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Viaggio nelle carceri danesi. Clemenza o civiltà?

 

di Francesca De Nisi*

 

“Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri… Perché è da esse che si misura il gradodi civiltà di una nazione”. Così Voltaire nel diciottesimo secolo, sviluppando un concetto che, ripreso in seguito da Dostoevskij, sarebbe diventato una linea guida per tutti gli studiosi di criminologia del ventesimo secolo.
Concetto che sta dietro alle European Prison Rules, alla Convenzione Europea per i Diritti dell’ Uomoe più nello specifico all’art.27 della nostra Costituzione. Un principio di civiltà che qualsiasi giurista [e auspicabilmente qualsiasi cittadino] dovrebbe avere ben saldo quando si approccia al mondo dei penitenziari.
Cosa s’intende per “civiltà della pena”? La risposta è molto più semplice di quanto si possa pensare a prima vista: significa non infliggere una pena superiore a quella necessaria. Volendo essere più pratici: se la pena è la reclusione in carcere, essa si sconta con la deprivazione della libertà personale. Tutti gli altri diritti fondamentali Costituzionalmente e universalmente riconosciuti devono continuare a essere garantiti. Nel ventunesimo secolo questo principio in Italia viene costantemente violato.
Quella che oggi voglio condividere con voi è l’esperienza di una visita in un carcere danese. Mettendo da parte le problematiche legislative, i reati più rappresentati in carcere, la violenza di un istituto che sempre più spesso inasprisce le differenze tra classi sociali, concentriamoci sul suo aspetto più pratico e basilare: la civiltà della pena.

RINGE, Danimarca.
Il carcere di Ringe ospita 86 detenuti, tutti dai 15 ai 23 anni.  La visita in carcere è stata organizzata dalla cattedra di “Perspectives on punishment and alternative despute resolutions” della prof.ssa Storgaard da noi intervistata in precedenza. Siamo in 26 a decidere di andare, provenienti da Spagna, Italia, Polonia, Germania, Australia e Danimarca. Ad accoglierci è la direttrice del carcere, che ci parla dell’importanza delle European Prison Rules prima di dividerci in gruppi per iniziare il “tour” vero e proprio.

Sala da pranzo.
La prima stanza nella quale veniamo condotti è la sala da pranzo. Un tavolo, due divani, delle sedie, il lavandino e in una stanzetta adiacente i fornelli. I detenuti ricevono 400kr danesi (57 euro circa) a settimana per il cibo, i soldi sono caricati direttamente sulla loro carta di credito. Quando li ricevono, vanno a fare la spesa nei supermercati all’interno dell’istituto. Saranno loro stessi poi a cucinare ciòche comprano. Hanno a disposizione forchette e coltelli “morbidi”: le lame troppo taglienti e i coltelli più grandi sono vietati per ragioni di sicurezza. Seduti sul divano al nostro arrivo ci sono due ragazzi che giocano a carte.
“Perché non siete al lavoro? “chiede Majibrit Christensen..Responsabile dei social workers e per oggi nostra guida.
“Abbiamo finito prima, oggi a noi toccava la pulizia” rispondono. Majibrit chiede allora di mostrarci una stanza. Il ragazzo più giovane si alza e ci apre la porta della sua…

Cella.
La porta è senza sbarre. Rossa, ovviamente con meccanismo di chiusura solo esterno. La stanza è piccola ma piena: un letto in disordine, una scrivania, uno scaffale, un piccolo armadio e una televisione con playstation. Accanto a letto c’è una foto incorniciata. “E’ la mia ragazza”, ci dice. Lo scaffale è pieno di roba ammassata: fogli, foto, cornici vuote, cereali, biscotti, libri, “Deve diventare la mia casa”, ci spiega. “Ci metto quanta più roba posso”.
L’obbligo di chiusura in cella scatta la sera: dalle 21.15 alle 08.00 di mattina i detenuti non possono circolare per l’istituto. Se hanno bisogno di un medico o di andare in bagno vengono scortati dalla guardia di turno.
La chiusura in cella diurna poi a volte può essere una forma di “punizione”.
“Dobbiamo andare” ci dice la guida. “Siamo in ritardo e c’è da vedere

L’esterno.
La guida apre la porta che dà all’esterno… C’è un giardino abbastanza grande, una palestra chiusa, degli attrezzi all’aperto, un campo da calcio, dei tavoli da ping pong. I detenuti possono stare all’esterno circa 3 ore ogni pomeriggio, l’area esterna viene condivisa anche dalle donne.  I primi dieci metri (circa) subito esterni alla sezione comunque sono sempre frequentabili dai detenuti. Il limite che non possono valicare al di fuori delle “ore d’aria” non è delimitato da un muro ma da una striscia sul terreno ed è ovviamente videosorvegliato dalle telecamere. Subito dopo la palestra veniamo condotti alle

Sale per i visitatori.
Non possiamo entrare per questioni di tempo ma la nostra guida ci dice di dare un’occhiata dal vetro. Le camere non sono molto grandi, ci sono due divani, un letto, una scrivania e un armadio provvisto, tra le altre cose, di profilattici. Il detenuto e il visitatore vengono lasciati nella privacy più totale per tutta la durata della visita, che può variare dalle 2 alle 6 ore (questo perchè c’è una certa flessibilità quando i visitatori provengono da lontano. Non potendo andare ogni settimana, vengono loro concesse visite più lunghe.) Una volta ogni tot di tempo i/le rispettivi compagni/e possono chiedere di passare la notte all’interno dell’istituto. “La mia ragazza viene una volta ogni due settimane” ci dirà un detenuto qualche ora dopo.  La nostra guida ci scuote: “Muoviamoci o non faremo in tempo a incontrare i ragazzi sul loro posto di

Lavoro.
Ogni detenuto lavora sette ore al giorno. Il turno finisce alle tre del pomeriggio..Lo stipendio percepito è di 8 corone (1,50 euro circa) all’ora. Il salario settimanale viene dato ai detenuti insieme con i soldi per il cibo. Mentre quelli per il cibo però non possono essere toccati, quelli del salario diminuiscono se il detenuto non si presenta al lavoro. I lavori disponibili all’interno sono 3: lavanderia, carpenteria, falegnameria. Quando entriamo sono tutti al lavoro, ci chiedono chi siamo, da dove veniamo, tentano di parlare inglese e qualcuno abbozza un timido complimento in stile nord-europeo.  La guardia ci spiega che ogni gruppo di lavoro ha un responsabile per la pulizia e uno per la cucina. I detenuti possono poi scegliere di non andare al lavoro per qualche ora e frequentare invece la

Scuola.
Non vediamo la scuola al suo interno, ci viene raccontata da Pedro e Steen, due dei professori. Pedro è il più “anziano”, lavora in carcere da 22 anni e l’orgoglio con cui ne parla è tangibile e dirompente. I corsi disponibili sono la lingua danese [pensato in particolare per gli stranieri e per i ragazzi con problemi a leggere e scrivere], la lingua inglese, lingua francese, matematica e informatica. Steen ci dice che sperano di ottenere anche dei corsi in chimica e fisica per l’anno prossimo. Crede che il governo abbia capito che bisogna investire sull’educazione, c’è molta pressione a causa dell’ondata di sovraffollamento che ha investito tutte le carceri europee.
I programmi scolastici offrono un test di livello ogni sei mesi, il livello più alto al momento è quello che corrisponde ad un diploma liceale. La cosa più importante dell’attestato ricevuto dai ragazzi alla buona riuscita del test è che non è possibile risalire al fatto che sia stato conseguito in carcere. Il livello di istruzione è lo stesso garantito all’esterno, anche gli enti che effettuano il test sono quindi i medesimi.
Pedro ci dice che una delle sfide più grandi è quella di aiutare chi voglia ottenere una preparazione universitaria. Non ci sono corsi attivi al momento in quel senso, ma se i ragazzi riescono a prepararsi “da soli” possono richiedere un professore che vada ogni tot di tempo. Ci sono però degli studenti che volontariamente affiancano i detenuti nel loro percorso e li aiutano. O almeno, è capitato qualche volta.
Quando chiedo a Pedro cosa è che lo motiva a continuare a fare il prof.  a  tempo pieno in carcere, mi dice che rimarrei sorpresa nel vedere la voglia di fare che molti ragazzi mostrano. E nel vedere come nei risultati dei test, loro siano in media più bravi degli studenti esterni.
“Certo non va così con tutti – dice – ma quando ci riusciamo, la soddisfazione è doppia”.
Majibrit lo interrompe scusandosi. Il tempo incalza ed è ora di parlare con

La guardia.
Jan è il responsabile delle guardie penitenziarie. Lavora in carcere da 20 anni e la prima cosa che fa è mostrarci il manganello e dirci “Avete presente i film americani? Beh scordateveli. Posso dirmi fiero di non aver mai usato un manganello da quando lavoro qua”.
Ci vogliono tre anni di training per diventare una guardia penitenziaria. Si viene allenati a non perdere le staffe, a mantenere il controllo, a comunicare. Ci sono degli psicologi disponibili appositamente per loro all’interno del carcere, ci spiega che ci sono situazioni dalle quali è difficile uscire: la crisi d’astinenza di un detenuto ad esempio, o l’apertura della porta di una cella d’isolamento. L’isolamento è una forma di punizione. Jan ci dice che la cosa più difficile è riaprire quella porta e trovarsi davanti un’altra persona. Una persona che potrebbe avere una crisi nervosa di nuovo o che semplicemente potrebbe aver perso il contatto col mondo. Quando gli chiedo se abbia mai assistito o se abbia notizia di abuso di potere da parte dei suoi colleghi, mi dice che è avvenuto, ma molto raramente. Ci dice poi che la comunicazione coi ragazzi è forse un’utopia ma è comunque un obiettivo che devono perseguire.
Majrbite è costretta ad interrompere di nuovo. La fine del nostro tour prevede una chiacchierata con

I ragazzi.
Veniamo divisi in due gruppi, stranieri e danesi, in modo da scegliere per noi i ragazzi che parlino inglese. Sono due, entrambi di 22 anni ed entrambi recidivi. Chiedo di descrivermi la loro giornata tipo, mi dice che si svegliano, vanno al lavoro, pranzano, finiscono il turno e poi stanno ad allenarsi fino ad ora di cena. Alle nove e un quarto è la chiusura, rimangono da soli in cella e guardano la tv, giocano alla play, pensano.
Gli chiedo se credono che stia “funzionando” il carcere come rieducazione, mi dicono che a loro non interessa la rieducazione al momento, vogliono solo finire il loro tempo in carcere e uscire. Ma dicono che stavolta non ci ricascheranno, è per entrambi la seconda volta, prima erano più immaturi dicono, ora sono cresciuti.  La parte più difficile della settimana per loro è il week-end, non passa mai, non lavorano e le ore procedono più lentamente. Gli chiedo poi del rapporto con le guardie, mi dicono che non c’è violenza, ma a volte prepotenza. “Ad esempio-mi dice Jonas- se io fumo dentro e mi vede la guardia “buona” mi dice di andare fuori. Se mi vede quella cattiva, mi chiude in cella per punizione”. Gli chiedo qual è il rapporto con loro, e con i social workers. Mi dicono che loro non vogliono rapporti con lo staff. Un ragazzo che parla troppo con la guardia non è visto bene dagli altri, è considerato una spia.  Hanno le loro regole, sono loro, e poi ci sono gli altri. “Il mondo fuori continua e una volta usciti ne rifaremo parte -dicono- ma qua, qua è un’altra storia. Qua ci siamo noi. E tutto il resto del mondo.”
Ci chiedono se abbiamo visitato altre carceri, ci dicono che sanno di essere fortunati. Ogni 3 settimane possono uscire, è un istituto previsto dal codice penale danese, il cosiddetto “leave”. Escono un giorno e poi rientrano, li aiuta a mantenere il contatto col mondo. “La mia ragazza dorme qua ogni due settimane” ci dice Ralph. E’ ottimo, così non mi dimentica.

E’ ora di andare. Un carcere è sempre un carcere. Un mondo dentro il mondo, con le sue regole, le sue alienazioni, le sue contraddizioni. Ci sono però dei limiti che non possono essere valicati, dei principi di civiltà che separano la pena dalla tortura. E’ dovere di uno Stato essere responsabile delle persone che lui stesso decide di perseguire. Noi ci troviamo in una società in cui ancora adesso sentiamo parlare di “se la sono cercata”. Siamo ancora quelli che si affannano per imporre nuove regole, eccitandoci nell’improvvisarci giudici di fronte ai più eclatanti casi di cronaca nera, e poi lasciamo che quelle stesse regole che invochiamo vengano trasgredite continuamente.

L’Italia continua a versare in uno stato di illegalità permanente.
Siamo tra quelli che hanno fondato l’Unione Europea. Per quanto ancora dovremo vergognarci della nostra giustizia da terzo mondo?

*studentessa Erasmus ad Aarhus

Tratto da http://www.progre.eu/

 

La Salute (P)reclusa e le nostre forme di tortura. Bologna, Venerdì 1 febbraio 2013 Ore 16.30

Giovani, niente futuro. Ma quale presente?

Di Valentina Ersilia Matrascia

Da \”il lavoro rende panda\” Maggio 2012

Dodici ragazze e un ragazzo. Età media decisamente al di sotto dei 30. Altri nove che si erano candidati hanno preferito non presentarsi. Prova scritta, a seguire – se si sopravvive – colloquio attitudinale di gruppo in italiano e colloquio in inglese per concludere. Attese, ansie e speranze. Scene da un colloquio in un centro per l’impiego alle otto del mattino. Facce assonnate. Speranzose alcune, disincantate altre. “Sono laureata con il massimo dei voti in interpretariato da quasi un anno, faccio lavoretti saltuari. Tra poco meno di due ore ho un altro colloquio, sempre qui in zona”, “Ci spero davvero tanto in questo lavoro, ho bisogno di uno stipendio per pagarmi l’affitto altrimenti devo tornare dai miei”. Racconti, vite, percorsi e storie diverse che sembrano però trovare un minimo comune denominatore nella ricerca. La ricerca di un posto, di un’occupazione e in un certo senso di un’identità, sia pure precaria e a tempo determinato. Il lavoro nobilità l’uomo dice il detto e in questa Italia in crisi sembra essere in crisi anche la nobilità.

L’Italia è una repubblica sprofondata sul lavoro, mi disse una volta un amico. Scorrendo le ultime novità legislative sul tema del lavoro e le pagine di cronaca è sempre più difficile dargli torto. I drammatici effetti della crisi uniti alle politiche a dir poco suicide sui temi del Welfare e del lavoro, ce li raccontano quotidianamente i media. L’Eures, European Employment Services, nel secondo rapporto “Il suicidio in Italia al tempo della crisi” fotografa una realtà pericolosa. Stando ai dati raccolti, sono 362 i disoccupati che nel 2010 – nel triennio che va dal 2006 al 2008 i dati parlano, invece, in media di 270 suicidi accertati – si sono tolti la vita, con una media, quindi, di quasi un suicidio al giorno. Dati agghiaccianti – riguardanti sia chi ha perso il lavoro sia chi è in cerca di prima occupazione – che “confermando la correlazione tra rischio suicidario e integrazione del tessuto sociale”.

E anche scorrendogli annunci e le inserzioni su giornali e siti web la situazione non migliora. Età minima ed età massima rimbalzano di inserzione in inserzione pegggio di una roulette russa. La costante, qualora si tratti di lavoro retribuito, è “esperienza nel settore”. Richiesta che taglia fuori la fetta di inoccupati, i giovanissimi e le giovanissime alla ricerca cioè della prima occupazione. Al sud dello stivale, una ragazza su quattro è senza lavoro e quando lavora, a parità di mansioni, percepisce uno stipendio di oltre il 30% inferiore ad un omologo maschio del Centro e del Nord. Gli stage e i lavori non retribuiti, però abbondano a nord come a sud. Quando poi si incappa nel miracolo di un lavoro retribuito, è facile che sia un lavoro in nero. Senza alcuna tutela sindacale o di altro genere.

In questo caos, negli ultimi tempi è esplosa una bomba. L’articolo 18 e la riforma del lavoro. Pianse lacrime amare il ministro Fornero nell’ormai celeberrima conferenza stampa. Lacrime e sangue piangono ogni giorno i lavoratori italiani e gli aspiranti tali. Mettere ordine nella giungla delle tipologie contrattuali questa la priorità del governo tecnico in materia di lavoro. In che modo? Si parte dall’apprendistato, che dovrebbe diventare, almeno nelle intenzioni del ministro, il canale privilegiato di ingresso al mondo del lavoro e che riguarda la fascia di età tra i 15 e i 29 anni per una durata non superiore ai 5 anni con obbligo di assunzione da parte dell’azienda e l’abolizione delle partite IVA farlocche. E si arriva alla flessibilità come rimedio alla monotonia della vita moderna e di un lavoro fisso. Precarietà, minori tutele durante il processo per i lavoratori licenziati. Ingredienti esplosivi di un cocktail difficile da digerire. Ingredienti di una riforma migliorabile ma necessaria secondo il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, che si dice fiduciosa sui tempi rapidi di approvazione del ddl sulle “Disposizioni in materia di riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita”, approvato dal Governo il 23 marzo scorso e attualmente all’esame del Senato. Fino ad arrivare alle dolenti note: l’articolo 18 della legge n. 300/1970, il noto Statuto dei lavoratori. La discrezionalità e l’arbitrarietà in materia di licenziamento tornano in discussione così come le tutele che l’articolo stesso forniva al lavoratore in caso di licenziamento ingiustificato. Mentre Confindustria da una parte, la Cgil dall’altra chiedono a gran voce modifiche e l’Europa richiama l’Italia al rispetto degli impegni presi, il ddl Fornero procede spedito verso l’approvazione in una strana vicinanza temporale con il primo maggio, la festa dei lavoratori.