrivo non solo della festa, ma di tutto il progetto della rete: ogni realtà guarda alla propria dimensione, e allo stesso non può fare a meno di tutti gli altri, perché io sono l’altro e l’altro è me, e se cade uno, cadiamo tutti, insieme.

 

Chi scrive è una siciliana giovane (siciliana di nascita e di cuore) che poco più di un anno e mezzo fa si è ritrovata, non in Sicilia ma a Bologna, scaraventata in questo mondo di pazzi, scoprendo di essere pazza anche lei. Scoprendo che i tanti tasselli che hanno composto la sua vita, che ad un certo punto sembravano irrimediabilmente distrutti, si sono ricomposti lungo un filo emotivo che parte da trent’anni fa quando io non c’ero e c’era Pippo Fava, a trent’anni dopo quando io ci sono e Pippo Fava c’è ancora. E tanti nuovi pezzi che a mano a mano vanno a riempire i buchi, e il quadro a poco a poco si completa. Non vi sembra assolutamente straordinario tutto questo?

Bene, credetemi, è quello che mi è successo anche lì, nel meraviglioso panorama del Castello di Milazzo e nella meravigliosa cornice di tante persone che hanno preso la macchina, sfidando tempeste (come gli amici del Clandestino a Modica) e lunghi viaggi, per stare anche solo qualche ora; ma quelle poche ore sono il punto di arrivo di un percorso che dura da mesi, anni, e che ci vede tutti uniti, dal profondo Nord al profondissimo Sud. Non vi sembra straordinario tutto questo?

 

Si, c’è chi ha criticato. Ne ho sentite di critiche, e forse ho anche invogliato a darne perché non siamo perfetti, nemmeno sabato e domenica siamo stati perfetti, e puntiamo sempre a migliorare. Ho sentito dire: “Con tutto il rispetto, gran bella iniziativa ma siamo sempre gli stessi!“.

E si, lo sappiamo di essere sempre gli stessi, tra chi ha vent’anni e chi sessanta. Lo sappiamo benissimo, e già questa ci sembra una gran vittoria, credetemi. Noi sappiamo che a poco a poco la gente capirà, perché già tanta gente, se non la maggior parte, ha capito come dovrebbero andare le cose in questo Paese. Perché siamo stanchi che i migliori di noi (non quelli delle medaglie ma quelli che hanno adottato la filosofia delle “cose giuste”) vengano ammazzati sotto i nostri occhi, fisicamente e moralmente. Primavere ce ne sono state, e hanno portato a qualcosa, anche se impercettibile: il fatto che ci saranno tante estati, autunni, inverni, e poi di nuovo primavere, e noi saremo ancora lì, in piedi, a dire che “domani è primavera, ed è sempre stata la nostra festa”.

 

Festa di quei lupi solitari a cui nessuno ha chiesto di fare il lupo solitario, perché non possono farci niente, lo sono e basta.

La festa di quei lupi solitari, pazzi, che sanno di poter volare.

 

 

I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. […] Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte.

(Riccardo Orioles)

Giuseppe Fava

Leggi anche:

 

Il Direttore viene freddato davanti al teatro Stabile, in via dello stadio a Catania, dai sicari del boss Nitto Santapaola il 5 gennaio 1984 .

 

Giuseppe Fava

di Riccardo Orioles

Cinque gennaio. Perché la Sicilia è “vecchia”? Socialmente, voglio dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta con la forza, per duemila anni è stata regolarmente “invasa” e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o “uomini di rispetto”. Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano. Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e – quando richiesto – appoggio al governo “alto”. Perciò classi dirigenti obsolete (serbate artificialmente al potere) e società duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca, fra l’altro, i suoi intellettuali.
In nessun’altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi, Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia – la lingua italiana, già elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in nessun’altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano così fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari e di destra. Pirandello s’iscrisse al fascio. Sciascia combattè l’antimafia. Verga elogiò Bava Beccaris. Come mai? È che nessun altro uomo al mondo come il siciliano è costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si può barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente diviso ti gridano ogni momento “da che parte stai?”. Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia. Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori “minori”; messi da parte cioè; quelli che muoiono all’alba, da giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura “ufficiale”: lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti; quelli “minori” e rimossi, anche stavolta. Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati, sono l’anima dura della nostra Isola, ciò che ci fa dire con forza “sono siciliano”.

* * *

Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini, giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo atto d’accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu così. Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti, politici miserabili, e quanto più laido e osceno si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos’è Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava dell’Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente, perché sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la Catania a cui s’era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia in sè qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania – per “fare il giornalista” e dunque, a modo mio, per “sistemarmi” – da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento. Un “rivoluzionario professionale”, insomma: corretto, sofisticato e presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un’opinione molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani “comuni”. Noialtri redattori – ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi – decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c’era un piccolo capannello di ragazzi. “Chi siete?”. “Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale”. Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo.

 

* * *

 Quei tre anni durissimi, l’ottantaquattro, l’ottantacinque e l’ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l’entusiasmo delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più grandi mai viste a Catania) ma l’impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per – almeno – trentasei mesi. I Siciliani – con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava – e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più, l’elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra vita. E mi è difficile scriverne di più; non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò, per non offendere quelli di noi che erano di altre idee (c’era persino un fascista), come mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse sì: ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una bella sinistra; la sinistra, quella davvero espressa profondamente dal Paese. “La meglio gioventù” per me fu questa.

 

* * *

Vent’anni sono una vita; t’insegnano, fra le altre cose, una difensiva autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò dei nomi – non posso farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresentanza di tutti. Il più giovane, e la più anziana; il primo è Fabio D’Urso, “Fabiolino”; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo portò, il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D’Urso era stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno era andato avanti, e l’altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l’avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto. “Aspetta – disse lei – se c’è da rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui”.

* * *

Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo riconoscimento – da partigiani quali erano, da garibaldini – per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi in quel tempo di guerra. C’è la signora, amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad amministrare il giornale – lo fece per dieci anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone finchè possibile l’uscita. C’è il compagno che per quattro anni fornì notizie dall’interno del nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole internet in Italia e un’altra è volontaria a Città del Messico. C’è il vecchio giudice, il prete, l’ingegnere – il nostro Cln, i capi del movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un’altra società sarebbero stati i “normali”, far capannello attorno a lui, aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C’erano loro, e altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora più in là, a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi – man mano che quella pianta germogliò, con altri nomi – a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto.
C’ero anch’io, e credo che a quest’ora sappiate che il mio tratto peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo più nobile della mia vita, non ne provo affatto. “Uno dei Siciliani”. Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di più? Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può dirlo, e ognuno ne risponde – a se stesso – a modo suo. Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent’anni di bavaglio “nemico”, cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio “politicamente corretto”. A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c’è pure una Catania che può vincere, una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare. E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c’è anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l’abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.

 

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“Non si può chiedere a tutti di fare il lupo solitario”, disse una volta Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. Magari in quel momento distratto, ma però vivo, con le sue storie “ordinarie” di lupi e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte. Questo è tutto ciò che può fare per loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto, se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se no non funziona. Così è sempre stato nei branchi, da che mondo è mondo.

 

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Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature ufficiali – come fu per Stendhal – fra qualche cinquantina di anni. Non è facile, per l’accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiché la critica è astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova, giù col “sicilianismo” e con la “civile tensione”, che è un modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e già conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità del resistere (La Ragazza di Luglio), dell’atrocità del potere (L’Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e forte, dove la maestria dell’artista ottiene il premio più difficile – la semplicità. I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa, in una letteratura misogina come la nostra, è anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna è monolitica, nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso conserva – persino lui – una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure Fava non “parla d’altro” mai, non è mai arcadico; tutti i suoi personaggi stanno in una loro precisa metà di mondo, o quella dei potenti o quella degli oppressi. Perché – giornalista, scrittore, fondatore dei Siciliani e quant’altro – egli era prima di tutto un rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola. Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai più.

 

* * *

Così è stato per me. Vent’anni. Eppure non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva come lui. È morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato. Non credo che gli sia stato difficile. È molto più difficile vivere, nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le persone care e gli amici, da uno all’altro, da un cerchio all’altro, da una generazione all’altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone lontanissime, che non l’hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata e anarchica non più per un partito o una patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. “Ma insomma, si può sapere che cos’è lei, politicamente?” gli chiesi una volta, da quel fighetto “di sinistra” che ero. “Io? Io sono tolstoiano…” sorrise lui, e ci ho messo vent’anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.

Un anno dopo

 

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Qui le foto del nostro compleanno

DIECI e VENTICINQUE

 

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