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Tre pischelli

polizia

di Francesca Candioli

 

Tre pischelli. Tre ragazzi del Sud. Tre poliziotti. Giovanni, Luca e Matteo. Lavorano da un po’ a Bologna, anche se a loro questa città non piace. Non la sentono vicina, non la capiscono, quasi la odiano perché sono costretti ad affrontarla ogni giorno. A testa alta, come dicono loro. Eppure, nonostante tutto, non mollano, anche se: “La nostra non è una bella vita. Veniamo spediti di qua e di là per tutta Italia. Ti chiamano ed il giorno dopo devi andare a Pisa, Roma o Firenze, non importa se hai una famiglia. Te devi andare e sottostare ad orari a volte massacranti” spiega Giovanni.
La loro avventura emiliana è iniziata un paio di anni fa quando dal Sud sono arrivati a Bologna con uno zaino in spalla, pronti a servire lo Stato. Sì proprio qui, a Bologna che loro chiamano “Bofogna”. Qui nella città rossa per antonomasia dove da sempre il rapporto con le forze dell’ordine non è mai stato facile. Il loro lavoro è semplice: garantire l’ordine pubblico. Poche parole, ma spesso una vera impresa. E così vengono chiamati a presenziare ai concerti, alle partite e a tutte le manifestazioni che vengono organizzate a Bologna, e non solo.
E a volte non tutto va per il verso giusto, e la tensione anche per la loro giovane età diventa difficile da controllare. “Stiamo fermi per ore a farci insultare e lanciare uova addosso – continua Matteo -, ma non possiamo fare niente. Non possiamo, né dobbiamo reagire, anche se a volte vorremo spiegare a tutti i ragazzi che, anche se rappresentiamo lo Stato, pure noi, come loro, ci sentiamo vittime della stessa situazione”. Perché, che lo si voglia ammettere o meno, anche alcuni poliziotti non arrivano a fine mese, anche loro sono stati colpiti dalla crisi che in Italia non ha risparmiato neppure questo settore. Anche loro hanno una famiglia, dei problemi quotidiani da affrontare e delle spese da sostenere.
“Perché a volte anche noi vorremmo scendere in piazza con i cittadini, aggregarci ai loro cortei – spiegano i ragazzi -, e sono davvero tanti i momenti in cui ci sentiamo più vicini ai manifestanti che allo Stato”. Sì, quello Stato che loro a malincuore devono rappresentare. Quello Stato che porta un ragazzo di vent’anni a scagliare una pietra contro un poliziotto della stessa età, quello Stato che porta un uomo delle forze dell’ordine a non seguire il protocollo e a manganellare come non andrebbe fatto, colpendo alla testa o all’inguine.
“Siamo noi per primi poliziotti a non sentirci rappresentati dallo Stato, ma siamo anche noi i primi ad essere puniti dai cittadini per ciò che lo Stato combina” spiega Luca. Qui a Bologna, raccontano i ragazzi, si interviene nelle manifestazioni in modo più pacato rispetto ad altre città italiane: “Qui da sempre i poliziotti vengono visti di cattivo occhio, non come al Sud dove la gente per le strade ci incontra e si fa le foto assieme agli agenti in divisa, ed in noi ripone la propria fiducia”. Ma in fondo c’è un motivo, ammettono tutti e tre: “Troppe volte le forze dell’ordine hanno sbagliato, pensiamo ad esempio a Genova 2001. Qui ci siamo giocati il nostro ruolo”. La fiducia, la faccia, l’onore.
“A volte è facile generalizzare, ma noi non siamo come chi manganella alla testa non seguendo il protocollo, o chi si lascia andare alla violenza. No, anche noi siamo persone, e a Bologna sono tanti quelli che ci insultano, che ci odiano” spiega Giovanni che durante una manifestazione è stato colpito da una bomba carta.
Tre giovani uomini, tre giovani poliziotti che però, sotto la divisa, hanno paura di quell’altro mistificato anche da loro stessi. Il manifestante, l’anarchico, “la zecca”. E così come chi dichiara di odiare i poliziotti, sono tanti gli stereotipi difficili da smussare anche tra le stesse forze dell’ordine. “Non entrerei in un centro sociale neanche se mi pagassero” afferma Luca che schifa questi luoghi e non vuole avercene a che fare. E come lui i suoi due colleghi che non sopportano neppure chi canta “Oh Bella ciao!” in un corteo. Tutti e tre vorrebbero radere al suolo piazza Verdi, non capiscono chi occupa case che poi loro devono sgomberare, confondono l’Isis con la cultura araba e considerano i partigiani degli assassini. E così a volte, tra luoghi comuni e poca informazione, sia da una parte che dall’altra, si fa fatica ad intravedere l’umanità dell’altro.

Si scriva

Bologna 27-30 novembre. DIECIeVENTICINQUE, un anno dopo (vedi)

 

Di Diego Ottaviano

Si scriva e magari si dica. Si scriva e magari… il salto del manganello e della routine, quella mediatica, quella che tra corrieri e repubbliche, non basta un immagine, non ne bastano due, ce ne vogliono cento. E allora, chiedete a me lettore, è forse una foto ad informare, o è un’informazione che deve esser fotografata?

Esser giornalista, esser fotografo, esser qualcuno nel sistema che noi, insieme e in un modo o nell’altro, abbiamo creato. Questo sistema, fatto di mediazione, di interpretazioni, di lacrime e sorrisi, di fottuti estremisti di destra, sinistra e centro. Questo agglomerato di regole, di leggi, di ciliegie che in coppia non cascano mai. Questo ammasso di confusione e arcobaleni è pur sempre un pezzo della nostra scarpa, del nostro stivale. E’ la nostra Italia, quella custodita nel calendario del 9 Maggio 1968. Quella che ancora non colpevolizza la prostituzione del tritolo. Difendere lo stivale è giusto, è dovere!

Si scriva, e magari si dica.

Laccio nel passante della celere, distesa di orchidee e austerity. Andiamo di rumore, quello che la sensazione della notizia vive tra la ‘certosità’ di ville in Sardegna, appartamenti bergamaschi, attici romani. Noi andiamo di rumore, ma la notizia? E’ veramente tra quelle strade di vita, piene di rabbia e voglia della ragione?

Noi, costruiamo, di parole e a malincuore, ogni giorno. Noi scaraventiamo il nostro manganello senza fare ricerca scientifica sulla schiena di un sedicenne. Noi scaraventiamo la nostra rabbia, senza molotov e mattoni. Noi ci crediamo! Noi illuminiamo le nostre giornate con il senso del futuro. Un senso, che miei cari, non viene da una moralità istituzionale, ma che la provoca! Perché noi, carissimi i miei politici, cellerini, e ragazzini, noi lottiamo con rispetto! Noi ad una carica, rispondiamo con la musica della giustizia, non della ‘vendetta’. Noi lottiamo rispettando il potere di chi una macchina bruciata, la pagava a rate.  Noi lottiamo per difendere chi in quelle città devastate vuole distendere la propria vita. Noi combattiamo, con il rigore di chi il caschetto blu è uno stipendio per famiglia. Noi combattiamo con il sapere, che il nostro nemico è debole senza violenza. Pane al pane e vino al vino… perché, voi che cercate il rispetto dei vostri diritti e dei vostri doveri, con il suono di una mimica metal, voi siete un po’ come quella sigaretta, che è sempre l’ultima e brucia brucia ma non finisce mai.

Ancora, si scriva ma magari questa volta si dica. Sbagliare è umano, ma violentare il rispetto è reato, che tu sieda a Montecitorio o che tu corra in via Zoccoletti. Amen.

 

Sento e scrivo partecipazione

 

Bologna 27-30 novembre. DIECIeVENTICINQUE, un anno dopo (vedi)

 

Di Laura Pergolizzi

 

Oggi A piazza santo Stefano i ragazzi non hanno paura di parlare al microfono. Siedono a terra, alzano le bandiere, stanno tra di loro, sono presenti, cantano. Partecipano all’assemblea aperta dei coordinamenti delle scuole, fissano nuovi appuntamenti: giovedì 22 si rivedranno per costruire altre mobilitazioni. Partecipano. Alcuni di loro sono disinteressati ma sono comunque li seduti come se non fosse concepibile andar via, partecipano anche loro. E le signore curiose si affacciano dai loro attici della Bologna bene, e ascoltano, ed alcune sono infastidite da questa giornata di irregolare frastuono, ma osservano e senza volerlo, partecipano. Domani sul libretto delle giustificazioni autocertificheranno ‘ ho scioperato perche’… la scuola e’ diventata un impresa, gli studenti dei clienti, la scuola ha smesso di desiderare di conoscere i ragazzi, gli insegnanti sono addestratori. Dobbiamo riprenderci i nostri desideri di ricchezza sociale. Questo sento in Piazza Santo Stefano e questo scrivo perché domani non si dica, come spesso avviene, che c’era poca gente, che i numeri sono stati bassi e che nessuno ha partecipato

Giornalista chi?

“Esiste un numero naturale: 0”.

“La probabilità che una fetta di pane imburrata cada dalla parte del burro, verso il basso, su un tappeto nuovo, è proporzionale al valore di quel tappeto”.

“E= MC2 “.

Assiomi. Certezze. Significati univoci espressi da numeri, formule, teoremi. La scuola di Palo Alto,  California, negli anni ’70, con il testo “Pragmatica della comunicazione umana del 1967” teorizza i cinque paradigmi della comunicazione sostenendo che tutti i comportamenti hanno valenza comunicativa poiché, come afferma Birdwhistell, “L’individuo partecipa ad un sistema globale di interazione”. Maggiori sono gli impulsi a cui si è sottoposti maggiore sarà lo sviluppo del mezzo comunicativo. Pare estremamente interessante, dunque, quanto esso possa diventare malleabile e influenzabile a seconda dell’habitat in cui si cresce. Si pensi per esempio come la dichiarazione del politico “X” possa essere diversamente interpretata da sostenitori e avversari: eppure lo strumento utilizzato è il medesimo per entrambi, la parola. Prendiamo una notizia base: “Roma, 15 Ottobre, scontri fra manifestanti e poliziotti in Piazza San Giovanni”. L’agenzia Ansa batte la notizia: i giornali la interpretano, modificano, sconvolgono. Vediamo come.

La Repubblica

“I black block devastano Roma. Città a ferro e a fuoco. 5 ore di guerriglia. Gli indignati si ribellano ai violenti. Mentre centinaia di migliaia di giovani tentavano di di sfilare pacificamente nella via della capitale poche centinaia di black block in tenuta da guerriglia hanno compiuto violenza e provocato la polizia tentando di forzarne i cordoni”.

Corriere della Sera

“Violenza e paura. Roma ferita. L’assalto dei black block. Roghi, barricate, 100 persone in ospedale. Napolitano: è inammissibile. Berlusconi: individuare i criminali”.

Il Sole 24 ore

“Guerriglia e terrore a Roma . Assalti negozi banche e caserme. In fiamme un blindato 70 feriti, 12 arresti”.

Il fatto quotidiano

“Bande organizzate distruggono il corteo. Cinquecento teppisti e criminali. La protesta di 200000 indignati contro chi toglie ai giovani il futuro finisce nel panico tre gas lacrimogeni e distruzioni. L’allarme c’era ma nessuno si è mosso”.

Il manifesto

“Lettera alla BCE. Una manifestazione oceanica: centinaia di migliaia di indignati sfilano a Roma contro il governo Berlusconi e i diktat europei che tagliano fondi e diritti e fanno pagare la crisi a giovani e lavoratori e non ai ricchi. 75 feriti, 12 arresti. Sfila la vera opposizione”.

L’osservatorio romano

Non c’è accenno alcuno agli scontri fra polizia e manifestanti. In prima pagina i titoli sono: “Per una nuova sintesi armonica tra famiglia e lavoro”, “L’asse franco tedesco alla prova del G20”  “A tripoli si riprende a combattere”.

Libero

“Gli indignati siamo noi. Cocchi di sinistra. Hanno devastato Roma attaccato e ferito le forze dell’ordine cercato il morto. Per i nostri progressisti il loro disagio va capito. Invece è ora di dire basta”.

Il Giornale

“Altro che indignati sono criminali. Roma a ferro e a fuoco per sei ore. Decine di feriti devastazione e incendi questa è la gente coccolata dalla sinistra per Di Pietro&Co. la seconda cocente sconfitta in due giorni”.

Quale parte delle parole è notizia e quale “licenza poetica”? Dal confronto fra i titoli delle varie testate risulta evidente come la linea politica che i direttori impongono riesca a modificare l’occhio con cui si guarda la realtà. Qual è il compito di un buon giornalista? Chi può definirsi tale e secondo quali parametri di giudizio?

CIFRE OSCILLANTI

 

FERITI

 VIOLENTI

Repubblica

70

500

Corriere della sera

100 +

2000

Il Sole 24 ore

70

4000/5000

Il fatto quotidiano

70

500

Il manifesto

75

500

Libero

N.R.

N.R.

IL Giornale

DECINE

N.R.

LE DICHIARAZIONI DEL PRESIDENTE

Napolitano afferma: “Violenza inammissibile” riportate solo da La Repubblica, Il Sole 24 ore e Il Manifesto ma non da Corriere della Sera, Il Fatto, Il Giornale e Libero.

CASO TG1

Il Manifesto, Il Fatto, Il Sole 24 ore affermano: “Il Tg1 non ha consentito la diretta della manifestazione”. Corriere e Repubblica non ne fanno riferimento. Il Giornale ribatte, prendendo le parti di Minzolini: “La Rai ha risposto con una nota in serata: tutte le richieste per le dirette e le edizioni speciali sui fatti legati ai disordini di Roma avanzate dai direttori delle maggiori testate sono state immediatamente autorizzate. Anche il Tg1 intorno alle 18.00 è andato in onda come richiesto”. (Gli scontri sono iniziati alle ore 16.50 ma già alle 16.30 cariche e lacrimogeni si svolgevano in piazza San Clemente.)

LI HANNO FERMATI VERAMENTE?

Libero tuona: “Sono stati lasciati liberi di cercare il morto, di devastare il centro di Roma. Qualcuno li ferma e li fa arrestare. È tardi per distinguere buoni da cattivi”. Il Giornale accenna rapidamente ai manifestanti che non hanno riconosciuto come proprie dello spirito della manifestazione le violenze, cacciando i facinorosi. Repubblica dedica una pagina intera alla piazza che afferma: “Provocatori avete rovinato tutto” e i pacifisti prima della resa consegnano tre incappucciati “vergogna, fuori dal corteo, fermatevi, questo è un corteo pacifico” ma a nulla servono la voce, i fischi, le mani alzate e nude. Così un uomo di 60 anni che prova a difendere i vigili del fuoco viene ferito con una bottiglia dai black block.

CHI SONO I VIOLENTI?

“Altro che indignati sono criminali” Il Giornale.

“Quelli che hanno messo a ferro e fuoco Roma non sono giovani, sono solo criminali e teppisti” Libero.

“Bande organizzate; chiamateli black block, anarco-insurrezionalisti, come vi pare. Le sigle contano veramente poco: si tratta di gente abituata agli scontri organizzata e attrezzata” Il Fatto.

“Centri sociali che accolgono frange eversive o quanto meno gente senza timori di scontrarsi. Impropriamente definiti black block (di quelli veri non ce n’era neanche uno)” Il sole 24 ore

“Gli anarchici coinsurrezionalisti ” Corriere della Sera.

“Poche centinaia di black block in tenuta da guerriglia” La Repubblica.

Un buon giornalista è colui che, secondo l’art. 6 del Codice del giornalismo, riporta notizie di rilevante interesse pubblico o sociale che non contrastano con il rispetto della sfera privata. Deve rispettare, coltivare e difendere il diritto all’informazione di tutti i cittadini, per questo ricerca e diffonde ogni notizia o informazione che ritenga di pubblico interesse, nel rispetto della verità e con la maggiore accuratezza possibile. L’obiettività per il giornalista è come la penna per lo scrittore: indispensabile. Egli non deve né può omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. Ciò è confermato dall’imperativo che i titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie. Possiamo, a tutti gli effetti, affermare che queste regole sono state rispettate quando viene scritto “Bestie in guerra hanno cercato di bruciare vivi i carabinieri. Adesso basta la sinistra non si stacca dai criminali” o quando i numeri cambiano da testata a testata o le dichiarazioni non vengono riportate? Quanto di tutto questo può essere giustificato da esigenze di impaginazione, scelte di privilegiare alcune notizie scartandone altre e quanto da specifiche direttive di tipo politico? E’ pur vero che  i commenti e le opinioni del giornalista appartengono alla libertà di informazione, parola e pensiero costituzionalmente garantita ma non si può chiamare opinione  il completo travisamento di un evento da più parti testimoniabile.

La guerra fra le testate giornalistiche e televisive è sempre più evidente. Emerge giorno dopo giorno davanti agli occhi inermi dei telespettatori incapaci di pretendere e ricevere notizie obiettive, fedeli alla realtà, vere, dovendosi accontentare, ormai, solo del verosimile. Il Tg1 si fregia dei suoi servizi di cronaca bianca mentre accusa Repubblica di fare lo stesso. Per ognuno di essi vale il “chi è senza  peccato scagli la prima pietra”. Mi domando se, in questa guerra all’informazione più libera, a rimetterci non siano, come sempre, i fruitori del servizio, chi è dall’altra parte dello schermo, chi sfoglia i giornali la mattina . Il loro diritto all’informazione verrà sempre più compromesso se non si rispetteranno regole e criteri imposti non solo dai codici ma dal senso comune di una coscienziosa società civile. Siano sempre libere e tutelate le mille e mille idee diverse e contrastanti. E’ nello spirito stesso della democrazia la molteplicità di voci e lo scambio di pensiero, così come la possibilità di scegliere da quale fonte informarsi ma, si noti bene, democrazia non vuol dire fare un uso tendenzioso del mezzo comunicativo. Il fine ultimo non dovrebbe essere quello di avvalorare posizioni politiche attraverso l’uso fazioso della parola ma presentare la realtà oggettivamente lasciando liberi i lettori di crearsi un’idea propria. Se così fosse non ci sarebbe stato il potente sviluppo dei social network visto come unico strumento di informazione condivisibile, alternativo, veramente libero.

Novella Rosania