Tag: teatro civile

Ponti di parole, per la legalità

regione

 

Di Valeria Grimaldi

 

Seduta davanti alla scrivania, computer davanti, foglio word bianco.

Ho sete, sento la gola secca…mi sembra di non trovare le parole.

Ecco, parole.

 

Forse è questo il filo conduttore più giusto per descrivere la terza giornata di formazione del progetto “conCittadini” della Regione Emilia-Romagna, svoltosi ieri mattina in Viale Aldo Moro. Il tema era la “Legalità”, e sono stati chiamati ad illustrare e a sviscerare questo grande contenitore, il piccolo (ma molto più grande) contenitore di Caracò Editore. Alessandro Gallo, Maria Cristina Sarò, Alessandro Pecoraro, soci fondatori dell’associazione/casa editrice; Giulia Di Girolamo, della Rete No Name, e il nostro Salvo Ognibene di Dieci e Venticinque. Tutte queste realtà, non solo geografiche, ma di esperienze diverse sul territorio, contemporaneamente all’aver formato la rete di associazioni antimafia in Emilia-Romagna, si sono messi insieme, ormai da anni, per realizzare progetti di legalità nelle scuole.

Ad introdurre la giornata, il dirigente della Regione E-r Alessandro Criserà: si racconta, dicendo di essere di Reggio Calabria, e che quando faceva il cronista era palpabile la percezione che, nonostanti i morti per le strade, per la cittadinanza non erano affari loro. Un’indifferenza generale, che ritornerà spesso durante la giornata, e un radicamento sul territorio che ormai si è trasferito anche qui, nel ricco e benestante Nord.

 

Radicamento: la prima parola. E’ da questo concetto che comincia a parlare Alessandro Gallo, non prima di aver spiegato l’attività di Caracò e, soprattutto, cos’è un libro: “Libro inteso come arma per difenderci e attaccare” dice. Si potrebbe dire che anche il libro è una forma di radicamento: il radicamento, ormai accertato, delle mafie al nord; e il radicamento della cultura, semplici parole con spefici significati, che reagiscono e sono molto più forti della violenza, della morte, degli spari. Si parla di radicamento delle mafie al Nord, (tutte quelle italiane e sette di quelle straniere), e non di semplice inflitrazione, perché sul territorio puoi benissimo trovarti il boss che parla con l’accento emiliano o con quello romagnolo. E’ per questo che, nei loro progetti con i ragazzi, la prima cosa che fanno è raccontare storie: seconda parola chiave. Guardare cosa c’è intorno a noi, prendere spunto da questa realtà così vicina e palpabile, e da lì creare dei ponti, della e per la legalità. “Le storie sono il nostro credo quotidiano”, dice sempre Alessandro.

 

La parola passa a Giulia, che spiega nei dettagli il lavoro con i ragazzi sin dai primi passi. E anche qui, per rendere più afferrabile il concetto, loro non si siedono alla cattedra come dei normali professori e spiegano una lezione. Loro arrivano, e disegnano sulla lavagna due figure: una piramide e un albero. Queste due figure servono per spiegare in maniera semplice e diretta la struttura delle principali organizzazioni criminali.

La piramide rispecchia le mafie come cosa nostra e camorra: qui si parla di “famiglie allargate”, quelle dei picciotti, degli affiliati, oltre che dei parenti; e si crea un pararrelo con la piramide del nostro Stato, la cui base è composta da cittadini, cioè tutti noi.

L’albero, invece, rispecchia una mafia come la ‘ndrangheta: qui non ci sono famiglie allargate, ma “famiglie di sangue”. Gli appartenenti alla ‘ndrangheta sono per la maggior parte intere famiglie, con tradizioni centenarie, che si tramandano di figlio in figlio il “culto” (se così vogliamo definirlo) della ‘ndrangheta; questo spiega la scarsità dei collaboratori di giustizia all’interno delle famiglie ‘ndranghetiste, perché decidere di collaborare significa andare contro il tuo stesso sangue, il luogo in cui sei nato, tradire le persone a te più care.

“Il confine geografico si spezza quando si parla di mafia”, dice Giulia: è così che spiega il passaggio, fondamentale, dalle mafie storiche, alle mafie al Nord. Per fare questo, nei ragazzi si stimola la curiosità: altra parola chiave. Mettergli davanti un episodio, una storia appunto, e da lì incentivare la riflessione, gli spunti, per poi spiegare i dati delle relazioni DIA, le carte processuali, intercettazioni e quant’altro. Creare passaparola: rendere i ragazzi consapevoli delle informazioni che gli si danno, per rompere così il silenzio sul tema.

 

Alessandro è il terzo a parlare: ed in qualche modo riprende il concetto della curiosità di cui parlava Giulia. Esce da sotto il tavolo una bottiglia di passata di pomodoro: e racconta che una delle prime cose che fanno è chiedere ai ragazzi “Qual è la relazione che lega questa bottiglia con la mafia?”. I ragazzi sono straniti, e curiosi. Alessandro allora fa vedere, tramite un linguaggio ormai diffuso e conosciuto dai ragazzi, quello del web, qual è questo legame: cerca su google maps la mappa della “Terra dei Fuochi”, gli incendi tossici che impestano le terre campane e fanno morire la gente di tumore. Accanto ai luoghi dove si bruciano i rifiuti, ci sono campi sterminati di coltivazioni. Eccolo il collegamento, reale, che ti coinvolge, e infatti la prima reazione è dire che c’è uno Stato complice, che lo Stato è mafia. “Ma lo Stato è anche Falcone e Borsellino” dice Alessandro: sicuramente c’è una parte di questo completamente indifferente e spesso colluso con le attività della criminalità organizzata. Un esempio è quello della Terra dei Fuochi: una storia che va avanti da più di vent’anni, storie (e scrivo volutamente storie e non notizie) che nonostante tali sono rimbalzate sulle prime pagine di tutti i giornali solo ultimamente perché un pentito, Carmine Schiavone, ha parlato, è andato in tv a raccontare quello che tutti, in quelle terre sapevano, perché l’hanno vissuto sulla propria pelle. “Può mai essere che sia un pentito ad aprire le coscienze?” (altra parola chiave). Di fronte a storie come queste, quando c’è gente che le racconta da anni, a dare credito, a dare visibilità, sono gli stessi che quei rifiuti e quelle migliaia di morti le hanno provocate. “Prima o poi anche qui, in Emilia-Romagna, arriverà un pentito bolognese”.

 

Ultimo a parlare della fase “giornalistica” e di lavoro sulle carte, è Salvo. Traccia un quadro della condizione in cui si trova la regione, e di come, nonostante le grandi forze interne, gli scambi culturali, le tante diversità presenti, non sia ancora riuscita efficacemente a fare muso duro contro la criminalità organizzata presente sul territorio. “Nell’ultima relazione della DIA, si riscontra come sulle 160 intimidazioni totali di tutta Italia in un anno, la regione emilia-romagna, come numero, batta addirittura la Sicilia: 9 intimidazioni, contro le 6 siciliane”. Altro paradosso: la regione è ai primi posti nelle classifiche per la minore disoccupazione; ma al tempo stesso è la prima per il lavoro in nero e la seconda per il lavoro irregolare (enormi pozzi dove le mafie attingono grande economia e potere di influenzare il territorio). A livello legislativo sono state emanate leggi importantissime, all’avanguardia rispetto ai canoni nazionali: ma quello che ancora risulta difficile sqarciare, è quel velo “grigio” composto dalla cittadinanza attiva che a fatica, anche perché non abituata ad avere gli strumenti adatti, non riesce a riconoscere la mafia, nonostante la presenza di tantissime associazioni antimafia che legano, con un filo rosso, da Rimini a Piacenza.

“Se penso a Bologna, non posso che pensare alla resistenza” (altra parola chiave), dice Salvo: “Bologna si è praticamente liberata da sola dai tedeschi e dai fascisti!” …adesso, quella resistenza, dov’è finita?

 

Il microfono passa al pubblico. La maggior parte sono insegnanti provenienti da tutta la regione: Cento, Modena, Vignola, Ravenna, Bologna, che ringraziano, raccontano di loro progetti simili, e si dimostrano disponibili a dare e a ricevere qualcosa; creano rete insomma. L’ultima domanda è quella che forse molti si sono fatti: “Ascoltando i vostri interventi, provo un senso di rabbia: per voi, dopo tutte le vostre esperienze, questa rabbia, impotenza, c’è ancora?”

 

“Io lo faccio per l’emozione, non c’è rabbia”, risponde Maria Cristina. “Forse l’emozione è una declinazione della rabbia…”, e comincia a spiegare la parte teatrale, quella sul palcoscenico con i ragazzi, del corpo, delle voci. Anche qui viene in aiuto una figura: la ragnatela. E’ questa figura ad essere utilizzata per avvicinare i ragazzi al teatro; si parte da testi, da storie, per diventare consapevoli, diventare testimoni. Un lavoro continuo di scambio che “è sempre una somma, e mai una sottrazione”, creando un esercito di ragazzi armati di parole, voci e teatro. Un’educazione tra pari: dare la possibilità agli stessi ragazzi, con le informazioni e le storie che gli vengono proposte, di rispondere ad altri ragazzi come loro. Un impegno: “il diritto di poter decidere di essere adulti domani”. Parlando di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa dalla camorra, racconta che chi interpreta questa storia, ha un palloncino rosso in mano. E questo palloncino “non può essere un corpo orizzontale, ma deve essere una memoria verticale”.

E infine, il binomio, indissolubile, praticamente complementare, fra teatro e vita: “qualora non avessimo sconfitto niente”, dice Maria Cristina, “almeno avremo dato a questi ragazzi una risposta“.

E’ proprio ai ragazzi, che infine, viene data l’ultima parola: Daniela, Giorgia e Gennaro. Leggono un paio di passi tratti dai due spettacoli “Mafia stop..pop!” e “La giusta parte”: traffico di droga, racket e usura gli argomenti; e poi il rap in francese, dove si canta per avere un esercito di giovani pop.

 

“Come convertire la rabbia di cui parlavamo prima: l’impegno, scegliere di stare dalla giusta parte”, dice la professoressa Loreta dell’Istituto Salvemini che ha visto i ragazzi coinvolti nei progetti. “I ragazzi hanno bisogno della forza della testimonianza“: è da questa che parte la consapevolezza, la voglia di continuare questo percorso, all’interno delle mura della scuola; una scuola che non serve solo per prendere voti alti, ma una scuola dove imparare la vita, a servire gli altri.

 

Mentre ieri mattina prendevo appunti e ascoltavo i discorsi, mi segnavo anche parole, magari non dette, ma che io ho ascoltato lo stesso: come a creare dei ponti di parole, dalle parole dette e quindi a noi trasmesse, al richiamo di altre che ci rimbombano dentro. Scelta, equità, verità, memoria, responsabilità, passione, umanità, speranza. Formazione e (in)formazione: informare per formare, sostanzialmente.

Ma due solo le ultime parole che possono racchiudere questa giornata: la prima è sorriso. Non solo il sorriso alle battute in napoletano di Alessandro, o alla poesia delle parole di Maria Cristina; ma io alla fine, guardavo Gennaro che rappava il suo testo, in lingua francese, e sorridevo. Non capivo una parola di quello che stava dicendo, potevo forse intuirla, ma in ogni caso, ho sorriso tutto il tempo. Come spezzare anche i confini linguistici quando si parla, e si vuole sconfiggere la mafia.

 

La seconda l’ho già usata, e so che l’avete persa di vista (lettori distratti!)…

 

…la parola è Caracò.

Ma vabbè, per questa, non c’è bisogno di usarne altre.

Mario Gelardi: tra teatro, letteratura e impegno civile.

Intervista a Mario Gelardi

a cura di Alessandro Gallo

Breve biografia

Mario Gelardi nasce a Napoli nel 1968, autore e regista che si affaccia sul panorama del teatro d’impegno civile. Un teatro che racconta storie a partire da testimonianze, da memorie, da fatti realmente accaduti ma lo fa attraverso una ben connotata specificità teatrale con la quale costruisce le sue messe in scena come se stesse allestendo storie per un teatro drammatico. Il suo profilo di autore si afferma nel 2002 con il “Premio Flaiano” ottenuto con il testo Malamadre. Nel 2004 scrive Limoni,Irene e in collaborazione con Giuseppe Miale di Mauro, Il Bello della box. Un anno dopo, nel 2005, scrive, assieme a Giuseppe Miale di Mauro, lo spettacolo Quattro aggiudicandosi il “Premio Ustica”. La storia è solo ispirata a quella di Annalisa Durante, vicenda tragica che ha segnato in maniera indelebile la società civile napoletana. A lei è stata dedicata una scuola e non termina il clamore attorno alla sua brutale morte. Nello stesso anno, sempre in coppia con Giuseppe Miale di Mauro, è tra i “Finalisti Premio Riccione per il teatro” con il testo Becchini. Nello stesso anno si aggiudica il “Premio Farsen per la drammaturgia con il testo La vita come prima, scritto sempre in collaborazione con Giuseppe Miale di Mauro.Nel 2006, per il progetto Petrolio, diretto da Mario Martone, scrive e mette in scena con Ivan Castiglione, Idroscalo 93: racconto sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Nel 2007 è la volta del debutto di Gomorra, “Premi Olimpici del teatro”, scritto con lo scrittore Roberto Saviano. Dopo una breve pausa scrive e mette in scena nel 2009 12 baci sulla bocca, storia di Emilio, omosessuale che vive in una Napoli claustrofobica degli anni settanta.Nel 2010, per il Napoli Teatro Festival, mette in scena lo spettacoloLa città Perfetta – La città di fuori. Nel 2010 mette in scena lo spettacolo Santos, tratto da un racconto di Roberto Saviano, scritto con Giuseppe Miale di Mauro. Nello stesso anno pubblica il suo primo romanzo, Liberami dal male, la vera storia di Marco Marchese, ragazzo che ha subito violenze sessuale durante la permanenza in un istituto religioso in Sicilia. Una storia toccante che a tratti è un diario intimo a tratti un documento per denunciare le sevizie del protagonista: un dodicenne di nome Marco.

Intervista

Che cosa è il teatro civile e cosa vuol dire fare il teatro civile oggi?

Essenzialmente il tetro civile è un teatro che si prende delle responsabilità, la prima è quella di guardarsi intorno, di tenere gli occhi aperti e osservare ciò che accade nel tempo presente, tempo che viviamo, la vera quotidianità ma anche il vero contemporaneo cioè quello che accade contemporaneamente alla vita che viviamo noi.Si prende delle responsabilità perchè secondo me non deve essere di cronaca né di narrazione, deve essere civile cioè deve avere delle tesi, delle opinioni, deve portare avanti delle storie deve differenziarsi dalla cronaca e dalla narrazione che sono altra cosa.Negli ultimi dieci anni, la possibilità di raccontare quello che accade nel nostro paese è una chance ma anche una difficoltà enorme proprioperchè quando si racconta ciò che è vicino è più complicato rispetto a quando  lo si guarda da lontano però è anche molto affascinante trovare delle possibilità e dei modi che il teatro ti dà e utilizzare anche le perculiarità del teatro e in questo si differenzia dal teatro di narrazione che vuole essere più essenziale.Il teatro di impegno civile utilizza e vuole utilizzare tutte le peculiarità del teatro: scenografia, testo, drammaturgia, musica o almeno è il modo in cui io penso di farlo e come cerco di farlo.

Il tuo rapporto con la scrittura di Roberto Saviano sia per quanto riguarda Gomorra sia per quanto riguarda Santos?

Io dico sempre che la scrittura di Roberto per me è come un paio di occhiali, io guardavo la realtà della mia città, ne avevo un’opinione, poi ho conosciuto Roberto che mi ha dato un paio di occhiali e mi ha fatto definire un po’ meglio le cose: capire quello che apparentemente non si vedeva e che solo chi studia veramente quello che accade può capire, non un semplice autore teatrale come me quindi mi ha aperto delle possibilità pazzesche di conoscenza, anche di idee e continui stimoli che per tanti mesi e anni ci siamo dati uno con l’altro con lunghissime telefonate, lunghissime passeggiate, erano cose fondamentali che in questo momento mi manca moltissimo, poter vivere la città insieme a lui, scambiarci le nostre opinioni su tutto. E’ una specie di terreno fertile su cui io sono riuscito a lavorare attraverso le cose che m’interessavano di più, attraverso il teatro. Roberto dice sempre che prima di conoscere me aveva visto due spettacoli nel senso che io l’ho trascinato molto a teatro e ho voluto che lui si avvicinasse a questo mondoche fino a quel momento a lui era estraneo.

La genesi di Gomorra spettacolo, com’è andata avanti, com’è nata?

Gomorra è nata quasi dal primo incontro nel senso che quando ci siamo conosciuto abbiamo pensato che  per conoscerci meglio ognuno doveva dare all’altro quello che scrivevamo e leggendo vari articoli e vari racconti suoi, gli dissi che pesavo che si doveva fare uno spettacolo. Lui era abbastanza titubante perchè pensava che non fosse materia per farne teatro, ad un certo punto io gli ho lanciato alcune idee e lui mi chiese “come lo chiamiamo?” poi mi disse “io forse scrivo un libro lo voglio chiamare Gomorra”  allora dissi per praticità chiamiamo anche lo spettacolo Gomorra.

Dal quel momento uscì il libro dopo 8-9 mesi. E’ nato con grande casualità ma soprattutto senza poter ipotizzare in nessun modo quello che sarebbe accaduto, quello che racconto spesso è che si prevedeva una vendita di 5000 copie.

 Dopo Gomorra a tua collaborazione con Saviano è ancora viva e lo spettacolo fino SANTOS ne è testimone. Qual’è stata la geensi di quest’ultimo spettacolo?

Santos è un atto di liberà, noi volevamo continuare a fare teatro insieme senza per forza fare un’altra storia di crimine e di camorra, ovviamente il crimine e la città c’entra, entra dappertutto in questa storia però parte da un altro spunto che è il gioco del pallone, del calcio, libero e ribelle giocato per strada e poi ci interessava raccontare anche un fenomeno, che fino a qualche anno fa era un po’ nascosta ma adesso sta diventando sempre di maggiore interesse che è  l’interesse della criminalità nel calcio professionistico  a livelli bassi  e a livelli alti, quindi due temi abbastanza diversi rispetto a quelli analizzati in Gomorra per andare anche un po’ oltre, cosa che pensiamo di fare ancora, pensiamo di fare una terza tappa di questo percorso.

Parlamami dello spettacolo “Quattro”, anch’esso nato da un articolo di Roberto Saviano.

Quattro è un testo che parte da una storia vera cioè la morte di Annalisa Durante una bambina di 14 anni uccisa durante un conflitto a fuoco in un quartiere di Napoli, Forcella, che viene utilizzata come scudo umano. Da questa storia, io e GiuseppeMiale, con cui l’ho scritta, abbiamo pensato di lavorare sia sul vero che di inventare un tessuto drammaturgico, quindi abbiamo pensato alla nostra città che ha molti strato sociali vista da quattro punti di vista diversi, da quattro personaggi di quattro strati sociali diversi anche con quattro linguaggi diversi che si incrociavano in questa città e che per caso entravano in contatto quel giorno della morte di Annalisa e che poi mano mano scopriamo essere anche partecipi della vita della bambina, aver avuto un ruolo nella vita della bambina . E’ un modo di incrociare il vero con la drammaturgia con il verosimile ma non il reale, tanto è che durante il testo non chiamiamo mai la bambina con il vero nome proprio perchè si deve sentire libertà e secondo me è molto interessante ed è un po’ una connotazione di tutto il mio percorso degli ultimi 7-8 anni del mio lavoro, partire da una storia reale e poi lavorarci con la drammaturgia proprio perchè non intendo fare articoli di giornale ma lavorare sulla creatività su qualcosa che dichiaratamente funziona.

Oltre alla tua attività di drammaturgo parliamo della tua attività di narratore il tuo primo romanzo LIBERAMI DAL MALE come nasce l’idea di interessarsi alla storia di Marco Marchese.

La mia voglia di scrivere un libro in realtà è molto recente, nonostante la mia età, ho messo tempo atrovare la scrittura teatrale come metodo di espressione, sono arrivato alla scrittura teatrale che è ancora complicato. La letteratura m’interessa ma lo so che non è la mia natura vera, però ci sono cose che devono essere raccontate in un modo e altre in un altro modo, questa storia di “Liberami dal male”, andava raccontata prima di tutto con un libro ed è la storia vera di questo ragazzo siciliano che si chiama Marco Marchese che a 11 anni entra in seminario ed entrando inizia un calvario doloroso, percorso che lo porterà a subire violenze e abusi sessuali proprio durante il suo percorso per diventare prete. Un percorso anche civile, perché quando Marco denuncerà tutto questo inizierà un’altra storia quella per attestare la verità, riuscire ad avere il coraggio di dire la verità che mi ha affascinato molto. Marco è stato in silenzio per tanti anni poi finalmente ha trovato il coraggio di parlaree insieme abbiamo deciso di fare un libro in cui questa storia e questa verità potessero rimanere nel tempo, nella carta. Un libro doloroso anche nella scrittura non facile, perché scrivere una storia di qualcuno  è molto più semplice che vivere quel dolore stesso. Io a volte che più che uno scrittore sono stato un trascrittore, il trascrittore del dolore di Marco che è stato molto forte che però lo ha fatto anche diventare una grande persona, in questo momento Marco ha un’associazione e aiuta altri ragazzi che hanno subito violenze.

Percorrendo la tua attività teatrale, vediamo che ci sono dei temi a cui sei legato, la lotta contro la camorra, il calcio, la lotta contro l’esistenza violentata, abusata, tradita. Sono temi a te cari e che caratterizzano il tuo teatro quindi le tue scelte drammaturgiche e registiche?

Io parto da altri presupposti, che sono essenzialmente di che sentimenti mi voglio occupare, di quali aspetti umani mi voglio occupare e poi li applico su delle storie.Il calcio mi interessa perché lo trovo una mitizzazione della realtà continua, giornaliera, quotidiana, quindi mi interessa per questo, perchè fa perdere il senno alle persone più brillanti e più apparentemente concrete della nostra società. Quando si parla di calcio nessuno capisce più niente, quindi mi diverte, da non appassionato di calcio, lo guardo da fuori e utilizzo poi il calcio in maniera metaforica, la battaglia, la guerra, gli uni contro gli altri. Poi devo dire che c’è un sentimento: l’attestazione della verità di prendersi delle responsabilità che io ho deciso di applicare alle tematiche di camorra, soprattutto di raccontare una realtà che non era quella che mi davano i giornali, non era quella che mi dava la televisione che era profondamente diversa da quella che io vivevo a Napoli e mi chiedevo in che modo gli altri da fuori che potranno capire se neanche io che ci vivo non riesco a decifrarla? E da lì in poi è nato un altro lavoro.Poi io cerco di fare una grande indagine sul dolore umano e di raccontarlo, mi interessa raccontare quando arriva una tragedia in una situazione, in una famiglia, in una comunità, come quella comunità reagisce e cercare un punto di vista alternativo a quello che normalmente appare o viene subito galla, cercare un aspettato a cui nessuno ha mai pensato. Io mi faccio delle domande che vanno sempre un po’ aldilà di quelle che normalmente potrebbe fare un giornalista, uno scrittore.

Nel tuo teatro in questi annisei stato legato sempre alle stesse persone, c’è un gruppo con cui hai lavorato costantemente Ivan Castiglione,  Giuseppe Miale ( cooautore di molti testi), Adriano Pantaleo, Giuseppe Gaudino. Cosa vuol dire lavorare con persone che sposano il tuo lavoro, il tuo impegno civile.

Ci sono 2 aspetti. Il primo è che credo che il teatro sia un arte plurale non singolo e che fatto da solo sia molto poco appagante, fatto con altri è molto più divertente e crativo. Lo scambio, il rapportarsi e litigare, anche, fa crescere. Il secondo è che nel corso degli anni ho iniziato a scrivere per queste persone, quando scrivevo sapevo già per chi stavo scrivendo, chi sarebbe andato in scena che è limitativo da alcuni punti di vista ma anche molto stimolante da un altro e ho anche riscritto insieme ai miei attori. C’è una scrittura scenica molto forte, i testi vengono, molto spesso, rivoluzionati con il lavoro di messa in scena che faccio con persone che sanno che cosa io voglio quindi anche se diranno cose diverse da quelle che ho scritto io, partiranno da punti diversi ma comunque saranno sempre coerenti con il mio modo di raccontare e soprattutto con quello che voglio raccontare.

Che cosa è il teatro?

Non ne ho la minima idea, nel senso che per quello che mi riguarda è il modo che ho trovato per esprimermi dopo averci provato in tutti i modi con l’arte, con il disegno, con la pittura, con la narrativa, con il cinema, con la scultura alla fine, finalmente, ho trovato il modo che è più vicino alla mia natura almeno per ora credo che per ora è il teatro poi bho può darsi anche che tra 3 anni divento un sommozzatore, non lo so!