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40 anni dopo, Piazza della Loggia

piazza della loggia

di Valeria Grimaldi

 

Le 10 e 12 di un mattino piovoso.
Un altro orologio fermo e le lancette della storia che sembrano inamovibili. Questa volta, ferme da 40 anni.
Oggi, 28 maggio, sono 40 anni dalla Strage di Piazza della Loggia a Brescia, che fece 8 morti e un centinaio di feriti, in quel 1974 che, solo due mesi più tardi, vedrà consumarsi un’altra strage: quella del treno Italicus, poco fuori la Galleria del Grande Appenino, a San Benedetto Val di Sambro.
Sono anni di grande contraddizione, quelli a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70: le manifestazioni studentesche, il ’68, la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969; lo Statuto dei lavorati del ’70, le rivolte operaie e gli ulteriori tentativi di creazioni di governi di centro-sinistra nel Paese, operazione cominciata da Aldo Moro già nel 1964.
Il 1974 è l’anno del referendum sul divorzo: il 12 maggio, con l’87% di affluenza, il 60% degli italiani vota no all’abrogazione della legge 898/70 introduttiva del divorzio, che aveva suscitato grande scalpore nell’opinione pubblica e divisioni tra le fila dei partiti politici allora esistenti.
E’ un clima di grande apertura tra la gente, di voglia di partecipazione e di aggregarsi insieme con la speranza di poter finalmente, passo dopo passo, cambiare il Paese.
Piazza della Loggia è gremita di gente, nonostante la pioggia: circa tremila persone sono venute ad esprimere il loro spirito antifascista contro l’ondata di atti terroristici degli ultimi tempi (ultimo e più eclatante, quello di Piazza Mercato nella notte tra il 18 e il 19 maggio, poco distante da Piazza della Loggia). Chi non si è portato l’ombrello, trova riparo sotto il porticato antistante la piazza.
Le 10 e 12: la pioggia continua a scrosciare, insieme ad uno scoppio. Fumo che sale e urla che cominciano a destarsi.
“Lavoratori, stato all’interno della Piazza, state all’interno della Piazza!”, continua a urlare al microfono chi si trovava sul palco.
Un cestino dell’immondizia, situato proprio sotto il porticato, esplode con un ordigno composto da quasi 1 kg di tritolo: il bilancio finale della strage è di 8 morti e di 102 feriti.
“Poco prima delle tredici, terminata la fase dei soccorsi, i vigili del fuoco lavano con gli idranti il luogo dell’eccidio.
E’ un’operazione che viene considerata normale anche da quella piccola folla di lavoratori che ancora stazionano in piazza, discutendo animatamente.
Sara’ solo più tardi che ci si accorgerà della irresponsabilità dell’atto.
La pulizia avviene prima che sia stata condotta a termine una ispezione accurata da parte degli organi inquirenti; in tal modo vengono dispersi i reperti dell’ordigno esplosivo collocato nel cestino, la cui natura diverrà uno dei punti su cui poggeranno le accuse a carico degli imputati e si avranno le maggiori perplessità sulla dinamica e sulle responsabilità personali per l’attentato terroristico.”
(Associazione Casa della Memoria, 28 maggio 1974)

Anche stavolta, come quasi tutte le stragi della c.d. strategia della tensione, l’iter giudiziario e l’individuazione dei colpevoli nei processi è altalenante e complesso e ancora oggi, dopo 40 anni, non vi sono risposte certe.
La prima istruttoria condotta dalla magistratura porta alla condanna, nel 1979, di alcuni componenti di nuclei dell’estrema destra bresciana: condanna che, in secondo grado, confermata poi dalla Cassazione nel 1985, vedrà l’assoluzione degli imputati.
Un secondo filone di indagine aveva individuato come responsabili componenti della destra eversiva milanese, ma si concluse con un proscioglimento nel 1989 con formula piena, confermato nuovamente dalla Cassazione.
E’ il terzo filone nel 2008, 34 anni dopo la strage, che rivela alcuni nomi eccellenti già comparsi in altri procedimenti o pagine scure della storia e delle bombe di quegli anni: vengono rinviati a giudizio Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte e Delfo Zorzi, appartenenti al gruppo neofascista Ordine Nuovo; Pino Rauti, fondatore dell’associazione politico-culturale Centro Studi Ordine Nuovo, creata dopo la rottura con l’MSI; Giovanni Maifredi, allora collaboratore del ministro degli Interni Paolo Emilio Taviani; e Francesco Delfino, ai tempi della strage capitano responsabile del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Brescia. Le accuse mosse agli imputati (escluso Pino Rauti, pur sottolineandone con fermezza una responsabilità politica e morale) fu quella di concorso in strage.
Nel 2010 il primo grado assolse con formula dubitativa gli imputati per insufficienza di prove. Nel 2012 vengono confermate le assoluzioni per tutti gli imputati: ma il 21 febbraio 2014, la Corte di Cassazione annulla le assoluzioni di Maggi e Tramonte, rinviandoli nuovamente a giudizio, mentre conferma quelle di Zorzi e Delfino.
Le motivazioni della Suprema Corte chiariscono come i due soggetti, nuovamente rinviati ad un nuovo procedimento di appello, erano stati assolti da un “ipergarantismo distorsivo” che aveva dunque fatto sfumare le numerose prove portate contro di essi. Le conclusioni dei giudici d’appello di Brescia sono state ritenute “assolutamente illogiche e apodittiche” sia nei confronti di Tramonte, delineato come un personaggio particolarmente calato negli ambienti della destra neofascista di quegli anni, tanto da non poter essere considerato un semplice informatore; sia nei confronti di Maggi, per il quale dal quadro complessivo dell’intera strage emerge completamente svilito nelle sue responsabilità, anche solo prendendo in considerazione il fatto, sostiene sempre la Cassazione, che l’esplosivo utilizzato per la strage era “la gelignite di proprietà di Maggi e Digilio, conservata presso lo Scalinetto”, e la Corte di Appello “non ha tratto da questa diversa ricostruzione in fatto le necessarie implicazioni sul piano probatorio”.

Alla fine, rimane ancora una volta il nome e i volti delle vittime: Clementina Calzari Trebeschi, insegnante di 31 anni; Alberto Trebeschi, anch’egli insegnante di 37 anni; Bartolomeo Talenti, Euplo Natali e Vittorio Zambarda, di 56, 69 e 60 anni, pensionati; Luigi Pinto, insegnante di soli 25 anni; Giulietta Banzi Bazoli, insengante di 34 anni; e Lina Bottardi Milani, anche lei insegnante di 32 anni. Suo marito, Manlio Milani, oggi presidente dell’Associazione Casa della Memoria dei familiari delle vittime della strage, sostiene con fermezza qualcosa che, stando a vedere le risultanze processuali praticamente inconcludenti (e che anzi hanno portato addirittura alla condanna al pagamento delle spese processuali delle parti civili), dovrebbe essere impresso in qualsiasi aula di tribunale d’Italia:

“Solo la verità storica e politica ci può restituire la fiducia in questo Paese”.

La memoria della strage, confronto fra due generazioni

 Dal nostro mensile “Piazza Fontana, io (non) so”

di Irene Astorri

Il 12 dicembre 1969 era una giornata particolarmente nebbiosa, cupa. All’epoca Milano era ancora riscaldata con il carbone, perciò il grigiore era molto più evidente rispetto ad oggi.> Così inizia il racconto di Franco B, un signore milanese che il giorno della strage aveva quattordici anni. <Quel giorno ero in Piazza del Duomo, vicino a Piazza Fontana. Mi ero recato lì con un amico per comprare dei dischi. Il botto, il rumore dell’esplosione è arrivato all’improvviso, potentissimo. Nei dintorni ha tremato un po’ tutto. È stato impressionante. Poi ho sentito le sirene della polizia. Inutile dire che ero spaventato, nessuno sapeva e capiva cosa stesse succedendo, intorno c’era solo il caos. A differenza di altre persone che si diressero verso la fonte del rumore, io tornai a casa. Ma questo non mi impedì nei giorni successivi di vivere nella paura. Tutta Milano rimase sconvolta dall’evento. Il datore di lavoro di mio padre chiuse la fabbrica il giorno dopo per far partecipare tutti ai funerali“.

L’esplosione avvenuta fu solo la prima della giornata: oltre alla bomba scoppiata nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura (in cui rimasero uccise diciassette persone e ferite ottantotto) ne venne rinvenuta una seconda (inesplosa) sempre a Milano, presso la Banca Commerciale Italiana; nello stesso giorno a Roma ne esplosero altre tre. Cinque attentati terroristici avvenuti in meno di un’ora nelle due maggiori città italiane.

La Strage di Piazza Fontana fu il primo attentato, di centoquaranta, che dette inizio alla cosiddetta “Strategia della tensione”.

Un periodo cupo che copre gli anni tra il 1968 e il 1974.

“Io per la Strage di Piazza Fontana utilizzerei il termine Strage di Stato.> Dice Davide L, studente di storia alla Statale di Milano e militante di “Sempre in Lotta”. <È stata una strage compiuta da un gruppo di neofascisti. Chi li manovrava? A chi faceva comodo quella strage? La mia risposta è: lo Stato italiano, nella persona di quegli elementi interni al sistema che depistarono le indagini. In quel periodo in Italia c’era il “sessantotto”, un movimento che chiedeva un cambiamento radicale. Allora lo Stato ha usato provocatori fascisti per creare tensione nel Paese e convincere il popolo che solo le Istituzioni borghesi potevano garantire una vita tranquilla”.

Inizialmente furono fermate un’ottantina di persone che gravitavano attorno ad elementi estremisti, ma in seguito le indagini si concentrarono su un gruppo di anarchici, tra cui spiccano i nomi di Pinelli e Valpreda. Tre giorni dopo la Strage, Pinelli precipita misteriosamente dal quarto piano della questura di Milano dove era interrogato. In un primo momento la Questura affermò che il suicidio fosse la dimostrazione del suo coinvolgimento, ma già le prime indagini sottolinearono diverse incongruenze.

Pinelli fu un capro espiatorio. Era un ferroviere di Milano, ma anche un leader anarchico in vista nel movimento. Venne arrestato insieme a Valpreda e, guarda un po’, cadde dalla finestra della Questura di Milano, davanti ai poliziotti che lo interrogavano. Non credo possa essersi suicidato, gli agenti glielo avrebbero impedito. La definizione fu quella di ‘malore attivo’: Pinelli si sarebbe sentito male, arrancando fino alla finestra, e perdendo i sensi sarebbe caduto. Non ci credo”. È l’opinione di Davide.

Valpreda venne arrestato il giorno dopo la morte di Pinelli, essendo stato riconosciuto da un tassista che testimoniò di averlo scaricato il pomeriggio del 12 dicembre con una grossa valigia vicino a Piazza Fontana. Anche in questo caso però la testimonianza, in seguito ad indagini più approfondite, risultò alquanto fallace.

Ho conosciuto personalmente Valpreda una decina d’anni dopo la strage. Ha sempre avuto difficoltà a parlare della cosa e non mi sento di biasimarlo. Ma anche quel poco che ha detto, mi fa pensare che non fosse minimamente coinvolto nella vicenda”.  Aggiunge Franco.

Nel corso degli anni diversi processi e indagini furono portati avanti, ma senza mai giungere ad una condanna definitiva per la Strage.

“Con la Strage di Piazza Fontana è iniziata la Strategia della Tensione, un modo violento per cercare di bloccare i moti di protesta dell’epoca. Quando ero ragazzo, pensavo che i colpevoli fossero gruppi appartenenti all’estrema destra. Adesso credo solo fossero persone senza scrupoli che seguivano un progetto ad ampio respiro volto ad ottenere un determinato scopo. All’epoca c’erano diverse tensioni sociali, c’erano “sin troppi” scioperi. Di sicuro molti dei disordini sono rientrati”. Continua a ricordare Franco.

Al giorno d’oggi a Milano si volgono due manifestazioni annuali collegate alla Strage: una il dodici dicembre, in ricordo della stessa e l’altra il quindici, per commemorare Pinelli.

La manifestazione commemorativa fatta ogni anno dagli antifascisti di Milano, alla quale molte strutture politiche e sindacali partecipano, è stata una delle prime a cui ho partecipato, dove ho capito quale può essere la forza di migliaia di studenti e lavoratori che marciano uniti verso un obiettivo, che ci deve essere, se no la manifestazione si trasforma in un’occasione celebrativa di routine, vuota di contenuti. È in queste occasioni che bisogna spiegare cos’è il fascismo e che ruolo ha nella società. Per me alla verità sulla Strage ci siamo già arrivati, anche senza una sentenza della magistratura, ma credo sia necessario discutere di questi avvenimenti per comprenderne le cause“. Conclude il discorso Davide.

Le due manifestazioni, a quarantaquattro anni di distanza, sono ancora molto sentite e partecipate dai Milanesi, dai familiari delle vittime e da tutti coloro che sperano di riuscire a recuperare la verità. Due manifestazioni dove ad imporsi devono continuare ad essere la passione civile, la memoria e la coscienza collettiva, affinché la vera verità riesca a prevalere.

Piazza Fontana: dopo 44 anni l’unica colpevole è la bomba

piazza fontana

Dal nostro mensile “Piazza Fontana, io (non) so”

di Giulia Silvestri

“Nessuno è Stato”: è il titolo del libro di Fortunato Zinni, uno dei sopravvissuti alla strage di Piazza Fontana. Il 12 dicembre 1969 la bomba uccise 17 persone.

Esatto, la bomba; non le persone che lasciarono quell’ordigno all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, perché i processi non hanno restituito nessun colpevole, ma depistaggi e omissioni da parte dello Stato, e non solo.

Ecco perché “Nessuno è Stato” è anche una frase che racchiude l’assenza e le colpe delle istituzioni, nella strage che fece da apripista alla strategia della tensione.

Rispetto a questa tragedia ognuno ha la sua verità.

Esiste la verità giudiziaria, che portò all’assoluzione da parte della Cassazione penale, di tutti gli imputati del primo processo. Il secondo processo, con altri imputati, si concluse con la loro assoluzione per insufficienza di prove; la sentenza della Corte d’assise d’appello, però, riconobbe colpevoli i neofascisti Franco Freda e Giovanni Venutra, vicini a Ordine Nuovo, anche se non più processabili perché assolti in via definitiva precedentemente.

Colpevoli, ma non punibili: la verità giudiziaria ha fallito e complice di questo fallimento fu lo Stato.

“Nessuno è Stato”, dunque, per una magistratura claudicante a causa dei vari depistaggi perpetrati da più parti, a piazzare l’ordigno alle 16:37 di quel Venerdì pomeriggio.

Esiste la verità di Vincenzo Vinciguerra, ex appartenente a Ordine Nuovo. Parlò di un’alleanza tra le istituzioni e Ordine Nuovo.

Il Servizio di Sicurezza, attraverso infiltrati in gruppi terroristi e sovversivi, raccoglieva informazioni che venivano mandate all’Ufficio Affari Generali di Roma: questi dati venivano filtrati (e a volte modificati) prima di arrivare alle procure e agli uffici periferici; fu proprio nella sede milanese di questo Ufficio che venne decisa a tavolino la colpevolezza degli anarchici, in merito a Piazza Fontana.

Vinciguerra rivelò che le stragi, iniziate il 12 dicembre, avrebbero fatto parte di un tentato colpo di stato. L’obiettivo era quello di far ricadere la colpa sull’estrema sinistra e dichiarare, dopo la manfestazione del 14 dicembre 1969 dell’MSI (poi non tenutasi), alla quale avrebbero partecipato militanti di estrema destra e che avrebbe provocato disastri e incidenti, lo stato d’emergenza.

Persino le Brigate Rosse, hanno la loro verità. Le BR svolsero varie inchieste sulle stragi di quegli anni e giunsero a conclusioni diverse da quelle portate in tribunale: l’attentato fu organizzato dagli anarchici, che volevano effettuare un atto dimostrativo ma si confusero sull’orario di chiusura della Banca; l’esplosivo e il materiale necessario venne procurato da un gruppo di estrema destra.

Le informazioni su ciò che le Brigate Rosse scoprirono sono parziali, perché negli anni seguenti alla loro scoperta furono perse, e forse distrutte erroneamente, dopo essere passate attraverso varie procure e tribunali.

Un’altra volta, dati fondamentali per scoprire la verità su una delle tante stragi avvenute nel nostro Paese, vennero misteriosamente persi o distrutti.

Anche questa strage porta con sé più vittime di quelle ufficiali, perché ci sono persone che sono morte in circostanze poco chiare, persone che sono state uccise, persone che non hanno avuto giustizia.

Tra queste ultime ci sono i sopravvissuti: oltre ai morti ammazzati dalla bomba e ai loro familiari, ci sono coloro che erano all’interno della Banca alle 16:37 di quel giorno e che oggi sono ancora qui, con quella ferita ancora aperta e che nessuno ha saputo sanare.

È soprattutto per loro che oggi ricordiamo ancora Piazza Fontata e continuiamo a chiedere qual è la verità su quel giorno: vogliamo sapere chi ha piazzato quella bomba, oggi unica colpevole certificata, e perché.

Torniamo a respirare

Di Valeria Grimaldi

 

Un lungo corridoio. Buio. Ad ogni passo, un faro si accende: una statua di vetro viene illuminata. Luccicante, trasparente: la si attraversa con lo sguardo. Vuota. Il gioco di ombre e luci provoca confusione, smarrimento, angoscia. Una targa sul piedistallo. Solo quella chiarisce tutto.

Un altro passo, un’altra luce, un’altra statua. E così fino all’infinito.

Questa è per il 12 dicembre 1969. Quest’altra per il 2 agosto 1980.

Questa. Questa è per il 28 maggio.

E prima?

Rimane quella data: quel lampo di luce improvviso, quell’esplosione, quello sparo.

E tutto il resto?Trentatrè anni di vita possono dissolversi in un solo attimo di morte?

Diventa tutto così trasparente. Tranne quel luccichio. Che racchiude tutto il resto. Come rendersi conto di poter cambiare il sistema, dal suo interno: con l’apertura e non la difesa a oltranza delle istituzioni (dalla politica, alla magistratura, alla stampa); rispondere alla domanda di un mondo che cerca di esprimersi, coi mezzi sbagliati, ma che grida il proprio bisogno di essere ascoltato.

Questo voleva Walter Tobagi. Un uomo aperto e comprensivo, prima di tutto. Non ha mai utilizzato la sua posizione o le sue conquiste professionali per ergersi dall’alto di una scrivania ad incidere parole di saccenza. La parola per lui era il mezzo migliore per confrontarsi con la realtà, per distenderne le pieghe e andare a guardare, una ad una, cosa ci fosse nascosto dentro: senza pretese, con l’analisi, la logica e soprattutto la storia.

“Socialista e cattolico” i termini più ricorrenti nel ricordarlo. Direi il contrario: laico e politico. Nel senso più largo e puro del termine. Davanti ai suoi bisogni di persona credente, anteponeva quelli più consoni all’intera collettività; e nonostante l’adesione ad un partito, non si è mai risparmiato nei dubbi e nelle critiche, e non vi è mai stata confusione con il suo lavoro. Incarnava il senso della politica più alto: l’impegno civile giorno dopo giorno, la fatica, il sudore nel conquistare il proprio posto nella società. Procedere lentamente, perchè ogni singolo comportamento quotidiano schiarisce l’orizzonte del futuro.

Di fronte ai tumulti e al periodo di grande incertezza che stava attraversando il nostro paese, di fronte a scenari violenti che imponevano la rapidità del pensiero e dei giudizi, delle azioni politiche o morali, Tobagi si poneva allo stesso livello di tutti e apriva il dialogo, il confronto, senza mai rinunciare alla denuncia della cronaca, di quello che osservava ogni giorno in giro per il Paese.

Quella bramosia di rapidità tipica del popolo italiano, del “tutto e subito”, della ribellione istantanea senza controllo, che utilizza lo strumento più facile e pronto all’uso dell’animo umano: la violenza, generatrice degli anni più bui della nostra storia.

“E’ il tragico paradosso dei terroristi: uccidono per dimostrare che sono vivi”, scriveva. Dalle mobilitazioni studentesche del ’68, alla lotta quotidiana del sindacato: tutto l’arco degli anni settanta è stato impregnato di grande spirito riformista, ed è proprio questo che si voleva impedire, e nel caso di successo, eliminare. La grande cerchia costituita da Loggia P2, mafia, terrorismo eversivo, servizi segreti nazionali e non, ha contribuito fortemente a tracciare la storia del nostro paese: un lungo filo rosso passa da Milano, arriva a Bologna, Roma, giù giù fino in Sicilia; lega saldamente fra loro storie di uomini che probabilmente mai si incontrarono, ma i cui volti si consumano e svaniscono, diventando tutti un semplice obiettivo necessario da scavalcare per la realizzazione di un disegno comune.

“Quando un sistema di informazione nel suo complesso concentra il proprio impegno nel ripetere dei messaggi che sono carichi di pregiudizi, cioè di giudizi dati sulla base di valutazioni politiche precostituite, allora si rischia di non capire realmente la dimensione e lo spessore che i fenomeni sociali cominciano, hanno assunto e continuano ad avere, e si brancola nel buio”, dichiara due mesi prima di morire, di fronte alla Federazione Nazionale della Stampa.

L’informazione, che ruolo ricopre nel processo di comprensione ed elaborazione della realtà?Tobagi, da grande firma del Corriere della Sera, e dal suo ruolo come Presidente dell’Associazione Lombarda Giornalisti, non si è mai tirato indietro nel cercare di creare un vero e proprio sistema di dialogo tra giornalisti e magistrati, guarda caso le due professioni più colpite dal terrorismo e dalla mafia. La creazione dei comitati “Giustizia e Informazione”, i fori di dibattiti permanenti, le conferenze: tutto questo per costruire un canale che unisse due strette esigenze, la verità di cronaca e il segreto istruttorio. Per evitare facili strumentalizzazioni, e assicurare la correttezza di ciò che accade, per essere compresa da tutti, e riutilizzata. Temi che oggi ci troviamo spesso ad affrontare, senza mai arrivare ad un equo bilanciamento.

Non abbiamo bisogno solo di musei della memoria: necessari, certamente, ma non sufficienti. Corridoi gonfi di effigi che trasportano l’immagine, troppo spesso ridimensionata, della caratura ed elevatezza degli uomini. Non torniamo nel buio cieco dove tutto si offusca, è opaco. Bisogna andare oltre. E l’unico modo per farlo è ripercorrendo all’indietro, partire da quelle date e distendere tutto. Come faceva Walter Tobagi: partire dalla storia, dal passato, per analizzare e capire il presente. Il ruolo della storia come fonte primaria di sapere politico e morale, in un paese che troppe volte chiude gli occhi di fronte alla realtà; che preferisce soffocare nell’aria contagiata da silenzio e complicità, piuttosto che aprire tutte le finestre e le porte rimaste chiuse per troppo tempo.

Per dare spazio ad un po’ più di luce. Per respirare, finalmente.