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Beni sequestrati: così non funziona

 

Dall’ultimo mensile de I Siciliani giovani

 

Di Salvo Vitale, Pino Maniaci, Christian Nasi

 

Un immenso patrimo­nio sprecato fra incom­petenze e burocrazia

Qui se volete saperne di più e qui il nostro mensile sul tema in oggetto

 

E’ una storia che parte da lontano, cioè dal 1982, quando, quattro mesi dopo l’uccisione di Pio La Torre, venne approvata la legge Rognoni-La Torre, (in sigla RTL) che consentiva il sequestro e la confisca dei beni mafiosi. Aggredire i mafiosi nei loro patrimoni era l’obiettivo del nuovo strumento. Dopo 14 anni, a seguito della raccolta di un milione di firme, organizzata dall’associazione Libera, veniva approvata la legge 109/96 che disponeva l’uso sociale dei beni confiscati, una sorta di restituzione ai cittadini di ciò che era stato loro sottratto con la violenza e l’illegalità. Ultimo atto, nel 2011, l’approvazione della cosiddetta legge Alfano che dava o tentava di dare una sistemazione definitiva a tutte le norme sull’argomento e creava l’Agenzia Nazionale ai beni confiscati alla mafia, con sede a Reggio Calabria, che avrebbe dovuto occuparsi gestione dei beni attraverso l’iter dal sequestro alla confisca. Pur riconoscendo che esistono ancora grossi limiti, la legge è ritenuta una delle più avanzate al mondo ed è stata presa a modello per la recente approvazione della normativa europea.

Quello dei beni giudiziari è un vero affare, se si tiene conto che il numero dei beni confiscati è, ad oggi, di 12.946, cifra in continua evoluzione, di cui 1.708 aziende e che di questi, circa il 42,60% pari a 5.515 è in Sicilia, particolarmente in provincia di Palermo (1870). Si tratta di un patrimonio da alcuni approssimativamente stimato in due miliardi di euro, ma La Repubblica (22 marzo 2012) parla di 22 miliardi di euro, il Giornale di Sicilia (6 febbraio 2014) di 30 miliardi, di cui l’80% nelle mani delle banche. Di queste aziende solo 35 sono in attivo e solo il 2% genera fatturati. E’ un immenso patrimonio comprendente supermercati, ristoranti, trattorie, residence, villaggi turistici, distributori di benzina, fabbriche, impianti minerari, fattorie, serre, allevamenti di polli, agriturismi, cantine, discoteche, gelaterie, società immobiliari, centri sportivi, pescherecci, stabilimenti balneari e anche castelli. Quasi tutti falliti. Molte le difficoltà di carattere finanziario, con i lavoratori da mettere in regola e il pagamento dei contributi arretrati ai dipendenti che i boss facevano lavorare a nero, Sopravvive solo qualche azienda, alle cui spalle c’è una grande struttura, come Libera, che può tornare a fatturare, ma, dice Franco La Torre, figlio di Pio, ” finché si tratteranno le aziende di proprietà delle mafie come aziende normali, il meccanismo messo in moto dallo Stato non funzionerà mai”. Un fallimento totale di cui nessuno si dichiara responsabile.

Limiti

Quali sono i limiti? Innanzitutto i tempi molto lunghi che passano dal sequestro alla confisca. Poiché all’atto del sequestro il bene è “congelato”, in genere si fa ricorso, da parte del tribunale competente, alla nomina di un amministratore giudiziario. E’ questo il primo punto debole: nella maggior parte dei casi si tratta di persone del tutto incompetenti, senza alcuna capacità manageriale, di titolari di studi commercialistici di cui spesso le Procure si servono per alcune indagini, di amici delle persone che sono incaricate di fare le nomine. L’incompetenza di queste persone ha portato al fallimento del 90% delle aziende sotto sequestro, alla rovina economica di parecchie famiglie che nelle aziende trovavano lavoro e alla crisi dell’indotto che gira attorno all’azienda, anche perché, e questo è un altro limite, le aziende sotto sequestro possono e devono riscuotere crediti, ma non possono saldare debiti se non al momento della sentenza che ne sancisca la definitiva sistemazione. La conclusione a cui si arriva facilmente e a cui arrivano le parti danneggiate è che con la mafia si lavorava, con l’antimafia c’è la rovina economica, ed il messaggio è devastante nei confronti di chi dovrebbe rappresentare lo Stato. La valutazione economica del bene confiscato è fatta da un apposito perito, nominato sempre dal tribunale, al quale spetta un compenso apri all’1% del valore del bene da valutare. Spetta al titolare o al proprietario del bene l’onere della prova sulla provenienza del bene, ovvero l’obbligo di dovere dimostrare che il bene è stato costruito, realizzato, gestito senza violazione della legge. Al giudice spetta invece dimostrare i reati di cui è accusata la persona penalmente sotto inchiesta. In tal senso si dà alla magistratura un notevole potere e, molto spesso succede di trovare beni confiscati, senza che i proprietari abbiano ancora riportato particolari condanne penali per associazione mafiosa, oppure altri beni sotto sequestro dopo che i loro titolari sono stati assolti, anche in via definitiva. Per non parlare di debiti e mutui accesi con le banche, che lo stato non si premura di rimborsare e che quindi finiscono nelle mani delle banche stesse. La dichiarazione di fallimento e la messa in liquidazione dei beni confiscati è la strada più facile per gli amministratori, perché li esonera dall’obbligo della rendicontazione e consente loro di “svendere” mezzi, attrezzature, materiali, anche con fatturazioni non conformi al valore reale dei beni, girando spesso gli stessi beni ad aziende collaterali legate agli amministratori giudiziari: per fare un esempio banale, Andrea Modìca da Moach, uno dei più grossi esperti in queste partite di giro a suo favore, degne di scatole cinesi, liquidatore della Comest dei fratelli Cavallotti, ha messo in vendita un camion con gru per 600 euro, girandolo alla ditta D’Arrigo di Borgetto, di cui è ugualmente amministratore, e quando i proprietari hanno denunciato l’imbroglio al giudice per le misure di prevenzione, la cosa è stata sistemata facendo passare il tutto per una sorta di noleggio, anche se non ci si può sottrarre al sospetto che questa “deviazione” possa aver causato l’esonero dello stesso Modìca..

Nell’ audizione alla Commissione Antimafia, fatta il 18 gennaio 2012, il prefetto Caruso, al quale è stata affidata la gestione dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia che ha sede a Reggio Calabria, dice: “Altre criticità riguardano la gestione degli amministratori giudiziari, per come si è svolta fino ad ora.., l’amministratore giudiziario tende, almeno fino ad ora, a una gestione conservativa del bene. Dal momento del sequestro fino alla confisca definitiva – parliamo di diversi anni, anche dieci – l’azienda è decotta. Siccome compito dell’Agenzia è avere una gestione non solo conservativa, ma anche produttiva dell’azienda, abbiamo una difficoltà di gestione e una difficoltà relativa a professionalità e managerialità che, dal momento del sequestro, posso individuare e affiancare all’amministratore giudiziario designato dal giudice. In tal modo, quando dal sequestro si passerà alla confisca di primo grado, sarà possibile ottenere reddito da quella azienda… Facendo una battuta, io ho detto che, fino ad ora, i beni confiscati sono serviti, in via quasi esclusiva, ad assicurare gli stipendi e gli emolumenti agli amministratori giudiziari, perché allo Stato è arrivato poco o niente. Ometto di dire quanto succede in terre di mafia quando l’azienda viene sequestrata, con clienti che revocano le commesse e con i costi di gestione che aumentano in maniera esponenziale. Ricollocare l’azienda in un circuito legale, infatti, significa spendere tanti soldi, perchè il mafioso sicuramente effettuava pagamenti in nero e, per avere servizi o commesse, usava metodi oltremodo sbrigativi, sicuramente non legali, e aveva la possibilità di fare cose che in una economia legale difficilmente si possono fare. Siamo in attesa dell’attuazione dell’albo degli amministratori giudiziari, nella speranza di avere finalmente persone qualificate professionalmente alle quali poter rivolgersi e di avere delle gestioni non più conservative ma produttive dell’azienda”.

Il decreto del 6 settembre 2011 n.159 ha , anzi aveva previsto l’istituzione di un albo pubblico degli amministratori, con l’individuazione delle competenze gestionali, l’indicazione del numero delle nomine assegnate e delle competenze in denaro incassate, ma questa norma, per quattro anni è stata accantonata, perché toglie di mano al giudice che dispone delle nomine, il notevole potere di agire a proprio arbitrio e consente che certi passaggi oggi secretati , restino solo a conoscenza o siano a disposizione del Presidente dell’Ufficio che dispone le misure di prevenzione e del suo diretto superiore, il Presidente del tribunale e non diventino di pubblico dominio. Qualche corso di formazione per amministratori giudiziari è stato organizzato dall’Afag a Milano, e un master a Palermo nel 2013, da parte del DEMS, ma tutto è sfumato nel nulla. Solo il 24.1.2014 è stato finalmente scritto il regolamento per la formazione dell’albo, il quale dovrebbe diventare essere diventato operativo dopo l’8 febbraio, ma già si sono levate voci di rinvii e di inopportunità: questo regolamento nasce monco, nel senso che non prevede alcuna norma sulle retribuzioni degli amministratori e non prevede l’indicazione degli incarichi affidati, i quali, per strane ragioni di privacy, rimangono secretati e nelle mani dei magistrati. Si sa che il numero degli amministratori giudiziari nominati dal tribunale è di circa 150, molti dei quali titolari di più incarichi, legati a stretto filo con chi ne dispone la nomina.

Proprio il prefetto Caruso qualche giorno fa ha messo il dito sulla piaga, disponendo la revoca di alcuni “amministratori” intoccabili: “Alcuni hanno ritenuto di poter disporre dei beni confiscati come “privati” su cui costruire i loro vitalizi. Non è normale che i tre quarti del patrimonio confiscati alla criminalità organizzata siano nelle mani di poche persone che li gestiscono spesso con discutibile efficienza e senza rispettare le disposizioni di legge. La rotazione nelle amministrazioni giudiziarie è prevista dalla legge così come la destinazione dei beni dovrebbe avvenire entro 90 giorni o al massimo 180 mentre ci sono patrimoni miliardari, come l’Immobiliare Strasburgo già del costruttore Vincenzo Piazza, con circa 500 beni da gestire, da 15 anni nelle mani dello stesso professionista che, per altro, prendeva al tempo stesso una parcella d’oro (7 milioni di euro) come amministratore giudiziario e 150 mila euro come presidente del consiglio di amministrazione. Vi pare normale che il controllore e il controllato siano la stessa persona?”. Tutto ciò ha provocato le rimostranze del re degli amministratori Gaetano Seminara Cappellano, titolare di uno studio con 35 dipendenti, detto “mister 56 incarichi”, amministratore di 31 aziende, tra cui proprio la Immobiliare di Via Strasburgo, della quale gli è stata revocata la delega. Il nuovo incarico è stato affidato al prof. universitario Andrea Gemma, del quale si è subito diffusa la notizia che lavora nello studio della moglie di Alfano. Nuovi amministratori sono stati nominati al posto di Andrea Dara (Villa Santa Teresa Bagheria, un impero con 350 dipendenti e un fatturato annuo di 50milioni di euro) e Luigi Turchio, amministratore dei beni di Pietro Lo Sicco: l’incarico per la liquidazione è stato affidato a all’avvocato Mario Bellavista che (come ha lui stesso obiettato) in un passato lontano è stato difensore di fiducia di Lo Sicco per qualcosa in cui la mafia non c’entrava: per questo motivo, qualche giorno dopo Bellavista si è dimesso.

Non devono essere piaciute al PD le dichiarazioni del prefetto Caruso il quale, tramite Rosy Bindi e su sollecitazione di qualche parlamentare siciliano, è stato convocato urgentemente per un’audizione alla Commissione Antimafia, con l’accusa, già frettolosamente evidenziata da Sonia Alfano, di mettere in cattiva luce l’operato dei magistrati che si occupano di Antimafia. Anche L’ANM, la potente associazione dei magistrati, si è schierata contro Caruso sostenendo che, invece di rilasciare dichiarazioni sull’operato dei magistrati delle misure di prevenzione (vedi dott.ssa Saguto), avrebbe dovuto rivolgersi ai magistrati stessi, i quali così avrebbero potuto e dovuto giudicare se stessi. In tempi del genere, potrebbe sembrare che parlare del cattivo operato di alcuni magistrati, sia come fare un favore a Berlusconi che sui magistrati ha sempre detto peste e corna. Questo “fare muro” attorno ai magistrati palermitani, anche quelli che hanno gestito i loro uffici e i loro compiti come una personale bottega, con scelte e preferenze opinabili, finisce con l’avallare la cattiva gestione del settore, coperto, come si vede, da protezioni che stanno molto in alto. Qualche illuminato politico ha dichiarato addirittura che “parlare male dei magistrati significa fare un favore alla mafia”. Caruso si è difeso sostenendo di non avere a disposizione né uomini, né mezzi, né strumenti legali per affrontare con successo l’intero argomento dei beni confiscati, ma tira voce che, se non si dà una regolata, potrebbe anche perdere il posto: “Ciò che emerge, ha detto la Bindi, è che l’Agenzia ai beni confiscati dovrà subire alcuni interventi”. E, per quanto si può supporre, non si tratterà di interventi migliorativi, ma punitivi. In tal senso la Commissione Antimafia sarà a Palermo il 17, 18. 19 febbraio, per godere di qualche giornata di sole e lasciare le cose come stanno o rimuovere quel rompiscatole di Caruso. Interessante una lettera che l’avv. Bellavista ha inviato a Rosy Bindi, nella quale sostiene che “concentrando l’attenzione sulla mia posizione si sia tentato di sviare la Sua attenzione dall’opera meritoria del Prefetto Caruso che sta scoperchiando pentole mai aperte.. Mi meraviglia come Lei, invece di insistere sul nome Bellavista, non abbia chiesto quale magistrato ha autorizzato alcuni Amministratori a ricoprire 60 o 70 incarichi. Quale magistrato abbia autorizzato pagamenti di parcelle per milioni di euro. (Le faccio presente che una legge della Regione Siciliana, limita i compensi per gli amministratori pubblici a 30000 euro lordi per i presidenti dei cda.), se vi siano familiari di magistrati o di amministratori che hanno ricoperto o ricoprono cariche o incarichi all’interno delle amministrazioni giudiziarie. Se qualche amministratore giudiziario si trovi in conflitto di interessi attuale e non di 14 anni fa. Il Prefetto Caruso la mafia ha combattuto sulla strada e non da una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza. Onorevole Presidente, credo che molto più del Dott. Caruso, sia certa magistratura a delegittimare se stessa, quando per difendere le proprie posizioni alza un muro e persiste in comportamenti che rischiano di apparire illegittimi. Sono certo che la Sua intelligenza non cadrà nella trappola del depistaggio già usata durante i tempi bui della prima Repubblica della quale Lei è stata una Autorevole Protagonista”. Nessun dubbio su chi fa riferimento Bellavista.

In appoggio all’operato di Caruso si è schierata la CGIL, ma anche il sindacato di polizia Siulp, mentre Equitalia, che dovrebbe essere depositaria di un fondo di due miliardi provenienti dai beni di proprietà dei mafiosi, mostra qualche difficoltà a documentare e a restituire quello di cui dovrebbe essere in possesso. Da parte sua il prefetto Caruso ha detto: “Io lavoro da 40 anni con i giudici e nessuno mi può accusare di delegittimarli. Ho solo detto quello che non va nel sistema” :

Proposte

Da quando nel 2011 è stato approvato il Codice Antimafia, diverse sono state le proposte di modifica, in particolare per la parte che riguarda la gestione patrimoniale.

Ultima in ordine di tempo, ma sicuramente la più complessa e strutturata, viene da una Commissione , istituita nel 2013 dal governo Letta, per studiare il problema dell’aggressione ai patrimoni della criminalità organizzata e presieduta dal Segretario Generale della Presidenza del Consiglio Garofoli, che già si era occupato del tema della corruzione.

Nel gennaio 2014 la Commissione, con la partecipazione, fra gli altri, dei magistrati Gratteri, Cantone e Rosi, presenta una relazione di 183 pagine in cui si evidenziano le principali criticità in tema di gestione dei beni e si propongono possibili soluzioni e innovazioni legislative, dall’ampliamento del ruolo e della dotazione di uomini e mezzi dell’Agenzia, all’affiancamento di figure manageriali per la gestione delle aziende, dall’anticipo della verifica dei crediti alla regolamentazione degli amministratori giudiziari.

Particolare attenzione nella relazione Garofoli trovano le proposte della CGIL, che si è fatta promotrice di una legge di iniziativa popolare, ribattezzata “Io riattivo il lavoro”, sostenuta a loro volta da Libera, ARCI e Avviso Pubblico. Al centro delle modifiche portate avanti dal sindacato ci sono proprio le aziende ed in particolare la tutela dei lavoratori e dei livelli di occupazione. “Due i punti di forza imprescindibili” dice Luciano Silvestri, responsabile Sviluppo e Legalità CGIL “il primo è la creazione dei tavoli di coordinamento presso le prefetture, che dovrebbero coinvolgere parti sociali, istituzioni e società civile nel monitoraggio e nella gestione delle aziende fin dalla fase del sequestro; il secondo è il fondo di rotazione, da finanziare con i soldi (tanti) del Fondo Unico Giustizia e con cui finanziare la fase di “legalizzazione” delle aziende poste in amministrazione statale. Dopo aver raccolto migliaia di firme, la proposta del sindacato è giunta in Commissione Giustizia alla Camera con relatore Davide Mattiello, deputato PD con un lungo trascorso di militanza antimafia. Chissà se e come i due percorsi riusciranno ad incontrarsi!.

Il governo ha già annunciato che trasformerà in decreti legge molti dei suggerimenti della Commissione Garofoli e che lo farà in tempi brevi.

Nel dibattito si inserisce anche Confindustria, in particolare la sezione siciliana, che sta mettendo mano ad alcune autonome proposte, stranamente assonanti con quelle dell’on. Lumia. Per ora nulla è troppo chiaro perché, dicono i responsabili: “Ci stiamo lavorando”, ma da uno studio elaborato nel 2012 dall’Università di Palermo e da alcune dichiarazioni più recenti dei rappresentanti degli imprenditori, oltre che di alcuni magistrati applicati alle misure di prevenzione di Palermo e Caltanissetta, a loro notoriamente vicini, si deduce che le aree di principale interesse saranno tre: l’inserimento di figure manageriali all’interno delle procure, la riduzione del ruolo dell’Agenzia per i beni confiscati alla sola fase della confisca definitiva e la verifica dei crediti: c’è chi spinge per anticiparla ad inizio sequestro e chi invece vorrebbe procrastinarla addirittura alla confisca definitiva, complicando ulteriormente la vita a chi onestamente vanta crediti nei confronti di aziende sotto sequestro e che in conseguenza di amplissimi buchi creati da queste fatture non pagate rischia il fallimento.

A prima vista sembra si tratti del tentativo, degli industriali siciliani, di mettere le mani su quel che resta dell’economia siciliana per operare l’ennesima rapina: non si vuole dire no al tribunale nel privarlo della nomina del suo amministratore e si istituisce un’altra figura con un altro stipendio: nessuna attenzione e nessuna garanzia è prevista per i posti di lavoro dell’azienda. Fra l’altro, da quando Ivan Lo Bello, già presidente di Confindustria Sicilia ha proposto l’espulsione degli imprenditori che pagano il pizzo, tutti gli industriali siciliani fanno professione di antimafia e trovano magari qualcuno da denunciare come estorsore, tanto per farsi una verginità e lavorare, oltre che col consenso di Cosa Nostra, anche con la protezione dello stato.

Non è detto che l’asino uscito dalla porta non rientri dalla finestra, nel senso che non si trovino all’interno delle Associazioni o degli enti destinatari quelle presenze mafiose di cui ci si voleva liberare. Un problema centrale è comunque quello di garantire il posto di lavoro e tutelare i dipendenti che, quasi sempre, si ritrovano nella rovina economica.

La “Latticini Provenzano”

Si tratta di un caseificio con sede a Giardinello, un paese di circa mille abitanti, recentemente assurto alle cronache per la cattura di Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Ali inizi del 2000 , grazie ai fondi europei, l’azienda venne ristrutturata e adeguata alle norme, diventando un moderno caseificio dove lavoravano una trentina di famiglie, assieme a un indotto di pastori e vaccari che fornivano il latte. Il rimborso di questi fondi avviene dopo che il proprietario li ha anticipati ed è in grado di documentare i lavori eseguiti. La lentezza di questi rimborsi crea notevoli difficoltà economiche al titolare del caseificio, il quale si rivolge a un certo Grigoli di Castelvetrano, non ancora indagato, ma già conosciuto come il re dei supermercati Despar, e che si scoprirà come prestanome di Matteo Messina Denaro. Grigoli chiede un aumento del capitale, chiede di assumere il controllo del 51% dell’azienda per accedere a un megamutuo del Monte dei Paschi di Siena, mutuo che viene bloccato quando Grigoli è arrestato, nel 2007. In un ultimo disperato tentativo Provenzano offre la sua quota allo stato, detentore della parte confiscata, per ottenere il prestito, ma ci perde anche quella. Il caseificio, che, in questa vicenda con la mafia c’entrava solo di striscio, come poi confermato dagli sviluppi giudiziari, viene confiscato e affidato a un curatore giudiziario di nome Ribolla, il quale, nella sua somma incompetenza, nel 2012 lo porta al fallimento . E’ un chiaro esempio di come un’industria di eccellenza può essere condotta sul lastrico e di come gli operai, che, pur di mandare avanti l’azienda, sino al gennaio 2012 hanno lavorato senza stipendio, rimangono disoccupati. Ma Ribolla è anche l’amministratore della SEGIDI, cioè l’insieme delle società di Grigoli, di cui fa parte anche la Special Fruit di Castelvetrano, con 27 dipendenti, società anch’essa fallita. Troppo tardi, nel novembre 2013 l’incarico di curatore è passato ad Andrea Gamma, l’avvocato già amministratore dell’Immobiliare Strasburgo, che, si spera riesca a conservare i 500 posti di lavoro di quello che fu l’impero del re dei supermercati.

Il porto di Palermo

La vicenda riguarda 350 lavoratori facenti parte della “Newport”, società che gestisce i lavori portuali. Nel 2010 la DIA inoltra un’informativa al prefetto di Palermo, nella quale sostiene che tra questi lavoratori ci sono quattro mafiosi e 20 parenti di mafiosi, in gran parte facenti parte del clan di Buccafusca, capomafia di Porta Nuova. Si dispone il sequestro preventivo e viene nominato come amministratore giudiziario il titolare dello studio legale “Seminara-Cappellano”, il quale dispone la sospensione cautelare per 24 lavoratori, i quali, sino al giugno 2013, data in cui interviene la dott.ssa Saguto, cioè la responsabile della nomina di Seminara, sono pagati senza far niente. La vicenda è molto più ingarbugliata di quanto non appaia, in quanto gli operai sono titolari di una quota societaria, ma il dissequestro sarà possibile quando potranno dimostrare di essere esenti da infiltrazioni mafiose. Cioè non si sa quando. Presidente dell’Autorità portuale è stato un uomo dell’on. Lumia, tal Nino Bevilacqua, che attualmente è stato sostituito da un uomo di Schifani, tal Cannatella.

La MEDI-TOUR

E’ il caso più complesso. Si tratta di una cava di pietrisco, in territorio di Montelepre, già di proprietà di Giacomo Impastato, detto “u Sinnacheddu”, fratello di Luigi, il padre di Peppino Impastato. Da lui è passata al figlio Luigi, ucciso a Cinisi il 23 settembre 1981, nel corso della guerra tra i seguaci di Badalamenti e i Corleonesi. La gestione effettiva della cava è stata portata avanti dall’altro figlio Andrea, al quale il 22 febbraio 2008 vengono confiscati beni per 150 milioni di euro riconducibili a Bernardo Provenzano e a Salvatore Lo Piccolo, dei quali Andrea è un prestanome, grazie agli intrallazzi del suo compaesano Pino Lipari, vero ministro dei lavori pubblici di Provenzano, la cui moglie Marianna Impastato ha qualche vincolo di parentela con Andrea. Il provvedimento prevede, innumerevoli immobili e appezzamenti di terreno da Carini a San Vito Lo Capo, il Mercatone Uno di Carini, anche il sequestro di cinque aziende, tutte del mondo dell’edilizia, la più grossa delle quali è la Medi.tour, che si occupa della gestione della cava di Montelepre. Amministratore giudiziario di tutto viene nominato uno dei pupilli della dott.ssa Saguto, un commercialista di nome Benanti, titolare di uno studio a Palermo e, per quel che se ne sa, in ottimi rapporti con un altro curatore giudiziario molto a cuore alla Procura di Trapani, un certo Sanfilippo. Benanti ha avuto occasione di dimostrare di avere buone conoscenze quando, ottenuta l’amministrazione dei beni di un altro costruttore, Francesco Sbeglia, di Palermo, nel 2010, al Centro Excelsior (Hotel Astoria) mandò, a un incontro con alcuni imprenditori che volevano collaborare, lo stesso Sbeglia. In tal caso, grazie alla protesta dei tre imprenditori, gli venne revocato l’incarico, ma solo quello, in quanto non gli venne meno la fiducia della dott.ssa Saguto. Pare che gli siano affidati una ventina di incarichi, si dice che abbia dilapidato una cifra altissima degli introiti del sepermercato, ma il suo nome non è venuto fuori nelle polemiche seguite alle dichiarazioni del prefetto Caruso.

Torniamo alla Medi.tour. Andrea Impastato , del quale si vocifera di una diretta collaborazione con la giustizia, ha quattro figli, due dei quali, Luigi e Giacomo, dipendenti della cava. Nel 2011, su decisione del tribunale vengono licenziati, ma i due fratelli non si perdono d’animo e creano una nuova società, la Icocem, con sede a Carini, riconquistando, a poco a poco, buona parte del mercato che si riforniva nella loro ex cava. Riescono anche a “rifarsi” una verginità denunciando al magistrato diversi tentativi di richiesta del pizzo e iniziando una fitta collaborazione. Da parte sua Benanti, che si presenta una volta al mese alla cava di cui è amministratore, con una fiammante macchia rossa e in dolce compagnia, in una sua relazione accusa gli Impastato, diventati suoi diretti concorrenti, di associazione mafiosa. Con strana sollecitudine il tribunale dispone il sequestro della Icocem, la dott.ssa Saguto ne affida l’amministrazione, indovinate un po’, al solito Benanti, il quale mette in liquidazione la società che è chiamato ad amministrare e che si trova a soli cento metri dalla cava. Nel frattempo vengono licenziati i 20 operai che lavorano nella cava, e alcuni sono assunti ” a tempo”, secondo le richieste di materiale: qualcuno di essi è disposto a dichiarare che Benanti avrebbe disposto l’interramento di rifiuti tossici all’interno della cava, facendo poi riempire il tutto con terra e piantumare con stelle di natale: al giardiniere sarebbero stati pagati 18.000 euro. Gli Impastato presentano ricorso, con una loro relazione, nella quale è dimostrata la tracciabilità e la regolarità di tutte le operazioni che hanno condotto alla creazione della loro società, ma l’udienza, che avrebbe dovuto svolgersi ad ottobre, per indisposizione, di chi, indovinate un po’, della dott.ssa Saguto, è rinviata al 6 febbraio 2013:, dopodichè siamo in attesa, poiche la dott.ssa Saguto si è presa una settimana di tempo per decidere.. Quello che più stupisce è la presenza, all’interno della cava, di Benny Valenza, pluripregiudicato e mafioso di Borgetto, da sempre occupatosi di forniture di calcestruzzo, con un pizzo da 2 euro a metro quadrato, da distribuire agli altri mafiosi della zona: gli sono stati sequestrati alcuni beni, è stato condannato per aver fornito cemento depotenziato per la costruzione del porto di Balestrate e per altri reati affini, ma, tornato a piede libero, ha ripreso la sua abituale attività: da qualche tempo agisce come dipendente di un’impresa di legname, allargatasi ultimamente nel campo dell’edilizia, della quale è titolare un certo Simone Cucinella: la ditta il 24.1 ha preso misteriosamente fuoco. L’intraprendente Valenza ha installato, naturalmente attraverso meccanismi apparentemente legali, un deposito di materiali da costruzione in un posto collocato tra la cava e il deposito adesso chiuso degli Impastato: non si sa se la collaborazione con Benanti, all’interno della cava, si estenda anche a questa nuova struttura.

La COMEST

Quella dei fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno è una storia allucinante. Sono cinque fratelli che, negli anni ’90 cominciano a lavorare per alcune aziende legate al nascente affare della metanizzazione in Sicilia. Fiutano che c’è in ballo un fiume di miliardi in arrivo, si parla di 400 miliardi delle vecchie lire, specialmente da parte della Comunità Europea, che li affida alla Regione e decidono di mettersi in proprio, ognuno con una propria azienda relativa a uno specifico settore. E’ tutto in ordine, partecipano ai bandi della Regione, hanno i requisiti richiesti, cominciano ad avere numerosi appalti, specie nelle Madonie, con la clausola del possesso di una gestione trentennale, per poi tornare tutto all’Ente Committente, cioè ai comuni. Sul mercato nasce, a far concorrenza a loro l’Azienda Gas spa, per iniziativa di un impiegato regionale, di nome Brancato, il quale chiede, per fondare la società, i soldi a Vito Ciancimino, allora all’apice della carriera politica: Ciancimino si serve di un suo commercialista, Lapis, legato ai più discussi politici siciliani, da Cintola a Vizzini: viene stipulato, con l’avallo, a Mezzoiuso, dell’allora Presidente della Commissione Antimafia Lumia, un protocollo di legalità e si aprono le porte per gli appalti: unico ostacolo la Comest e le altre aziende dei fratelli Cavallotti, ma si fa presto a metterli fuori gioco: Belmonte è la patria di Benedetto Spera, uno dei più temuti mafiosi legati a Bernardo Provenzano: attraverso il collaboratore di giustizia Ilardo, infiltrato appositamente, viene trovato un “pizzino” nel quale, con riferimento a un appalto ottenuto ad Agire, è scritto: “Cavallotti due milioni”. Si fa presto a incriminare i Cavallotti, che, come tanti pagavano il pizzo, per associazione mafiosa, e a far disporre il sequestro di tutti i loro beni. Siamo nel 1998, allorchè Vito Cavallotti viene arrestato per reati legati al 416 bis, da cui, nel 2001 viene assolto. Dopo che nel 2002 la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza con una condanna e dopo una serie di vicende processuali, nel 2011 Vito Cavallotti è assolto definitivamente e prosciolto da ogni accusa, ma, qualche mese dopo, nei suoi confronti scattano altre misure di prevenzione personale e patrimoniale, sino ad arrivare al 22.10.2013, allorchè il PG Cristodaro Florestano propone il dissequestro dei beni e la sospensione delle misure di prevenzione nei confronti di tre dei fratelli Cavallotti: ad oggi le motivazioni della sentenza non sono state ancora depositate. All’atto della prima denuncia viene nominato come amministratore giudiziario un certo Andrea Modìca di Moach, il quale già dispone di altre nomine da parte del tribunale , oltre che essere il terminale di altre aziende, tipo la TOSA, di cui si serve per complesse partite di giro, sino ad arrivare all’Enel gas. L’ammontare dei beni confiscati è di circa 30 milioni di euro , ma ben più alto è il valore di quello che i Cavallotti avrebbero potuto incassare nei lavori di metanizzazione dei comuni, ma l’azienda non è stata ancora dissequestrata, malgrado siano passati quasi tre anni, anzi, per, viene confiscata una nuova azienda di uno dei fratelli, che si è spostato a Milazzo e nel dicembre 2013 estrema beffa, viene disposto un nuovo sequestro ad un’azienda creata dal figlio, nel tentativo di risollevare la testa, la Euroimpianti plus, e l’amministrazione giudiziaria, revocata al Modìca, viene affidata a un certo Aiello, che si rifiuta di far lavorare in qualsiasi modo, il ragazzo titolare, la cui sola colpa è di essere figlio di uno che è stato indagato, condannato e poi prosciolto dall’accusa di associazione mafiosa. Gli ultimissimi sequestri riguardano un complesso di aziende edili di Vito Cavallotti, figlio di Salvatore, la Energy clima, la Sicoged la Tecnomet e la Ereka CM, una parafarmacia già chiusa dal 2013. La prima seduta svoltasi il 30.1.2014 è stata rinviata nientemeno che al 22.5 per ritardo di notifica. Tutto ciò malgrado la proclamata innocenza dei Cavallotti. . Per non parlare della rovina nella quale si sono trovate circa 300 famiglie che ruotavano attorno alle aziende. Rimane ancora senza risposta la domanda di questa gente: perché questo accanimento? E il motivo è forse da ricercare nell’ingente somma che il tribunale dovrebbe pagare per risarcire queste imprese che sono state smantellate da amministratori giudiziari voraci e spregiudicati.

Dalla “radio dei poveri cristi” a “radio aut”

L’uso dello strumento radiofonico in Danilo Dolci e in Peppino Impastato

Di Salvo Vitale

Il 25 marzo del 1970, alle ore 19,30 chi si fosse sintonizzato sui 98,5 mhz della modulazione di frequenza e sulla lunghezza d’onda di m 20.10 delle onde corte, avrebbe potuto sentire uno strano messaggio: “ S.O.S…S.O.S…Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza. Qui si sta morendo…Siciliani, Italiani, uomini di tutto il mondo, ascoltate: si sta compiendo un delitto di enorme gravità, assurdo, si lascia spegnere un’intera popolazione…” L’appello durava circa 20 minuti ed era seguito da una serie di altri messaggi che denunciavano lo stato di abbandono e di sfascio della popolazione delle Valli del Belice, dello Jato e del Carboi, ovvero di quella zona della Sicilia occidentale dove, due anni prima, un terribile terremoto aveva causato circa cinquecento morti e distrutto interi paesi: baracche, freddo, situazioni igieniche assenti, fame, sete, un panorama desolato su cui volteggiavano i corvi del clientelismo, della mafia, della disoccupazione, della disperazione. Il messaggio , accuratamente preparato, faceva appello all’art. 21 della Costituzione italiana: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. L’esperienza durò 26 ore, dopo di che un centinaio di carabinieri, già stati preavvisati con lettera, della natura non violenta dell’iniziativa, “attrezzatissimi di potenti mezzi meccanici, in pochi minuti scassavano, con innegabile perizia, porte e cancelli, impadronendosi delle trasmittenti” (1). Nei locali di Palazzo Scalia, a Partinico, si erano asserragliati, con il trasmettitore, Franco Alasia e Pino Lombardo, due collaboratori di Danilo Dolci, con cento litri di benzina, che avrebbero dovuto servire a dissuadere chi avesse voluto penetrare con forza nei locali: in realtà si è poi saputo che non si trattava di aspiranti kamikaze, ma che il carburante serviva ad alimentare un generatore di corrente, in caso di interruzione dell’energia elettrica. I due redattori vennero arrestati, assieme a Danilo, processati e infine rilasciati per una sopravvenuta amnistia.
Era nata “Radio Sicilia Libera”, la prima radio libera italiana, “la radio della gente che solitamente non ha voce, che non riesce a farsi sentire” (1)

Dall’esperienza della “Radio dei poveri cristi” (1970) a quella di “Radio Aut” ( 1977) passano appena sette anni, all’interno dei quali matura e si configura una situazione completamente diversa e una trasformazione radicale nel campo delle radiocomunicazioni.
Nel ’70 Danilo progettava “per evitare al massimo inciampi, di trasmettere su acque extra-territoriali su un’imbarcazione di bandiera non italiana”. Qualche altro tentativo, come quello di Radio Milano International venne effettuato e subito fermato con il sequestro delle attrezzature nel 1975 (10 marzo): il 26 aprile dello stesso anno il pretore di Milano, Cassala, definì legittima “l’attività di trasmissioni radiofoniche fino a quando non si determinano interferenze che possano nuocere o disturbare le emittenti di stato”. La totale “deregulation” consentiva, tra il ‘75 e il ‘77 una grande fioritura di emittenti private, in gran parte commerciali, in piccola parte legate al circuito delle “radio libere”, con forti caratterizzazioni politiche.
Peppino aveva sentito parlare di Danilo sin dai tempi in cui frequentava il Liceo Classico di Partinico. Le lotte per la diga sullo Jato, l’attenzione verso la vita e i problemi del mondo contadino, la denuncia delle collusioni politiche tra la mafia e Bernardo Mattarella, gli scioperi della fame, le scritte murali, ma soprattutto la grande capacità di Danilo di coinvolgere masse di gente e di intellettuali provenienti da ogni parte d’Europa, avevano affascinato il giovane studente. Nel ’67 egli aveva partecipato alla “Marcia della protesta e della pace” : il resoconto di quella storica iniziativa venne scritto da Peppino, in qualità di corrispondente, su un giornale locale “L’idea”, che lui stesso aveva contribuito a creare e costituì un forte momento di contatto tra una personalità politicamente matura, come Danilo, e un giovane di 20 anni, alle sue prime esperienze politiche.(2)
Qualche mese dopo, durante il terremoto del gennaio ’68, Peppino fu tra i tanti volontari che raccoglievano abiti, cibo, merci, per portarle nei paesi terremotati: frequentò anche alcuni seminari sulla ricostruzione della Valle del Belice organizzati a Borgo di Dio, la grande struttura creata da Danilo a Trappeto.
Sul modo con cui Peppino visse le vicende della “Radio dei poveri cristi” non ho testimonianze, tuttavia stupiscono alcune impressionanti analogie sul modo di concepire la comunicazione come momento politico fondato su una precisa concezione dell’intervento.
Il confronto è possibile sull’analisi di due documenti: un opuscolo dattiloscritto di sei pagine, scritto da Danilo tra il dicembre del ’69 e il marzo del ’70, con il titolo: “Radio libera: alcune considerazioni preliminari”, (3) e pochi appunti, scritti da Peppino, nell’estate del ‘77 dal titolo “Proposte d’intervento radiofonico”. (4)

La posizione di Danilo si sviluppa su alcuni punti fermi:
1) non lasciare nulla all’improvvisazione;
2) analisi della situazione
3) indicazione dei tempi: un’ora la mattina e un’ora la sera, con una parte culturale e una parte d’attualità;
4) organizzazione e rete di redattori e corrispondenti locali;
5) individuazione degli obiettivi: carattere educativo inteso come auto-educazione, autogestione culturale, processo democratico;
6) individuazione dei problemi: finanziario, tecnico, organizzativo, culturale, politico, giuridico;
7) favorire la“produzione di nuove strutture democratiche attraverso la denuncia e il superamento di quelle clientelari-mafiose attraverso una presenza costante penetrante.

La struttura radiofonica è pertanto concepita come “espressione del malcontento sociale, come strumento di conoscenza per determinare direzioni alternative di sviluppo e come strumento di coagulo”, considerate le carenze di vita associativa che caratterizzano la zona. La radio come strumento per realizzare il diritto-dovere all’informazione e alla libertà d’espressione e come espressione diretta della cultura popolare, come “comunicazione dal basso” che faccia sentire “le voci dei lavoratori, di chi più soffre ed è in pericolo”. Alla base del progetto una semplice premessa : “Il mondo non può svilupparsi in vera pace finché una parte degli uomini è costretta alla disperazione”.

Nelle sue “Proposte” Peppino Impastato manifesta singolari analogie con il documento di Danilo, che egli non conosceva: uguale la concezione della radio come momento di formazione e di aggregazione di un gruppo di lavoro, come strumento d’informazione alternativa rispetto all’informazione di regime e come espressione dei drammi e dei problemi esistenziali delle classi sociali subalterne, uguale la concezione dell’intervento radiofonico come strumento pedagogico per la formazione di coscienze politiche e come strumento di lotta. Molte affinità presentano anche l’individuazione delle fasce orarie e delle organizzazioni sociali con cui confrontarsi: Abbiamo una uguale concezione della radio come strumento di comunicazione diretta dei bisogni e della cultura della gente: quelli che per Peppino sono gruppi di “organizzazione autonoma del sociale”, per Danilo sono “persone, tavole rotonde, gruppi come consorzi, cooperative, sindacati e così via”: termini diversi per indicare gli stessi soggetti.

-Scrive Danilo: “Occorre uno strumento di comunicazione che arrivi a ciascuno facendo esprimere alla popolazione direttamente , esattamente il contrario di quanto avviene oggi, la sua più autentica cultura e i suoi bisogni…uno strumento che sia occasione non solo di conoscenza, ma, sia pure nel modo più aperto, di nuova organizzazione; sia martellante pressione sugli organi male e non funzionanti degli enti pubblici, dello stato, delle vecchie strutture in genere; scelga e si esprima dunque in modo rivoluzionario”.
-Scrive Peppino: “Solo a partire da una premessa politico-culturale nel territorio, che sia al tempo stesso proposta di mobilitazione e organizzazione autonoma del sociale (comitati di disoccupati, organismi di lotta dei precari, collettivi femministi, circoli e cooperative culturali ed economiche, associazioni sportive ecc.) si può pretendere di costituire un rapporto dialettico tra la struttura radiofonica e l’ambiente”

-secondo Danilo “non c’è dubbio che sia determinante allo sviluppo di una nuova società democratica l’infrangere il monopolio dell’informazione e dell’espressione, in mano alle vecchie strutture del potere”.
-secondo Peppino “esiste un primo livello, quello dell’informazione e controinformazione, che si presenta immediatamente come momento di rifiuto e di ridimensionamento dell’informazione di regime e del monopolio dell’industria del consenso (Rai, TV, stampa e mass media in genere)”;

-Danilo: “agendo in modo concentrato e massiccio da alcuni punti strategici di zone omogenee attraverso l’azione di centri-pilota dal rompere la crosta in un punto nevralgico, sarebbe derivata una notevole facilità nel determinare screpolature in tutta la superficie interessata.”
Peppino: “un secondo livello è quello dell’intervento politico. La radio diventa strumento diretto, come il volantino, il videotape o il megafono. dell’iniziativa di lotta e del progetto politico complessivo di una struttura di base “dislocata socialmente e territorialmente”. E’ questo il livello dell’agitazione politica vera e propria, dell’istigazione alla rivolta e all’organizzazione autonoma delle proprie lotte…”

-Danilo “una precisa conquista in questo senso non ha solo un significato locale e riesce a produrre reazioni a catena, non solo in quanto riesce a produrre qualità attraverso il lavoro: una propulsiva reazione a catena può venire dal diffondersi della valorizzazione stessa dello strumento.
-Peppino “il tutto è da intendere evolutivamente in direzione del terzo livello, quello degli spazi autogestiti. E’ il livello in cui la realtà sociale si appropria dello strumento radiofonico e lo usa direttamente per allargare e difendere le “macchie liberate” e come mezzo di coordinamento delle lotte e delle iniziative di massa”;

-Danilo “l’esperienza ci dice come e quanto la popolazione ascolti la radio, soprattutto le notizie locali, pur sapendo da che parte vengano e che non ce ne si può fidare: tanto più e meglio ascolterebbe la propria voce, la voce che la esprime e la libera. Chi di noi ha avuto esperienza diretta delle radio di liberazione sa cosa esse rappresentano”
-Peppino “la notizia discende direttamente dal sociale e va riproposta, in maniera amplificata, al sociale stesso, senza filtri e interventi manipolatori…Tutto questo presuppone un uso molto ampio di registrazioni dal vivo e di notevole disponibilità della presenza politica.”

-Danilo “il carattere complessivo delle trasmissioni deve essere educativo sulla base delle esperienze locali (secondo un’educazione concepita come autoeducazione, autogestione culturale, processo democratico)”
-Peppino: : “questi spazi si inseriscono a pieno titolo nel processo di crescita di un movimento di opinione democratico e di opposizione”

Danilo: “Premere non-violentemente, scioperando attivamente e passivamente, non collaborando a quanto si stima dannoso, protestando e operando pubblicamente in forme diverse che possono venir suggerite dalle circostanze, dalla propria coscienza e dalla necessità: valendosi delle leggi buone quando esistono e contribuendo a realizzarne di nuove quando sono insufficienti, ma premere con forza serena finché non vincono il buon senso e il senso di responsabilità” (5)
– Peppino: “Per quel che riguarda la selezione della notizia, il criterio di priorità viene indicato dalla collocazione che una radio si è data all’interno della dinamica dello scontro politico e di classe e delle esigenze del sociale ad emergere autonomamente. Centrale è la creazione di un forte movimento di opinione non scissa dalla crescita di ogni movimento di contropotere”.

Queste due ultime note tuttavia evidenziano la differenza tra le due formazioni politiche e culturali di Danilo e Peppino e il diverso rapporto con lo strumento della comunicazione che si è sviluppato nei sei anni che dividono l’esperienza delle due radio: in Danilo c’è la costante ricerca di strumenti di formazione popolare per la costruzione progressiva di un mondo diverso fondato sui principi della non violenza e della conquista lineare della democrazia, in Peppino c’è l’urgenza di costruire questo mondo nuovo attraverso la frattura traumatica dello lotta di classe e della rivoluzione come momento catartico di eliminazione delle ingiustizie. Comune invece l’esigenza di conquistare la libertà d’informazione come strumento per la conquista della democrazia e quindi l’uso del mezzo informativo come strumento di formazione politica oltre che di denuncia di tutte le distorsioni e le malversazioni del potere. Messaggio attualissimo.(6)

Note:
1)Danilo Dolci: “Il limone lunare. Poema per la radio dei poveri cristi” Bari Laterza 1970 – premessa
2)Salvo Vitale: “Nel cuore dei coralli” Rubbettino 1995 pag.78
3)Danilo Dolci: ”La radio dei poveri cristi” a cura di Salvo Vitale e Guido Orlando, edizioni Navarra Palermo 2008
4)Salvo Vitale: “Peppino Impastato, una vita contro la mafia” Rubbettino, 2008 pagg.147/152
5)Danilo Dolci: “Esperienze e riflessioni” Laterza 1974 pag. 204
6)Questo articolo, a parte alcune integrazioni, è stato pubblicato in: “Peppino Impastato e i suoi compagni: Radio Aut – materiali di un’esperienza di controinformazione” Edizioni Alegre Roma 2008 pagg. 37-42

Foto: Danilo Dolci e Peppino Impastato alla “Marcia della protesta e della speranza” (1967)
(Pubblicato su Antimafia Duemila il 6.3.2014)

8 marzo: festa della donna o giornata della donna?

 

Qui il nostro mensile dedicato alle donne

 

Di Salvo Vitale

Le femministe degli anni ‘70 ci tenevano a dire che l’8 marzo è la giornata della donna e non la festa della donna. Dietro questa data esistono versioni diverse. La tradizione socialista faceva risalire l’origine di questa giornata al grande sciopero parigino dell’8 marzo 1848. In Italia, a partire dagli anni 50 cominciò a diffondersi una versione diversa. Nel 1952 il settimanale bolognese La Lotta scrisse che la data si riferiva a un incendio scoppiato in una fabbrica tessile di New York l’8 marzo 1929, in cui sarebbero morte 129 giovani operaie, in gran parte italiane ed ebree, che minacciavano uno sciopero e che, per ritorsione, erano state fatte chiudere dentro dal padrone, il quale avrebbe poi ordinato di dar fuoco alla fabbrica. Nel 1978 troviamo sul giornale Il Secolo XIX che l’episodio era successo a Chicago, mentre, qualche anno dopo, nel 1980, La Repubblica scriveva che l’incendio era successo a Boston nel 1898. In tempi più recenti, nel 1982, sul giornale “Noi Donne” è stato scritto che l’incendio era effettivamente scoppiato a Boston, ma nel 1908 e che le operaie morte sarebbero state 19.  Da altre fonti sappiamo anche che la fabbrica era l’industria tessile Cotton e che il proprietario sarebbe stato un certo mister Johnson. Ebbene, da tutte le ricerche effettuate non esistono prove e documenti che confermino questo orribile episodio. Secondo Piero Errera il falso storico sarebbe stato inventato e diffuso dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, per dimostrare la cattiveria del capitalismo americano. Di sicuro si sa che nel 1911, cioè un anno dopo la data d’inizio della “festa”, a New York, nella Triangle Shirtwaist Company, scoppiò un incendio, non doloso, che, favorito dalle scarse condizioni di sicurezza e d’igiene della fabbrica, causò 140 morti, non tutte donne, i proprietari della fabbrica Max Blanck e Isaac Harris, vennero prosciolti nel processo penale ma persero una causa civile. Ma soprattutto l’8 Marzo non ha nulla a che fare né con lo sciopero delle lavoratrici, che iniziò il 22 Novembre 1909 né con l’incendio della fabbrica,che avvenne il 25 Marzo 1911.

Il richiamo a un tragico fatto, sulla cui esistenza esistono seri dubbi, sarebbe già sufficiente a proporre la data dell’8 marzo come una giornata di riflessione sull’eterna questione femminile e non come una festa. Passati gli anni 70 le donne non sfilano più in corteo e le più assatanate non gridano più “Maschio represso, ti taglieremo il sesso”. Anche perché ci sarebbe da discutersela. Una falsa concezione del rapporto uomo-donna una volta tendeva a generare conflittualità interna ai due sessi, senza accorgersi che la conflittualità è tra le classi sociali, indipendentemente dal sesso. Così è rimasta la questione delle pari opportunità, Sono rimasti enormi vuoti nell’occupazione femminile e nella creazione di strutture che permettano alle donne di esplicare il loro doppio ruolo di madri e di lavoratrici. In politica è ancora enorme lo strapotere maschile e il modello maschile, quello di chi porta i pantaloni, rimane ancora il punto di riferimento per molte donne che vogliono far carriera.

Sul Corriere della sera dell’9 marzo 2011 oggi c’era un articolo in cui  Stefania Sandrelli diceva che il tempo delle cene, lasciando per una sera i mariti a casa, è finito e che bisogna fare i conti con la crisi, della quale le donne stanno pagando in maggior misura lo scotto.

Per contro le donne nostrane, ( a onor del vero non tutte), aspettano questa data per esibire il rametto di mimose e per occupare tutte le pizzerie e i  ristoranti della zona, magari per assistere allo spogliarello di qualche furbacchione che, imitando il modello e le movenze femminili, ci rimedia qualcosa. E  in questo le donne sono andate più avanti degli uomini, perché non risulta che, nei locali della zona si effettuino spogliarelli femminili. Per un bungabunga in grande stile bisogna arrivare ad Arcore. C’è una curiosità che i poveri maschi non potranno soddisfare: lo spogliarellista si toglie anche le mutande? Auguri a tutte le donne!!!!!

Articolo pubblicato su Telejato

 

Non tutte le antimafie portano in paradiso

Di Salvo Vitale 

Da I Siciliani giovani

Cosa vuol dire fare an­timafia senza esserne dei “professionisti”?

 

Anni fa, a Barcellona Pozzo di Gotto, Marco Travaglio ebbe a dire: “Magari ce ne fossero tanti professionisti dell’antima­fia!” Ma si rivolgeva a chi dell’antimafia ha fatto una professione di vita, una scelta ideologica e non un mestiere. Le categorie dell’antimafia nate in questi ultimi anni sono tantissi­me: proviamo a individuarne qualcuna:

– L’antimafia di mestiere. C’è chi con la sigla dell’antimafia ci lavora, dà lavoro e vuole anche esprimere il principio che un’imprenditoria libera dalle catene della mafia è possibile. E’ il caso di prendersela con questi? Il riferimentoriguarda le due maggiori associazioni antimafia, Addio Pizzo e Libera. Nel sito di Addio Pizzo troviamo vera e propria agenzia di viaggi per realizzare una forma di turismo civile o impegnato, con visite guidate nei “luo­ghi” dell’antimafia, pullman, soste per i pasti e per gli acquisti, alberghi. Una parte minima della quota è offerta, come contri­buto, ai titolari delle strutture visitate (per esempio il museo della Legalità di Cor­leone o la Casa Memoria di Cinisi).

Turi­sti a parte, esiste anche un progetto di Ad­dio Pizzo sulle visite guidate delle scola­resche a Palermo: i prezzi variano da sette a dieci euro a testa, a seconda del numero e dell’itinerario. Per esempio, cento alun­ni che pagano sette euro a testa (pullman esclusi), frutteranno 700 euro che, solo per pagare le prestazioni di una guida, sembrano troppi. Su Libera si possono fare infinite altre illa­zioni, giustificabili nel momento che or­mai si tratta di una struttura che coinvolge circa duemila associazioni che non è faci­le tenere sotto controllo.

Il bilancio 2010 (sul sito) a pareggio è di 3.047.710: la maggior parte delle entrate è alla voce “Istituzioni”, riferendosi certa­mente a progetti finanziati di educazione alla lega­lità nelle scuole. Il costo dei pro­dotti bio­logici (che sembrerebbe a prima vista incompatibile col mercato) media­mente risulta molto alto per­ché compren­de il sostegno alle coop che agiscono in territorio difficile per portare avanti il pro­getto rivoluzionario di un’economia che può fare a meno della protezione mafiosa.

Una sottovoce a questo tipo di antima­fia è quella che Telejato ha chiamato “l’anti­mafia in pizzeria”, suscitando le ire di Giovanni Impastato che ogni anno or­ganizza, in uno spazio continuo alla sua piz­zeria, alcune iniziative fatte di relazio­ni su temi specifici. Come poi ha precisa­to lo stesso Pino Maniaci, “Il problema econo­mico, ci rendiamo conto, vuole an­che il suo spazio: anche se con i compa­gni di Peppino non è mai successo, nessu­no si scandalizza se qualcuno dà un con­tributo per la gestione o per le iniziative. Ma se tutto questo diventa un “tour di tu­rismo civile e responsabile”, con apposito pac­chetto di viaggio, pullman, luoghi da visi­tare e contributo da versare, si va un po’ oltre il fare antimafia e basta”.

– L’antimafia religiosa. E’ praticata in gran parte da scout che trovano una strut­tura, spesso religiosa, dove poter dormire, mangiare, pregare, e girano varie situazio­ni per apprendere qualcosa su realtà che spesso non conoscono se non per sentito dire. I riferimenti obbligati sono le figure di don Puglisi o di don Diana, martiri: va bene se si ha l’accortezza di distin­guere tra una Chiesa che non ha mai preso le di­stanze dalla mafia, o si è lasciata inquinar­e,e una chiesa militante dove singo­li preti (don Ciotti, don Gallo ecc.) hanno preso forti posizioni di condanna e di di­stanza. Qualche difficoltà nasce dall’attri­buzione, fatta dall’Espresso di “Papa anti­mafia” a Ratzinger, per il solo fatto di avere espresso parere favorevole alla ri­chiesta di beatificazione di padre Puglisi. E’ davvero troppo poco e non pare che fi­nora papa Benedetto si sia distinto per avere espresso un chiaro anatema come quello gridato dal suo predecessore Wojti­la nella Valle dei templi, nel 1993.

– L’antimafia di parata. E’ la più prati­cata: ormai è d’obbligo come minimo par­tecipare, per l’anniversario della morte della vittima, a una messa in memoria, cui sono invitati gli uomini in divisa, i paren­ti, qualche giornalista con telecamera, le au­torità, compreso il sindaco, e altri rap­presentanti istituzionali. Per i rappresen­tanti delle forze dell’ordine la parata può anche essere esteriorizzata con il trombet­tiere che suona il “silenzio”, mentre tutti tac­ciono, assumono una faccia triste, e i mili­tari presenti si schierano con la mano de­stra aperta a taglio sulla fronte per il sa­luto militare. Ultimamente, prima con Rita Atria e poi con Rostagno, sta venen­do in uso una pic­cola cerimonia laica al cimite­ro, davanti alla tomba del caduto. In altri casi si dà luogo a un capannello per sco­prire una la­pide o una targa di intesta­zione di una strada, oppure a un corteo: quello che ha avuto continuità e partecipa­zione numero­sa, e contenuti, è quello che ogni 9 mag­gio si snoda da Terrasini a Ci­nisi per ri­cordare Peppino Impastato.

Strettamente collegata è “l’antimafia dei convegni”, con relatori più o meno im­portanti latori di testimonianze personali, op­pure esperti che si dilungano in dotte rela­zioni bla-bla, con linguaggio incom­prensibile e certamente non rapportato ai livelli di preparazione di chi ascolta; il tutto con biglietto, albergo e pranzo pre­pagati, preceduto da un manifesto, da una locandina e dall’indispensabile presenza dell’operatore televisivo, con relativa in­tervista. Difficile constatare che, chi esca dopo avere ascoltato, possa anche avere interiorizzato qualcosa che lo porti ad operare con più coscienza su questo diffi­cile terreno. Per non parlare delle mega­parate organizzate in occasione del 23 maggio, per ricordare Falcone, con nolo di navi, distribuzione di magliette, borset­te, berrettini ed altri gadget e allegri schia­mazzi, il tutto con spese alte.

– L’antimafia scolastica. Da alcuni anni i piani dell’offerta formativa prevedono progetti di “educazione alla legalità”, ap­provati dal Collegio dei docenti e finan­ziati, in parte con le magre risorse delle scuole, in parte con i fondi regionali (POR), nazionali (PON) o europei (FER­ST). Si tratta di presentare articolati pro­getti con formulari precisi, dettagliato uti­lizzo delle somme, da giustificare al cen­tesimo, e che in parte vengono distribuite tra ore da pagare ai docenti e non docenti,, spese per l’intervento di eventuali relatori e formatori, spese per pubblicizzare l’evento, spese per la costruzione di un “prodotto”, da allegare alle note giustifi­cative.

Negli interventi finali la scuola as­sicura un pubblico, quello degli studenti, felici di uscire per qualche ora dalla loro aula e curiosi di ascoltare qualcosa di di­verso: sui docenti ci sarebbe da fare un di­scorso a parte, considerato che alcuni ap­profittano di questi momenti per “evade­re”, magari andare a fare la spesa o siste­mare il registro, altri, ma solo per far cre­dere che lavorano, sporgono forti lamen­tele al preside, perché vengono sottratte loro “ore di lezione”, altri ancora sparano giudizi feroci, come: ”I ragazzi sono stan­chi di sentir parlare di mafia”, oppure: “E’ stato tutto un momento di indottrina­zione politica di sinistra”. Oppure, ma questo l’ha detto anche il sindaco di Tra­pani, che “a scuola non bisogna parlare di mafia, per non mettere paura agli studenti, ma meglio parlare di altro, di gastronomia per esempio”.

Non ci occuperemo di costoro, ma del fat­to che non basta e non può bastare una conferenza a formare sensibilità e co­scienze antimafia. Anche l’articolazione dei singoli progetti, rivolti per lo più a un’utenza di una ventina di ragazzi, non serve, se produce qualche cartellone, qualche coretto con l’immancabile “I cen­to passi” dei Modena o “Pensa” di Fabri­zio Moro, o ancora qualche filmato con immagini prese da Internet. Tali progetti hanno qualche possibilità di risultato se diventano patrimonio e obiettivo di tutti i docenti, momento centrale dei loro piani di lavoro, da coordinare con i contenuti della disciplina che si insegna, in linea con quanto portato avanti dagli altri do­centi. E, a parte la buona volontà di po­chissimi, moltissimi preferiscono non oc­cuparsi della questione. In ogni caso, an­che queste forme spesso improvvisate del “fare antimafia” vanno incoraggiate e messe in atto, perché, diceva Sciascia, “Per sconfiggere la mafia ci vorrebbe un esercito di maestri”.

– L’antimafia sociale. La definizione è nata a Cinisi, con il Forum Sociale Anti­mafia, nel 2001, e si riferisce alla scelta militante di essere costantemente presenti in tutti i momenti di lotta che nascono sul territorio, di appoggiarli, di considerarli come momenti di costruzione di una “re­sistenza” al sistema mafioso, sull’esempio di quella che era la lotta di resistenza al nazifascismo. E’ una scelta d’impegno e di sacrifici, perchè implica dedizione, convinzione e lavoro sociale, oltre che po­litico. Si tratta di dare una precisa direzio­ne, alla propria vita e a quella delle persone con cui lavori, attraverso la de­nuncia, la manifestazione, se è necessario l’occupazione: come con la partecipazio­ne alle lotte degli operai della Fiat di Ter­mini, ai No-Tav in Val d’Aosta, al neonato movimento No Muos contro le antenne Usa a Niscemi, ecc. Anche la costante presenza nelle scuole o nelle associazioni che organizzano momenti d’impegno civi­le è un passaggio di questa antimafia mili­tante.

– L’antimafia informativa. Come al solito c’è un’informazione di massa, “ufficiale”, di ciò che è consentito dire, e un’informa­zione periferica, ristretta, difficile da dif­fondere, priva di mezzi, ma ricca d’impe­gno, che stenta a farsi spazio. La prima ha a disposizione i grandi mezzi e le grandi testate: è quella che costruisce eroi, che nasconde criminali politici o ne addita solo alcuni al pubblico ludibrio, in rappor­to alle indagini dei magistrati e delle forze dell’ordine o in relazione alle scelte dello schieramento politico per cui lavora il giornalista. In questo contesto tutto sem­bra in ordine, pare che i principali mafiosi siano stati arrestati e che la mafia stia fi­nendo; non si parla, se non di straforo dei fili che legano onorevoli e camorristi, im­presari e forze istituzionali corrotte. In­somma, il solito mondo dorato dove basta individuare qualche responsabile alla Cuf­faro, cui far pagare tutto, affinchè tutto re­sti per com’è sempre stato.

L’altra antimafia mediatica è quella che si serve dei volantini, del retro bianco dei manifesti per scrivere un messaggio, di qualche scalcagnata radio, come lo era Radio Aut, e di qualche altra scalcagnata emittente televisiva com’è Telejato. Il me­todo è quello di Danilo Dolci: abituare la gente ad acquistare un modo di pensare autonomo, a rendersi conto che si trova in un insieme di situazioni che li usa come vittime, come consumatori, come elettori, come destinatari finali di progetti costruiti non per essere al servizio della comunità ma per autoaffermazione e arricchimento. Vent’anni di berlusconismo hanno fatto il deserto e creato generazioni di giornalisti leccaculo, mentre si studiano nuovi meccanismi di controllo, soprattutto sulla pubblicazione delle intercettazioni.

C’è voluto il caso del ventilato carcere per Sallusti per porre all’attenzione un problema vecchio, la diffamazione a mezzo stampa e le sue conseguenze penali. Il tutto con l’avvertenza che spesso si tratta di persone insospettabili e che sbattere i loro visi in prima pagina può provocare imprevedibili reazioni.

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Nota: questo articolo rimane aperto ad eventuali contributi di quanti credono all’esistenza di un’antimafia “militante” e di quanti sono rimasti delusi da altre anti­mafie.