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Rodotà e la rivoluzione della dignità

rodotà

 

Di Giovanni Modica Scala

 

In occasione della prolusione all’anno accademico 2014-15, l’Alma Mater Studiorum ha invitato a Ravenna il celebre giurista Stefano Rodotà per una lectio magistralis sulla dignità umana.

Dopo i rituali saluti introduttivi e la premiazione degli studenti più meritevoli, in una sala gremita, il professore emerito ha iniziato a parlare del tema attirando l’attenzione dell’eterogeneo uditorio (liceali, studenti universitari, professori, ricercatori) per quasi un’ora e mezza. E lo ha fatto con la consueta chiarezza e linearità che sempre lo hanno contraddistinto, parlando di un vasto ambito quale è la dignità umana nel quale le divagazioni possono rendere il tutto pesante e privo di un filo logico. Ma l’esperienza culturale, professionale ed istituzionale (professore di diritto civile, parlamentare, redattore della Carta dei Diritti dell’Unione Europea, garante per la privacy) hanno permesso a Rodotà di parlarne a 360° senza peccare di eccessiva astrattezza, con un approccio giuridico condito di riferimenti storici, filosofici e politici di alto interesse.

Di qui l’ambizione di riportare il contenuto integrale del discorso, nella speranza di non tediare il lettore.

 

– Excursus storico –

Il percorso è lungo e affonda le radici nell’apologia della dignità umana che dà il titolo alla “Oratio de hominis dignitate”  (1486) di Pico della Mirandola per arrivare ai giorni nostri con la centralità della dignità umana nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE (2000; 2007).

La prima positivizzazione risale alla Costituzione di Weimar del 1919, una delle prime costituzioni cd. “lunghe” (che prevedono, cioé, anche un elenco di diritti fondamentali), dove all’art.151 si riconosce che l’ordinamento della vita economica deve “garantire a tutti un’esistenza degna dell’uomo”.

Tuttavia, l’introduzione vera e propria del concetto va ancorata inevitabilmente all’indomani del secondo conflitto mondiale: molte vite erano state considerate “indegne di essere vissute” (in proposito Rodotà cita Ausmerzen – Vite indegne di essere vissute”, interessantissimo spettacolo di Marco Paolini sull’eugenetica e le politiche naziste di sterminio inaugurate con AktionT4).

Il tema della dignità, precedentemente affidato alla morale e alla religione, diventa così un tema ineludibile per il diritto e si pone come fondamento del costituzionalismo del dopoguerra con il quale venne messo sotto processo anzitutto il modo di guardare alle persone come mere cavie (nel Codice di Norimberga, nato dall’omologo processo contro i medici nazisti, si dice che “il consenso della persona umana è sempre necessario”).

 

– La dignità nel panorama giuridico europeo e internazionale –

Vi sono principalmente due costituzioni – non a caso entrambe di paesi vinti e protagonisti di palesi negazioni dei diritti – che segnano una rottura con il passato.

La Legge fondamentale tedesca si apre, all’art.1, con l’affermazione che “la dignità umana è intoccabile”.

La Costituzione italiana, sebbene non contenga un riferimento esplicito e diretto in apertura, parla di dignità in diversi articoli: art. 3 (“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”); art. 32 (“…la legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”); art.36 (diritto alla retribuzione “in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”); art. 41 (l’iniziativa economica privata “non può svolgersi (…) in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”).

Nella nostra Carta Fondamentale c’è un limite esplicito, contenuto nell’art.32, che lo stesso legislatore si dà. Un’autolimitazione che non ha eguali a livello comparato (nella Grundgesetz tedesca per la tutela della dignità si rinvia semplicemente ai poteri statali).

In questo senso la Costituzione italiana anticipa i principi della Dichiarazione dei diritti universali dell’ONU del 1948 (“tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”), che segna un determinante passo avanti rispetto alla post-rivoluzionaria Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 (“gli uomini nascono e rimangono liberi ed eguali nei diritti”).

La triade rivoluzionaria, composta da libertà, eguaglianza e solidarietà, diventa inscindibile e viene integrata dalla rivoluzione della dignità.

Un altro passo in avanti viene compiuto nel 2000, quando entra in vigore (Rodotà ne è uno dei redattori) la Carta dei diritti fondamentali dell’UE, che nel 2007 ha assunto pari valore giuridico dei Trattati: vengono riprese le parole della costituzione tedesca (rispetto alla quale, però, cade il riferimento ai poteri statali) e si fa riferimento al riconoscimento e tutela della diversità (artt. 20 e 21) come valore fondativo dell’eguaglianza.

 

– Culture ostili al riconoscimento della dignità quale valore fondamentale –

La Francia è stata a lungo diffidente nei confronti della dignità umana, ritenendola un concetto vago e indefinito.

Ancor più forte è stata la resistenza statunitense: un libro di recente pubblicazione, “Dall’onore nazista alla dignità della persona”, individua nella dignità imposta un attentato alla libertà. Uno spirito polemico privo di spessore storico in quanto la dignità rappresenta, per contro, il rifiuto di un’imposizione dall’alto, nell’accezione di uno strumento per una libera costruzione della personalità.

 

– Dignità e autodeterminazione –

Come già accennato, l’art.32 della Costituzione italiana rappresenta un’autolimitazione del legislatore, che in nessun caso potrà violare “i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. La pietra miliare in tema di libertà personale è rappresentata indubbiamente dalla Magna Charta Libertatum concessa nel 1215 da Giovanni Senza Terra nella quale si garantisce il principio dell’habeas corpus, sebbene ad esclusiva tutela dei ceti sociali più altolocati.

A proposito dell’intreccio tra dignità e autodeterminazione, non può mancare il riferimento a temi bioetici di stretta attualità.

Uno su tutti, l’eutanasia, con la citazione del celebre caso Englaro e la contestuale decisione della corte costituzionale che nel 2008 enunciò il diritto all’autodeterminazione (enucleato dalla combinazione di diritto alla salute e diritto al consenso informato).

Fondamentale è anche la possibilità di scegliere con riguardo al momento della nascita, nonché di disporre liberamente del proprio corpo, oggi variamente modificabile e controllabile con mezzi tecnologici all’avanguardia che aprono le vie al cd post-umano (temi trattati ampiamente nelle opere distopiche di Orwell e Huxley).

In questo senso, la dignità si coniuga come diritto di scelta in tutto l’arco della vita.

La dignità si coniuga anche con la libera costruzione dell’identità: in proposito, significativo è il recente caso Google, riguardo al quale la Corte di Giustizia dell’UE ha enunciato il diritto all’oblio (omettendo, quindi, dai risultati di ricerca, notizie attinenti alla vita privata che non abbiano attinenza con un interesse pubblico).

Un accenno al lavoro e al suo “valore dignitario” non poteva mancare, considerando il contesto politico: in proposito si cita nuovamente l’art.36 Cost. e lo Statuto dei Lavoratori, contenente “disposizioni a tutela dei diritti e delle dignità dei lavoratori”.

 

– La dignità ferita –

La visione ottimistica che può scaturire dalla lettura dei testi normativi contemporanei non trova sempre riscontro nella realtà.

Il panorama europeo testimonia che la politica, sempre più frequentemente, deve fare i conti con la prepotenza dell’economico. In questo senso, l’Europa non è rappresentata esclusivamente dal rigore dell’austerità economica, ma anche dal suo organo di garanzia che è la Corte di Giustizia. Gli imperativi dell’economia sono compatibili finché non minano, comprimendola, la dignità umana (sul tema si sono rivelate quasi rivoluzionarie, di recente, le corti costituzionali brasiliana e sudamericana)

Quando assistiamo inerti alle immagini di truculenti sgozzamenti, di drammatici e continui naufragi, di guerre civili, ci troviamo di fronte alla cd. “dignità ferita” di cui parla Eugenio Bornia.

Questo tema non deve, tuttavia, essere allontanato con indifferenza e impotenza, perché ci riguarda spesso da vicino nella nostra quotidianità.

La dignità ferita può essere curata se c’è un contesto culturale adeguato: in tal senso, è inutile nascondere che la nostra società non è immune da razzismo, sessismo, criminalità organizzata.

In tema di multiculturalismo, ad esempio, saremmo in grado di fare un passo avanti rispetto alla tolleranza per riuscire ad amare il “diverso”?

 

Di fronte ai diritti fondamentali, non possiamo avere un approccio mite.

E come singoli cittadini, e come istituzioni, dobbiamo essere in grado di creare il contesto all’interno del quale dignità e libertà possano essere rispettate, considerando queste come valori guida per il futuro che è già il nostro presente.

Ponti di parole, per la legalità

regione

 

Di Valeria Grimaldi

 

Seduta davanti alla scrivania, computer davanti, foglio word bianco.

Ho sete, sento la gola secca…mi sembra di non trovare le parole.

Ecco, parole.

 

Forse è questo il filo conduttore più giusto per descrivere la terza giornata di formazione del progetto “conCittadini” della Regione Emilia-Romagna, svoltosi ieri mattina in Viale Aldo Moro. Il tema era la “Legalità”, e sono stati chiamati ad illustrare e a sviscerare questo grande contenitore, il piccolo (ma molto più grande) contenitore di Caracò Editore. Alessandro Gallo, Maria Cristina Sarò, Alessandro Pecoraro, soci fondatori dell’associazione/casa editrice; Giulia Di Girolamo, della Rete No Name, e il nostro Salvo Ognibene di Dieci e Venticinque. Tutte queste realtà, non solo geografiche, ma di esperienze diverse sul territorio, contemporaneamente all’aver formato la rete di associazioni antimafia in Emilia-Romagna, si sono messi insieme, ormai da anni, per realizzare progetti di legalità nelle scuole.

Ad introdurre la giornata, il dirigente della Regione E-r Alessandro Criserà: si racconta, dicendo di essere di Reggio Calabria, e che quando faceva il cronista era palpabile la percezione che, nonostanti i morti per le strade, per la cittadinanza non erano affari loro. Un’indifferenza generale, che ritornerà spesso durante la giornata, e un radicamento sul territorio che ormai si è trasferito anche qui, nel ricco e benestante Nord.

 

Radicamento: la prima parola. E’ da questo concetto che comincia a parlare Alessandro Gallo, non prima di aver spiegato l’attività di Caracò e, soprattutto, cos’è un libro: “Libro inteso come arma per difenderci e attaccare” dice. Si potrebbe dire che anche il libro è una forma di radicamento: il radicamento, ormai accertato, delle mafie al nord; e il radicamento della cultura, semplici parole con spefici significati, che reagiscono e sono molto più forti della violenza, della morte, degli spari. Si parla di radicamento delle mafie al Nord, (tutte quelle italiane e sette di quelle straniere), e non di semplice inflitrazione, perché sul territorio puoi benissimo trovarti il boss che parla con l’accento emiliano o con quello romagnolo. E’ per questo che, nei loro progetti con i ragazzi, la prima cosa che fanno è raccontare storie: seconda parola chiave. Guardare cosa c’è intorno a noi, prendere spunto da questa realtà così vicina e palpabile, e da lì creare dei ponti, della e per la legalità. “Le storie sono il nostro credo quotidiano”, dice sempre Alessandro.

 

La parola passa a Giulia, che spiega nei dettagli il lavoro con i ragazzi sin dai primi passi. E anche qui, per rendere più afferrabile il concetto, loro non si siedono alla cattedra come dei normali professori e spiegano una lezione. Loro arrivano, e disegnano sulla lavagna due figure: una piramide e un albero. Queste due figure servono per spiegare in maniera semplice e diretta la struttura delle principali organizzazioni criminali.

La piramide rispecchia le mafie come cosa nostra e camorra: qui si parla di “famiglie allargate”, quelle dei picciotti, degli affiliati, oltre che dei parenti; e si crea un pararrelo con la piramide del nostro Stato, la cui base è composta da cittadini, cioè tutti noi.

L’albero, invece, rispecchia una mafia come la ‘ndrangheta: qui non ci sono famiglie allargate, ma “famiglie di sangue”. Gli appartenenti alla ‘ndrangheta sono per la maggior parte intere famiglie, con tradizioni centenarie, che si tramandano di figlio in figlio il “culto” (se così vogliamo definirlo) della ‘ndrangheta; questo spiega la scarsità dei collaboratori di giustizia all’interno delle famiglie ‘ndranghetiste, perché decidere di collaborare significa andare contro il tuo stesso sangue, il luogo in cui sei nato, tradire le persone a te più care.

“Il confine geografico si spezza quando si parla di mafia”, dice Giulia: è così che spiega il passaggio, fondamentale, dalle mafie storiche, alle mafie al Nord. Per fare questo, nei ragazzi si stimola la curiosità: altra parola chiave. Mettergli davanti un episodio, una storia appunto, e da lì incentivare la riflessione, gli spunti, per poi spiegare i dati delle relazioni DIA, le carte processuali, intercettazioni e quant’altro. Creare passaparola: rendere i ragazzi consapevoli delle informazioni che gli si danno, per rompere così il silenzio sul tema.

 

Alessandro è il terzo a parlare: ed in qualche modo riprende il concetto della curiosità di cui parlava Giulia. Esce da sotto il tavolo una bottiglia di passata di pomodoro: e racconta che una delle prime cose che fanno è chiedere ai ragazzi “Qual è la relazione che lega questa bottiglia con la mafia?”. I ragazzi sono straniti, e curiosi. Alessandro allora fa vedere, tramite un linguaggio ormai diffuso e conosciuto dai ragazzi, quello del web, qual è questo legame: cerca su google maps la mappa della “Terra dei Fuochi”, gli incendi tossici che impestano le terre campane e fanno morire la gente di tumore. Accanto ai luoghi dove si bruciano i rifiuti, ci sono campi sterminati di coltivazioni. Eccolo il collegamento, reale, che ti coinvolge, e infatti la prima reazione è dire che c’è uno Stato complice, che lo Stato è mafia. “Ma lo Stato è anche Falcone e Borsellino” dice Alessandro: sicuramente c’è una parte di questo completamente indifferente e spesso colluso con le attività della criminalità organizzata. Un esempio è quello della Terra dei Fuochi: una storia che va avanti da più di vent’anni, storie (e scrivo volutamente storie e non notizie) che nonostante tali sono rimbalzate sulle prime pagine di tutti i giornali solo ultimamente perché un pentito, Carmine Schiavone, ha parlato, è andato in tv a raccontare quello che tutti, in quelle terre sapevano, perché l’hanno vissuto sulla propria pelle. “Può mai essere che sia un pentito ad aprire le coscienze?” (altra parola chiave). Di fronte a storie come queste, quando c’è gente che le racconta da anni, a dare credito, a dare visibilità, sono gli stessi che quei rifiuti e quelle migliaia di morti le hanno provocate. “Prima o poi anche qui, in Emilia-Romagna, arriverà un pentito bolognese”.

 

Ultimo a parlare della fase “giornalistica” e di lavoro sulle carte, è Salvo. Traccia un quadro della condizione in cui si trova la regione, e di come, nonostante le grandi forze interne, gli scambi culturali, le tante diversità presenti, non sia ancora riuscita efficacemente a fare muso duro contro la criminalità organizzata presente sul territorio. “Nell’ultima relazione della DIA, si riscontra come sulle 160 intimidazioni totali di tutta Italia in un anno, la regione emilia-romagna, come numero, batta addirittura la Sicilia: 9 intimidazioni, contro le 6 siciliane”. Altro paradosso: la regione è ai primi posti nelle classifiche per la minore disoccupazione; ma al tempo stesso è la prima per il lavoro in nero e la seconda per il lavoro irregolare (enormi pozzi dove le mafie attingono grande economia e potere di influenzare il territorio). A livello legislativo sono state emanate leggi importantissime, all’avanguardia rispetto ai canoni nazionali: ma quello che ancora risulta difficile sqarciare, è quel velo “grigio” composto dalla cittadinanza attiva che a fatica, anche perché non abituata ad avere gli strumenti adatti, non riesce a riconoscere la mafia, nonostante la presenza di tantissime associazioni antimafia che legano, con un filo rosso, da Rimini a Piacenza.

“Se penso a Bologna, non posso che pensare alla resistenza” (altra parola chiave), dice Salvo: “Bologna si è praticamente liberata da sola dai tedeschi e dai fascisti!” …adesso, quella resistenza, dov’è finita?

 

Il microfono passa al pubblico. La maggior parte sono insegnanti provenienti da tutta la regione: Cento, Modena, Vignola, Ravenna, Bologna, che ringraziano, raccontano di loro progetti simili, e si dimostrano disponibili a dare e a ricevere qualcosa; creano rete insomma. L’ultima domanda è quella che forse molti si sono fatti: “Ascoltando i vostri interventi, provo un senso di rabbia: per voi, dopo tutte le vostre esperienze, questa rabbia, impotenza, c’è ancora?”

 

“Io lo faccio per l’emozione, non c’è rabbia”, risponde Maria Cristina. “Forse l’emozione è una declinazione della rabbia…”, e comincia a spiegare la parte teatrale, quella sul palcoscenico con i ragazzi, del corpo, delle voci. Anche qui viene in aiuto una figura: la ragnatela. E’ questa figura ad essere utilizzata per avvicinare i ragazzi al teatro; si parte da testi, da storie, per diventare consapevoli, diventare testimoni. Un lavoro continuo di scambio che “è sempre una somma, e mai una sottrazione”, creando un esercito di ragazzi armati di parole, voci e teatro. Un’educazione tra pari: dare la possibilità agli stessi ragazzi, con le informazioni e le storie che gli vengono proposte, di rispondere ad altri ragazzi come loro. Un impegno: “il diritto di poter decidere di essere adulti domani”. Parlando di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa dalla camorra, racconta che chi interpreta questa storia, ha un palloncino rosso in mano. E questo palloncino “non può essere un corpo orizzontale, ma deve essere una memoria verticale”.

E infine, il binomio, indissolubile, praticamente complementare, fra teatro e vita: “qualora non avessimo sconfitto niente”, dice Maria Cristina, “almeno avremo dato a questi ragazzi una risposta“.

E’ proprio ai ragazzi, che infine, viene data l’ultima parola: Daniela, Giorgia e Gennaro. Leggono un paio di passi tratti dai due spettacoli “Mafia stop..pop!” e “La giusta parte”: traffico di droga, racket e usura gli argomenti; e poi il rap in francese, dove si canta per avere un esercito di giovani pop.

 

“Come convertire la rabbia di cui parlavamo prima: l’impegno, scegliere di stare dalla giusta parte”, dice la professoressa Loreta dell’Istituto Salvemini che ha visto i ragazzi coinvolti nei progetti. “I ragazzi hanno bisogno della forza della testimonianza“: è da questa che parte la consapevolezza, la voglia di continuare questo percorso, all’interno delle mura della scuola; una scuola che non serve solo per prendere voti alti, ma una scuola dove imparare la vita, a servire gli altri.

 

Mentre ieri mattina prendevo appunti e ascoltavo i discorsi, mi segnavo anche parole, magari non dette, ma che io ho ascoltato lo stesso: come a creare dei ponti di parole, dalle parole dette e quindi a noi trasmesse, al richiamo di altre che ci rimbombano dentro. Scelta, equità, verità, memoria, responsabilità, passione, umanità, speranza. Formazione e (in)formazione: informare per formare, sostanzialmente.

Ma due solo le ultime parole che possono racchiudere questa giornata: la prima è sorriso. Non solo il sorriso alle battute in napoletano di Alessandro, o alla poesia delle parole di Maria Cristina; ma io alla fine, guardavo Gennaro che rappava il suo testo, in lingua francese, e sorridevo. Non capivo una parola di quello che stava dicendo, potevo forse intuirla, ma in ogni caso, ho sorriso tutto il tempo. Come spezzare anche i confini linguistici quando si parla, e si vuole sconfiggere la mafia.

 

La seconda l’ho già usata, e so che l’avete persa di vista (lettori distratti!)…

 

…la parola è Caracò.

Ma vabbè, per questa, non c’è bisogno di usarne altre.

TeleJato…Junior

Pippo Fava diceva<<A che serve vivere se non si ha il coraggio di lottare?>>

Nel 1999 la piccola emittente di Partinico, TELEJATO, passa alla famiglia Maniaci che proprio con questo spirito ha iniziato a scrivere alcune tra le più importanti pagine del giornalismo siciliano e nazionale. La figura di Pino Maniaci è diventata con il tempo simbolo di una libertà fuori dagli schemi, quella che da fastidio al potere, che esso sia criminale ed oscuro ma anche statale e quindi alla luce del sole. L’esperienza della piccola televisione ha spinto non solo altri giornali ma addirittura le istituzioni prima cittadine e poi, via via, sempre più importanti a rendere conto del loro operato. Insomma Telejato è stata nei suoi primi 13 anni di vita la spina nel fianco di coloro i quali pensavano di lucrare sopra la testa della gente, e il punto di riferimento delle speranze di coloro i quali credono che possa esserci una Sicilia diversa, un’Italia migliore. Con il passaggio al digitale, nel quale molti pseudo-giornalisti vedevano la fine di Pino Maniaci, si è aperta invece una nuova ed intensa avventura: Telejunior, il canale dei giovani giornalisti che sulla scia dell’operato del direttore si spendono per le giuste battaglie, cavalcando il territorio, non fermandosi alle verità che fanno comodo. Tutto questo ha un numero, quello del canale televisivo su cui è trasmesso, il 274, dove non si è semplici porgitori di microfoni, complici delle mezze verità e delle grandi bugie, dove la parola verità vale ancor più di quella di sacrificio. D’altronde il mestiere di giornalista con la G maiuscola deve essere principalmente una missione. Ma perché una missione? Perché un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità, impone ai politici il buon governo. Un giornalista incapace invece, per vigliaccheria o per calcolo, si porta sulla coscienza tutti i dolori umani che avrebbe potuto evitare e le sofferenze, sopraffazioni, le corruzioni e le violenze che non è mai stato capace di combattere, così avrebbe detto Pippo Fava. Questo è quello che a Telejunior si insegna, perché fermarsi alla verità giudiziaria non è sufficiente, la stampa deve, per essere incisiva, andare, denunciare le connivenze, le collusioni ed il malaffare anche quando questo ancora non è reato. Il giornalista deve imporre agli uomini pubblici non solo l’onestà di fondo ma anche la coerenza. La rivoluzione si fa con la gente in piazza, il cambiamento avviene con la matita, e solo la giusta informazione indirizza <<bene>> questa matita. Telejunior è tutto questo ma non solo. La programmazione è fondata sulle inchieste e sugli approfondimenti, sugli speciali e sui programmi di cultura, insomma tutto quello che serve, dai documentari alle interviste, e perfino la presentazione di libri, per affrontare, preparati, le spire del malaffare. Tutto fatto dai giovani, con l’intento di farli diventare, alla maniera di Giancarlo Siani, giornalisti giornalisti, e non impiegati. Questo serve non solo ai giovani, ma a tutti, perché la verità non è proprietà esclusiva di pochi. Infatti tutti con il proprio impegno, finanche con le offerte, possono aderire e partecipare a questo laboratorio dell’artigianato giornalistico. Inoltre, in considerazione della legge che sancisce un percorso per arrivare all’assegnazione del tesserino, l’ordine dei giornalisti riconosce un attestato a coloro i quali partecipano e collaborano con la redazione, per di più uno stage più lungo può portare al versamento dei contributi ed alla possibilità di prendere il <<famigerato>> tesserino. Questa fà rete con <<i siciliani giovani>> di Riccardo Orioles ,<<Radio Siani>> e tutte quelle piccole realtà che nascono sull’onda della ricerca di verità. Del resto già Telejato ha dato la giusta spinta per la nascita di realtà prima impensabili come il tg fatto da due giovanissimi di Trappeto, che viene trasmesso, e dell’associazione la nuova primavera di Sciacca, che si è già avvicinata al progetto telejunior. Ancora le realtà che intenderanno conoscere verranno vagliate per la trasmissione, ed il materiale di maggiore interesse viene inserito in un sito web, strumento considerato il futuro, al fine di superare le barriere geografiche. A telejunior chiunque voglia fare il giornalista deve ricordarsi che il proprio padrone è uno solo: il telespettatore, e che il giornalista è il cane da guardia della democrazia.

Livorno,consegnato a Riccardo Orioles il premio Nesi

Di Michela Mancini (libera informazione)

Guardando l’aula gremita, Riccardo Orioles,  si rivolge agli studenti: «Lo Stato siete soprattutto voi, per questo sono contento di essere qui. La mafia quando vuole colpire lo Stato, colpisce le scuole. Ricordo un liceo di Locri, un posto abbandonato da dio, poverissimo. Ricordo quei professori così fieri dei loro ragazzi che mi mostravano la ricerca sulla Magna Graecia, e la loro espressione contenta. Quella è l’Italia.  Voi, dovete avere fiducia in voi stessi, perché qualcosa da dire ce l’avrete sempre».

Ieri a Livorno è stato consegnato al giornalista Riccardo Orioles il premio Nesi, alla sua seconda edizione. Il premio, istituito dall’omonima associazione, è dedicato alla memoria di Alfredo Nesi, il sacerdote toscano morto nel 2003 che ha dedicato la sua vita alla cura e alla formazione dei giovani .  Lo scorso anno,  è stato assegnato a Suor Carolina Iavazzo, tenace educatrice a fianco di don Pino Puglisi nella Palermo delle stragi.

Uomini e donne che formano coscienze, instancabilmente; che regalano ai giovani strumenti per tutelare il loro straordinario status di essere umani.  Questo è il premio Nesi.

Riccardo Orioles, parlando ai giovani studenti livornesi, ieri mattina, ha ribadito il senso della sua candidatura. Le parole del giornalista siciliano, non sono mai troppe, mai retoriche, sempre attente a chi le ascolta.  Gli studenti non si sentono lontani da lui, lo pensano come uno di loro. Riccardo non rappresenta il mondo degli adulti, quello abbottonato in giacca e cravatta: è piuttosto un ponte, tra le ambizioni dei giovani ad essere menti pensanti e la realtà da raccontare.

«Orioles è riuscito a coniugare coraggiosamente le sue indiscusse doti di professionista dell’informazione con un ostinato impegno antimafia che mai ha conosciuto interruzioni, tentennamenti o compromessi, sperimentando, per questo, pesanti minacce fino all’isolamento dai media ufficiali. [… ] Dalla metà degli anni 80 ha infatti associato al suo lavoro di giornalista una costante opera di formazione di nuove generazioni di giovani cronisti ai valori di un’informazione responsabile, consapevole cioè del suo peso determinante per l’emancipazione della violenza mafiosa, o viceversa, se corrotta, per la conservazione dello stesso sistema criminale di cui finisce per essere parte ».  Solo alcune delle motivazioni che spiegano perché fra tanti candidati, sia stato scelto proprio lui , Riccardo.

Roberto Rossi, redattore di Azione Non Violenta e collaboratore di Ossigeno per l’informazione (osservatorio per i cornisti minacciati), sottolineava ieri, come questo premio – consegnato appunto in una scuola, luogo che dopo i fatti di Brindisi, acquista un significato più profondo –  venga consegnato ad Orioles direttamente dalle mani della società civile. «Ogni cittadino deve essere informato, è un diritto sancito dalla nostra Costituzione. Con questo premio, riconosciamo il valore che l’informazione ha per la nostra democrazia. Don Diana affermava: “Per amore del mio popolo non tacerò”.  È stato ucciso per questo, e tanti come lui.  Riccardo, in quanto giornalista, usa la parola, non tace e lo fa in terra di mafia, dove è il silenzio a comandare. Attraverso il governo violento del territorio, le mafie decidono delle possibilità democratiche del territorio stesso.  La criminalità organizzata limita la libertà dei cittadini e quindi la possibilità di essere degli essere umani, resi tali dalla possibilità di agire liberamente.   Riccardo mi ha insegnato questi valori, io posso considerarmi un suo allievo: un giornalista in Sicilia o è antimafia o non lo è».  Ad accompagnare il giornalista siciliano anche un altro dei suoi giovani allievi, Salvatore Ognibene, redattore non solo dei Siciliani Giovani, ma soprattutto responsabile di Dieci e Venticinque, testata on line, nata proprio sotto la spinta di Riccardo Orioles. Dieci e Venticinque nasce e opera nel territorio bolognese, pur occupandosi anche di temi nazionali. Questo la dice lunga. Non ci sono luoghi immuni dal contagio mafioso. Creare dei presidi di antimafia in tutta Italia, ci spiega Salvo, è l’obiettivo dei Siciliani Giovani, il grande insegnamento di Riccardo: fare rete.

Nel corso della premiazione al liceo Enriques di Livorno, l’immagine di una nazione interamente assediata dalle mafie, comincia a delinearsi. Gli studenti di Livorno – ammettono –  della criminalità organizzata, ne sanno poco. Quello che hanno imparato lo devono a dei corsi tenuti dai volontari di Libera. Eppure continuano a sentire il fenomeno mafioso come una cosa lontana, estranea allo loro quotidianità. «Ne vorremmo sapere di più, anche per riconoscere il pericolo nel nostro territorio», afferma una ragazza  di non più di diciassette anni. La fame di informazione fa ben sperare.

La sorpresa arriva al termine della cerimonia. Scopriamo, con gioia e stupore, che il 23 maggio, per ricordare la strage di Capaci, ma soprattutto per dimostrare solidarietà ai ragazzi di Brindisi, gli studenti di Livorno hanno, da soli, organizzato una fiaccolata. Sono stati loro, dal basso, senza che nessun professore glielo suggerisse. Uno degli studenti  ha telefonato a Libera Livorno per dare inizio ad una mobilitazione. «Se fosse successo ad uno di noi?» Si domandava  e da quella domanda è nato il corteo delle 7 scuole, che sostituiva il normale precorso delle 7 chiese. La scuola, fucina di libertà, la scuola che affronta a testa alta chi vuole zittirla. Così a Livorno si comincia a parlare di campi confiscati alle mafie: alcuni studenti andranno a fare un campo scuola nei territori sottratti alle mafie.

La sorpresa che la mattinata di ieri ci ha fatto Livorno è proprio questa: credevamo di assistere alla premiazione di Riccardo Orioles per il suo impegno del formare le coscienze,  e invece abbiamo avuto la percezione che qualcosa nella coscienza di questi giovani, piccoli italiani sta nascendo. Qualcosa di estremamente bello. Occhi svegli e vigili. Questo è già sufficiente.  Ora il premio dato a Riccardo ha molto più senso.

 

Articolo collegato: A Riccardo Orioles il premio Nesi 2012