Tag: riina

Il sopravvissuto

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

 

Ho conosciuto Pippo Giordano lo scorso 18 luglio alla Facoltà di Giurisprudenza di Palermo in occasione del ventennale della strage di Via D’Amelio. Ascolto l’intervista che gli viene fatta da Telejato e c’è qualcosa che mi colpisce, forse quel sorriso, forse quello sguardo o forse quei suoi baffi temprati e familiari. Passa qualche settimana e vengo a sapere che è appena uscito il suo libro “Il sopravvisuto” così non perdo tempo ad ordinarlo e dopo un pò di vicissitudini con la casa editrice, per la mancata consegna, il libro finalmente arriva.

 

Inizio subito a leggerlo, con frenesia e senza un motivo.
Il suo racconto parte dalla fine, da quegli interrogatori con Gaspare Mutolo e Paolo Borsellino per poi percorrere tutta la sua carriera. Dalla mobile di Forlì, al trasferimento a Palermo al lavoro alla DIA di Roma.
Il suo arrivo a Palermo, nel pieno della seconda guerra di mafia, coincide con l’omicidio del “Principe di Villagrazia”, Stefano Bontande, eliminato dai “viddani” che da Corleone si portavano alla conquista di Palermo.
Un romanzo con un punto di narrazione speciale. Un testimone, sopravvissuto. Quella del testimone è sempre una figura spesso dimenticata e ignorata, lasciata al buio quando meriterebbero di splendere.
Siamo un paese che pensa a glorificare i morti piuttosto che salvaguardare e onorare i vivi.

 

L’amicizia con Cassarà e Montana, gli arresti mancati e fatti, la ferocia incontrastata di Riina, i misteri, i servizi segreti, Bruno Contrada, le strategia di Cosa Nostra e l’assenza dello Stato.
Il rapporto con i collaboratori di giustizia, l’attentatuni.
Quegli anni raccontati da chi è stato in prima linea nella lotta alla mafia con Montana, Cassarà, Falcone e Borsellino.
Così ogni pagina letta ti rinforza, non è facile voltar pagina e continuare a leggere quei nomi, quegli omicidi, quegli arresti, aneddoti, raccontati da un uomo che vissuto in prima linea “la mattanza”.

 

Il libro, con la prefazione di Antonio Ingroia, è scritto con Andrea Cottone.
Un libro che merita di essere letto, per se stessi, per provare a comprendersi, per non perdere la “memoria”.
Pippo Giordano, un sopravvissuto, testimone privilegiato con la sola colpa, forse, di essere rimasto vivo in una stagione piena di sangue dove tanti sono stati i caduti e dove la vita non ti appare più la stessa.

Fonte Telejato

Strage di via dei Georgofili

Di Giulia Silvestri

A pochi giorni di distanza da ciò che è accaduto a Brindisi, con la rabbia ancora in circolo e lo sconforto che a tratti si affaccia sul mio viso, c’è un’altra storia da raccontare.
Un’altra bomba, questa volta un’autobomba.

A qualche giorno di distanza dal primo anniversario della strage di Capaci, nella notte tra il 26 e il 27 Maggio del 1993, Cosa Nostra ha deciso di far sentire nuovamente la sua voce, distruggendo cinque vite.

L’accademia dei Georgofili promuove, a Firenze, lo studio dell’agronomia, della selvicoltura, dell’economia e della geografia agraria e si trova nella Torre delle Pulci.
Angelamaria Fiume in Nencioni aveva 36 anni, era una donna, una mamma, una moglie, una lavoratrice: era la custode dell’Accademia.
Abitava insieme al marito, Fabrizio Nencioni, di 39 anni, al piano terreno della Torre.
Avevano due figlie: la più grande, Nadia, aveva 9 anni, la più piccola, Caterina, era nata da soli 50 giorni.
Dario Capolicchio era uno studente di 22 anni e come tanti fuori-sede viveva in un appartamento in affitto che si trovava di fronte all’entrata della Torre. Era arrivato da Sarzana, in provincia di La Spezia, per studiare architettura.
Il silenzio, quella notte, non è stato disturbato solo dagli universitari e dai ragazzi che tra un pub e l’altro fanno le ore piccole, ma è stato squarciato da un boato, un boato distruttivo, un boato assassino.
Era l’01:04 e in quel momento, in pochi istanti, sono stati spezzati i sogni di uno studente, le speranze di due genitori per le proprie figlie, l’infanzia di due bambine e il loro stesso futuro.
Sono tutti stati uccisi da un Fiat Fiorino parcheggiato vicino alla Torre.
Di nuovo, come altre volte era già successo, una macchina è stata usata per uccidere; proprio la macchina, che per anni fu il simbolo del progresso, è stata utilizzata per compiere il gesto più meschino e retrogrado che l’essere umano, se davvero si può definire così chi uccide, abbia mai compiuto.

I morti sono stati 5, i feriti 48. Sono stati riscontrati gravi danni a edifici facenti parte del patrimonio artistico, tra cui la Galleria degli Uffizi. Dopo la strage moltissime persone sono rimaste senza una casa, i risparmi di una vita investiti in quelle quattro mura sono stati spazzati via, non da una calamità naturale, ma dalla mano dell’uomo.

A questo punto, come alla fine di ogni racconto che si occupi di omicidi a stampo mafioso, sorge sempre la stessa domanda: giustizia è stata fatta?
Il processo c’è stato: è terminato il 6 Maggio del 2002 con la sentenza definitiva della Cassazione che ha confermato 15 ergastoli condannando mandanti interni a Cosa Nostra, tra cui Totò Riina, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro e Bernardo Provenzano, ed esecutori materiali. Nel 2003 è stata riconfermata in Corte d’Assise d’Appello la condanna di Antonino Messana, che fornì la sua abitazione come base, nella quale il Fiat Fiorino fu imbottito di tritolo; la Cassazione nel 2002 lo aveva rimandato a giudizio.
Nel 2011 grazie alle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, la Corte d’Assise di Firenze ha condannato all’ergastolo Francesco Tagliavia, accusato di aver partecipato alla riunione nella quale la strage fu pianificata e di aver collaborato alla realizzazione della stessa.

Ad oggi, come nella maggior parte delle stragi, non si è ancora scoperta tutta la verità. Vi è il fondato sospetto, infatti, che i mandanti della strage non vadano ricercati solo tra le fila di Cosa Nostra.

Nell’attesa di questa verità, non ci resta che ricordare le vittime, leggendo, increduli, la poesia che Nadia scrisse pochi giorni prima di essere brutalmente assassinata:

Il pomeriggio se ne va.
Il tramonto si avvicina
in un momento stupendo.
Il sole sta andando via (a letto).
È già sera, tutto è finito.