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Numero 24 agosto 2014

Collaboratore non è sinonimo di “pentito”. Ognuno di loro è mosso da un motivo diverso che li porta a collaborare con la giustizia. I soldi, la protezione, o forse un riscatto per il male fatto. Spesso considerati dei delatori, che poi è il peccato di Giuda (e il paragone, non nostro, è tristemente infelice), sono da sempre osteggiati e criticati dalla pubblica opinione e da molti addetti ai lavori. Eppure costituiscono un pilastro fondamentale della lotta alla mafia. In questo paese, e non solo. Forse basterebbe proteggerli maggiormente, seriamente, in base alla storia e alle verità riscontrate e non trattarli tutti allo stesso modo.

Cutrò ha detto basta: lo Stato dov’è?

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Di Antonio Cormaci

 

Ignazio Cutrò ha deciso di arrendersi, spogliandosi della corazza di statura morale ed integrità che lo ha protetto, in questi anni, dalla paura e dalla vergogna, lasciando spazio solo a tanta ammirazione “Ha vinto la mafia”, è l’urlo che spezza il silenzio di una storia lasciata fuori dalle cronache che contano. Una storia la  cui fine sembrava già scritta, come l’ultimo atto di un copione che tutti siamo abituati a leggere, un copione che, al di là del dolore e della rassegnazione di intere famiglie che vedono i loro progetti evaporare, ci narra la sconfitta delle istituzioni. La sconfitta dello Stato, vittima e carnefice. Lo Stato che prende la mano per non restituire il braccio intero.

Tutto inizia, come queste storie ci insegnano ogni giorno, con le vicissitudini familiari, con la consapevolezza di non poter dare un futuro ai propri figli, oltre che a se stessi. Tutto comincia quando ti vedi con le spalle al muro, quando attorno a te c’è solo la terra bruciata di chi, per paura o peggio ancora per scelta oculata, decide di abbandonarti, di non darti fiducia, come se appartenere al mondo della legalità e della giustizia fosse una colpa, in questo Paese.  Questo è quello che è accaduto ad Ignazio ed alla sua famiglia. Ignazio Cutrò, un simbolo della sofferenza cagionata dalla mafia, ma anche della lotta viva e coraggiosa. Un simbolo – lui che è Presidente dell’Associazione Nazionale dei testimoni di Giustizia – di chi ha deciso di opporsi ma anche di chi, quotidianamente, deve fare i conti con le conseguenze che certe scelte sortiscono. Ma anche lui ha dovuto gettare le armi. “Mollo tutto e vendo ciò che rimane della mia azienda”. Un’affermazione che si commenta da sola. Ma qual è la storia di Ignazio?

La storia di quest’uomo è di quelle che andrebbero raccontate ogni giorno. Ignazio è  un imprenditore che ha deciso, nel lontano ottobre del 1999, di denunciare per la prima volta i suoi estorsori, in seguito all’incendio doloso di una pala elettrica, dotazione della sua azienda edile. Da allora, inizia il calvario che tanti come lui sono costretti a subire ogni giorno. Fino al 2006 è un susseguirsi di minacce ed atti intimidatori, scaturiti dalla sua volontà di voler dire basta alle pretese del racket mafioso. Nello stesso 2006 la scelta, coraggiosa, di diventare testimone di giustizia, scelta di cui, nonostante le difficoltà, andrà sempre fiero.

Le difficoltà iniziano proprio da qui. La collaborazione con la Magistratura, che consente comunque la condanna dei tre fratelli Panepinto, costa all’imprenditore la sua stessa attività ed un sicuro profitto. La sua azienda edile non riceve commesse per alcun tipo di lavoro e la mancanza di denaro comincia ad essere stringente. Le banche non concedono credito e l’impresa comincia a perdere colpi. Nessuno vuol avere a che fare con chi dice no al compromesso mafioso. Ma nel 2012 una buona notizia: il Consorzio autostrade siciliane commissiona all’imprenditore di Bivona alcuni lavori di manutenzione sulla Palermo – Messina.  È l’ultimo acuto di uno Stato quasi assente, di uno Stato che si congeda con un provvedimento, dell’agosto 2013, che consente ai testimoni di giustizia di poter entrare nelle pubbliche amministrazioni.

Ma l’obiettivo era salvaguardare la sua azienda, il suo lavoro. Non ce l’ha fatta, perché la documentazione amministrativa in suo possesso non è comunque idonea per partecipare alle gare pubbliche. Insomma, un disastro. È per questo motivo che Cutrò ha deciso di arrendersi.  Eppure egli avrebbe potuto scegliere una strada più comoda; avrebbe potuto trasferirsi in un altro posto, con un’altra identità segreta, vivendo del vitalizio che lo Stato gli avrebbe concesso, in un’oasi felice lontana dai problemi siciliani. Eppure non lo ha fatto.  Perché? Per coraggio, responsabilità, dedizione.  “Ho scelto di continuare a lottare, per dare una testimonianza concreta di come sia possibile combattere la mafia. Avevo torto. Ero convinto che lo stato mi avrebbe aiutato.”

Sono parole magnifiche, epiche ma allo stesso tempo intrise di tragicità. Avere dei simboli come Cutrò che, al pari delle varie istituzioni e forze di polizia che hanno dato la vita, sono esempi viventi  di antimafia comporta una grande responsabilità: la loro protezione e il dar loro la possibilità di avere un’unica scelta, la lotta e non la fuga. Parliamo sempre di esseri umani, con le loro vite, sogni e debolezze.

Da sperare è che quella di Cutrò, oltre che un’ammissione di resa, sia anche una velata richiesta di aiuto che possa usufruire della risonanza mediata del nuovo Governo insediato. Che questo sappia accogliere le istanze di una categoria che subisce le più becere mancanze di una politica assenteista.

Abbiamo le prove, ma non lo sappiamo: è stato la mafia?

Politica, stragi, mafie e antimafia: storia italiana degli ultimi vent’anni a teatro.

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di Irene Astorri

“Io so ma non ho le prove” scriveva Pier Paolo Pasolini negli anni settanta riguardo alle bombe che insanguinarono l’Italia. “Noi, invece, abbiamo le prove ma non sappiamo. Non abbiamo bisogno di processi che stabiliscano se effettivamente la Trattativa Stato-Mafia è stata presunta o reale. Sono gli autori della stessa che, parlandone, usano quella parola. Abbiamo le prove dei fatti ma non sappiamo, perché chi dovrebbe farci sapere continua a confondere le acque.” Ci sono quindi due modi per raccontare la trattativa: quello utilizzato dalla stragrande maggioranza dei media che la definiscono presunta, oppure quello che scaturisce dalle sentenze dove gli stessi protagonisti ne parlano apertamente.

È Stato la Mafia. No, non è un errore. È il titolo dell’ultimo spettacolo del giornalista Marco Travaglio, spettacolo che ha già girato in tutta Italia nel 2013 e che si sta ripetendo nel 2014. Stato e Mafia: due parole che, se accostate, dovrebbero far accapponare la pelle. Invece, in quasi tre ore, viene ripercorsa tutta la storia recente italiana, dagli anni novanta fino ad oggi, con episodi noti e meno noti. Si parte con la carrellata dei processi che hanno coinvolto Silvio Berlusconi, fino alla recente condanna in via definitiva per frode fiscale. E poi è storia: il novantadue, le stragi che hanno colpito l’Italia, in modo particolare quelle di Capaci e Via d’Amelio; i processi, i segreti e i ricatti, il crollo della Prima Repubblica sotto Mani Pulite, la nascita e la (presunta?) fine della Seconda. Particolare rilievo viene dato alle intercettazioni delle telefonate tra il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e l’ex ministro Mancino, il cui significato viene meticolosamente analizzato sul palco. E se prima si poteva pensare che Mafia e Stato fossero due entità separate, questa idea, al termine dello spettacolo, crolla.

Politica, stragi, mafia, storia, scritti e monologhi di uomini di cultura si intrecciano. Vengono citati Gaber, Pasolini, Pertini, Calamandrei e Flaiano. Testi scritti decine di anni fa ma che, riletti sul palco da Valentina Lodovini e intervallati dalle musiche di Valentino Corvino, risuonano ancora odierni, attualissimi. Parole sulla buona e sulla cattiva politica, sulle buone e sulle cattive abitudini degli italiani. Parole sul malaffare, sui compromessi, ma anche sull’intenzione di non volersi piegare a questi compromessi.

L’amarezza e l’indignazione, al termine dello spettacolo, risuonano in tutto il teatro. Tuttavia è presente anche una nota di speranza, la stessa delle parole di Gaber. “Secondo me gli italiani e l’Italia hanno sempre avuto un rapporto conflittuale. La colpa non è certo degli italiani, ma dell’Italia che ha sempre avuto dei governi con uomini incapaci, deboli, arroganti, opportunisti, troppo spesso ladri, e in passato a volte addirittura assassini. Eppure gli italiani, non si sa con quale miracolo, sono riusciti a rendere questo paese accettabile, vivibile, addirittura allegro. Complimenti!”.

Agli albori dell’antimafia: la strage di Ciaculli

Di Valeria Grimaldi

 

Un’auto, del tritolo, un’esplosione.

 

Un’equazione che oggi nel 2013 risulta facile da risolvere, perché vista fin troppe volte.

Ma esattamente 50 anni fa, il 30 giugno 1963, era impensabile, o quantomeno imprevedibile, che la mafia potesse usare mezzi così efferati e sofisticati non solo per imporre il suo dominio in terra siciliana, ma per lanciare un avvertimento allo Stato come per dire “se lasciate in pace la mafia, la mafia lascerà in pace voi”.

A quel tempo di mafia non se ne parlava: la sola parola era impronunciabile. Era la tipica mafia pittoresca agricola e rurale, da coppola e lupara, quella dei grandi capi nei piccoli paesi che al loro passaggio la gente levava il cappello e chinava la testa in segno di rispetto. Una mafia del “nenti sacciu” dove chi sapeva della sua esistenza erano i soli che regolarmente cercavano di contrastarla sul territorio, come le forze dell’ordine.

E non a caso proprio la strage di Ciaculli, la prima di quell’equazione che vedrà ripetersi nell’arco di decenni, vede come vittime 7 uomini delle forze dell’ordine: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccio e il soldato Giorgio Ciacci.

 

Il contesto nel quale si svolge la strage è quello della prima guerra di mafia, quando il potere di Cosa Nostra era impegnato soprattutto nel traffico di stupefacenti: è proprio da una partita di eroina che, dal dicembre 1962, si consumarono una serie di omicidi per le strade di Palermo (a partire dal corriere della partita inviato in America Calcedonio di Pisa), e che ha visto contrapporsi i fratelli Angelo e Salvatore la Barbera (capi della famiglia mafiosa di Palermo Centro) da un lato, e Salvatore Greco detto “Ciaschiteddu” (capo della cosca mafiosa di Ciaculli) dall’altro.

 

La mattina del 30 giugno 1963, una telefonata anonima alla questura di Palermo, avverte la presenza di una Alfa Romeo Giulietta sospetta lungo la statale Gibilrossa-Villabate, nei pressi di Ciaculli. La squadra di carabinieri mandata sul posto, all’arrivo, trova sul sedile posteriore una bombola di gas agganciata ad una miccia semibruciata. La bombola è riconosciuta come non pericolosa, e viene quindi dissinnescata.

Ma, nell’ispezionare l’abitacolo, il tenente Mario Malausa apre il portabagagli dell’auto: innesca così l’esplosione del tritolo contenuto al suo interno, dilandiando sul colpo i sette carabinieri presenti.

 

Le indagini portarono a sospettare come autori della strage i mafiosi Pietro Torretta, Michele Cavataino, Tommaso Buscetta e Gerlando Alberti, quali esecutori mandati contro Salvatore Ciaschiteddu Greco (che nel febbraio dello stesso anno aveva visto farsi esplodere la propria abitazione a Ciaculli da un’altra autobomba). Nessuno dei sospettati però, nei tempi a ridosso della strage, verrà rinviato a giudizio. Sarà Tommaso Buscetta, divenuto collaboratore di giustizia nel 1984, a dichiarare Cavataino come unico responsabile della strage. Cavataino, detto “Il Cobra”, secondo le dichiarazioni di Buscetta, sarebbe stato mandato a eseguire l’attentato contro Greco per far ricadere la responsabilità sui La Barbera. Dietro Cavataino, ci sarebbe stato un consorzio di famiglie mafiose della zona nord-ovest di Palermo che volevano opporsi al potere della prima Commissione (cioè la cupola mafiosa costituitasi nel 1957 tra mafiosi americani e siciliani) e a figure come quelle di Greco. In realtà nessuna di queste circostanze verrà mai pienamente accertata.

 

Il concetto di antimafia comincia a costruirsi nel corso di questi anni. A seguito dei continui omicidi dovuti alla prima guerra di mafia, e all’indignazione scaturita dalla Strage di Ciaculli, si assiste non solo ad un sollevamento a livello sociale (negli anni precedenti in pochi avevano cercato di rompere l’omertà mafiosa, primo fra tutti il quotidiano “L’Ora” di Palermo), ma ad una presa di posizione dello Stato. Una settimana dopo la strage si costituisce infatti la prima Commissione Parlamentare Antimafia.

 

A 50 anni di distanza non si può fare altro che prendere atto che spesso, troppo spesso, le Commissioni Antimafia non hanno esperito a pieno quanto era in loro potere nel cercare di porre il timbro di verità sulle tante stragi che hanno caratterizzato la giovane storia del nostro Paese. Questo perché nel corso del tempo fin troppi ambienti politici hanno tessuto legami ed interessi con gli esponenti della criminalità organizzata, facendole acquistare una forza difficilmente estirpabile al giorno d’oggi. Esiste al tempo stesso un’antimafia sociale che proprio sull’onda di queste stragi sta cercando di porre l’attenzione sulla necessità di fare chiarezza una volta per tutte.

Sono proprio le forze dell’ordine che negli anni hanno visto dimmezzarsi le proprie risorse contro una battaglia nella quale si sentono quasi sempre abbandonati e della quale sono prima di tutti le vittime, insieme ai magistrati che spesso accompagnano come scorta o che aiutano nelle indagini.

 

Quindi non si può fare altro, a distanza di 50 anni, che auspicare un riconoscimento vero a chi ogni giorno sul territorio mette in campo le proprie competenze e la propria voglia di sconfiggere la mafia in veste di poliziotto o carabiniere. E il modo migliore per farlo è ricordare questi primi caduti di mafia: il tenente dei carabinieri Mario Malausa, i marescialli Silvio Corrao Calogero Vaccaro, gli appuntati Eugenio Altomare Mario Farbelli, il maresciallo dell’esercito Pasquale Nuccioe il soldato Giorgio Ciacci.