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Che fine ha fatto Pino Maniaci?

Pino-Maniaci

Di Alice Facchini

 

Che fine ha fatto Pino Maniaci? E Telejato alla fine ha chiuso? È passato poco più di un mese dalla pubblicazione delle accuse al giornalista simbolo dell’antimafia, indagato dalla procura di Palermo per estorsione, e della faccenda sui giornali non si parla più. Vi ricordate? I 466 euro chiesti al sindaco di Borgetto, il cane che sarebbe stato impiccato non dalla mafia ma dal marito geloso dell’amante di Pino, il divieto di dimora nelle province di Trapani e Palermo, e poi quella frase al telefono con l’amante: «Ti faccio assumere al Comune, qua comando io… Stai tranquilla si fa come dico io e basta».

Se oggi si digita su Google la parola “Telejato”, i primi articoli che spuntano risalgono ai primi giorni di maggio: “Mafia, inchiesta a Partinico: 10 arresti. Pino Maniaci di Telejato indagato per estorsione” (Rai News); “Mafia a Palermo, 10 arresti e indagato il direttore di Telejato” (Tgcom 24); “Tra i volontari di Telejato senza Maniaci” (Vanity Fair).

Finalmente ecco il sito di Telejato. Click. E come per magia… Telejato non è morta, come alcuni ci hanno voluto far credere, anzi è viva più che mai. L’ultimo articolo, Tengo famiglia, è datato venerdì 10 giugno, tre giorni fa. Il penultimo, Borgetto: l’editoriale di Pino Maniaci, è di giovedì 9. Insomma, Telejato è ancora quotidianamente aggiornata. E Pino Maniaci, evidentemente, non ha smesso di fare il suo lavoro, e intanto il processo va avanti.

Le ultime notizie che si trovano sul sito riguardano il magistrato Silvana Saguto e la sua gestione della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Oggi la Saguto è indagata per corruzione dalla procura di Caltanissetta e sospesa dalla magistratura: avrebbe deciso nomine in cambio di favori ai familiari. Si tratta di quella stessa Saguto che, secondo Maniaci, ha sollecitato le indagini su di lui: “Pago per le mie denunce contro di lei, è una ritorsione”, aveva dichiarato Maniaci.

Ma se Maniaci continua a lavorare a Telejato che ne è stato del divieto di dimora? Facendo una ricerca si trovano due tipi di articoli: alcuni, datati 4 maggio, spiegano che la Procura di Palermo ha chiesto e ottenuto dal gip il divieto di dimora per Pino Maniaci nelle province di Trapani e Palermo. Altri, datati 6 giugno, parlano di un nuovo divieto di dimora per il direttore di Telejato, accordato questa volta dal tribunale del Riesame di Palermo. Decisione però che potrebbe non essere esecutiva se i legali dell’indagato dovessero fare ricorso per Cassazione. Due divieti di dimora, ma perché? Perché nel frattempo Pino aveva fatto ricorso, di fatto determinando l’inefficacia del primo provvedimento, ma nessun articolo era uscito in quel momento. Pino parla di “indagine mediatica” nei suoi confronti, e in effetti viene il dubbio che i giornali facciano fatica a trattare le notizie a favore di Pino.

Insomma, per ora Maniaci può restare a Partinico, e sarà la Cassazione a decidere in via definitiva in merito al divieto di dimora. Telejato continua a vivere con il suo direttore. Ha ancora un suo pubblico? Come vanno gli ascolti? Per saperlo provo a chiamare la redazione, chissà se qualcuno risponderà alle mie domande.

A rispondere al telefono al numero che si trova su internet, inaspettatamente, è proprio Pino Maniaci: “Telejato continua e continuerà sempre a fare il suo lavoro”, sono le sue prime parole quando gli chiedo come va l’emittente. “Da un mese a questa parte gli ascolti sono addirittura aumentati: abbiamo spiegato quello che è successo e il nostro pubblico l’ha capito. I giornali ci hanno buttato addosso solo spazzatura e poi hanno smesso di occuparsi di noi, adesso Telejato non interessa più a nessuno. L’importante era bloccarci, chiuderci la bocca, ma noi non ci fermiamo”.

Beni sequestrati: così non funziona

 

Dall’ultimo mensile de I Siciliani giovani

 

Di Salvo Vitale, Pino Maniaci, Christian Nasi

 

Un immenso patrimo­nio sprecato fra incom­petenze e burocrazia

Qui se volete saperne di più e qui il nostro mensile sul tema in oggetto

 

E’ una storia che parte da lontano, cioè dal 1982, quando, quattro mesi dopo l’uccisione di Pio La Torre, venne approvata la legge Rognoni-La Torre, (in sigla RTL) che consentiva il sequestro e la confisca dei beni mafiosi. Aggredire i mafiosi nei loro patrimoni era l’obiettivo del nuovo strumento. Dopo 14 anni, a seguito della raccolta di un milione di firme, organizzata dall’associazione Libera, veniva approvata la legge 109/96 che disponeva l’uso sociale dei beni confiscati, una sorta di restituzione ai cittadini di ciò che era stato loro sottratto con la violenza e l’illegalità. Ultimo atto, nel 2011, l’approvazione della cosiddetta legge Alfano che dava o tentava di dare una sistemazione definitiva a tutte le norme sull’argomento e creava l’Agenzia Nazionale ai beni confiscati alla mafia, con sede a Reggio Calabria, che avrebbe dovuto occuparsi gestione dei beni attraverso l’iter dal sequestro alla confisca. Pur riconoscendo che esistono ancora grossi limiti, la legge è ritenuta una delle più avanzate al mondo ed è stata presa a modello per la recente approvazione della normativa europea.

Quello dei beni giudiziari è un vero affare, se si tiene conto che il numero dei beni confiscati è, ad oggi, di 12.946, cifra in continua evoluzione, di cui 1.708 aziende e che di questi, circa il 42,60% pari a 5.515 è in Sicilia, particolarmente in provincia di Palermo (1870). Si tratta di un patrimonio da alcuni approssimativamente stimato in due miliardi di euro, ma La Repubblica (22 marzo 2012) parla di 22 miliardi di euro, il Giornale di Sicilia (6 febbraio 2014) di 30 miliardi, di cui l’80% nelle mani delle banche. Di queste aziende solo 35 sono in attivo e solo il 2% genera fatturati. E’ un immenso patrimonio comprendente supermercati, ristoranti, trattorie, residence, villaggi turistici, distributori di benzina, fabbriche, impianti minerari, fattorie, serre, allevamenti di polli, agriturismi, cantine, discoteche, gelaterie, società immobiliari, centri sportivi, pescherecci, stabilimenti balneari e anche castelli. Quasi tutti falliti. Molte le difficoltà di carattere finanziario, con i lavoratori da mettere in regola e il pagamento dei contributi arretrati ai dipendenti che i boss facevano lavorare a nero, Sopravvive solo qualche azienda, alle cui spalle c’è una grande struttura, come Libera, che può tornare a fatturare, ma, dice Franco La Torre, figlio di Pio, ” finché si tratteranno le aziende di proprietà delle mafie come aziende normali, il meccanismo messo in moto dallo Stato non funzionerà mai”. Un fallimento totale di cui nessuno si dichiara responsabile.

Limiti

Quali sono i limiti? Innanzitutto i tempi molto lunghi che passano dal sequestro alla confisca. Poiché all’atto del sequestro il bene è “congelato”, in genere si fa ricorso, da parte del tribunale competente, alla nomina di un amministratore giudiziario. E’ questo il primo punto debole: nella maggior parte dei casi si tratta di persone del tutto incompetenti, senza alcuna capacità manageriale, di titolari di studi commercialistici di cui spesso le Procure si servono per alcune indagini, di amici delle persone che sono incaricate di fare le nomine. L’incompetenza di queste persone ha portato al fallimento del 90% delle aziende sotto sequestro, alla rovina economica di parecchie famiglie che nelle aziende trovavano lavoro e alla crisi dell’indotto che gira attorno all’azienda, anche perché, e questo è un altro limite, le aziende sotto sequestro possono e devono riscuotere crediti, ma non possono saldare debiti se non al momento della sentenza che ne sancisca la definitiva sistemazione. La conclusione a cui si arriva facilmente e a cui arrivano le parti danneggiate è che con la mafia si lavorava, con l’antimafia c’è la rovina economica, ed il messaggio è devastante nei confronti di chi dovrebbe rappresentare lo Stato. La valutazione economica del bene confiscato è fatta da un apposito perito, nominato sempre dal tribunale, al quale spetta un compenso apri all’1% del valore del bene da valutare. Spetta al titolare o al proprietario del bene l’onere della prova sulla provenienza del bene, ovvero l’obbligo di dovere dimostrare che il bene è stato costruito, realizzato, gestito senza violazione della legge. Al giudice spetta invece dimostrare i reati di cui è accusata la persona penalmente sotto inchiesta. In tal senso si dà alla magistratura un notevole potere e, molto spesso succede di trovare beni confiscati, senza che i proprietari abbiano ancora riportato particolari condanne penali per associazione mafiosa, oppure altri beni sotto sequestro dopo che i loro titolari sono stati assolti, anche in via definitiva. Per non parlare di debiti e mutui accesi con le banche, che lo stato non si premura di rimborsare e che quindi finiscono nelle mani delle banche stesse. La dichiarazione di fallimento e la messa in liquidazione dei beni confiscati è la strada più facile per gli amministratori, perché li esonera dall’obbligo della rendicontazione e consente loro di “svendere” mezzi, attrezzature, materiali, anche con fatturazioni non conformi al valore reale dei beni, girando spesso gli stessi beni ad aziende collaterali legate agli amministratori giudiziari: per fare un esempio banale, Andrea Modìca da Moach, uno dei più grossi esperti in queste partite di giro a suo favore, degne di scatole cinesi, liquidatore della Comest dei fratelli Cavallotti, ha messo in vendita un camion con gru per 600 euro, girandolo alla ditta D’Arrigo di Borgetto, di cui è ugualmente amministratore, e quando i proprietari hanno denunciato l’imbroglio al giudice per le misure di prevenzione, la cosa è stata sistemata facendo passare il tutto per una sorta di noleggio, anche se non ci si può sottrarre al sospetto che questa “deviazione” possa aver causato l’esonero dello stesso Modìca..

Nell’ audizione alla Commissione Antimafia, fatta il 18 gennaio 2012, il prefetto Caruso, al quale è stata affidata la gestione dell’Agenzia dei beni confiscati alla mafia che ha sede a Reggio Calabria, dice: “Altre criticità riguardano la gestione degli amministratori giudiziari, per come si è svolta fino ad ora.., l’amministratore giudiziario tende, almeno fino ad ora, a una gestione conservativa del bene. Dal momento del sequestro fino alla confisca definitiva – parliamo di diversi anni, anche dieci – l’azienda è decotta. Siccome compito dell’Agenzia è avere una gestione non solo conservativa, ma anche produttiva dell’azienda, abbiamo una difficoltà di gestione e una difficoltà relativa a professionalità e managerialità che, dal momento del sequestro, posso individuare e affiancare all’amministratore giudiziario designato dal giudice. In tal modo, quando dal sequestro si passerà alla confisca di primo grado, sarà possibile ottenere reddito da quella azienda… Facendo una battuta, io ho detto che, fino ad ora, i beni confiscati sono serviti, in via quasi esclusiva, ad assicurare gli stipendi e gli emolumenti agli amministratori giudiziari, perché allo Stato è arrivato poco o niente. Ometto di dire quanto succede in terre di mafia quando l’azienda viene sequestrata, con clienti che revocano le commesse e con i costi di gestione che aumentano in maniera esponenziale. Ricollocare l’azienda in un circuito legale, infatti, significa spendere tanti soldi, perchè il mafioso sicuramente effettuava pagamenti in nero e, per avere servizi o commesse, usava metodi oltremodo sbrigativi, sicuramente non legali, e aveva la possibilità di fare cose che in una economia legale difficilmente si possono fare. Siamo in attesa dell’attuazione dell’albo degli amministratori giudiziari, nella speranza di avere finalmente persone qualificate professionalmente alle quali poter rivolgersi e di avere delle gestioni non più conservative ma produttive dell’azienda”.

Il decreto del 6 settembre 2011 n.159 ha , anzi aveva previsto l’istituzione di un albo pubblico degli amministratori, con l’individuazione delle competenze gestionali, l’indicazione del numero delle nomine assegnate e delle competenze in denaro incassate, ma questa norma, per quattro anni è stata accantonata, perché toglie di mano al giudice che dispone delle nomine, il notevole potere di agire a proprio arbitrio e consente che certi passaggi oggi secretati , restino solo a conoscenza o siano a disposizione del Presidente dell’Ufficio che dispone le misure di prevenzione e del suo diretto superiore, il Presidente del tribunale e non diventino di pubblico dominio. Qualche corso di formazione per amministratori giudiziari è stato organizzato dall’Afag a Milano, e un master a Palermo nel 2013, da parte del DEMS, ma tutto è sfumato nel nulla. Solo il 24.1.2014 è stato finalmente scritto il regolamento per la formazione dell’albo, il quale dovrebbe diventare essere diventato operativo dopo l’8 febbraio, ma già si sono levate voci di rinvii e di inopportunità: questo regolamento nasce monco, nel senso che non prevede alcuna norma sulle retribuzioni degli amministratori e non prevede l’indicazione degli incarichi affidati, i quali, per strane ragioni di privacy, rimangono secretati e nelle mani dei magistrati. Si sa che il numero degli amministratori giudiziari nominati dal tribunale è di circa 150, molti dei quali titolari di più incarichi, legati a stretto filo con chi ne dispone la nomina.

Proprio il prefetto Caruso qualche giorno fa ha messo il dito sulla piaga, disponendo la revoca di alcuni “amministratori” intoccabili: “Alcuni hanno ritenuto di poter disporre dei beni confiscati come “privati” su cui costruire i loro vitalizi. Non è normale che i tre quarti del patrimonio confiscati alla criminalità organizzata siano nelle mani di poche persone che li gestiscono spesso con discutibile efficienza e senza rispettare le disposizioni di legge. La rotazione nelle amministrazioni giudiziarie è prevista dalla legge così come la destinazione dei beni dovrebbe avvenire entro 90 giorni o al massimo 180 mentre ci sono patrimoni miliardari, come l’Immobiliare Strasburgo già del costruttore Vincenzo Piazza, con circa 500 beni da gestire, da 15 anni nelle mani dello stesso professionista che, per altro, prendeva al tempo stesso una parcella d’oro (7 milioni di euro) come amministratore giudiziario e 150 mila euro come presidente del consiglio di amministrazione. Vi pare normale che il controllore e il controllato siano la stessa persona?”. Tutto ciò ha provocato le rimostranze del re degli amministratori Gaetano Seminara Cappellano, titolare di uno studio con 35 dipendenti, detto “mister 56 incarichi”, amministratore di 31 aziende, tra cui proprio la Immobiliare di Via Strasburgo, della quale gli è stata revocata la delega. Il nuovo incarico è stato affidato al prof. universitario Andrea Gemma, del quale si è subito diffusa la notizia che lavora nello studio della moglie di Alfano. Nuovi amministratori sono stati nominati al posto di Andrea Dara (Villa Santa Teresa Bagheria, un impero con 350 dipendenti e un fatturato annuo di 50milioni di euro) e Luigi Turchio, amministratore dei beni di Pietro Lo Sicco: l’incarico per la liquidazione è stato affidato a all’avvocato Mario Bellavista che (come ha lui stesso obiettato) in un passato lontano è stato difensore di fiducia di Lo Sicco per qualcosa in cui la mafia non c’entrava: per questo motivo, qualche giorno dopo Bellavista si è dimesso.

Non devono essere piaciute al PD le dichiarazioni del prefetto Caruso il quale, tramite Rosy Bindi e su sollecitazione di qualche parlamentare siciliano, è stato convocato urgentemente per un’audizione alla Commissione Antimafia, con l’accusa, già frettolosamente evidenziata da Sonia Alfano, di mettere in cattiva luce l’operato dei magistrati che si occupano di Antimafia. Anche L’ANM, la potente associazione dei magistrati, si è schierata contro Caruso sostenendo che, invece di rilasciare dichiarazioni sull’operato dei magistrati delle misure di prevenzione (vedi dott.ssa Saguto), avrebbe dovuto rivolgersi ai magistrati stessi, i quali così avrebbero potuto e dovuto giudicare se stessi. In tempi del genere, potrebbe sembrare che parlare del cattivo operato di alcuni magistrati, sia come fare un favore a Berlusconi che sui magistrati ha sempre detto peste e corna. Questo “fare muro” attorno ai magistrati palermitani, anche quelli che hanno gestito i loro uffici e i loro compiti come una personale bottega, con scelte e preferenze opinabili, finisce con l’avallare la cattiva gestione del settore, coperto, come si vede, da protezioni che stanno molto in alto. Qualche illuminato politico ha dichiarato addirittura che “parlare male dei magistrati significa fare un favore alla mafia”. Caruso si è difeso sostenendo di non avere a disposizione né uomini, né mezzi, né strumenti legali per affrontare con successo l’intero argomento dei beni confiscati, ma tira voce che, se non si dà una regolata, potrebbe anche perdere il posto: “Ciò che emerge, ha detto la Bindi, è che l’Agenzia ai beni confiscati dovrà subire alcuni interventi”. E, per quanto si può supporre, non si tratterà di interventi migliorativi, ma punitivi. In tal senso la Commissione Antimafia sarà a Palermo il 17, 18. 19 febbraio, per godere di qualche giornata di sole e lasciare le cose come stanno o rimuovere quel rompiscatole di Caruso. Interessante una lettera che l’avv. Bellavista ha inviato a Rosy Bindi, nella quale sostiene che “concentrando l’attenzione sulla mia posizione si sia tentato di sviare la Sua attenzione dall’opera meritoria del Prefetto Caruso che sta scoperchiando pentole mai aperte.. Mi meraviglia come Lei, invece di insistere sul nome Bellavista, non abbia chiesto quale magistrato ha autorizzato alcuni Amministratori a ricoprire 60 o 70 incarichi. Quale magistrato abbia autorizzato pagamenti di parcelle per milioni di euro. (Le faccio presente che una legge della Regione Siciliana, limita i compensi per gli amministratori pubblici a 30000 euro lordi per i presidenti dei cda.), se vi siano familiari di magistrati o di amministratori che hanno ricoperto o ricoprono cariche o incarichi all’interno delle amministrazioni giudiziarie. Se qualche amministratore giudiziario si trovi in conflitto di interessi attuale e non di 14 anni fa. Il Prefetto Caruso la mafia ha combattuto sulla strada e non da una comoda poltrona a migliaia di chilometri di distanza. Onorevole Presidente, credo che molto più del Dott. Caruso, sia certa magistratura a delegittimare se stessa, quando per difendere le proprie posizioni alza un muro e persiste in comportamenti che rischiano di apparire illegittimi. Sono certo che la Sua intelligenza non cadrà nella trappola del depistaggio già usata durante i tempi bui della prima Repubblica della quale Lei è stata una Autorevole Protagonista”. Nessun dubbio su chi fa riferimento Bellavista.

In appoggio all’operato di Caruso si è schierata la CGIL, ma anche il sindacato di polizia Siulp, mentre Equitalia, che dovrebbe essere depositaria di un fondo di due miliardi provenienti dai beni di proprietà dei mafiosi, mostra qualche difficoltà a documentare e a restituire quello di cui dovrebbe essere in possesso. Da parte sua il prefetto Caruso ha detto: “Io lavoro da 40 anni con i giudici e nessuno mi può accusare di delegittimarli. Ho solo detto quello che non va nel sistema” :

Proposte

Da quando nel 2011 è stato approvato il Codice Antimafia, diverse sono state le proposte di modifica, in particolare per la parte che riguarda la gestione patrimoniale.

Ultima in ordine di tempo, ma sicuramente la più complessa e strutturata, viene da una Commissione , istituita nel 2013 dal governo Letta, per studiare il problema dell’aggressione ai patrimoni della criminalità organizzata e presieduta dal Segretario Generale della Presidenza del Consiglio Garofoli, che già si era occupato del tema della corruzione.

Nel gennaio 2014 la Commissione, con la partecipazione, fra gli altri, dei magistrati Gratteri, Cantone e Rosi, presenta una relazione di 183 pagine in cui si evidenziano le principali criticità in tema di gestione dei beni e si propongono possibili soluzioni e innovazioni legislative, dall’ampliamento del ruolo e della dotazione di uomini e mezzi dell’Agenzia, all’affiancamento di figure manageriali per la gestione delle aziende, dall’anticipo della verifica dei crediti alla regolamentazione degli amministratori giudiziari.

Particolare attenzione nella relazione Garofoli trovano le proposte della CGIL, che si è fatta promotrice di una legge di iniziativa popolare, ribattezzata “Io riattivo il lavoro”, sostenuta a loro volta da Libera, ARCI e Avviso Pubblico. Al centro delle modifiche portate avanti dal sindacato ci sono proprio le aziende ed in particolare la tutela dei lavoratori e dei livelli di occupazione. “Due i punti di forza imprescindibili” dice Luciano Silvestri, responsabile Sviluppo e Legalità CGIL “il primo è la creazione dei tavoli di coordinamento presso le prefetture, che dovrebbero coinvolgere parti sociali, istituzioni e società civile nel monitoraggio e nella gestione delle aziende fin dalla fase del sequestro; il secondo è il fondo di rotazione, da finanziare con i soldi (tanti) del Fondo Unico Giustizia e con cui finanziare la fase di “legalizzazione” delle aziende poste in amministrazione statale. Dopo aver raccolto migliaia di firme, la proposta del sindacato è giunta in Commissione Giustizia alla Camera con relatore Davide Mattiello, deputato PD con un lungo trascorso di militanza antimafia. Chissà se e come i due percorsi riusciranno ad incontrarsi!.

Il governo ha già annunciato che trasformerà in decreti legge molti dei suggerimenti della Commissione Garofoli e che lo farà in tempi brevi.

Nel dibattito si inserisce anche Confindustria, in particolare la sezione siciliana, che sta mettendo mano ad alcune autonome proposte, stranamente assonanti con quelle dell’on. Lumia. Per ora nulla è troppo chiaro perché, dicono i responsabili: “Ci stiamo lavorando”, ma da uno studio elaborato nel 2012 dall’Università di Palermo e da alcune dichiarazioni più recenti dei rappresentanti degli imprenditori, oltre che di alcuni magistrati applicati alle misure di prevenzione di Palermo e Caltanissetta, a loro notoriamente vicini, si deduce che le aree di principale interesse saranno tre: l’inserimento di figure manageriali all’interno delle procure, la riduzione del ruolo dell’Agenzia per i beni confiscati alla sola fase della confisca definitiva e la verifica dei crediti: c’è chi spinge per anticiparla ad inizio sequestro e chi invece vorrebbe procrastinarla addirittura alla confisca definitiva, complicando ulteriormente la vita a chi onestamente vanta crediti nei confronti di aziende sotto sequestro e che in conseguenza di amplissimi buchi creati da queste fatture non pagate rischia il fallimento.

A prima vista sembra si tratti del tentativo, degli industriali siciliani, di mettere le mani su quel che resta dell’economia siciliana per operare l’ennesima rapina: non si vuole dire no al tribunale nel privarlo della nomina del suo amministratore e si istituisce un’altra figura con un altro stipendio: nessuna attenzione e nessuna garanzia è prevista per i posti di lavoro dell’azienda. Fra l’altro, da quando Ivan Lo Bello, già presidente di Confindustria Sicilia ha proposto l’espulsione degli imprenditori che pagano il pizzo, tutti gli industriali siciliani fanno professione di antimafia e trovano magari qualcuno da denunciare come estorsore, tanto per farsi una verginità e lavorare, oltre che col consenso di Cosa Nostra, anche con la protezione dello stato.

Non è detto che l’asino uscito dalla porta non rientri dalla finestra, nel senso che non si trovino all’interno delle Associazioni o degli enti destinatari quelle presenze mafiose di cui ci si voleva liberare. Un problema centrale è comunque quello di garantire il posto di lavoro e tutelare i dipendenti che, quasi sempre, si ritrovano nella rovina economica.

La “Latticini Provenzano”

Si tratta di un caseificio con sede a Giardinello, un paese di circa mille abitanti, recentemente assurto alle cronache per la cattura di Sandro e Salvatore Lo Piccolo. Ali inizi del 2000 , grazie ai fondi europei, l’azienda venne ristrutturata e adeguata alle norme, diventando un moderno caseificio dove lavoravano una trentina di famiglie, assieme a un indotto di pastori e vaccari che fornivano il latte. Il rimborso di questi fondi avviene dopo che il proprietario li ha anticipati ed è in grado di documentare i lavori eseguiti. La lentezza di questi rimborsi crea notevoli difficoltà economiche al titolare del caseificio, il quale si rivolge a un certo Grigoli di Castelvetrano, non ancora indagato, ma già conosciuto come il re dei supermercati Despar, e che si scoprirà come prestanome di Matteo Messina Denaro. Grigoli chiede un aumento del capitale, chiede di assumere il controllo del 51% dell’azienda per accedere a un megamutuo del Monte dei Paschi di Siena, mutuo che viene bloccato quando Grigoli è arrestato, nel 2007. In un ultimo disperato tentativo Provenzano offre la sua quota allo stato, detentore della parte confiscata, per ottenere il prestito, ma ci perde anche quella. Il caseificio, che, in questa vicenda con la mafia c’entrava solo di striscio, come poi confermato dagli sviluppi giudiziari, viene confiscato e affidato a un curatore giudiziario di nome Ribolla, il quale, nella sua somma incompetenza, nel 2012 lo porta al fallimento . E’ un chiaro esempio di come un’industria di eccellenza può essere condotta sul lastrico e di come gli operai, che, pur di mandare avanti l’azienda, sino al gennaio 2012 hanno lavorato senza stipendio, rimangono disoccupati. Ma Ribolla è anche l’amministratore della SEGIDI, cioè l’insieme delle società di Grigoli, di cui fa parte anche la Special Fruit di Castelvetrano, con 27 dipendenti, società anch’essa fallita. Troppo tardi, nel novembre 2013 l’incarico di curatore è passato ad Andrea Gamma, l’avvocato già amministratore dell’Immobiliare Strasburgo, che, si spera riesca a conservare i 500 posti di lavoro di quello che fu l’impero del re dei supermercati.

Il porto di Palermo

La vicenda riguarda 350 lavoratori facenti parte della “Newport”, società che gestisce i lavori portuali. Nel 2010 la DIA inoltra un’informativa al prefetto di Palermo, nella quale sostiene che tra questi lavoratori ci sono quattro mafiosi e 20 parenti di mafiosi, in gran parte facenti parte del clan di Buccafusca, capomafia di Porta Nuova. Si dispone il sequestro preventivo e viene nominato come amministratore giudiziario il titolare dello studio legale “Seminara-Cappellano”, il quale dispone la sospensione cautelare per 24 lavoratori, i quali, sino al giugno 2013, data in cui interviene la dott.ssa Saguto, cioè la responsabile della nomina di Seminara, sono pagati senza far niente. La vicenda è molto più ingarbugliata di quanto non appaia, in quanto gli operai sono titolari di una quota societaria, ma il dissequestro sarà possibile quando potranno dimostrare di essere esenti da infiltrazioni mafiose. Cioè non si sa quando. Presidente dell’Autorità portuale è stato un uomo dell’on. Lumia, tal Nino Bevilacqua, che attualmente è stato sostituito da un uomo di Schifani, tal Cannatella.

La MEDI-TOUR

E’ il caso più complesso. Si tratta di una cava di pietrisco, in territorio di Montelepre, già di proprietà di Giacomo Impastato, detto “u Sinnacheddu”, fratello di Luigi, il padre di Peppino Impastato. Da lui è passata al figlio Luigi, ucciso a Cinisi il 23 settembre 1981, nel corso della guerra tra i seguaci di Badalamenti e i Corleonesi. La gestione effettiva della cava è stata portata avanti dall’altro figlio Andrea, al quale il 22 febbraio 2008 vengono confiscati beni per 150 milioni di euro riconducibili a Bernardo Provenzano e a Salvatore Lo Piccolo, dei quali Andrea è un prestanome, grazie agli intrallazzi del suo compaesano Pino Lipari, vero ministro dei lavori pubblici di Provenzano, la cui moglie Marianna Impastato ha qualche vincolo di parentela con Andrea. Il provvedimento prevede, innumerevoli immobili e appezzamenti di terreno da Carini a San Vito Lo Capo, il Mercatone Uno di Carini, anche il sequestro di cinque aziende, tutte del mondo dell’edilizia, la più grossa delle quali è la Medi.tour, che si occupa della gestione della cava di Montelepre. Amministratore giudiziario di tutto viene nominato uno dei pupilli della dott.ssa Saguto, un commercialista di nome Benanti, titolare di uno studio a Palermo e, per quel che se ne sa, in ottimi rapporti con un altro curatore giudiziario molto a cuore alla Procura di Trapani, un certo Sanfilippo. Benanti ha avuto occasione di dimostrare di avere buone conoscenze quando, ottenuta l’amministrazione dei beni di un altro costruttore, Francesco Sbeglia, di Palermo, nel 2010, al Centro Excelsior (Hotel Astoria) mandò, a un incontro con alcuni imprenditori che volevano collaborare, lo stesso Sbeglia. In tal caso, grazie alla protesta dei tre imprenditori, gli venne revocato l’incarico, ma solo quello, in quanto non gli venne meno la fiducia della dott.ssa Saguto. Pare che gli siano affidati una ventina di incarichi, si dice che abbia dilapidato una cifra altissima degli introiti del sepermercato, ma il suo nome non è venuto fuori nelle polemiche seguite alle dichiarazioni del prefetto Caruso.

Torniamo alla Medi.tour. Andrea Impastato , del quale si vocifera di una diretta collaborazione con la giustizia, ha quattro figli, due dei quali, Luigi e Giacomo, dipendenti della cava. Nel 2011, su decisione del tribunale vengono licenziati, ma i due fratelli non si perdono d’animo e creano una nuova società, la Icocem, con sede a Carini, riconquistando, a poco a poco, buona parte del mercato che si riforniva nella loro ex cava. Riescono anche a “rifarsi” una verginità denunciando al magistrato diversi tentativi di richiesta del pizzo e iniziando una fitta collaborazione. Da parte sua Benanti, che si presenta una volta al mese alla cava di cui è amministratore, con una fiammante macchia rossa e in dolce compagnia, in una sua relazione accusa gli Impastato, diventati suoi diretti concorrenti, di associazione mafiosa. Con strana sollecitudine il tribunale dispone il sequestro della Icocem, la dott.ssa Saguto ne affida l’amministrazione, indovinate un po’, al solito Benanti, il quale mette in liquidazione la società che è chiamato ad amministrare e che si trova a soli cento metri dalla cava. Nel frattempo vengono licenziati i 20 operai che lavorano nella cava, e alcuni sono assunti ” a tempo”, secondo le richieste di materiale: qualcuno di essi è disposto a dichiarare che Benanti avrebbe disposto l’interramento di rifiuti tossici all’interno della cava, facendo poi riempire il tutto con terra e piantumare con stelle di natale: al giardiniere sarebbero stati pagati 18.000 euro. Gli Impastato presentano ricorso, con una loro relazione, nella quale è dimostrata la tracciabilità e la regolarità di tutte le operazioni che hanno condotto alla creazione della loro società, ma l’udienza, che avrebbe dovuto svolgersi ad ottobre, per indisposizione, di chi, indovinate un po’, della dott.ssa Saguto, è rinviata al 6 febbraio 2013:, dopodichè siamo in attesa, poiche la dott.ssa Saguto si è presa una settimana di tempo per decidere.. Quello che più stupisce è la presenza, all’interno della cava, di Benny Valenza, pluripregiudicato e mafioso di Borgetto, da sempre occupatosi di forniture di calcestruzzo, con un pizzo da 2 euro a metro quadrato, da distribuire agli altri mafiosi della zona: gli sono stati sequestrati alcuni beni, è stato condannato per aver fornito cemento depotenziato per la costruzione del porto di Balestrate e per altri reati affini, ma, tornato a piede libero, ha ripreso la sua abituale attività: da qualche tempo agisce come dipendente di un’impresa di legname, allargatasi ultimamente nel campo dell’edilizia, della quale è titolare un certo Simone Cucinella: la ditta il 24.1 ha preso misteriosamente fuoco. L’intraprendente Valenza ha installato, naturalmente attraverso meccanismi apparentemente legali, un deposito di materiali da costruzione in un posto collocato tra la cava e il deposito adesso chiuso degli Impastato: non si sa se la collaborazione con Benanti, all’interno della cava, si estenda anche a questa nuova struttura.

La COMEST

Quella dei fratelli Cavallotti di Belmonte Mezzagno è una storia allucinante. Sono cinque fratelli che, negli anni ’90 cominciano a lavorare per alcune aziende legate al nascente affare della metanizzazione in Sicilia. Fiutano che c’è in ballo un fiume di miliardi in arrivo, si parla di 400 miliardi delle vecchie lire, specialmente da parte della Comunità Europea, che li affida alla Regione e decidono di mettersi in proprio, ognuno con una propria azienda relativa a uno specifico settore. E’ tutto in ordine, partecipano ai bandi della Regione, hanno i requisiti richiesti, cominciano ad avere numerosi appalti, specie nelle Madonie, con la clausola del possesso di una gestione trentennale, per poi tornare tutto all’Ente Committente, cioè ai comuni. Sul mercato nasce, a far concorrenza a loro l’Azienda Gas spa, per iniziativa di un impiegato regionale, di nome Brancato, il quale chiede, per fondare la società, i soldi a Vito Ciancimino, allora all’apice della carriera politica: Ciancimino si serve di un suo commercialista, Lapis, legato ai più discussi politici siciliani, da Cintola a Vizzini: viene stipulato, con l’avallo, a Mezzoiuso, dell’allora Presidente della Commissione Antimafia Lumia, un protocollo di legalità e si aprono le porte per gli appalti: unico ostacolo la Comest e le altre aziende dei fratelli Cavallotti, ma si fa presto a metterli fuori gioco: Belmonte è la patria di Benedetto Spera, uno dei più temuti mafiosi legati a Bernardo Provenzano: attraverso il collaboratore di giustizia Ilardo, infiltrato appositamente, viene trovato un “pizzino” nel quale, con riferimento a un appalto ottenuto ad Agire, è scritto: “Cavallotti due milioni”. Si fa presto a incriminare i Cavallotti, che, come tanti pagavano il pizzo, per associazione mafiosa, e a far disporre il sequestro di tutti i loro beni. Siamo nel 1998, allorchè Vito Cavallotti viene arrestato per reati legati al 416 bis, da cui, nel 2001 viene assolto. Dopo che nel 2002 la Corte d’Appello ha ribaltato la sentenza con una condanna e dopo una serie di vicende processuali, nel 2011 Vito Cavallotti è assolto definitivamente e prosciolto da ogni accusa, ma, qualche mese dopo, nei suoi confronti scattano altre misure di prevenzione personale e patrimoniale, sino ad arrivare al 22.10.2013, allorchè il PG Cristodaro Florestano propone il dissequestro dei beni e la sospensione delle misure di prevenzione nei confronti di tre dei fratelli Cavallotti: ad oggi le motivazioni della sentenza non sono state ancora depositate. All’atto della prima denuncia viene nominato come amministratore giudiziario un certo Andrea Modìca di Moach, il quale già dispone di altre nomine da parte del tribunale , oltre che essere il terminale di altre aziende, tipo la TOSA, di cui si serve per complesse partite di giro, sino ad arrivare all’Enel gas. L’ammontare dei beni confiscati è di circa 30 milioni di euro , ma ben più alto è il valore di quello che i Cavallotti avrebbero potuto incassare nei lavori di metanizzazione dei comuni, ma l’azienda non è stata ancora dissequestrata, malgrado siano passati quasi tre anni, anzi, per, viene confiscata una nuova azienda di uno dei fratelli, che si è spostato a Milazzo e nel dicembre 2013 estrema beffa, viene disposto un nuovo sequestro ad un’azienda creata dal figlio, nel tentativo di risollevare la testa, la Euroimpianti plus, e l’amministrazione giudiziaria, revocata al Modìca, viene affidata a un certo Aiello, che si rifiuta di far lavorare in qualsiasi modo, il ragazzo titolare, la cui sola colpa è di essere figlio di uno che è stato indagato, condannato e poi prosciolto dall’accusa di associazione mafiosa. Gli ultimissimi sequestri riguardano un complesso di aziende edili di Vito Cavallotti, figlio di Salvatore, la Energy clima, la Sicoged la Tecnomet e la Ereka CM, una parafarmacia già chiusa dal 2013. La prima seduta svoltasi il 30.1.2014 è stata rinviata nientemeno che al 22.5 per ritardo di notifica. Tutto ciò malgrado la proclamata innocenza dei Cavallotti. . Per non parlare della rovina nella quale si sono trovate circa 300 famiglie che ruotavano attorno alle aziende. Rimane ancora senza risposta la domanda di questa gente: perché questo accanimento? E il motivo è forse da ricercare nell’ingente somma che il tribunale dovrebbe pagare per risarcire queste imprese che sono state smantellate da amministratori giudiziari voraci e spregiudicati.

Ciao, Licchia. Lettera al caro editore

Qui qualcosa su Salvatore Coppola, “L’editore con la “coppola”, e non solo”

 

Di Nicola Capizzi

 

-“Wé Nicolino come va, tutto beneeee?”

-“Tutto apposto Licchia tu chi dici? Chi vai cuminanno?”

– “Sono in macchina, in autostrada”

– “Equannu mai, sempre peri peri”

– “Si, sto andando alla presentazione di un libro. To mogghie comu sta?”

– “Licchia, va bene chi ave na vita chi stamu ‘nsemmula, ma ancora un semu maritati, u sai. Ma    quannu ni decidemo tu fazzu assapiri.”

 

Ogni volta che ci sentivamo, quasi sempre per telefono, vista la distanza, iniziavamo la conversazione così, sempre allo stesso modo, ricordi?.  Poche parole per sincerarci di come stavamo e se tutto procedeva bene, poi il resto. Non ci siamo arrivati, non verrai al nostro matrimonio, mi hai tirato pacco. E dire che sei stato proprio tu ad insegnarmi la precisione e la puntualità, il giorno stesso che ci siamo conosciuti.  Avevamo appuntamento ai Trabinis, da Clara Salvo, per stabilire il tema per il prossimo caffè letterario. Non ricordo più il motivo ma so solo che tu dovevi darci una mano. Anche se con mezz’ora abbondante di ritardo, arrivo per primo. Guardo dentro al locale e vedo la tua sagoma tagliente, appollaiata su uno sgabello, con le braccia conserte. Astrid, Francesca ed Anna non erano ancora arrivate e così ho deciso di attardarmi ancora un po’ davanti la porta del ristorante per una telefonata. Chiuso il telefono entro dentro, saluto Clara con un bacio e allungo il braccio per tenderti la mano. “Piacere, Nicola. Lei se non sbaglio è il signor Coppola”, dico con tono entusiasta e semi confidenziale. Tu ricambi il saluto  e con un espressione visibilmente infastidita mi fai un breve ma pesantissimo e indimenticabile cazziatone. Non saprei dire le parole esatte, ma ricordo che la tua faccia si muoveva leggermente a destra e a sinistra in segno di disapprovazione e che, prima di andartene, concludevi la nostra conversazione dicendo: “accussi un si fa”. Non te l’ho detto mai ma ci sono rimasto proprio di merda. Mi ha fatto incazzare tanto. Ma come ti sei permesso che neanche mi conoscevi, mi sono chiesto. Aspetto che ti tiri la porta e poi mi giro verso Clara e le dico: “ma chisso cu cazzu si sente? Ma picchì un va a caca!”. Claretta, sorridendo, mi risponde: “Nicolino, un diri minchiate, non lo conosci. Guarda che ha ragione, è una persona più grande di te e merita rispetto. E poi, non siamo qui per giocare.” Avevi ragione compà, non è rispettoso fare aspettare. Sta di fatto che non solo da quel giorno non sono più arrivato ad un appuntamento neanche con un minuto di ritardo, ma che ho conosciuto una persona più che straordinaria, ho conosciuto Licchia.  Questa volta però non sono io che ho ritardato, sei tu che te ne sei andato in anticipo.

Ma perché ti chiamavamo “Licchia”? Qualcuno sostiene che era per via del tuo cognome: coppola, coppolicchia, licchia. Altri mi hanno detto che oltre che per il cognome anche perché portavi sempre una coppola, fin da ragazzino, e il tuo volto a lama ne esaltava le dimensioni. Chissà perché non ci ho pensato mai a chiedertelo.

Tante cose mi passano per la mente. E si affollano. Sei stato tu che mi hai dato l’idea e mi hai messo in contatto con Pino Maniàci per organizzare un evento a Perugia sulla libera informazione. Se non fosse stato per te non avrei mai conosciuto Pino, la sua famiglia, i ragazzi di Telejunior. Se non fosse stato per te la mia avventura con Telejato non sarebbe mai iniziata e la mia vita non sarebbe la stessa. Quella volta mi hai pure spedito i Pizzini della legalità da vendere per l’occasione. “Licchia, e i soldi degli incassi come te li mando?”, ti ho chiesto. “Nicolino raccilli a Pino chi ci mette un poco di benzina na machia”. Sempri cori ranne sei stato caro Licchia, sempri cori ranne. Ogni volta comprare un libro da te era una tragedia. “Amunì Licchia meo pigghiatilli deci euro, magari cincu”. “Sarvatilli Nicolino, accattace un ciuri a to mogghie”. Niente da fare, non c’era niente da fare. Per alcune foto che ti ho regalato e che hai usato per qualche libro che hai pubblicato ti sentivi sempre in debito.  Al massimo ero io in debito. Vuoi mettere la soddisfazione di vedere le mie foto sulle pagine di  un libro stampato da Coppola Editore? Una volta abbiamo quasi litigato. Eravamo a Partinico e Pino mi aveva mandato insieme a Salvo Ognibene a fare un servizio per una manifestazione sulla legalità. C’erano in mostra i quadri di Gaetano Porcasi e li vicino la tua “bancarella”. Ci siamo salutati e mi hai messo in mano “Vent’anni” dicendomi: “pigghiatillo Nicolino”. “E no Licchia, stavolta no. Ora i reci euro ti li pigghi”. Probabilmente mi hai visto incazzato e te li sei presi, senza rarimi sazio però: “Va bene Nicolino, ma facciamo così: uno me lo paghi e uno te lo regalo”. “ Licchia meo e chi mi fazzo di ru libbra uguali?” Alla fine l’ho regalato ad una mia amica di Telejato.

Quando ho saputo della “notizia” ho chiamato mia madre, le ho chiesto di entrare in camera mia e di cercare tra  i libri “Il mio postino” e di leggermi la tua dedica: “ciao Nicolino, il mio editore dice che hai un grande futuro con le tue fotografie. Spera, che se avrà bisogno di te, gli farai un prezzo buono.  Trapani,12-9-2004.” Ti ricordi? Per un periodo quando ti incontravo per strada ti dicevo: “come sta il tuo editore? Salutamillo!”. Sembra ieri che ti beccavo in giro e ti scroccavo un passaggio sulla tua scassatissima e incasinatissima Audi. Sembra ieri che quando la parcheggiavi la lasciavi aperta e io te lo facevo notare. “Licchia, a machina unna chiure?”, “Nicolino, ma cu si l’ave a pigghiare?”. Sembra ieri che ti ho incontrato in centro e mi hai accennato del nuovo progetto a cui stai lavorando. Sembra impossibile che non ci sei più.

Provo collera, un  enorme senso di ingiustizia, dolore e tristezza. Ma forse, sembrerà paradossale, è proprio questo che mi spinge a reagire. Vedere la solidarietà sincera che ti si è stretta attorno mentre eri in ospedale e la sofferenza di tutti quelli che ti volevano bene mi dice quanto sia stato fortunato nell’averti conosciuto. E soffrire per la tua perdita è un prezzo che sono disposto a pagare volentieri, se penso alla gioia dell’averti conosciuto.

Una cosa mi fa rabbia, una cosa non riesco a buttare giù. Una volta ho provato a parlartene, a farti qualche domanda a riguardo, ma poi ho smesso perché ho visto che tergiversavi. Non meritavi di avere negato quell’amore. Chissà perché è andata così, mi sono chiesto spesso.  Ho sempre pensato che fosse dovuta a questo la sottile patina di tristezza che ti avvolgeva. Spero che un giorno, loro, possano leggere i messaggi che sono stati pubblicati da Denise, Daniela, Marilena e tanti altri sul gruppo facebook  voluto per sostenerti. Che capiscano quanto sei stato speciale.

Un’ultima cosa: una tv locale ha lanciato la “tua” notizia scrivendo in sovrimpressione “è morto Salvatore Culicchia”, per poi addrizzare il tiro scrivendo “Salvatore Coppola detto Licchia”. Inizialmente ho reagito male e  me la sono presa. Ma poi ho pensato a te e alla tua ironia. Ti ho immaginato, da lassù o da chissà dove, a ridere dicendo: “Nicolino, ha visto? Culicchia, un misto tra Coppola e Licchia. Chi voi c’è crisi, sparagnano puro iddi”.

 

PS: salutami il tuo editore.

                                                                                                                                    Con affetto,

                                                                                                                                         nicolino.

Un anno dopo

 

Chi volesse una copia e non riesce a scaricarla da Issu (vedi) può richiederla a redazione@diecieventicinque.it

Qui le foto del nostro compleanno

DIECI e VENTICINQUE

 

Buona lettura