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Bio-on: la plastica non è più un problema!

Marco Astorri

Da Dolori post-lauream”, il nostro nuovo mensile

Voglia di cambiare, inventiva e bioplastica: il futuro a portata di mano

di Irene Astorri

Devo ammetterlo: inizialmente ero un po’ titubante all’idea di scrivere questo articolo. Astorri Irene che intervista Astorri Marco,può suonare autoreferenziale, ma visto che la sua società ha destato l’attenzione anche di telegiornali, giornali e programmi come Tg2, Tg3, Superquark, La Repubblica ecc, allora la notizia è alquanto valida. E io posso procedere.

Marco, innanzitutto presenta il tuo progetto e la tua azienda a chi non ha mai sentito parlare né di te nè della Bio-on.

La “cosa” è nata per caso nel 2006: eravamo fornitori di tessere per andare a sciare, tessere che se strisciate ti consentono di accedere in un posto passando determinati varchi. Il presidente della società sciistica ci chiese di trovare un prodotto che non fosse né carta (si scioglie) né plastica (i resti rimangono anche a neve sciolta). Ci siamo così buttati nel mondo dei biomateriali, rendendoci conto che chi li produceva aveva risultati scarsi: i prodotti erano poco resistenti, per produrli si usava cibo, si inquinava tantissimo e il risultato non era neanche biodegradabile, ma solo compostabile. Cercando abbiamo trovato il pha, con tutte le caratteristiche che volevamo. Nel 2008-2009 abbiamo scelto di sviluppare l’idea in Italia con lo Zuccherificio, la CoProB. Dal 2009 abbiamo creato i laboratori, gli impianti pilota, lo sviluppo ingegneristico degli impianti industriali e da quest’anno inizieremo a costruire gli impianti industriali in giro per il mondo.

Bio-on è una IP (intellectual property) company: il suo scopo è progettare nuovi impianti, sviluppare la tecnologia, proteggerla, brevettarla e cederne in licenza l’uso: altre aziende possono acquistare la licenza e produrre in cambio di una royalty. Così noi possiamo sviluppare la tecnologia senza l’onere di produrre direttamente.

Il bello del materiale è che, mentre le altre aziende hanno sviluppato bioplastiche scarse (ad esempio sportine che se le usi per fare la spesa si rompono e puzzano) con questo materiale fai di tutto, anche i paraurti per le automobili. Il mercato delle plastiche è qualcosa di micidiale: nel mondo vengono prodotti 300 milioni di tonnellate di plastica e il mercato aumenta del 3-5% l’anno. Noi ci inseriamo in quel mercato: la plastica oggi viene prodotta col petrolio, che però è in esaurimento, perciò o cambi i materiali e torni alla carta, al legno… o trovi dei nuovi prodotti che sostituiscono quelli fatti dal petrolio ma che mantengono le stesse caratteristiche. Inoltre il nostro prodotto è totalmente naturale.

Avete avuto problemi con le multinazionali?

Per ora nessuno, hanno solo cercato di comprarci: lo fanno continuamente. Non abbiamo avuto problemi perché ciò che facciamo è una goccia in un oceano. Produciamo circa 10 mila tonnellate l’anno di biopolimero, in confronto ad un mercato di 300 milioni. La multinazionale che cerca di comprarti comunque non lo fa per bloccarti, ma per sviluppare un altro business.

Come vedi il futuro della tua società?

Positivamente: darà da lavorare a molte persone. Già adesso siamo in quaranta, secondo me nell’arco di qualche anno farà in modo che molti ricercatori, biologi, dottori in chimica, ingegneri ecc troveranno lavoro qua in Italia per sviluppare questa tecnologia e all’estero si apriranno molte sedi produttive. Poi, oltre alla produzione della plastica, si svilupperanno molti posti per tutta la filiera (la plastica deve anche essere lavorata).

Al giorno d’oggi le aziende che lavorano la plastica in Italia e in Europa subiscono la concorrenza di paesi come la Cina, che producono molto e a basso costo: se queste aziende iniziano a sostituire i prodotti di plastica con materiali che possiamo produrre solo noi, perché usiamo una materia prima nostra, riusciremo sia a mantenere gli attuali posti di lavoro che a crearne di nuovi.

Su quali titoli di studio punteresti, chi assumeresti nella tua azienda? E che rapporto di lavoro tendi a creare?

Assumiamo sia diplomati che laureati: in un laboratorio, un laureato sa per lo più fare calcoli e proiezioni ma difficilmente sa far funzionare gli strumenti, cosa che riesce meglio a un diplomato di scuola tecnica, ad esempio delle Aldini-Valeriani (di Bologna); molto spesso succede che un diplomato sappia fare delle cose del laureato e non viceversa. È un problema davanti al quale mi trovo spesso: se devo decidere di assumere un laureato o un diplomato, a parità di ruolo, assumo un diplomato. Purtroppo l’università italiana oggi ha diverse lacune, viene insegnata molto la teoria ma poco la pratica.

Oggi il mercato del lavoro, in Italia e non solo, è stato distrutto: purtroppo fanno in maniera che le aziende creino precarietà, che non diano continuità. Fanno in modo che non ci sia un progetto a lungo termine e il contesto, sia europeo che mondiale, è difficilissimo. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo un progetto a lungo termine. Perciò, anche se ci costa di più e abbiamo più responsabilità, dobbiamo fare in modo che le persone non vengano a lavorare da noi per un breve periodo: potenzialmente gli facciamo fare un percorso di crescita e li assumiamo a tempo indeterminato. È un rapporto molto onesto perché si differenzia da coloro che fanno contratti semestrali o annuali per convenienza economica: per me queste non sono aziende serie. Alcuni, quando presentiamo questa idea di lavoro, ci etichettano come “azienda di sinistra”: non è questione di sinistra o destra, si tratta di avere rispetto per le persone, che non consideriamo numeri. Le persone sono persone. Quindi ognuno, da chi svolge il lavoro più umile a chi fa quello più intellettuale, deve avere la possibilità di programmare la propria vita. Quando lo dico ai congressi molti si alzano e applaudono, ma penso sia una cosa che dovrebbe essere normale, le aziende non possono continuare a giocare con la vita delle persone: è una questione di rispetto.

È una questione etica, di rispetto per il lavoratore in quanto persona, per l’ambiente e per un futuro “pulito”.

 

Bologna del riciclo

Da \”I Siciliani giovani\” febbraio 2012
di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

 

“Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… A me è venuta una fantasia, leggendo sui giornali gli scandali di quel governo regionale: gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno… La linea della palma… Io invece dico: la linea del caffè ristretto, del caffè concentrato… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma… “.
Così scriveva Leonardo Sciascia durante il 1961 nel “Il giorno della civetta”.

 

A Bologna non si spara ma si ricicla tanto anche se per molti, ancora, la mafia è un problema degli altri. Niente “coppola e lupara” ma tanti soldi, una barca di soldi da “pulire” e da investire.
Pochi ne parlano, ma la mafia qui è arrivata ormai da cinquant’anni, con la legge sul soggiorno obbligato.
Giusto nelle settimane scorse il presidente di Confindustria Emilia Romagna, Gaetano Maccaferri, aveva parlato di una situazione regionale assolutamente sotto controllo e “sana”. “Non abbiamo di questi problemi. Le infiltrazioni mafiose o il pericolo mafia non sono all’ordine del giorno. E non ci sono mai state, finora, perché non abbiamo mai avuto di questi problemi”.
La verità è che le attività svolte dalle mafie a Bologna sono le stesse di quelle svolte a Palermo, Napoli o Reggio Calabria. Attività evolute nel tempo, adattate alla realtà sociale, fonte di ingenti guadagni. Dal traffico di armi alla droga, gli appalti, le bische, il giro della prostituzione, il “pizzo” che qui a Bologna si chiama “imposizione dei propri prodotti”. E vogliamo parlare del fenomeno dei “compro oro”, proliferati come i funghi? Sono più di quaranta. Abbiamo assistito alla chiusura di ristoranti e pizzerie, di negozi in pieno centro, addirittura nella scorsa primavera sono stati messi i sigilli antimafia alla famosa pizzeria “Regina Margherita”, sottoposta a sequestro preventivo su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli.

 

Ventidue tra aziende e beni immobili confiscati, latitanti arrestati, ‘ndranghetisti, casalesi, Cosa nostra e mafie straniere. Ma a Bologna si parla ancora di “infiltrazione” e non di radicamento.

 

In questo quadro generale il Comune lavora ad un osservatorio per la legalità e ci si appresta all’apertura di una sezione della Direzione Investigativa Antimafia.
Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario il Pg di Bologna Ledonne ha lanciato l’allarme: “La criminalità organizzata in Emilia Romagna continua a far affari e vive una delle situazioni ideali: la pax mafiosa”.