Tag: Stazione di Bologna

Racconto di un’Italia a due velocità.

Da “Soppresso” (il mensile di gennaio) clicca

 

Di Laura Pergolizzi e Mario D’Apice

 

 Stazione di Bologna, 20 dicembre. Tra un biglietto dell’ultima ora e le corse ai binari, gli annunci di ritardo e i saluti di partenze e arrivi, Laura e Mario, studenti fuori sede, si ritrovano per condividere il viaggio di rientro a casa per le vacanze natalizie. Hanno appuntamento al binario 3:il treno Av 9650 delle 7 e 19 diretto a Napoli è già pronto per partire. Mario per la prima volta prenderà questo treno perché le corse dell’Intercity che lo portava a Caserta sono state ridotte al minimo, Laura per la prima volta prenderà questo treno perché i treni notte per Messina sono stati ridotti e non c’era più posto.

La Frecciarossa non sembra deluderli. Le porte sono automatiche, i sedili più che confortevoli, c’è tanto silenzio che sembra sia vietato parlare. La carrozza bar ristornante garantisce un’ottima pausa caffè, i video su youtube rendono meno noiose le ore di viaggio grazie al wifi gratuito, le donne festeggiano per i bagni puliti. Tutto è perfetto, e quasi ci si dimentica di aver speso praticamente il doppio: 80 euro contro i 41 del vecchio caro – senza sedili comodi e senza internet – Intercity.

Dopo un saluto veloce a Santa Maria Novella e Roma Termini, come se il tempo non fosse passato i due arrivano alla Stazione di Napoli centrale. E’ qui che termina il viaggio di Mario il quale, soddisfatto di aver percorso quasi 600 km in sole 3 ore e venti saluta Laura, le augura buon Natale e un buon proseguimento. E’qui che Laura, dopo aver dato un’occhiata al tabellone, si rende conto di avere un bel po’ di tempo per gli acquisti prima della sua coincidenza.

Solo alle 13,55 l’Intercity 731 per Messina sarà pronto per partire.

La valigia va fuori dallo scompartimento già pieno. In molti, rimasti senza posto assegnato, occupano i sedili del corridoio ed l’enorme carrello del servizio mini bar costringe tutti ad alzarsi ogni 15 minuti per poter passare. Persino il controllore si confonde nel chiedere a tutti i biglietti. Le signore più snob evitano la zona del bagno. Molti i disagi, attenuati dalla voglia di tornare a casa e dalla cordialità dei compagni di viaggio.

Alle 18 e 30, tra un aneddoto e una piacevole lettura, ecco Villa San Giovanni, ed ecco le corse ai traghetti , lungo le scale (non mobili) e lungo il percorso ad ostacoli della rampa in salita che porta i passeggeri sulla agognata nave traghetto che permetterà a Laura, finalmente, di tornare a casa. E’ qui che termina il suo viaggio, tra i 600 km in sole tre ore e venti a 80 euro e i 480 km in 5 ore e mezza a 50 euro.

Questo è il racconto lungo i binari di un’Italia a due velocità.

Veloci i paesaggi dai colli emiliani ai borghi toscani, velocissime la pianura laziale e le campagne campane. E poi lento l’Aspromonte con le sue a volte incerte ma infinite fermate; lenti, non tanto lo Stretto con i suoi soli 3 km, quanto le coste offese della trinacria.

Intervista a Paolo Bolognesi, Presidente dell’associazione della strage di bologna

Di Beniamino Piscopo e Salvo Ognibene

Da “2 agosto 1980”, strage di Bologna

 

D: La domanda che credo tutti si siano fatti ripensando al 2 Agosto è “perché?”. Tutti gli atti, anche i più brutali, hanno uno scopo o una logica seppur orribile. Qual è il senso di quella bomba?

R: Creare una situazione di tensione, affinché l’opinione pubblica fosse orientata verso un blocco moderato. Noi abbiamo avuto un periodo piuttosto lungo in cui il regolare corso democratico del nostro paese è stato condizionato da stragi e terrorismo. Prima c’è stata la strategia della guerra rivoluzionaria promossa dall’istituto Pollio, quella che considerava qualsiasi metodo, anche il più riprovevole, lecito e giusto purché il partito comunista non andasse al governo . Poi c’è stata la strategia della loggia P2 che prevedeva lo svuotamento dall’interno delle istituzioni attraverso il controllo di quest’ultime: il cosiddetto “ piano di rinascita”. Non è un caso che nel periodo della strage di Bologna, tutti i vertici dei servizi fossero iscritti alla P2.

 

D: Chi è stato?

R: Facciamo un discordo molto chiaro. In Italia ci sono state tredici stragi, escluse quelle di mafia. In tutte non si è arrivati ai mandanti, in tutte abbiamo avuto i servizi segreti che hanno cercato di depistare, proteggendo gli esecutori materiali. In alcuni casi si è arrivati a trovare gli autori materiali attraverso i collaboratori di giustizia. Una sola volta per via giudiziaria: nel caso della strage di Bologna. Ora, i vertici dei servizi sono nominati dalla presidenza del consiglio, quindi è lì che bisogna cercare i mandanti, quelli che hanno la responsabilità politica delle stragi. Una prova che non si sta parlando di fantapolitica ne è la trattativa tra Stato e mafia nei primi anni novanta, che oggi è ormai un fatto indiscutibile.

 

D: Da allora la fiducia nello Stato nel corso degli anni è diminuita o aumentata?

R: Per quanto riguarda noi, senza fiducia nelle istituzioni non avremmo nemmeno un senso da dare a quest’associazione. Con la nostra presenza e la nostra ricerca noi vogliamo dare una mano alle istituzioni. Un conto è lo Stato, fare valutazioni su chi ne ricopre le cariche è un altro.

 

D: Qualcuno dice cinicamente che lo Stato non può condannare se stesso. Lei è d’accordo con questa affermazione?

R: Questa è un’affermazione generica che semplifica troppo le cose. Ricollegandomi al discorso di prima, io credo nelle istituzioni, la valutazione su chi ricopre le cariche è un altro conto.

 

D: Crede che un periodo difficile, pieno di tensioni sociali come questo, possa ricreare le condizioni che portarono alle stragi? Oggi sarebbe possibile un nuovo 2 Agosto?

R: È un momento che può portare a rivivere situazioni molto tragiche. Ovviamente il quadro è molto diverso da allora, tuttavia oggi c’è un movimento tra i partiti e un rimescolamento che può scombussolare le carte, creare dei vuoti di potere a cui bisogna stare molto attenti. Inoltre oggi con la rete è molto più semplice organizzarsi.

 

D: Qual è lo scopo dell’associazione?

R: Avere giustizia, che per noi significa sapere la verità. Conoscere gli esecutori materiali è importante ma il cerchio si chiuderà quando e se si arriverà ai mandanti. O arrivi a svelare e punire determinate azioni in via giudiziaria, oppure sei condannato a riviverle costantemente, senza arrivare alla parola fine su questa strategia che ha frenato lo sviluppo democratico del nostro paese.

 

D: Dopo dieci anni è arrivata la sentenza definitiva della cassazione sui fatti della Diaz, che ha decapitato i vertici della polizia. È un segnale positivo? Può fare da caso apripista per avere in Italia una giustizia vera e terza?

R: Certo, secondo me si. È solo un fatto positivo che ci sia stato un riconoscimento delle responsabilità di alti vertici delle istituzioni. Anche qui però mancano i politici.

 

D: Crede sul serio che potrà mai venire a galla la verità sulle stragi?

R: Perché no? Noi ci proviamo. Ci impegneremo affinché si rendano pubblici i documenti dei tribunali e continueremo a portare avanti la nostra battaglia per l’abolizione del segreto di Stato. Sono sfide proibitive ma se non ci provi non potrai mai vincerle.

 

D: Qual è la soddisfazione più grande che le ha dato il suo impegno nell’associazione?

R: Vedere che l’associazione è diventata un punto di riferimento a livello internazionale, anche per studiosi esterni. A volte capita che le ambasciate che hanno visto i propri concittadini coinvolti in incidenti qui in Italia, chiamino prima noi e poi il ministero degli interni.

 

D: Questo giornale si chiama Diecieventicinque perché crediamo che il modo migliore per evitare che simili fatti si ripetano sia conservarne la memoria. Lei vede questa consapevolezza nelle nuove generazioni?

R: Si, la vedo. Facciamo molta attività nelle scuole ed è bello vedere i ragazzi reagire con partecipazione alle nostre iniziative. Penso anche alle commemorazioni che ogni anno celebriamo il 2 Agosto qui a Bologna in ricordo della strage. Ogni anno di giovani ne vedo sempre di più e sempre più consapevoli. Lo considero un segnale importante: vuol dire voler esserci.

E’ nel cuore torbido delle istituzioni che vanno ricercati i mandanti

Di Salvo Ognibene

http://salvatoreognibene.blogspot.it/

Da “2 agosto 1980”, strage di Bologna

Stazione di Bologna: 2 agosto 1980, ore 10:25, nella sala d’aspetto di 2ª classe della stazione di Bologna, un ordigno a tempo, contenuto in una valigia abbandonata, esplose.
Un boato , 85 morti, 200 feriti e le lancette di quell’orologio che si fermarono.
Per la Stragepolitica di Bologna esiste una verità giudiziaria. Condannati come autori materiali della strage i terroristi di destra Giuseppe Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, che, ad ogni modo, continuano a dichiararsi innocenti.
Sui mandanti, invece, non esistono certezze.

 

“E’ nel cuore torbido delle istituzioni che vanno ricercati i mandanti” recita il manifesto dell’associazione delle vittime del 2 agosto  per il 32° anniversario ricorso ancora senza verità.
L’associazione dei parenti delle vittime nata con lo scopo di “ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta”.

 

DIECIeVENTICINQUE a Bologna vuol dire qualcosa.
E’ un simbolo, un orologio interrotto con quelle ferme lancette che stiamo provando a rimettere in moto. Quell’orologio è il simbolo di una storia, che ci unisce e che da nord a sud ci rende uguali.
Bologna come Palermo. Palermo come Bologna. Due città tanto vicine quanto lontane, vicine come le verità mancanti, lontane come quell’aereo che non arrivò mai a destinazione ma che si squarciò in volo e scomparve in mare, nei pressi di Ustica.
Verità che mancano, troppe. Pezzi dello Stato che segnano la storia, negativamente, tra depistaggi, servizi segreti , piani oscuri e un popolo, un paese, da sud a nord che lotta insieme ricercando sempre la pubblica verità. Nord e sud, partigianeria e rivoluzione antimafia, unite da un’unica resistenza.

 

Pertini, che in quel tragico sabato si recò subito nella città felsinea, in lacrime affermò: “non ho parole, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia”.
Dopo due anni di assenza, le istituzioni nazionali tornano a Bologna ma soltanto in parte. Non si presenteranno sul luogo della strage ma presenzieranno soltanto alla ricorrenza in Comune.
 Come a dire, lo Stato c’è ma non troppo.

Dieci e Venticinque – 1 editoriale

 

Ore: 10.25, ora si parte da qui! Le mute lancette di quest’orologio bruscamente bloccate cristallizzano un’unica ora, un’unica data, un unico tempo, in un unico posto: Stazione di Bologna 2 Agosto 1980. Non più ticchettii colorati e regolari, non più partenze scandite né ritorni attesi, non più chiacchiere stridenti e sospiri impazienti in quella sala d’aspetto di piena estate. Nulla, solo un boato. Un boato che squarcia il Paese intero, che fa tremare l’aria, squassa le dimore, sconquassa gli animi, distrugge vite. È questo che segna quell’ora. Una pagina strappata assieme a molte altre di questo grande libro che si chiama: Italia. “Una cosa straziante” commenterà il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, la voce strozzata, stroncata come la vita di quelle ottantacinque vittime, protagoniste casuali e forzate del più atroce atto terroristico del dopoguerra. Il più grave, certo, ma pur sempre uno dei molti, dei troppi che hanno macchiato questo paese. Brandelli di corpi e cenere mista a polvere e sangue disegnano la nuova geografia dei posti e delle città. Piazze, stazioni, autostrade, quartieri interi rievocano immagini, volti, storie. Commemorano e rammentano, nelle vesti di estremismi politici, della mafia o del terrorismo, la gratuità del male per mano di uomini contro altri uomini, a malgrado degli uomini stessi. Celebrano il dolore e le lacrime degli italiani, quelli che hanno fatto l’Italia e che continuano a farla: lavoratori, madri, anziani, giovani, bambini. Onorano la dignità delle mani che hanno scavato tra le macerie, che hanno prestato soccorso, che hanno seppellito, che hanno abbracciato, che hanno consolato. Questi ultimi sono volti senza nome e senza storia che rendono vivo il senso della Costituzione, con lo stesso spirito e la stessa tempra dei loro padri, sessanta anni fa.

DIECIeVENTICINQUE è un simbolo, è un orologio interrotto che ha voglia di essere ripreso, rinnovato, rivitalizzato da giovani, da idee, da movimenti, da parole. È il simbolo di una storia, che come molte è di tutti. Che ci unisce e che da nord a sud ci rende fratelli, con la voglia di trasformare in sprone le sconfitte, e in voli le cadute. Dando valore a ciò che si è, perseguendo obiettivi che permettano ancora di parlare di morale e di etica. “Ottenere con tutte le iniziative possibili la giustizia dovuta” reso addirittura scopo statutario … che Paese meraviglioso è il nostro! Controverso e problematico, ma guardatelo dal basso, guardiamoci quali “miserabili” di questa società, guardate alla luce e alla dignità che accompagna le nostre azioni ogni giorno, al rispetto per l’altro, al saluto e al sorriso dato. Ci accorgeremo di quanto queste non siano tanto le sfumature del nostro vivere quanto i colori veri, vividi, e fermi di questa Italia.

Paese offeso, umiliato, maltrattato, stuprato da gente corrotta e senza umanità, politici che hanno reso la nostra terra prostituta alle pretese d’oltreoceano, dirigenti che l’hanno sventrata, svuotata, distrutta. Pertini diceva che il miglior modo per pensare ai morti fosse quello di pensare ai vivi. Beh questo è il secondo anno consecutivo nel quale nessun rappresentante delle Istituzioni si è presentato a Bologna per commemorare i morti, dubito che stiano pensando ai vivi. È per questo che si rischia di perdere “il senso dello Stato”, come diceva qualcuno, perché “c’è uno Stato che fa senso”, in questo momento è assente. È proprio in questa assenza, che deve essere colmata, che noi siamo i nuovi umiliati, offesi, indignati, noi che dobbiamo avere e prendere voce; noi a ritagliarci uno spazio in cui poter raccontare, parlare, proporre, discutere e contare, in maniera dinamica e fresca.

Questa è una fase delicata della nostra Italia, una fase in cui lo strapotere ha fatto perdere la voglia, la speranza, la fiducia e fa sentire come “gabbiani ipotetici” . Serve recuperare “lo slancio per poter essere più di sé stessi, come due persone in una: da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza ad una razza che vuole veramente spiccare il volo per cambiare veramente la vita”. Agguantare ciò che ci è dovuto, non far rattrappire il sogno, non essere “due miserie in un corpo solo”.

Sarà Spartà