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Mare Nostrum: volti che non si possono dimenticare

mare nostrum

di Francesca Candioli

Era il 3 ottobre 2013 quando l’Italia per una volta decise di non chiudere gli occhi di fronte all’ennesima strage in mare. Fu allora che si iniziò a parlare di vite da salvare, di emergenza umanitaria d’affrontare e di diritti da garantire. Nacque così Mare Nostrum, l’operazione tutta italiana, voluta dal governo, che in un anno ha salvato più di 100 mila vite, e che in questi giorni ha chiuso i battenti, o quasi, per lasciare posto a Triton. Una missione, più contenuta con meno mezzi a disposizione e azioni più limitate, targata made in Europe, e che all’Italia costerà pochissimo.

“Ma in realtà Mare Nostrum sta ancora continuando, e per fortuna” spiega Alberto, sottotenente di vascello, che però non ha il permesso di parlare. “Per poter rilasciare un’intervista serve il permesso dei miei superiori. Comunque Triton non è ancora iniziata, ma quando succederà dovremo prepararci a più morti in mare. Avremo meno navi e non potremo più spingerci oltre la frontiera italiana, nonostante il grosso dei naufragi avvenga ben oltre questa linea” continua Alberto.

Dietro le quinte di Mare Nostrum ci sono tanti ragazzi come Alberto di Bologna che, freschi, freschi di accademia della marina militare di Livorno, dove passano cinque anni di studio e allenamento, si sono imbarcati durante questi mesi su una delle tanti navi, destinate non a chissà quale missione, ma a salvare vite. E forse Alberto neanche se lo immaginava, quando per la prima volta è salito su una delle tante navi di Mare Nostrum, che da lì a poco avrebbe dovuto imparare a fare delle scelte, le più terribili, quelle che hanno un nome ed un volto, ed ancora oggi non lo fanno dormire la notte.

Dopo la messa in onda rai di “La scelta di Katia”, un programma nato per raccontare Mare Nostrum dal punto di vista della prima donna comandante di una nave della Marina, qualcuno forse ha pensato di aver visto tutto. “Molte immagini sono state censurate, quel programma ha mostrato una minima parte di quello che in realtà avviene” ricorda Alberto che ogni volta durante le operazioni di salvataggio ha il compito di stare su di un gommone per condurre quanto avviene direttamente dalla superficie dell’acqua. “Ognuno – continua il sottotenente – ha un ruolo specifico, io organizzo e do gli ordini alla mia squadra, e non mi posso muovere dal gommone. Se lo facessi andrebbe tutto in tilt, e miei compagni non saprebbero più cosa devono fare. Qualsiasi cosa succeda io non posso spostarmi, devo mantenere la calma, e dire al mio gruppo come comportarsi”. E a volte davvero, di fronte a tante persone che in acqua chiedono aiuto, si rischia di perdere quel sangue freddo indispensabile in mezzo ad un mare di cadaveri.

“Tante volte vorrei buttarmi in acqua per salvare questa gente, ma non posso, devo coordinare la mia squadra ed i rischi sarebbero troppo alti per tutti. Noi e loro. E così tante volte le persone muoiono sotto i miei occhi, e quelli della go pro posizionata sulla mia testa” spiega Alberto che documenta sempre quanto avviene durante le operazioni, e che, tra tutti i migranti che ha salvato, non riesce a dimenticare soprattutto una bambina. “L’avevo vista, quella bambina stava affogando in mezzo a tutti gli altri, non potevo gettarmi a salvarla, così ho dovuto dare l’ordine di farlo, ma purtroppo è passato troppo tempo: non ce l’ha fatta ed è annegata” continua il ragazzo, sicuro dell’importanza del suo ruolo, ma con le lacrime agli occhi perché sicuramente il viso di quella bimba, così vicina a lui, le rimarrà vivo negli occhi. Per sempre. Così come quello dei due uomini che non volevano staccare le loro mani dalla gambetta di una bambina di tre mesi che il sottotenente era riuscito a salvare: “Ragazzi, gli ho detto, se non la mollate, morite tutti e tre, lasciatamela. È una bambina” continua Alberto che quel giorno alla domanda della madre, che ha visto il suo video, non ha saputo rispondere.

“Alberto alla fine quei due uomini si sono salvati?”. “Non lo so – le ha risposto – quella sera abbiamo recuperato decine di cadaveri”.